"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Anno: 2023 Pagina 33 di 186

“APOSTOLI DI MARIA” – Puntata 23

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale sulla condizione delle anime del purgatorio

Cari amici, il termine stesso “purgatorio” indica una situazione esistenziale di purificazione per quelle anime che – terminato il tempo della vita – nella luce di Dio prendono consapevolezza di non essere pronte per l’unione intima della creatura con il Creatore nella vita eterna; non c’è ancora la veste candida della sposa e quindi è necessario un tempo di purificazione. Per sua natura il purgatorio è temporale, è un tempo esistenziale che ha un inizio e una fine, durante il quale l’anima, appunto, si purifica mediante la sofferenza causata dal fatto che l’anima non è pronta per il Paradiso e prova dispiacere per la lontananza da Dio. Nel medesimo tempo, però, la prospettiva è quella della salvezza e questo spiega perché alcuni mistici hanno detto che in purgatorio ci sono sofferenza e gioia unite insieme.

Il purgatorio, allora, è un periodo di purificazione che possiamo comprendere se guardiamo a come la teologia spirituale ha tracciato le tappe del cammino di santità; questa è un’impostazione che ci è stata tramandata dai mistici, dai dottori della Chiesa, tra cui San Giovanni della Croce.

Il cammino di santità ha tre tappe ben precise.      

La prima tappa è la conversione. Si tratta del passaggio dal peccato che paralizza la vita spirituale alla vita di grazia; il peccatore apre il cuore a Dio e inizia il suo cammino. La conversione dura tutta la vita perché dobbiamo costantemente riprendere questo cammino. Per molti la conversione è radicale, è il passaggio da una vita senza Dio, senza Sacramenti, senza Comandamenti a una vita nuova, è un inizio assoluto. I teologi della vita spirituale spiegano che c’è anche la seconda conversione, quella dei battezzati che – dopo aver vissuto una vita tiepida e di peccato – hanno la grazia della conversione e riprendono il cammino spirituale. Aprire il cuore a Dio è la condizione imprescindibile per salvarsi. La conversione può allora essere un atto radicale che cambia la vita o anche una ripresa sempre nuova del fervore per cui giustamente si dice che la conversione è un’esperienza continua di vita spirituale. Ecclesia semper convertenda, la Chiesa deve sempre rinnovarsi; allo stesso modo noi cristiani dobbiamo sempre convertirci, la conversione è sempre all’ordine del giorno. Della conversione la Regina della pace ha fatto il messaggio principale delle apparizioni a Medjugorje, ha detto: «Sono venuta a chiamare il mondo alla conversione per l’ultima volta» (2 maggio 1982).

La seconda tappa è la purificazione ed è forse la più dolorosa. È come la riabilitazione dopo un delicato intervento, si sa che è dolorosa, lunga e faticosa. A livello spirituale i peccati sono ferite vere e proprie che avvengono nell’anima e nella psiche, si sperimentano esistenzialmente in cattive abitudini, in direzioni sbagliate di vita. Sappiamo che il male continua a lasciare le sue seduzioni e i veleni anche nelle persone convertite. La purificazione, allora, è un cammino molto doloroso, lungo e faticoso. Si tratta di sradicare i sedimenti del male che aveva messo le radici nel nostro cuore. È una pulizia profonda e radicale. Nel tempo della purificazione l’anima deve ripulirsi del male che ha commesso e soprattutto deve passare dalle cattive, alle buone abitudini. Come il bene ripetuto diventa virtù, allo stesso modo è il male ed è necessario allora un lavorio continuo nella nostra vita spirituale fino ad arrivare a stabilirsi nel bene, con la volontà e la grazia quotidiane. Si passa, allora, da una condizione di peccato mortale che viene lasciata alle spalle con il Sacramento della Confessione, a una fase di purificazione dove le caute sono prevedibili perché le cattive abitudini rimangono e satana cerca continuamente di rinnovare l’assalto. Perseverando e confidando nella grazia che compie miracoli, arriviamo a stabilirci in una situazione di bene e i peccati gravi man mano si diradano, le cadute diminuiscono e ci si riesce a conservare in uno stato di grazia, tenendo accese le fiamme dell’amore con la preghiera.

Entrando in uno stato di stabilità nella vita di grazia, inizia la terza tappa del cammino spirituale che è l’unione con Dio che diventa sempre più forte man mano che si va avanti. L’unione con Dio passa attraverso varie fasi anche di aridità, di buio. Le forze in campo sono la grazia e la buona volontà. Chi muore nello stato di unione con Dio e quindi con una purificazione radicale, rinnovata da atti penitenziali, è certo di andare direttamente in Paradiso. Chi invece arriva al momento della morte in uno stato di imperfezione, o di peccato grave ma con una conversione dell’ultimo momento, è chiaro che, morendo, l’anima nella luce di Dio comprende di non essere pronta e lei stessa vuole andare in purgatorio. Nel purgatorio ci sono vari strati, le anime più lontane da Dio vanno in quelli più vicini all’inferno, anche se esso rimane il luogo della perdizione eterna e il purgatorio quello della salvezza.

In purgatorio l’anima si purifica attraverso il dolore della lontananza da Dio. È il dolore dell’anima che deve stare lontana dalla visione di Dio perché è entrata nella vita eterna impreparata. Noi possiamo aiutare le anime del purgatorio attraverso le nostre preghiere e i nostri sacrifici e fare in modo che la loro permanenza nella purificazione si abbrevi. Possiamo far dire Sante Messe in loro suffragio, chiedere per loro le indulgenze, offrire sacrifici vari e atti di amore. Preghiamo, allora, per le anime dei nostri cari in purgatorio e specialmente per le anime per cui nessuno prega (a parte la Chiesa nella Santa Messa, quando ricorda “tutti i fedeli defunti”).

