"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Febbraio 2024 Pagina 10 di 16

“LA CHIESA E’ INDISTRUTTIBILE” – Puntata 6″

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale sulla universalità del Cristianesimo

Cari amici, il Cristianesimo è nato in un luogo ben preciso, la Palestina, e ha come precursore un popolo ben preciso, il popolo di Israele. Tuttavia, fin dall’inizio il Cristianesimo è andato al di là dei confini geografici ed etnici in cui è nato e si è proposto come una salvezza universale.

L’ampiezza della Storia della Salvezza è già presente nell’Antico Testamento. Già in Abramo sono benedette tutte le nazioni della Terra. Anche prima del Cristianesimo, l’elezione del popolo di Israele è in funzione di una salvezza universale che si è realizzata in Gesù Cristo.

San Paolo descrive in termini cosmici la portata di questa Salvezza: “Tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui”. L’incarnazione del Verbo è la risposta alle attese che si manifestano in tutte le religioni del mondo che sono un tentativo umano di risposta all’angoscioso interrogativo che riguarda la morte.

Il Verbo facendosi Carne, espiando i nostri peccati al nostro posto e per nostro amore, risorgendo glorioso dai morti, ha risposto a questa attesa di un salvatore che è presente in tutte le religioni e in tutte le culture. Gesù Cristo è una realtà storica, è veramente esistito, è Dio che si è incarnato nel grembo della Vergine Maria, ha un’identità precisa collocata geograficamente e storicamente. La nascita di Cristo da una parte risponde alle attese universali del genere umano, dall’altra propone la Salvezza a tutti gli uomini di tutti i tempi.

Gesù dice che è stato mandato per le pecorelle perdute di Israele: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele» (Mt 15). Gesù stesso, però, per quanto riguarda l’annuncio della Salvezza nella morte e Resurrezione ha inviato gli Apostoli a predicare “fino agli estremi confini della terra”.

Il Cristianesimo, quindi, è universale, si rivolge agli uomini di tutti i tempi. Questa è stata l’impostazione della fede cristiana fin dall’inizio; Gesù stesso aveva avuto incontri con persone pagane (il centurione a cui ha guarito un servo e altri) e Lui stesso ha indicato esempi di fede anche fra i pagani del suo tempo che rispondevano alla chiamata della fede. Gesù, inoltre, si è posto il problema per gli Apostoli di predicare il Vangelo anche ai gentili, ossia ai pagani del posto. Paolo si è autoproclamato come incaricato di Dio per annunciare il Vangelo ai gentili.

Il Cristianesimo è nato con la prospettiva di una salvezza universale che riguarda gli uomini di tutti i tempi. Il Cristianesimo non è venuto meno a questa caratteristica di religione universale. La predicazione apostolica è andata perfino oltre l’Impero Romano, basti pensare che San Tommaso era andato fino in India. Tutti i popoli ricevono la chiamata alla fede e, entrando, nella Chiesa, entrano come cittadini del Cielo in questa grande famiglia di Dio a cui sono chiamati tutti i popoli della Terra di tutti i tempi, senza alcuna discriminazione.

Strada facendo abbiamo visto che, mentre il Cristianesimo ha conservato la sua caratteristica di universalità superando rapidamente la prospettiva della Palestina e dell’Ebraismo stesso, man mano che si va avanti in una società globalizzata accade che a volte c’è un tentativo di fare della religione un ingrediente etnico di una determinata stirpe umana. In questo modo si finisce per divinizzare le nazioni che sono portatrici di queste religioni e di affermare un primato su tutte le altre creando una competizione universale.

Se una religione diviene etnica esclude tutti quelli che non appartengono a quella etnia; di qui la pericolosità che la Chiesa ha sempre superato nel corso della Storia.    
Si legge nel Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 775: “La Chiesa è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” [Conc. ECU. Vat. II, Lumen Gentium, 1].

Anche la Regina della pace si rivolge ai “suoi figli” includendo tutti gli uomini; anche quelli lontano da Dio sono suoi figli e devono essere richiamati all’ovile universale della Chiesa, sono figli “in potenza”, in cammino, che devono rispondere alla chiamata.

Il Cristianesimo afferma che tutti gli uomini vengono da una coppia originaria e in questo senso formano una famiglia umana che è chiamata a diventare una realtà soprannaturale mediante la fede in Gesù Cristo ed è chiamata a diventare una Chiesa che per sua natura è universale, multietnica, paritaria. La Chiesa universale è uno strumento efficace per fraternizzare l’umanità e farne una sola famiglia.

