Mese: Maggio 2024 Pagina 17 di 19

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera 3 Maggio 2025
Sono passati venticinque anni da quando Padre Pio salì agli altari, beato dal 1999 e poi, nel 2002, santo. Eppure ci sono scaffali di libri nei quali la sua immagine continua ad alternarsi ai sospetti che lo hanno braccato per tutta la vita, anche e soprattutto dentro la Chiesa: tutta la storia, dall’inizio
CITTÀ DEL VATICANO – Tutto considerato, il miracolo più stupefacente di Padre Pio è la capacità di sfuggire a ogni schema, infrangere allegramente ogni griglia interpretativa.
Provate a immaginare, da un lato, un frate contadino, un francescano che da bambino non aveva potuto fare studi regolari perché lavorava la terra dei genitori a Pietrelcina, sulle colline del beneventano, alla fine dell’Ottocento, e già allora si sentiva in lotta con il Male, una lotta dolorosa sostenuta per decenni da una fede granitica e arcigna, per alcuni arcaica o antimoderna, stigmate e bilocazioni, guarigioni inspiegabili e precognizioni, profumo di gigli o di rose e febbre a 48 gradi, dialetto e mistero.
E dall’altra parte un cardinale domenicano poliglotta e cosmopolita, rampollo di un’antica famiglia dell’aristocrazia boema, teologo finissimo con studi nella sua Vienna, alla Sorbona di Parigi e a Ratisbona, forse il migliore allievo di Joseph Ratzinger, uno che cita Tommaso d’Aquino, Kierkegaard o Wittgenstein con la stessa naturalezza.
Ecco, quando il cardinale Christoph von Schönborn riuscì finalmente a tornare sul Gargano, a San Giovanni Rotondo, ancora ricordava la volta che a sedici anni aveva assistito a una celebrazione di quell’uomo ormai anziano: «Non ho mai visto nessuno, né prete, né vescovo, né Papa, celebrare la Messa come faceva padre Pio: non come rito ma come realtà…Indimenticabile il momento della Consacrazione: Cristo stesso offerto nelle sue mani. Per tutta la Chiesa è stato e rimane un grande dono. In questa Europa un po’ indebolita nella sua vita cristiana, è una sorgente alla quale ancora ci abbeveriamo».
Non che adesso sia tutto ormai pacifico, anzi. Sono passati venticinque anni da quando salì agli altari, beato dal 1999 e poi, nel 2002, santo. Eppure ci sono scaffali di libri nei quali l’immagine del santo più amato del Novecento, venerato da milioni di persone in tutto il mondo, continua ad alternarsi ai sospetti che lo hanno braccato per tutta la vita, anche e soprattutto dentro la Chiesa.
Non ha avuto una vita facile, Francesco Forgione. Nato nel 1887, il 25 maggio, era entrato come novizio dei frati minori cappuccini a sedici anni e ne aveva trentuno quando, il 20 settembre 1918, apparvero le stimmate che avrebbero segnato il suo corpo per mezzo secolo, attirandogli devozione e disprezzo incondizionati.
Quando Giovanni Paolo II lo proclamò beato, il 2 maggio 1999, ricordò «le prove che dovette sopportare in conseguenza, si direbbe, dei suoi singolari carismi: nella storia della santità talvolta accade che l’eletto, per una speciale permissione di Dio, sia oggetto di incomprensioni». Di più Wojtyla non poteva dire, agli oltre trecentomila fedeli che riempivano piazza San Pietro, via della Conciliazione e pure piazza San Giovanni in Laterano, anche perché molte delle «incomprensioni» erano state dei predecessori.
Per cinque volte Padre Pio venne messo sotto inchiesta dal Sant’Uffizio. Subì perquisizioni, interrogatori, intercettazioni, restrizioni e divieti di celebrare messa in pubblico. Pio XI e Giovanni XXIII lo consideravano con sospetto, diciamo così. «Un falso mistico, una colossale truffa», tuonava ancora nel 1961 il domenicano francese Paul-Pierre Philippe, poi vescovo e cardinale, inviato da Papa Roncalli a interrogare il vecchio frate settantaquattrenne, «un disgraziato sacerdote che approfitta della sua reputazione di santo per ingannare le sue vittime», fino a scrivere nella relazione al Sant’Uffizio che si trattava della «più colossale truffa nella storia della Chiesa».