La Madonna ci esorta ad arrivare al momento della morte pronti per il Cielo. Non c’è dolore in questa vita che sia paragonabile al dolore del purgatorio; nel medesimo tempo non c’è gioia qui su questa Terra che sia paragonabile a quella delle anime del purgatorio quando si avvicinano al momento dell’unione con Dio.

Di qui l’esortazione per tutti ad aiutare le anime del purgatorio.

Da “La Lettura cristiana della cronaca e della storia”

🔴LIVE VIDEO🔴LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

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LA CARITA’ VERSO LE ANIME DEL PURGATORIO

Il sacrificio eucaristico, le elemosine e le opere di penitenza

Le rivelazione riguardo al purgatorio interessa in primo luogo ognuno personalmente, perché riguarda lo sbocco della propria vita. L’esistenza nel tempo è passeggera, ma nel medesimo tempo è decisiva per quanto riguarda il destino eterno. Infatti ciò che saremo dipende dalle scelte in rapporto a Dio che vengono fatte nel pellegrinaggio terreno. “Ogni uomo, fin dal momento della propria morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre” (Catechismo C. C. 1022). E’ essenziale, per l’impostazione stessa della vita, sapere verso dove stiamo andando e che cosa ci attende dopo che l’anima avrà lasciato il corpo. L’uomo procede verso il futuro, oltre i confini del tempo, ma l’approdo del suo cammino è determinato dalle sue scelte. Il purgatorio, il paradiso e l’inferno non  sono uno sbocco casuale della vita, ma la conseguenza di un orientamento. Dove andremo, dipende da come avremo vissuto e in particolare dalle scelte finali. La conoscenza dei novissimi non è un’inutile curiosità, ma il desiderio legittimo di sapere dove conducono le strade che decidiamo di percorrere. Ciò che la Chiesa insegna sul purgatorio è un ammonimento e un’esortazione a decidersi di amare Dio con tutto il cuore, pentendosi dei propri peccati e facendo penitenza, perché non potremo entrare nel Regno di Dio se non avremo un cuore purificato.

La carità verso le anime del purgatorio è una componente fondamentale dell’amore del prossimo. La Chiesa, nel Concilio Vaticano II, l’ha collocata opportunamente nella Comunione dei santi, che unisce in Cristo tutte le membra del suo mistico Corpo. Il cristiano, che vive la carità di Dio nel suo cuore, non si preoccupa soltanto della salvezza eterna della propria anima, ma anche di quella degli altri. Portare le anime a Dio, con l’esempio, la preghiera e le varie forme di apostolato è uno degli impegni irrinunciabili di ogni credente. Se è vero, come afferma S. Giovanni della Croce, che “Alla sera della nostra vita, saremo giudicati sull’amore”,  ciò riguarda in primo luogo i bisogni spirituali dei nostri fratelli. L’amore di Cristo, diffuso nei nostri cuori, non può lasciare indifferenti di fronte alla sofferenza di molte anime che si stanno purificando e che possono essere efficacemente aiutate dalle preghiere della Chiesa e da quelle di ognuno di noi. Ciò deve riguardare non solo le persone care e quelle conosciute, ma tutte le anime, specialmente quelle più abbandonate, per le quali nessuno prega.

Aiutare le anime del purgatorio perché le loro sofferenze siano alleviate e abbreviate è un debito di amore per ogni cristiano. Si tratta di un campo di apostolato che in passato ha coinvolto innumerevoli fedeli e che deve essere rinnovato e rilanciato. A loro volta le anime del purgatorio ci possono aiutare con le loro preghiere e le loro benedizioni. Non possono aiutare se stesse, ma possono efficacemente intercedere per i nostri bisogni spirituali e materiali. La devozione alle anime purganti è una eredità che non deve andare dispersa. Chi aiuta le anime del purgatorio si fa degli amici che non si dimenticheranno del bene ricevuto e che potranno ricambiare, in modo speciale quando entreranno nella vita eterna. E’ uno scambio di amore che la divina Misericordia ha reso possibile  perché tutti fossimo cooperatori nell’opera della redenzione.  Questo debito di amore riguarda sopratutto i nostri cari e le persone dalle quali abbiamo ricevuto del bene. Quale migliore occasione per ricambiare a nostra volta, manifestando così la nostra gratitudine?  Noi non possiamo immaginare quanto sia importante e  apprezzato l’aiuto che possiamo dare loro. A che serve piangere e lamentarsi per la loro dipartita quando non le soccorriamo nel loro bisogno? Ognuno di noi dovrebbe provvedere a liberare nel più breve tempo possibile almeno le anime delle persone care.

La Chiesa ci indica autorevolmente i mezzi con i quali possiamo aiutare le anime purganti: “Fin dai primi tempi la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti” ( Catechismo C. C. 1032). Per quanto riguarda le preghiere sono valide quelle nostre personali, quelle specifiche per i defunti ereditate dalla tradizione, ma ha un valore inestimabile la S. Messa. Infatti il sacrificio eucaristico è la fonte della rimessione dei peccati e di ogni purificazione. Le anime dei defunti, non potendo meritare personalmente, vengono soccorse dalla Chiesa che presenta i meriti di Gesù Cristo, l’Agnello immolato che espia i peccati del mondo. Nella S. Messa la Chiesa prega per tutti i defunti, e, su richiesta dei fedeli, anche per alcuni in particolare. Tuttavia i fedeli che fanno celebrare le S. Messe per intenzioni specifiche, dovrebbero parteciparvi personalmente, per dare il proprio apporto personale all’efficacia del sacrificio eucaristico. Più grande è l’amore che muove a pregare per i defunti e più grande è l’efficacia della  preghiera. 