Nei tempi che stiamo vivendo tutti cercano affermare le proprie radici culturali e noi cristiani dobbiamo tenere ben presente l’universalità del Cristianesimo. L’Occidente ha rifiutato la fede e la Croce e anche le sue radici culturali, in realtà noi cristiani siamo tutti chiamati a riprendere la nostra fede nella sua universalità, nella sua totalità. Il Cristianesimo è una proposta che riguarda tutti gli uomini di tutti i tempi.

Nel tempo dei Segreti la salvezza dagli eventi calamitosi che si verificheranno è rivolta a tutti quelli che vorranno rispondere. La possibilità della salvezza sarà data a tutti coloro che vorranno rispondere. Non ci sarà una salvezza riservata a gruppi particolari, Dio offre a tutti la possibilità di salvarsi e ciascuno dovrà fare le proprie scelte.

In questo modo, allora, verrà superato il pericolo di religioni etniche particolari, identitarie che non rispondono al piano universale di Dio. La Regina della pace parla, infatti, di umanità e non di Occidente quando dice: «L’umanità ha deciso per la morte» (25 ottobre 2022) o ancora: «Il futuro è al bivio perché l’uomo moderno non vuole Dio. Perciò l’umanità va verso la perdizione» (25 gennaio 2023).

Questo è il momento in cui sorgono le religioni etniche e noi dobbiamo tenere ferma l’universalità della fede cristiana.

Da “La Lettura cristiana della cronaca e della storia”

🔴LIVE VIDEO🔴LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

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☕️IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕️

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

“Il male sa di aver perso, per questo la sua reazione sarà forte”

Buonasera padre Livio, 

i tempi che stanno arrivando saranno brevi e oscuri.

Noi cristiani non dobbiamo avere paura perché sappiamo che terminato questo momento l’oscurità lascerà questo mondo.

 Il tempo di Satana è arrivato alla fine. In questo buio che avvolgerà la Terra ci sarà una luce a guidarci: Maria. Dio non ci lascerà soli ad affrontare la battaglia finale. Il male sa di aver perso, per questo la sua reazione sarà forte.

 Sarà forte perché possiamo distinguere con chiarezza la differenza tra il bene e il male, tra la verità e la menzogna. Tutti saremo scossi profondamente anche il più preparato. Per superare questa tempesta che sta per abbattersi sul pianeta avremo bisogno della fede in Dio e della forza che proviene dalla preghiera. 

Cordialmente, Mattia 


Caro Mattia,

sottoscrivo volentieri le tue parole che preannunciano il grande combattimento spirituale che vedrà il trionfo del Cuore Immacolato di Maria. Per noi è di grande conforto la promessa della Madonna: “Se sete miei vincerete”.

Dobbiamo alimentare questa certezza con la preghiera e la rinuncia. La preghiera ci svela la menzogna del mondo senza Dio. La rinuncia ci dà la forza di dire: “Vattene satana”.

La violenza e la potenza di seduzione che si sono abbattute su Gesù nei giorni della Passione, si manifesteranno nei confronti della Chiesa.

Gli schieramenti saranno due e molto chiari: da una parte con Maria chi ama Cristo, dall’altra con satana chi Lo odia.

E’ solo cosi che avverrà la grande purificazione della anime malate, che vanno verso la morte spirituale.

La Madonna ha preparato i suoi testimoni della fede che affronteranno impavidi la battaglia. A sua volta satana giocherà tutte le sue carte, in particolare quelle coperte e insospettabili, con le quali cercherà di sorprenderci  farci deviare.

Ave Maria

Padre Livio

〽️🕯️🌾DALLA NOSTRA CAPPELLA P.LIVIO COMMENTA IL VANGELO FESTIVO 🕯️🌾🕯️


Modi si avvicina alle elezioni in una nuova stagione di “autocrazia elettorale”

CARLO BULDRINI  10 FEB 2024 IL FOGLIO

Il discorso al tempio di Rama ha sancito la trasformazione dell’India in nazione hindu e la fine del multiculturalismo, lasciando l’opposizione stordita 