Avevano pure forato le pareti delle stanze dove Padre Pio riceveva la gente per piazzare dei microfoni e registrare «il rumore di baci», accusandolo di «atti carnali» con le fedeli, e il vecchio frate si era dovuto difendere: «Non ho mai baciato una donna in vita mia, anzi dico davanti al Signore che neppure davo baci alla mamma».
Papa Giovanni temeva «un immenso inganno», un «disastro di anime», come annotava nei diari del 1960, ma si dice che poi si fosse lasciato convincere dal suo vecchio amico Andrea Cesarano, arcivescovo di Manfredonia, il quale gli aveva spiegato come i fedeli in effetti baciassero con fervore devoto le mani stigmatizzate del frate («chisto è o’ guanto mio!», lo si sente del resto dire in una registrazione) e insomma erano «tutte calunnie». Pochi anni dopo la morte del frate, Paolo VI si interrogava sulla fama di padre Pio con parole che erano già un riconoscimento: «Ma perché? Perché diceva la Messa umilmente, confessava dal mattino alla sera, ed era rappresentante stampato delle stimmate di Nostro Signore».
Karol Wojtyla non aveva mai avuto dubbi. Era un giovane prete che studiava a Roma, quando nel 1947 era andato a San Giovanni Rotondo e si era confessato da Padre Pio. Ne era nata la leggenda, più volte smentita da Giovanni Paolo II, che il frate gli avesse predetto l’elezione a Papa e l’attentato di Ali Agca, «non è vero niente». Ma non era questo il punto, per Wojtyla. È curioso come la fama dei prodigi, più che dai fedeli, sia stata talvolta enfatizzata dai detrattori, per deriderla, o magari alimentata da chi sfruttava l’immagine del frate per business da rotocalco o battaglie ideologiche.
Perché l’essenziale stava altrove, come diceva Giovanni Paolo II nel giorno della beatificazione, attingendo alla propria esperienza personale: «Chi si recava a san Giovanni Rotondo per partecipare alla sua Messa, per chiedergli consiglio o confessarsi, scorgeva in lui un’immagine viva del Cristo sofferente e risorto».
Tre anni più tardi, il 16 giugno 2002, fu lo stesso Wojtyla a proclamarlo santo: in piazza c’era anche Matteo Pio, un bambino di nove anni che due anni prima era arrivato in condizioni disperate alla Casa Sollievo della sofferenza di San Giovanni Rotondo – l’ospedale voluto e inaugurato da Padre Pio nel 1956 -, poche ore di vita come diagnosi dei medici, meningite fulminante, arresto cardiaco, complicanze in nove organi che dopo qualche giorno riprendono a funzionare finché il bimbo si sveglia e dice «voglio il gelato»: la guarigione inspiegabile, riconosciuta dalla Chiesa come miracolo per intercessione del beato, che ha portato alla canonizzazione.
Per il popolo dei fedeli era santo da decenni. Tutto era cominciato in quella fine d’estate del 1918, poche settimane prima che finisse la Grande Guerra, nel convento di San Giovanni Rotondo, dov’era arrivato nel 1916 e sarebbe rimasto tutta la vita. Padre Pio si era segnato quel giorno: 20 settembre. Tre anni più tardi lo aveva dovuto raccontare nei dettagli agli inquisitori del Sant’Uffizio. Otto giorni di indagini e interrogatori al frate e ai confratelli, nel giugno 1921. La Messa, il tremore, la visione del Crocifisso.
«Udii questa voce: ti associo alla mia Passione… E ho visto questi segni qui, dai quali gocciolava sangue». Gli inquisitori gli chiesero tutto: le febbri a temperature letali, i dolori e le lotte notturne col diavolo, il profumo di fiori, le bilocazioni che lo facevano essere in convento, raccontava, e insieme accanto al letto di un malato, «io non so come sia, né di che natura la cosa, né molto meno ci do peso, ma mi è occorso di avere presente questa o quell’altra persona, questo luogo o quell’altro luogo; non so se la mente si sia trasportata lì o qualche rappresentazione del luogo o della persona si sia presentata a me, non so se col corpo o senza il corpo io sia stato presente…».