La Chiesa raccomanda altre pratiche con le quali possiamo aiutare le anime che si purificano. Sono innanzi tutto l’elemosina, con la quale possiamo purificare anche noi stessi. Infatti l’elemosina è un atto di carità, mosso dall’amore per Cristo presente nei fratelli. La carità si diffonde in tutto il corpo mistico e noi possiamo rivolgerla in favore dei nostri fratelli che sono nel purgatorio.  Accanto all’elemosina la Chiesa pone le opere di penitenza, che comprendono i sacrifici, le rinunce i digiuni, i fioretti, le sofferenze fisiche e spirituali,  e ogni forma di partecipane alla Croce per amore di Gesù Cristo. La penitenza fa bene innanzi tutto a chi la compie e lo purifica già nella vita presente. Ma può essere nel medesimo tempo offerta a favore dei defunti per la loro purificazione. Nessuno può pensare che il bene che facciamo agli altri non porti innanzi tutto vantaggi a chi lo compie. Tutto ciò che noi facciamo per le anime del purgatorio, per la legge della carità,  torna a nostro vantaggio al cento per uno.

Le indulgenze

La dottrina e la pratica delle indulgenze nella Chiesa sono strettamente legate agli effetti del sacramento della Penitenza. La riflessione teologica sul valore delle indulgenze per i vivi e per  i defunti si è approfondita nella controversia con i Protestanti. Il Magistero della Chiesa nel Nuovo Catechismo offre al riguardo una straordinaria sintesi dottrinale che è di grande aiuto per la vita spirituale dei fedeli.

1471. La dottrina e la pratica delle indulgenze nella Chiesa sono strettamente legate agli effetti del sacramento della Penitenza.

L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi.

L’indulgenza è parziale o plenaria secondo che libera in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati” [Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, Normae 1-3, AAS 59 (1967), 5-24]. Le indulgenze possono essere applicate ai vivi o ai defunti.

1472.   Per comprendere questa dottrina e questa pratica della Chiesa bisogna tener presente che il peccato ha una duplice conseguenza. Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la “pena eterna” del peccato. D’altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purifica zione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato Purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta “pena temporale” del peccato. Queste due pene non devono essere concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge dall’esterno, bensì come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una conversione, che procede da una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione del peccatore, così che non sussista più alcuna pena [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1712-1713; 1820].

1473.  Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato. Il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carità, come pure mediante la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi completamente dell’“uomo vecchio” e a rivestire “l’uomo nuovo” [Cf  Ef 4,24 ].

1474.  Il cristiano che si sforza di purificarsi del suo peccato e di santificarsi con l’aiuto della grazia di Dio, non si trova solo. “La vita dei singoli figli di Dio in Cristo e per mezzo di Cristo viene congiunta con legame meraviglioso alla vita di tutti gli altri fratelli cristiani nella soprannaturale unità del Corpo mistico di Cristo, fin quasi a formare una sola mistica persona” [Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5].

1475.  Nella comunione dei santi “tra i fedeli, che già hanno raggiunto la patria celeste o che stanno espiando le loro colpe nel Purgatorio, o che ancora sono pellegrini sulla terra, esiste certamente un vincolo perenne di carità ed un abbondante scambio di tutti i beni” [Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5]. In questo ammirabile scambio, la santità dell’uno giova agli altri, ben al di là del danno che il peccato dell’uno ha potuto causare agli altri. In tal modo, il ricorso alla comunione dei santi permette al peccatore contrito di essere in più breve tempo e più efficacemente purificato dalle pene del peccato.

1476.  Questi beni spirituali della comunione dei santi sono anche chiamati il tesoro della Chiesa, che non “si deve considerare come la somma di beni materiali, accumulati nel corso dei secoli, ma come l’infinito ed inesauribile valore che le espiazioni e i meriti di Cristo hanno presso il Padre ed offerti perché tutta l’umanità fosse liberata dal peccato e pervenisse alla comunione con il Padre; è lo stesso Cristo redentore, in cui sono e vivono le soddisfazioni ed i meriti della sua redenzione” [Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5].

1477.  “Appartiene inoltre a questo tesoro il valore veramente immenso, incommensurabile e sempre nuovo che presso Dio hanno le preghiere e le buone opere del la beata Vergine Maria e di tutti i santi, i quali, seguendo le orme di Cristo Signore per grazia sua, hanno santificato la loro vita e condotto a compimento la missione affidata loro dal Padre; in tal modo, realizzando la loro salvezza, hanno anche cooperato alla salvezza dei propri fratelli nell’unità del Corpo mistico” [Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5].

1478.  L’indulgenza si ottiene mediante la Chiesa che, in virtù del potere di legare e di sciogliere accordatole da Gesù Cristo, interviene a favore di un cristiano e gli dischiude il tesoro dei meriti di Cristo e dei santi perché ottenga dal Padre delle misericordie la remissione delle pene temporali dovute per i suoi peccati. Così la Chiesa non vuole soltanto venire in aiuto a questo cristiano, ma anche spingerlo a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità [Cf Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 8; Concilio di Trento: Denz. -Schönm. , 1835].