Questo è il tempio della nostra coscienza nazionale sotto la forma di Rama. Rama è la fede dell’India. Rama è la fondazione dell’India. Rama è l’idea dell’India. Rama è la legge dell’India. Rama è il prestigio dell’India. Rama è la gloria dell’India. Rama è il leader e Rama è la politica dell’India”. Con queste parole infervorate, pronunciate dal basamento del tempio dedicato al dio Rama in costruzione ad Ayodhya, il primo ministro Narendra Modi ha sancito l’avvenuta fusione della religione con lo stato indiano. Una ventina di minuti prima, Modi, sostituendosi ai sacerdoti hindu, ha officiato il rito della consacrazione dell’idolo del dio Rama bambino (il Ram Lalla) nel sancta sanctorum del tempio. “Il 22 gennaio 2024 – ha poi aggiunto Modi – non è una semplice data segnata sul calendario. È l’inizio di una nuova èra”. Con il suo discorso il primo ministro ha annunciato ai settemila fedeli presenti e al miliardo di hindu incollati ai televisori, la nascita dell’Hindu Rashtra, dell’India diventata una nazione hindu. Gli appartenenti alle altre religioni indiane (i sikh, i buddhisti, i jain, gli animisti delle popolazioni tribali) potranno essere tollerati. Non sarà così per chi professa la religione dei popoli invasori: l’islam degli imperatori Moghul e il cristianesimo dei colonialisti inglesi, due religioni non nate sul suolo indiano e quindi estranee all’ethos dell’India. Termina così l’idea di un’India democratica e multiculturale. 

 No all’islam degli imperatori Moghul e al cristianesimo dei colonialisti inglesi, due religioni estranee all’ethos dell’India

Per condurre in porto questa rivoluzione color zafferano, l’estrema destra hindu non ha avuto bisogno di ricorrere ai metodi adottati da Indira Gandhi dal giugno 1975 al marzo 1977, durante i mesi della sua “Emergenza”. In quei giorni bui, i leader politici di opposizione finirono in carcere, i giornali censurati, le libertà civili abolite, le elezioni sospese. Oggi, invece, l’estrema destra hindu si è impadronita dello stato attraverso il meccanismo elettorale e mantenendo una democrazia di facciata. I politologi definiscono l’India di Modi una “autocrazia elettorale”. I leader di opposizione sono perseguitati (vedi i casi di Rahul Gandhi e di Mahua Moitra squalificati dal Parlamento). Le istituzioni democratiche sono continuamente erose. Tutto il potere è concentrato nelle mani dell’esecutivo centrale. La polizia è sotto il totale controllo del partito di governo, il Bharatiya Janata Party (Bjp). I pochi media indipendenti sono intimoriti con frequenti denunce per diffamazione e ispezioni fiscali. Il Parlamento non è più la sede di un dibattito democratico.

  
Il 13 dicembre scorso due giovani sono saltati nell’emiciclo del nuovo Parlamento dalla galleria dei visitatori. Hanno gridato slogan contro la disoccupazione e con in mano dei candelotti fumogeni hanno riempito l’Aula di un denso fumo giallo. I due giovani e quattro loro complici sono stati arrestati con l’accusa di terrorismo. I partiti di opposizione hanno chiesto che il ministro dell’Interno si presentasse in aula per spiegare questa grave violazione della sicurezza del Parlamento. Narendra Modi di persona ha ordinato che, sulla questione, “non ci deve essere nessun dibattito”. La protesta dei partiti di opposizione si è fatta allora più rumorosa. 146 parlamentari sono stati sospesi (100 della Lok Sabha, la Camera bassa, e 46 della Rajya Sabha, la Camera alta) fino al termine della sessione invernale delle due Camere. Il presidente del Partito del Congresso, Mallikarjun Kharge, ha inviato una lettera al chairman della Rajya Sabha in cui scrive: “Le sospensioni dei parlamentari sono state decise per mettere a tacere la voce dell’opposizione. Questo è un deliberato disegno del governo per indebolire il Parlamento e fiaccare la democrazia, per sabotare le pratiche parlamentari e svuotare la Costituzione”. Durante l’assenza dei parlamentari di opposizione, il governo ha approvato tre leggi cruciali sul diritto penale e una quarta legge che assegna al governo centrale il potere di eleggere i membri della Commissione elettorale.

Nel suo discorso fatto dal tempio di Ayodhya, il primo ministro Narendra Modi ha ringraziato il sistema giudiziario per aver permesso la costruzione del Ram Mandir, il tempio dedicato al dio Rama. Il riferimento di Modi era alla delibera della Corte suprema che, nel novembre del 2019, dopo aver definito la distruzione della Babri Masjid, la moschea di Ayodhya, un egregious crime, un crimine eclatante, ha assegnato con la stessa delibera il terreno su cui sorgeva la moschea a un fondo composto da quattro organizzazioni hindu in modo che vi costruissero sopra il tempio dedicato a Rama. Era come se, dopo aver definito una persona un ladro, gli si assegnasse il possesso della refurtiva. 