I fedeli avevano cominciato ad affluire nel Gargano, attirati dalla fama di santità. Le gerarchie osservavano con sospetto. Un’autorità come padre Agostino Gemelli, frate minore francescano e medico, che nel 1921 aveva fondato l’università Cattolica e l’anno prima era andato un giorno ad incontrare padre Pio, arrivò a scrivere al Sant’Uffizio che si trattava di «uno psicopatico ignorante che induce in automutilazione e si procura artificialmente le stigmate allo scopo di sfruttare la credulità della gente».
Pure gli inquisitori avevano chiesto al frate della boccetta di acido fenico che si era procurato in farmacia, gli stessi dubbi che lo storico Sergio Luzzatto avrebbe riproposto nella sua biografia del 2007. Ma già allora il frate aveva spiegato che l’acido in convento era usato per disinfettare le siringhe, erano i mesi in cui l’influenza spagnola faceva strage, e del resto anche ai sospetti degli scettici sono state opposte obiezioni, a cominciare dal fatto che né l’acido fenico né la polvere veratrina avrebbero potuto procurare quel tipo di lesioni, durate cinquant’anni.
In tutto questo tempo, il frate di Pietrelcina ha continuato a dormire pochissimo, svegliarsi nel cuore della notte per pregare e prepararsi alla Messa prima dell’alba, passare fino a sedici ore al giorno a confessare i fedeli. Papa Francesco lo ha definito un «apostolo del confessionale». Nel 2018, a cent’anni dalla comparsa delle stimmate e cinquanta dalla morte del frate, andò nello stesso giorno a Pietrelcina e a San Giovanni Rotondo: «Questo umile frate cappuccino ha stupito il mondo con la sua vita tutta dedita alla preghiera e all’ascolto paziente dei fratelli, sulle cui sofferenze riversava come balsamo la carità di Cristo».
Padre Pio non era un confessore facile, «sciagurato, tu vai all’inferno!, ma la gente restava in coda dalla notte. Il primo Papa ad andare a San Giovanni Rotondo, nel 2009, era stato Benedetto XVI. Bisognava vederlo, Joseph Ratzinger, un gigante della teologia del Novecento, lo studioso che ha scritto «Introduzione al cristianesimo», mentre restava a pregare in silenzio nella cella numero 1 del convento dei Cappuccini, il luogo dove padre Pio morì il 23 settembre 1968: un cubicolo intonacato di bianco largo quanto il lettuccio di metallo contro la parete di fondo, una Madonna con Bambino sopra la testiera, un lavello di smalto, un tavolino di legno, una sedia.
Quel giorno, Benedetto XVI parlò del Getsemani e della Passione: «Alcuni Santi hanno vissuto intensamente e personalmente questa esperienza di Gesù. Padre Pio da Pietrelcina è uno di loro. Un uomo semplice, di origini umili, “afferrato da Cristo” – come scrive di sé l’apostolo Paolo – per farne uno strumento eletto del potere perenne della sua Croce: potere di amore per le anime, di perdono e di riconciliazione, di paternità spirituale, di solidarietà fattiva con i sofferenti. Le stigmate, che lo segnarono nel corpo, lo unirono intimamente al Crocifisso-Risorto. Autentico seguace di san Francesco d’Assisi, fece propria, come il Poverello, l’esperienza dell’apostolo Paolo, così come egli la descrive nelle sue Lettere: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me».

“Dite a quei sacerdoti che non credono alle mie apparizioni che io da sempre trasmetto al mondo messaggi da parte di Dio. Mi dispiace che non credano, ma non si può obbligare nessuno a credere (31 – 12 – 1981).
Caro Padre Livio,
sto leggendo il suo ultimo libro: “Medjugorje: i tre giorni della salvezza” e lo trovo utilissimo per approfondire tutti i concetti che di già esprime la mattina in radio.
È un libro molto motivante che mi dà grinta ma, nello stesso tempo, mi fa percepire la vertigine del momento storico che stiamo vivendo.