1479.  Poiché i fedeli defunti in via di purificazione sono anch’essi membri della medesima comunione dei santi, noi possiamo aiutarli, tra l’altro, ottenendo per loro delle indulgenze, in modo tale che siano sgravati dalle pene temporali dovute per i loro peccati.

ISRAELE HAMAS L’ORA PIU DIFFICILE

Colpito di sorpresa, lo Stato ebraico deve reagire al pogrom jihadista, ripensare la sua sicurezza, affrontare un conflitto brutale e ricostruire la coesione interna. Senza rinunciare alla sfida della pace con gli arabi

di Maurizio Molinari. Produzione Gedi Visual- La Repubblica 29 OTTOBRE 2023AGGIORNATO 30 OTTOBRE

lo Stato ebraico si trova davanti ad uno dei momenti più difficili della sua esistenza ( Prima parte)

GERUSALEMME – A tre settimane dall’attacco a sorpresa subito da Hamas, lo Stato ebraico si trova davanti ad uno dei momenti più difficili della sua esistenza. Il motivo è la sovrapposizione fra molteplici sfide, tutte con ben pochi precedenti. La prima e fondamentale riguarda la garanzia della propria sicurezza: la violenza medioevale di Hamas ha polverizzato una dottrina basata su prevenzione, intelligence ed alta tecnologia, riportando in prima fila il ruolo dell’esercito tradizionale che negli ultimi anni era stato ridimensionato. In secondo luogo, c’è la necessità di ricostruire la deterrenza di Israele rispetto ai vicini più minacciosi – non solo Hamas ma anche Hezbollah e Jihad islamica – ottenendo dei risultati sul campo in grado di allontanarli in maniera decisiva dai propri confini.

 “Pensavamo di poter convivere con una tigre feroce davanti alla finestra, ma il Sabato Nero ci ha brutalmente ricordato che ciò espone a rischi drammatici” afferma Yuli Eldestein, capo della commissione Esteri e Sicurezza della Knesset. E come se non bastasse c’è anche l’incertezza sulle dimensioni del campo di battaglia: l’assedio da parte delle milizie filoiraniane presenti in Libano, Siria, Cisgiordania, Iraq, Gaza, Yemen e dallo stesso Iran espone ogni angolo di Israele al rischio di subire attacchi di qualsiasi tipo.Da qui la situazione di “emergenza nazionale” che ha ben pochi precedenti da quando nel 1948, al momento di nascere, Israele si trovò ad affrontare con ben pochi mezzi l’invasione simultanea degli eserciti di sei nazioni arabe. Come se non bastasse, di mezzo c’è una crisi degli ostaggi con un numero tale – almeno 220 – da aprire una profonda ferita nella società israeliana, anche perché si sovrappone a racconti e testimonianze sui dettagli delle atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre scorso che hanno risvegliato in milioni di cittadini gli incubi delle persecuzioni subite dagli ebrei nel corso della Storia. E ancora: a fronte della solidarietà arrivata dai governi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e molte altre democrazie occidentali, gli israeliani si sentono feriti dalle proteste filo-Hamas negli atenei americani come nelle piazze di Londra, Parigi e Milano perché sembrano ignorare il dolore causato dalla morte violenta di oltre 1400 connazionali – molti dei quali mutilati, decapitati, bruciali e violentati – ed il ferimento di almeno altri 5400 a causa di un’operazione terroristica pianificata nei minimi dettagli dai jihadisti di Gaza al fine di uccidere il più alto numero di civili in maniere talmente brutali da far impallidire il ricordo delle stragi di Isis.

E non è ancora tutto perché “la resilienza sociale di Israele è indebolita a causa delle 40 settimane di proteste popolari contro la riforma della Giustizia del premier Benjamin Netanyahu – spiega l’accademico Manuel Trajtenberg – a cui ora si somma la sfiducia nella leadership di un capo politico che porta la responsabilità di aver subito il più grave attacco a sorpresa dalla guerra del Kippur del 1973”. Per non parlare dello scenario di una pace regionale con l’Arabia Saudita congelato dall’attacco di Hamas e di un orizzonte di convivenza con l’Autorità nazionale palestinese di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) che, come assicura l’analista Yigal Karmon, “si potrà riprendere a considerare solo quando questa profonda ferita sarà rimarginata”.

C’è però anche un altro scenario ed a tratteggiarlo è David Meidan, l’ex negoziatore israeliano che trattò per cinque anni con i fondamentalisti di Gaza riuscendo ad ottenere nel 2011 la liberazione del soldato Gilad Shalit: innescare dall’eliminazione di Hamas una scossa tale per l’intera regione da far nascere “una nuova architettura di sicurezza”, basata sulla normalizzazione israelo-saudita e sulla formula dei “Due popoli per due Stati”, proprio come avvenne nel 1978 quando, appena cinque anni dopo la guerra del Kippur, Anwar Sadat e Menachem Begin siglarono a Camp David l’accordo di pace israelo-egiziano che resta il più strategico perno della stabilità in Medio Oriente.

Insomma, assediato dall’esterno, lacerato all’interno ed obbligato a ridefinire in fretta la strategia di sicurezza, Israele va incontro ad uno dei momenti più difficili dei propri 75 anni di esistenza, le cui conseguenze possono ridefinire gli equilibri dell’intera regione.

Il ferma-maniglia

Ognuno se lo costruisce in casa, come può. C’è chi usa un manico di scopa, altri preferiscono una trave di legno, altri ancora un ferro. Ciò che conta è che sia lungo quanto una porta del proprio appartamento e ad un’estremità abbia un foro per incastrarsi alla maniglia. Stiamo parlando del ferma-maniglia ovvero l’oggetto rudimentale di cui ogni famiglia israeliana sente di aver bisogno dopo il “Sabato Nero”.