 Con un’altra delibera, la Corte suprema ha approvato l’abrogazione dell’Articolo 370 che garantiva l’autonomia allo stato del Jammu e Kashmir e ha avallato la divisione dello stato in due territori dell’Unione. In un’altra decina di casi, la Corte suprema ha sempre deliberato in favore del governo, dimostrando così di non essere più un organo indipendente. I pilastri che sorreggono la democrazia indiana stanno, a uno a uno, crollando. L’occidente, e gli esperti di geopolitica, sembrano non voler capire che l’appartenenza dell’India al mondo democratico non si misura con la sua vicinanza o meno agli Stati Uniti o con la sua lontananza da Mosca, ma con quanto sia in grado di difendere la propria democrazia.

 La trasformazione dell’India da “Repubblica sovrana, socialista, laica (secolare) e democratica” come è scritto nel preambolo della sua Costituzione, in un Hindu Rashtra, una nazione hindu, è stata possibile solo grazie alla personalità di Narendra Modi. In un paese che adora gli idoli, Modi è diventato per tanti indiani un idolo vivente. Grazie alla sua abilità oratoria e al suo carisma, le folle lo ascoltano rapite. Il “Modi magic”, la magica connessione di Modi con la gente, dopo 10 anni di governo, sembra essere rimasta immutata. Una schiera di coreografi, pubblicisti, event manager e i tanti media di regime, hanno costruito attorno a Modi un’aura magica, quasi sacrale. In una funzione religiosa che si è tenuta a Varanasi per l’inaugurazione di un padiglione per la meditazione, i sacerdoti presenti hanno salutato il primo ministro col grido di “Raja Saheb ki jai” (Gloria all’illustre Sovrano). 

Lo show di Ayodhya lo si era già visto il 28 maggio 2023 (tenere a mente la data) quando Narendra Modi ha inaugurato il nuovo edificio del Parlamento indiano. Modi si era prostrato a terra, a pancia in giù, davanti al “Sengol”, un lungo scettro d’argento placcato in oro, simbolo di un’antica monarchia tamil. Attorno a lui, un folto gruppo di sacerdoti, venuti con un volo speciale dal Tamil Nadu, intonava inni vedici. Poi, il primo ministro, con il Sengol tenuto con entrambe le mani davanti alla fronte e seguito dalla schiera di sacerdoti, ha collocato lo scettro di un’antica monarchia in una teca di vetro sulla parete dietro allo scranno dello speaker di un Parlamento repubblicano. La solennità del momento ha fatto pensare a molti che Modi fosse l’avatar del chakravarti samrat, il sovrano universale dell’India antica. 

Nella cerimonia di consacrazione dell’idolo di Rama ad Ayodhya, seduto alla sinistra di Modi, c’era un uomo completamente vestito di nero. L’“uomo nero” era Mohan Bhagwat, il sarsanghchalak (il leder supremo) del Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss), l’organizzazione paramilitare hindu di estrema destra. I padri fondatori dello Rss cercarono ispirazione direttamente da Hitler e Mussolini. L’Opera nazionale Balilla e le sue finalità, trapiantate in India, diventarono il modello con cui venne costruito lo Rss. V.D. Savarkar è stato uno dei grandi ideologi dell’organizzazione. Individuò nell’islam e nel cristianesimo – le fedi di chi aveva soggiogato l’India: i Moghul e gli inglesi – le forze disgregatrici della società indiana. Andavano combattute con ogni mezzo. Savarkar finì in prigione accusato di aver fatto parte del complotto che portò all’assassinio di Gandhi. Fu scarcerato per insufficienza di prove. Era nato il 28 maggio 1883. Il giorno del suo 140esimo compleanno, Narendra Modi ha inaugurato il nuovo edificio del Parlamento indiano. Ad Ayodhya, come è stato da molti erroneamente scritto, il 22 gennaio non è stato inaugurato il Ram Mandir, il tempio dedicato a Rama, ma è solo avvenuta la consacrazione della statua del dio quando aveva l’età di 5 anni. E’ facile prevedere che il grande tempio sarà finito e inaugurato il 27 settembre 2025 quando il Rashtriya Swayamsevak Sangh festeggerà il proprio centenario.