Ripongo tutte le mie speranze nella Madonna, perché sarà Lei a darci il “ritmo”, ci indicherà quando sarà il momento di resistere e quando il momento di attaccare.
È proprio vero quello che lei ci ripete spesso, Maria ci dona molto, quando preghiamo e chiediamo con abbandono e semplicità. Spesso, infatti, l’entità della risposta supera persino quella della domanda.
Sto più attento però a quello che chiedo, perché sto entrando maggiormente nell’ottica della Regina della Pace. Molte volte chiedo consiglio e prima di decidere sulle cose, ci prego sopra.
Ho un unico dolore nel cuore, il sentire alcuni amici ed anche alcuni parenti che non credono alle apparizioni.
Tra questi vi sono anche sacerdoti che non si esprimono, quasi timorosi di seguire le parole di Maria, pensando di tutelare così i fedeli.
Al contrario, secondo il mio modesto avviso, intiepidiscono i fedeli e li fanno sentire come menomati.
Come si fa a credere nella Madonna ma non alle Sue parole, per la mancanza di una certificazione?
Mi perdoni l’ esemplificazione, ma è come dire che un formaggio è buono, solo se lo certifica l’Unione Europea e non perché il sapore e la sua genuinità ne esprimono la squisitezza!
In questi giorni chiedo a Maria di darmi sempre il coraggio della vita eterna e non quello della vita di passaggio! Le farò sapere come proseguirà il lavoro…
La ringrazio di cuore e le sono vicino.
Ave Maria.
Davide da Milano
Caro Davide,
ti incoraggio ad andare avanti con perseveranza sulla via della unione con Gesù e Maria, perché questa è una priorità assoluta.
In questo modo non solo salveremo la nostra anima, ma saremo le mani tese di Maria per aiutare tanti a salvarsi, in primo luogo i nostri cari e le persone che conosciamo.
Dopo un tempo così lungo e dopo frutti così straordinari è ragionevole e persino doveroso credere a questa presenza straordinaria della Madonna, un dono inestimabile di Dio senza il quale non ci sarebbe speranza di salvezza.
Eppure un numero enorme non la prende neppure in considerazione, come la Madonna stessa ha detto con dispiacere. Peggio ancora la diffamazione non è mai sazia, come anche la voglia di oscurare Medjugorje a tutti i costi.
Già all’inizio delle apparizione la Regina della pace aveva manifestato il suo dispiacere per i sacerdoti che non credono: “Dite a quei sacerdoti che non credono alle mie apparizioni che io da sempre trasmetto al mondo messaggi da parte di Dio. Mi dispiace che non credano, ma non si può obbligare nessuno a credere (31 – 12 – 1981).
Che fare? Non resta che pregare e perseverare ed essere le sue mani tese d’amore “ per tutti coloro che sono nelle tenebre e cercano l luce del nostro Dio” ( 25 – Aprile 2024).
Rispondere alla chiamata è una grazia inestimabile, una luce nelle tenebre e una gioia senza fine. Dispiace per quelli che non credono, ma non si può obbligare nessuno a credere.
Ave Maria
Padre Livio

Cari amici stiamo raccogliendo per la sezione del Blog “Parlano di noi” i video storici che parlano di Radio Maria. Chi li trova ce li mandi pure via email.
Poi trovare i video già pubblicati nel settore “Parlano di noi”
Grazie P. Livio

Pensiero spirituale sull’espressione della Madonna “Siate preghiera e le mie mani d’amore tese” (25 aprile 2024)
Cari amici, nel Messaggio del 25 aprile 2024, la Madonna ha distinto due categorie di persone fra quelle che sono lontane. Una categoria possiamo chiamarla dei “corrotti” – come ha detto Papa Francesco – che si è alleata a satana, sorregge la sua attività qui sulla Terra e ha scelto per la morte e per l’odio. La morte come distacco da Dio e il crollo di tutto ciò che è bello, buono e santo. È la perversione e il male. Questa categoria non è inconvertibile, ma ha deciso di diventare prigioniera di satana, quindi, salvo una grazia speciale non riesce a convertirsi.
Nella storia della spiritualità si parla teologicamente di impenitenza finale, cioè persone che sono impenitenti prima della morte. Molte volte è proprio questa categoria ad essere portatrice della persecuzione a Cristo, alla Chiesa e ai cristiani. Satana può regnare e dominare al posto di Cristo attraverso gli uomini che lo sostengono.