Il ferma-maniglia serve per chiudere dall’interno il “mamad” – la stanza di sicurezza che ogni israeliano ha dovuto costruirsi in casa per proteggersi dai razzi – per trovare rifugio in caso di pericolo. Le testimonianze dei sopravvissuti al pogrom di Hamas sono inequivocabili sul “mamad”: quando i terroristi non sono riusciti a sfondarlo o a bruciarlo, i civili hanno avuto la possibilità di salvarsi. Da qui l’importanza di porte e finestre blindate ma soprattutto di un blocca-maniglia che renda impossibile forzarlo da fuori. Ci sono mariti e mogli che fanno a turno per verificare la capacità di chiudere in fretta il “mamad” “a prova di Hamas”.

Così come ci sono bambini che dal 7 ottobre vogliono dormire solo dentro il “mamad” – e non più nelle loro camerette – perché si sentono più protetti. Per i genitori è solo una delle conseguenze del pogrom avvenuto nelle comunità del Negev Occidentale: c’è chi non fa più uscire i figli da soli e chi ha ripensato in fretta orari di lavoro e tragitti urbani. La possibilità di incontrare un terrorista come quelli che hanno fatto strage di civili è diventata una feroce variabile della vita quotidiana. Se durante la Seconda Intifada il pericolo arrivava salendo su un autobus o entrando in un locale pubblico – perché i terroristi entravano in abiti civili, mischiandosi alla gente per farsi saltare in aria – e se negli anni Settanta gli israeliani impararono a temere i dirottamenti aerei o i pacchi abbandonati nelle strade, oggi le vite di milioni di persone si ridefiniscono con nuovi comportamenti quotidiani per proteggere la propria sicurezza dentro le pareti di casa. Perché Hamas ha dimostrato con la ferocia che intende raggiungere ovunque ed uccidere, mutilare e bruciare ogni singolo abitante di Israele, solo in quanto tale.

A svolgere un ruolo importante per coordinare la difesa del fronte interno è Yuli Edelstein, presidente della commissione Esteri e Sicurezza della Knesset, a cui spetta mettere a punto tutti i relativi interventi legislativi: dalla chiusura delle scuole alla sospensione delle rate dei mutui, dal versamento di una percentuale importante degli stipendi ai riservisti fino alle macro-misure per sostenere il sistema economico.

“È la prima volta nella nostra Storia recente che l’emergenza per un conflitto investe l’intero territorio nazionale, neanche un piccolo centro è escluso – spiega Edelstein, seduto nel suo ufficio a Gerusalemme – e questo significa che dobbiamo pianificare una miriade di attività”. Come, ad esempio, spostare oltre 150 mila cittadini dai villaggi lungo i confini con Gaza e Libano trovandogli alloggi ed accoglienza altrove nel Paese, incluse le tendopoli a fianco di Eilat. A sostenere Edelstein è l’esperienza maturata contro il Covid-19 quando era ministro della Salute: “Ci sono molti aspetti comuni con quanto avvenuto allora perché anche adesso è l’intero Paese a fermarsi e bisogna considerare ogni tipo di impatto sociale”.

Per avere un’idea di cosa intende basta osservare il via vai di automobili private nei centri di raccolta dove migliaia di cittadini arrivano per far arrivare ai soldati qualsiasi cosa possa servirgli: dai beni alimentari agli indumenti, ai caricatori cellulari. Una imponente catena umana, tutta a base volontaria, che si auto-gestisce – per telefono o con appositi siti web – ed ogni singolo giorno pensa a come sostenere gli oltre 360 mila riservisti richiamati per affiancare le truppe di leva così come le famiglie sfollate dal Sud e dal Nord del Paese. (Continua)

LE PENE E LE GIOIE DEL PURGATORIO

“La pena minima del purgatorio supera la massima di questa terra” (S. Tommaso d’Aquino)

Il purgatorio è uno stato di sofferenza. Si tratta tuttavia di una sofferenza che ha lo scopo di purificare l’anima e di renderla pronta all’incontro con Cristo. Questo è il costante insegnamento della Chiesa, così sintetizzato nel nuovo Catechismo: “ Coloro che muoiono  nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo”. (1030). Per quanto riguarda la natura, l’intensità e la durata delle pene del purgatorio, il Magistero non ha definito nulla di vincolante. L’argomento rimane aperto alla riflessione teologica, dove tuttavia le intuizioni dei mistici svolgono un notevole influsso. Infatti appare sempre meno sostenibile la posizione di coloro che assimilano le pene del purgatorio a quelle infernali, dalle quali differirebbero perché qui le anime hanno la certezza della loro salvezza e della provvisorietà della punizione.

Alcuni collocano i diavoli persino in purgatorio, come strumenti della giustizia divina e parlano di un fuoco che avrebbe la medesima natura di quello dell’inferno. Si tratta di una visione delle pene del purgatorio che si allontana dal concetto di purificazione che sta alla base dell’insegnamento del Magistero. Infatti vi è una differenza radicale fra le pene punitive dell’inferno e quelle purificatorie del purgatorio. Le prime sono senza pentimento e nella disperazione, le seconde sono nella contrizione e nella speranza, tanto che l’anima si purifica perfezionandosi nell’amore di Dio. Infatti le anime purganti non subiscono passivamente  la punizione, ma, per quanto essa sia nel dolore e nella sofferenza, l’accettano e la desiderano, per diventare degne dell’abbraccio col Signore. D’altra parte basta la certezza della propria salvezza, e perciò della durata limitata della sofferenza, per cambiare la natura delle pene del purgatorio rispetto a quelle dell’inferno. Questa seconda posizione riflette meglio l’insegnamento della Chiesa per la quale “ La purificazione finale degli eletti è  tutt’altra cosa dal castigo dei dannati” (Catechismo C. C. 1031).