 All’inizio della “nuova era” i militanti della destra hindu hanno preso di mira le chiese cattoliche ed evangeliche

La prima aggressione nella “nuova era” in cui è entrata l’India, annunciata da Modi ad Ayodhya, l’hanno subita i cristiani. Il giorno che ha preceduto la consacrazione dell’idolo di Rama, era una domenica (21 gennaio). Negli stati del Madhya Pradesh e del Chhattisgarh, i militanti della destra hindu, al grido di “Jai Shri Ram”, hanno attaccato le piccole chiese cattoliche ed evangeliche, all’ora della messa e del culto comunitario. Sono giunte notizie di attacchi alle chiese e alle comunità cristiane nei piccoli centri di Dabtalai, Matasula, Uberao, Dhamaninathu e Padlawa in Madhya Pradesh e a Basudopur in Chhattisgarh. A Dabtalai 25 giovani hanno circondato la piccola chiesa, sono saliti sul tetto dell’edificio e hanno issato sulla croce una bandiera color zafferano con stampata l’immagine del nuovo tempio di Ayodhya. A Matasula, la chiesa cattolica affiliata alla diocesi del Kerala, è stata attaccata, malgrado al suo esterno avesse appeso un grande poster a colori con l’immagine di Rama e del nuovo tempio di Ayodhya e, di fianco, quella del vescovo cattolico Peter Kharadi. Nel poster, in lingua hindi, si facevano le congratulazioni e gli auguri per la consacrazione del tempio di Ayodhya “da parte di tutta la comunità cattolica del distretto di Jhabua in Madhya Pradesh”.

La strada per il partito di Modi sembra essere tutta in discesa, basterà dire: “Se adori il dio Rama, vota Bjp”

Adesso, l’“Hindu Rashtra”, l’India hindu, dovrà essere inserita nella Costituzione. Per farlo ci sarà bisogno di un governo eletto con una forte maggioranza. Amit Shah, il potente ministro dell’Interno e braccio destro di Modi, si sente sicuro. Dice che il Bjp vincerà le prossime elezioni con “una maggioranza senza precedenti” tale da lasciare “stordita” l’opposizione. Ha chiesto agli attivisti del suo partito di “entrare in ogni casa del paese con la nostra ideologia e con quello che ha fatto il nostro governo, in modo che Modi  diventi ancora una volta il primo ministro dell’India”. Questo compito se lo assumeranno i militanti dello Rss. Nelle ultime elezioni, con fare aggressivo, sono entrati nelle abitazioni dicendo: “Siamo quelli che difendono gli interessi degli hindu. Se sei un hindu, devi votare per noi”. Quest’anno sarà tutto più semplice. Gli attivisti si limiteranno a dire: “Se adori il dio Rama, vota Bjp”

La strada per il partito di Modi sembra essere tutta in discesa. Con la fuoriuscita di Nitish Kumar, il chief minister del Bihar, dall’alleanza dei partiti di opposizione, la coalizione “India” sembra sfaldarsi ancora prima di avere iniziato la propria campagna elettorale. C’è chi, per ambizioni personali, mostra di non voler capire l’importanza storica di queste elezioni. Per l’India potrebbero essere le ultime consultazioni libere. A New Delhi gira voce che si inizierà a votare il 16 aprile.

BUONA DOMENICA

6° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Cari amici,  questa settimana ci introduce nel tempo di Quaresima che inizia Mercoledì prossimo con la imposizione delle Ceneri.

E’ un rito che ci ricorda quanto sia breve il tempo della vita, anche se fossimo centenari. Per questo la Chiesa ci invita in modo particolare alla preghiera e alla penitenza, perché la salvezza dell’anima  è quella priorità che dobbiamo sempre tenere davanti agli occhi.

Entriamo in questo tempo con un atteggiamento di umiltà e fervore, introducendo nella nostra giornata qualche momento di preghiera e impegnandoci in qualche particolare rinuncia, per fortificarci nel nostro cammino  verso il Calvario e celebrare una Pasqua di resurrezione  e di gioia.

Prendiamo degli impegni ben precisi da realizzare ogni giorno, in modo tale che questo tempo di grazia incida  sulla nostra vita cristiana.

Il Vangelo di oggi ci racconta un miracolo di Gesù che guarisce un lebbroso. Nei primo tempi della predicazione in Galilea  la gente non dava  tregua a Gesù e lo seguiva ovunque andasse, da un villaggio all’altro, senza neppure mangiare.

Un lebbroso trova il coraggio di avvicinarsi e in ginocchio lo supplica di purificato. E’ così che noi dobbiamo avvicinarsi a Gesù, senza paura, col cuore colmo di una fede umile e fiduciosa.

Gesù ne è colpito e decide di ascoltarlo: “ lo voglio, sii purificato”. Il miracolo avviene in pochi istanti e con poche parole. Gesù guarda il cuore quando preghiamo e può compiere i più grandi miracoli quando trova la fede e l’umiltà.

Tuttavia impone severamente al lebbroso di  mantenere il silenzio a causa delle folle che lo seguivano. Gesù vuole anche spazi di silenzio per sé e gli apostoli che lo accompagnavano.

E’ quello che dobbiamo fare anche noi in questo tempo di Quaresima: riflettere sulla nostra vita, inginocchiarci ai piedi di Gesù e chiedergli di purificarci.