La Madonna dice che esiste un’altra categoria di “lontani”, difficile da catalogare. Essi sono nelle tenebre, sono accecati, non conoscono la salvezza che è Cristo. La Regina della pace dice che nonostante siano nelle tenebre cercano la luce del nostro Dio. In base alla struttura del cuore umano che cerca la verità non si sono corrotti e chiusi nel loro egoismo, ma aperti alla chiamata e alla grazia. Maria ci invita a essere preghiera e mani d’amore tese per queste persone che sono nelle tenebre, non conoscono la Verità ma cercano la luce di Cristo, del nostro Dio.
Maria chiama alla responsabilità. Spesso capita di dimenticare che l’opera della salvezza è costata a Cristo la Croce. Bonhoeffer – un teologo protestante morto martire – diceva che la salvezza è una cosa seria. Non tutti si possono salvare, ci sono coloro che non vogliono salvarsi e che pur avendo la possibilità di conoscere Dio non lo vogliono. Attraverso la propria intelligenza, le creature, la bellezza del creato e del cuore decidono di non volere Dio.
Dio ci ha creato a sua immagine e somiglianza, come dice il Catechismo della Chiesa cattolica usando l’espressione: «L’uomo ha facoltà che lo rendono capace di conoscere l’esistenza di un Dio personale». Con la sua anima mortale e spirituale l’uomo è capace di arrivare a dimostrare che Dio esiste e ad aprire il suo cuore alla Sua conoscenza che riscontriamo nelle religioni non cristiane. Nell’antichità pagana la luce di Dio ha ispirato grandi anime, come quelle della letteratura greco-latina. Questo perché c’è la possibilità di una conoscenza naturale di Dio. Questo è un dogma di fede stabilito dal Concilio Vaticano I: ogni uomo con la sua intelligenza e la sua coscienza può arrivare a conoscere Dio, sia pure imperfettamente, quindi ad agire in base ai dettami della Sua legge che sono impressi nel cuore umano.
Ci sono delle persone che hanno pervertito se stesse facendo il male, si sono corrotte, si sono alleate con satana, si sono immedesimate con lui, nell’odio contro Dio e il prossimo. Si sono alleati nell’esaltazione del proprio “io” al di sopra di Dio. Sono riusciti a prendere in mano gran parte del mondo. Come dice la Madonna: «L’uomo moderno non vuole Dio. Perciò l’umanità va verso la perdizione» (25 gennaio 2023).
C’è una categoria ancora più grande di persone con una tendenza al bene, alla verità, alla luce, all’onestà e segue i dettami della coscienza. Tutti hanno la possibilità attraverso la voce della coscienza, la luce dell’intelligenza, la bellezza del creato di arrivare a conoscere Dio e a seguirlo. Queste persone sono in un mondo permeato di ateismo, dove Dio è identificato con i propri idoli e il vero Dio è perseguitato. Queste persone, Maria, le affida a noi: «Voi, figlioli, siate preghiera e le mie mani d’amore tese per tutti coloro che sono nelle tenebre e cercano la luce del nostro Dio» (25 aprile 2024). È la seconda volta che usa questa espressione, la prima ha coniato una nuova parola in croato: “Cercatori di Dio”.
Sono persone che vivono in un mondo che seduce e devia, che porta sulla via della perdizione. Guai se non ci fossero per queste persone degli “indicatori” per strada: che siamo noi. Noi con le nostre convinzioni, la nostra fede, il nostro amore, la carità, la testimonianza. Il male sporca, è una piaga, è un tumore perciò si aspira alla guarigione.
Questo Messaggio è uno squillo di tromba perché mai la Madonna aveva detto che satana è sempre più forte. Questo descrive una fase e indica un punto di arrivo che sarà quello dei dieci Segreti. Ma quello che sta a cuore alla Madonna non è rivelarci quando saranno, ma la nostra responsabilità verso le anime che sono abbandonate a se stesse e che il diavolo cerca di attirare nelle sue trappole.
Da: “Lettura cristiana della cronaca e della storia”