Se la pena principale dell’inferno è l’eterna privazione di Dio, dal quale si è separati per sempre per una nostra libera scelta ( Catechismo C. C, 1033), la pena principale del purgatorio consiste in una lontananza provvisoria da Dio. Infatti le anime sta create  ad immagine di Dio, capaci di conoscerlo e di amarlo. Il desiderio di Dio diviene ancora più acuto nelle anime separate dal corpo, che vivono una vita spirituale più intensa, poiché sono libere dal peso e dalle oscurità della carne. Lontane dalle illusioni terrene, dal ribollire delle passioni, dalle distrazioni e dalle dissipazioni della vita, che si dissolvano come fantasmi alla luce dell’eternità, le anime purganti conoscono con chiarezza qual è il fine ultimo della vita e la fonte inesauribile della gioia. Concepiscono così un insopprimibile desiderio di unirsi a Dio e di contemplare il suo volto faccia a faccia. Essendo membra vive del Corpo mistico di Cristo, sentono una spinta incoercibile verso il Capo, che infonde la sua grazia in tutte le membra.

Tuttavia il desiderio acuto di Dio è contrastato dalla loro situazione di imperfezione e dalla consapevolezza della propria indegnità. Infatti su di loro grava un triplice fardello: la pena temporale non ancora espiata, dovuta ai peccati gravi perdonati, i peccati veniali non rimessi e le cattive inclinazioni contratte nella vita terrena. Impossibilitate a raggiungere Dio, le anime purganti sentono le pene proprie di un cuore straziato, a causa dell’assenza di Colui che solo può placarlo. Ferite d’amore, invocano il Diletto che non risponde, chiamano l’Amato che non viene. In questo desiderio mai sazio dell’amore divino, le anime purganti rimpiangono le infedeltà terrene, le tiepidezze e le grazie perdute, che causano loro una così grande angoscia. Si rendono conto di quanto hanno mancato non corrispondendo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente all’amore del Creatore. Non avendo sulla terra messo  Dio al primo posto, ora ne provano la pungente nostalgia. Uscite ormai dalla prigione angusta del proprio io egoistico, nella luce dell’eternità si rendono conto con quanto “legno”, “paglia” e “fieno” abbiano costruito sul fondamento divino del battesimo. Per tale profonda tristezza e per l’anelito costante verso il Cielo, nell’intimo di queste anime si forma un circolo misterioso di amore e di dolore, come i battiti di sistole e di diastole del cuore. L’amore per la sua intensità genera la sofferenza;  questa a sua volta affina l’amore. Così l’anima espia, si purifica e “si fa più bella”, così che “di salir al cielo diventa degna” (Dante). In questa prospettiva anche il fuoco del purgatorio, che però non compare nelle dichiarazioni dei Concili ecumenici, viene inteso in senso molto spirituale ed equiparato a una fiamma ardente di carità.

Le anime purganti non si impongono da se stesse le pene, ma le accettano da Dio. Questa accettazione, pur essendo passiva e non meritoria, non è involontaria, perché esse desiderano di venire purificate.  Sulla intensità delle pene, il Magistero non si pronuncia.  Per alcuni teologi,  fra cui S. Gregorio Magno e S. Tommaso d’Aquino, la minima pena del purgatorio supera la massima di questa terra. In ogni caso le pene sono proporzionate ai peccati e alla imperfezioni di ciascuno e quindi sono graduate. Sulla durata della permanenza in purgatorio non si può dire nulla, se non che terminerà con la Giudizio universale e che può venire abbreviata dai suffragi dei fedeli.

Le anime purganti soffrono e gioiscono nel medesimo tempo. Non vi è contraddizione in questo, perché anche nelle situazioni della vita il dolore è conciliabile con la gioia. Infatti il peccatore pentito sperimenta nello stesso tempo la gioia per il perdono ottenuto e dispiacere per le offese recate a Dio. Per le anime del purgatorio il ricordo del passato, unito al pensiero dei pericoli superati, è  fonte di letizia e di gratitudine immense.  Rivedono i momenti in cui la mano di Dio le ha salvate dall’abisso nel quale avrebbero potuto precipitare. Ripercorrono le insidie del tentatore occulto, che li trascinava alla perdizione con la seduzione e con l’inganno. Nel medesimo tempo   scorgono l’opera della grazia e della misericordia che è intervenuta per la loro salvezza.

 Scampate alla morte eterna, gioiscono nella certezza che un giorno entreranno in paradiso. Questa consapevolezza fa dire a S. Caterina da Genova: “ Io non credo che dopo la felicità dei Santi in Cielo, possa darsi altra gioia pari a quella delle anime del purgatorio”.  Secondo la tradizione spirituale le anime del Purgatorio provano una grande sollievo per la visita degli angeli, in particolare dell’angelo custode, e soprattutto della Santa Vergine, chiamata “Solatium Purgatorii” ( Sollievo del Purgatorio).

E’ dogma di fede che le anime del purgatorio sono sollevate dai suffragi dei fedeli, soprattutto dalla S. Messa. A loro volta esse ricambiano impetrando per loro grazie e benedizioni. Questo scambio di doni nel mistero della Comunione dei Santi lenisce sia la nostra come la loro sofferenza. 