Solo lui lo può fare e solo di Lui ci possiamo fidare. Chiediamogli la grazia di poter vivere anche noi un momento di grazia così sincero come quello del lebbroso che, una volta guarito, è divenuto un testimone del vangelo.

Vostro Padre Livio


Vangelo (Mc 1,40-45 )

La lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
Mc 1,40-45

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Parola del Signore

POESIA DEDICATA A  SANTA BERNADETTE

Cari amici, Bernadette è la mia santa più amata. Ho composto per Lei la mia unica poesia: un canto d’amore alla sua santità. ( Padre Livio)

1.Bernadette stella lucente

nel cielo azzurro dei Pirenei

risplendi ora come un sole

nella Chiesa del Signore

2.La tua vita è un torrente

di acqua fresca e pura

che scorre tra le rocce aguzze

dell’aspra montagna.

Il mare pacifico

dell’eterno amore

ti ha accolta vincitrice.

3.Lo sguardo di Maria

si è posato,

colmo di ammirazione,

sul pane amaro

della tua umiliazione.

4.Eri la fanciulla più ignorante,

più povera e dimenticata.

Dio sceglie le cose che non sono

per compiere le meraviglie

della sua Onnipotenza.

5.In un angolo stretto e oscuro

di prigione abbandonata

ti ha raggiunto, ignara,

la chiamata del Cielo.

6.Quel mattino uggioso

dell’ undici febbraio

il rustico caminetto

esalava i guizzi flebili

dell’ultima fiamma.

7.La tua sollecitudine

di fanciulla premurosa

ti ha portata come d’incanto

alla grotta sconosciuta,

a cercare nuova legna

per ravvivare il fuoco.

8.Te beata, piccola bimba,

che hai potuto contemplare

la luce sfolgorante

dell’eterna giovinezza

dell’Ancella del Signore!

9.Il suo sorriso d’amore

ti ha rapito gli occhi

e riscaldato il cuore.

10.Ma ancora più beata

per il tuo “sì” ardente

che la Madre di Dio

ha deposto sull’altare

della gloria celeste.

11.La tua testimonianza,

limpida e schietta,

è un raggio di luce chiara

che illumina i sentieri

di questo mondo smarrito.

12.Sul tuo volto sereno

di fanciulla innocente

è brillato il sorriso

di Colei che il nostro cuore

mai si sazia di cercare.

13.Il tuo coraggio indomito

ha confuso i potenti

nei pensieri del loro cuore.

14.A noi canne sbattute

dal vento del timore

dona l’audacia

del cammino controcorrente.

15.Le tue mani pure

hanno scavato nel fango immondo

dell’umana iniquità.

16.Una sorgente d’acqua limpida

che lava e disseta

è versata sulla terra arida

delle nostre anime morte.

17.In un mattino di Marzo,

sfolgorante di luce,

la Piena di Grazia ha deposto

nello scrigno del tuo cuore

il tesoro nascosto

del suo Nome Immacolato.

18.Era il giorno benedetto

In cui Gabriele annunciò

la salvezza del mondo.

19.Tu hai portato alla Chiesa in festa

l’approvazione del Cielo

sul mistero inaccessibile

di santità e di grazia

di cui l’Altissimo ha rivestito

la Vergine Maria.

19.Te, umile fiore di campo,

coltivato da Dio,

il palcoscenico del mondo

non ha mai attirato

con la sua falsa luce.

20.Hai voluto restare povera

e, come fuoco che scotta,

hai prontamente rigettato

l’oro lucente e infido

che ti veniva donato.

21.Come Abramo hai lasciato

la terra dove sei nata.

La tua casa, la tua grotta,

i tesori del tuo cuore,

interamente hai bruciato

nella fiamma viva

del sacrificio d’amore.

19.Hai abbracciato la croce

sulla quale il tuo Sposo

dolcemente ti ha posato,

stringendoti forte

alla ferita del costato.

20.Tu, martire crocifissa,

sei la forza dei malati.

In te contemplano la redenzione

che zampilla dal dolore.

21.Col tuo volto sorridente

di eterna giovinetta

aiuta i nostri giovani

a guardare alla vita

con gli occhi della speranza.

22. questo mondo contaminato

dal fango del peccato

ottieni, fanciulla innocente,

la grazia della purezza.

                                     ( Padre Livio)

La guerra dei santi tra Russia e Ucraina

di Stefano Caprio- 10 – 2 – 2024

La Chiesa ortodossa autocefala ucraina ha tolto dal suo calendario liturgico la memoria del santo principe russo Aleksandr Nevskij, che nel XIII secolo sconfisse gli occidentali e fu precursore dell’alleanza con gli imperi asiatici. Mentre Kirill vorrebbe canonizzare i grandi generali della storia militare russa.

Il Sinodo della Chiesa ortodossa autocefala ucraina Pzu (Pravoslavnaja Zerkov Ukrainy) ha deciso di escludere dal calendario liturgico la memoria del santo principe russo Aleksandr Nevskij, vincitore delle battaglie contro gli occidentali e fautore del compromesso con l’Orda dei tatari nel XIII secolo. Non si tratta di una de-canonizzazione o di un “anatema contro un santo”, come viene descritto sulla stampa russa che denuncia l’ennesima mossa dello “scisma ucraino”, in quanto ogni Chiesa ortodossa locale (ce ne sono 15, compresa quella ucraina non riconosciuta dai russi) sistema le celebrazioni dei santi secondo propri criteri, ma alla luce del conflitto tra Russia e Ucraina, la decisione appare una specie di “missile nucleare spirituale” lanciato da Kiev contro Mosca, come osserva Aleksandr Soldatov su Novaja Gazeta.

L’esaltazione della figura di Aleksandr Nevskij è stata la premessa retorica della giustificazione religiosa del conflitto della Russia contro l’Occidente ostile, a partire dalle celebrazioni per gli 800 anni dalla sua nascita nel 2020. Il giovane condottiero di provincia fu principe di Novgorod, quindi granduca di Kiev e Vladimir in un momento cruciale della storia russa, quello dell’invasione dei tatari nel 1240. La sua città natale era al di fuori delle rotte d’assalto dei Khan mongoli, ed egli ottenne delle storiche vittorie, in seguito rivestite di significati storico-apocalittici, nel 1239 (a soli 19 anni) contro gli svedesi sul fiume Neva – da cui il titolo di Nevskij –  e nel 1242 sui ghiacci del lago Peipus contro i Cavalieri Teutonici, eredi dei Templari inviati sulle coste del Baltico per conquistare al cattolicesimo le terre settentrionali, e affondati in quella che è poi stata epicamente ricordata come la “battaglia dei ghiacci”.

Dopo la morte del padre rimase l’unico principe libero dell’antica Rus’, e dal 1247 cominciò una serie di trattative con i tatari recandosi fino alla sede del Gran Khan a Karakorum in Mongolia, in una delegazione a cui si era aggiunto anche un rappresentante del papato romano, il francescano Giovanni del Piano Carpine, che trasmise poi nelle sue memorie il racconto della distruzione della città di Kiev, e la descrizione dell’impero asiatico nella grande Historia Mangolorum. Pur non essendone costretto, Aleksandr si accordò per ottenere dai tatari la conferma del titolo principesco, il famoso yarlik che costituì il sistema di governo dei principati russi per oltre due secoli, dietro pagamento del dan, la tassa di sottomissione da pagare con i dengi, i soldi mongoli, tutti termini rimasti nella lingua russa come unica eredità del “giogo tartaro”, quella dell’amministrazione centralizzata dell’Orda eurasiatica, molto simile alla “verticale del potere” putiniana.

Le imprese del principe attirarono l’interesse di papa Innocenzo IV, che inviò a Vladimir – la nuova capitale, che aveva sostituito la Kiev rasa al suolo – un paio di cardinali per convincere Aleksandr a riunirsi a Roma, anche per sottrarsi al dominio asiatico, ma egli rispose che “abbiamo tutto quello che ci serve nella tradizione della fede”, diventando l’antesignano della Santa Russia che rifiuta ogni Unione con i latini. I papi erano riusciti a tirare dalla loro parte qualche anno prima il principe Daniil di Galizia, regione occidentale della Rus’ (oggi tra Polonia e Ucraina), creando già allora una situazione simile allo scisma ecclesiastico-politico dei tempi odierni. Con l’insediamento a Vladimir, inoltre, Aleksandr pose le premesse per la translatio della città-madre da Kiev a Mosca, allora ancora una semplice stazione di posta, fondata proprio dai principi di Vladimir.

Il Nevskij morì nel 1263 mentre si stava recando per l’ennesima volta in visita al Khan dell’Orda d’Oro a Saraj nel Caucaso, sulle rive del mar Caspio, accompagnato dal metropolita Kirill di Kiev, che aveva seguito il principe aprendo la sede di Suzdal, a 20 chilometri da Vladimir, in quello che sarebbe poi stato chiamato “l’Anello d’Oro” delle antiche città russe. Fu canonizzato dal concilio di Mosca del 1547, detto dei “Cento Capitoli”, che si tenne nello stesso periodo del Concilio di Trento ed ebbe per la Russia un significato analogo a quello cattolico della Controriforma, definendo l’ideologia della Chiesa “istitutrice dello Stato” che viene oggi rilanciata dal patriarca Kirill a sostegno della nuova versione del “mondo russo”. La figura di Aleksandr in quel tempo venne ulteriormente esaltata dal primo zar Ivan il Terribile, che intendeva impersonare la superiorità di “Mosca – Terza Roma” sull’intero mondo cristiano.