La Regina della pace ha fatto spesso accenno alla preghiera per le anime del Purgatorio:

“Molte anime sono in Purgatorio da molto tempo perché nessuno prega per loro. Nel Purgatorio ci sono diversi livelli: i più bassi sono vicini all’Inferno mentre quelli elevati si avvicinano gradualmente al Paradiso”. ( 20 Luglio 1982)

“La maggior parte degli uomini, quando muore, va in Purgatorio. Un numero pure molto grande va all’Inferno. Soltanto un piccolo numero di anime va direttamente in Paradiso. Vi conviene rinunciare a tutto pur di essere portati direttamente in Paradiso al momento della vostra morte”. ( 2 Novembre 1983)

“Cari figli, oggi desidero invitarvi a pregare ogni giorno per le anime del purgatorio. A ogni anima sono necessarie la preghiera e la grazia per giungere a Dio e all’amore di Dio. Con questo anche voi, cari figli, ricevete nuovi intercessori, che nella vita vi aiuteranno a capire che le cose della terra non sono importanti per voi; che soltanto il Cielo è la meta a cui dovete tendere. Perciò, cari figli, pregate senza sosta affinché possiate aiutare voi stessi e anche gli altri, ai quali le preghiere porteranno la gioia. Grazie per aver risposto alla mia chiamata”. (6 Novembre 1986)

“Se questo è quello sono diventati santi, perché non io?” (S. Agostino)

Caro amico, Se ti dico che la santità è il fine della vita di ogni uomo, probabilmente mi guardi con scetticismo. Mi concedi volentieri che alcune persone siano chiamate a vivere eroicamente sotto il profilo morale e spirituale. Anzi, sei assolutamente convinto che senza i santi il mondo sarebbe una landa deserta e inospitale. Ma, obbietti, la maggioranza degli uomini è fatta da persone le cui principali preoccupazioni sono di ordine materiale e temporale. Non è forse vero che le moltitudini si preoccupano in primo luogo di soddisfare gli istinti primari, completamente dimentichi della vita interiore?

 Purtroppo hai ragione, caro amico, ma quella che hai davanti agli occhi non è l’umanità che Dio ha creato nello splendore della sua grazia, ma quella decaduta e abbruttita dal peccato. Su di essa, e anche tu lo hai sperimentato, si è chinata la divina misericordia per chiamarla a nuova vita. In Gesù Cristo la santità non è un ideale astratto, ma una realtà concreta che  viene proposta e donata a tutti . Con la sua grazia ogni uomo può seguirlo e imitarlo. Se ti metti alla scuola di  Gesù, cammini spedito sulla via della santità.

Ora che sei impegnato nel cammino di conversione, mi preme sgombrare il campo da un malinteso, secondo il quale la santità sarebbe un traguardo che non è alla portata di tutti, ma soltanto di alcuni privilegiati. Questo non può essere, perché la santità è il fine stesso della vita, raggiungendo il quale l’uomo si realizza e consegue la felicità. Comprendi anche tu che il traguardo della felicità deve essere accessibile a tutti, dal momento che tutti la desiderano ardentemente.

S. Agostino, quando era ancora nel difficile passaggio della conversione, guardandosi intorno diceva a se stesso per spronarsi a decidere: “Se questo e quello sono diventati santi, perché non io?”. Infatti, se ci rifletti bene, il punto di partenza è uguale per tutti. Ogni uomo infatti nasce malato e incline al male. I santi, prima di diventare tali, erano uomini fragili e peccatori come noi. Come sono diventati santi? Con l’aiuto della grazia e la loro buona volontà. Ma, caro amico, non è forse vero che la grazia viene concessa a tutti e che la buona volontà dipende da ognuno di noi? Non dimenticare che alcune delle stelle più fulgide della santità sono stati dei grandi peccatori. 

Ora ascoltami: se tutti nasciamo nel peccato e a tutti viene concessa la grazia di Cristo, perché mai alcuni diventano santi e altri no? Dovrai ammettere che la differenza è data soltanto dalla buona volontà. E’ questo il fattore decisivo e discriminante fra chi realizza la sua vita sul cammino della santità e chi la disperde lungo la via della mediocrità e del male. Il motivo per cui non pochi cristiani indietreggiano di fronte alla chiamata universale alla santità è dovuto a un falso concetto che se ne sono formati.

Associano la santità ad opere straordinarie, per le quali ritieni di non essere portato. Effettivamente molti santi sono state persone eccezionali, ai quali Dio ha dato doni e affidato missioni particolari. Tuttavia vi è una moltitudine immensa di santi ordinari, molti dei quali ignoti alla uomini, ma ben noti a Dio, che hanno vissuta la sanità nella dimensione ordinaria della loro vita.

Tante esitazioni e perplessità si dissolvono come la nebbia al sole se intendi la santità nel suo genuino significato. Non vi è dubbio che esistano vie straordinarie alla santità, che sono connesse a particolari bisogno della Chiesa e delle anime

Quante figure di santi ci sovrastano e quasi ci impauriscono per la severità dell’ascesi, per la profondità della dottrina, per le opere realizzate nel campo sociale ed ecclesiale, per i miracoli compiuti. Si tratta però di vocazioni straordinarie, mentre la maggioranza dei fedeli è chiamata a percorrere una via assai più semplice, che consiste nella pratica delle virtù umane e cristiane nel contesto dei compiti, dei doveri e degli impegni della vita quotidiana.