Anche Pietro il Grande fece ricorso all’epica del santo principe, trasferendo le sue reliquie da Vladimir a San Pietroburgo, la nuova capitale da lui fondata proprio alla foce della Neva, intitolandogli le vittorie del nuovo esercito e della Marina russa, creata proprio per sconfiggere definitivamente gli svedesi. Da poche settimane le reliquie e il sarcofago di Aleksandr sono stati riportati per volontà del patriarca nella Lavra a lui intitolata, con intenti simbolici simili al trasporto dell’icona della Trinità di Rublev, alla fine della grandiosa Prospettiva Nevskij attorno a cui si snodano le vie e i canali della scenografica capitale del Nord, “Città di San Pietro” di una nuova visione imperiale di tipo occidentale. Centinaia di chiese in onore di Aleksandr sono state costruite al tempo di Alessandro II nella seconda metà dell’Ottocento, e il nome stesso dello zar (come dello zio Alessandro I) era stato deciso ancora da Caterina II per onorare il santo principe, evocando allo stesso tempo le imprese di Alessandro Magno. Perfino ai tempi sovietici si sviluppò un culto “ateista” di Aleksandr Nevskij per iniziativa di Stalin, come ispiratore della resistenza all’invasione nazista durante la Grande Guerra Patriottica.

Il primo a scagliarsi contro gli ucraini sacrileghi è stato il metropolita “a riposo” Leonid (Gorbačev), ex-esarca russo per l’Africa e “padre spirituale” dello scomparso Evgenij Prigožin, ringalluzzito anche per essere riuscito a respingere la seduta del tribunale ecclesiastico con cui il patriarca Kirill intendeva estrometterlo definitivamente, ora rinviata a data da destinarsi grazie a misteriosi interventi “dall’alto”. Il metropolita, ex-militare e cappellano di ogni genere di combattenti, ha chiamato i gerarchi della Pzu “dei teppisti travestiti”, mentre il santo Aleksandr rimane “una sfida e una minaccia mentale” all’Ucraina e all’intero Occidente, proteggendo la Russia da ogni tentativo di sconfiggerla e cancellarla dalla storia.

Anche lo stesso patriarca Kirill ha ricordato che il destino di Aleksandr Nevskij rappresenta “l’intera prospettiva storica della Russia”, che quindi sarebbe la vocazione a combattere eternamente contro l’Occidente e a sottomettersi all’Oriente, allora ai mongoli e oggi ai cinesi, che del resto di Gengis Khan sono i principali eredi. Non stupisce in effetti che gli ucraini si siano voluti liberare di questo simbolo dell’ideologia neo-imperiale, nel processo di de-colonizzazione dall’oppressione russa, e potrebbero finire nel cestino anche altri santi “protettori della Russia” come Sergij di Radonež, che benedisse le truppe del principe di Mosca Dmitrij Donskoj, o il suo discepolo Andrej Rublev, le cui icone sono usate dal patriarca come bandiere della “trinità russa” della riunione dei Paesi originari, magari fino a Serafim di Sarov, lo starets fatto canonizzare dallo zar Nicola II, a sua volta dichiarato santo nel 2000, come ispiratore dell’era putiniana.

Del resto proprio Kirill propose da metropolita nel 2001 la canonizzazione dell’ammiraglio Fëdor Ušakov, il comandante della flotta russa del mar Nero a fine Settecento, celebre in tutto l’Oriente come “l’invincibile Ušak-Pascià”, che nessuno pensava potesse finire addirittura nel coro dei santi. Il patriarca sta spingendo oggi per elevare all’onore degli altari anche il generalissimus Aleksandr Suvorov, che già ottenne titoli nobiliari di ogni genere, compreso quello di principe d’Italia, per le sue innumerevoli vittorie senza mai essere sconfitto, e di questo passo è probabile che si arrivi fino agli eroi sovietici come il maresciallo Georgij Žukov, liberatore dai nazisti e più volte paragonato da Kirill a San Giorgio il Vittorioso, o l’astronauta Jurij Gagarin, che si lanciò nello spazio prima degli americani quasi auto-canonizzandosi, anche se al ritorno affermò che “non aveva visto Dio”.

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