“Imparate da me che sono mite e umile di cuore” ( Mt 11,29).  Percorri il tuo cammino di perfezione sforzandoti di creare, giorno dopo giorno, un cuore umile, puro, mite, compassionevole, paziente e distaccato dalle cose del mondo, come era il cuore di Gesù. Ti sembra difficile tutto questo? Incomincia il cammino e man mano che avanzi ti sentirai più forte, mentre ne scoprirai sempre meglio la bellezza e la grandezza.

Ti voglio però dare una indicazione molto concreta, affinché possa avere un punto di riferimento certo che sei sulla strada giusta. In senso stretto la santità è la veste candida della grazia santificante della quale sei stato rivestito col battesimo e che hai di nuovo riconquistato col sacramento della riconciliazione. Nel tuo cammino di perfezione veglia per conservarti in grazia di Dio o per riacquistarla al più presto, nel triste caso che l’avessi perduta. Allora fioriranno in te le virtù e i doni dello Spirito Santo, perfino a tua insaputa e nel più totale nascondimento di una vita normale.

Il desiderio di diventare santi non è superbia, ma risposta a una chiamata. Tuttavia mettiti in cammino facendoti piccolo come una formica. Piccola e nera com’è, non la nota nessuno. Non cercare visibilità, apprezzamenti e riconoscimenti da parte degli uomini. C’è una santità nascosta, nota solo a Dio, che conosceremo in cielo.

Allora sarà grande il nostro stupore quando ci renderemo conto di quanti sono coloro che noi  credevamo fossero gli ultimi e invece sono i  primi. A meno che Dio disponga diversamente, deciditi per questo tipo di sanità, quella che i più non vedono. E’ la più sicura e la meno esposta alle insidie del superbo serpente. E’ la stessa santità di Maria, tenuta nascosta agli occhi del mondo, ma infinitamente più luminosa di quella di tutti i santi.

Dalla formica impara anche la tenacia. Osserva come tiene ben stretto in bocca il chicco di grano, più grosso di lei, e lo porta a destinazione senza lasciarlo cadere. Allo stesso modo tu tieni saldamente in pugno la decisione di diventare santo e non permettere che si sciolga come la neve al sole di primavera. La santità è un’opera di pazienza quotidiana. Ogni giorno devi fare un passo in avanti. Ogni giorno devi aggiungere un mattone all’edificio che stai costruendo. Non servono gesti sensazionali, ma piuttosto l’oscura dedizione al dovere quotidiano. Dalla formica impara la virtù della perseveranza. Dopo ogni calamità esse riprendono sempre a ricostruire.

Lungo il cammino di santità ti può succedere di rallentare e persino di cadere. L’importante è che tu non lo lasci mai, per seguire la via larga della perdizione. Solo chi persevererà fino alla fine sarà salvo ( cfr Mt 24,13). Ti sarà di grande aiuto la fiducia nella divina Misericordia. In fondo a Dio non importa quanto sei riuscito a realizzare. A Lui importa che tu, nella tua miseria, abbia fiducia nella sua bontà e nel suo perdono.

SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI

Cari fratelli e sorelle!

Oggi abbiamo la gioia di incontrarci nella solennità di Tutti i Santi. Questa festa ci fa riflettere sul duplice orizzonte dell’umanità, che esprimiamo simbolicamente con le parole “terra” e “cielo”: la terra rappresenta il cammino storico, il cielo l’eternità, la pienezza della vita in Dio. E così questa festa ci fa pensare alla Chiesa nella sua duplice dimensione: la Chiesa in cammino nel tempo e quella che celebra la festa senza fine, la Gerusalemme celeste. Queste due dimensioni sono unite dalla realtà della «comunione dei santi»: una realtà che comincia quaggiù sulla terra e raggiunge il suo compimento in Cielo. Nel mondo terreno, la Chiesa è l’inizio di questo mistero di comunione che unisce l’umanità, un mistero totalmente incentrato su Gesù Cristo: è Lui che ha introdotto nel genere umano questa dinamica nuova, un movimento che la conduce verso Dio e al tempo stesso verso l’unità, verso la pace in senso profondo. Gesù Cristo – dice il Vangelo di Giovanni (11,52) – è morto «per riunire insieme i figli di Dio dispersi», e questa sua opera continua nella Chiesa che è inseparabilmente «una», «santa» e «cattolica». Essere cristiani, far parte della Chiesa significa aprirsi a questa comunione, come un seme che si schiude nella terra, morendo, e germoglia verso l’alto, verso il cielo.

I Santi – quelli che la Chiesa proclama tali, ma anche tutti i santi e le sante che solo Dio conosce, e che oggi pure celebriamo – hanno vissuto intensamente questa dinamica. In ciascuno di loro, in modo molto personale, si è reso presente Cristo, grazie al suo Spirito che opera mediante la Parola e i Sacramenti. Infatti, l’essere uniti a Cristo, nella Chiesa, non annulla la personalità, ma la apre, la trasforma con la forza dell’amore, e le conferisce, già qui sulla terra, una dimensione eterna. In sostanza, significa diventare conformi all’immagine del Figlio di Dio (cfr Rm 8,29), realizzando il progetto di Dio che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ma questo inserimento in Cristo ci apre – come avevo detto – anche alla comunione con tutti gli altri membri del suo Corpo mistico che è la Chiesa, una comunione che è perfetta nel «Cielo», dove non c’è alcun isolamento, alcuna concorrenza o separazione. Nella festa di oggi, noi pregustiamo la bellezza di questa vita di totale apertura allo sguardo d’amore di Dio e dei fratelli, in cui siamo certi di raggiungere Dio nell’altro e l’altro in Dio. Con questa fede piena di speranza noi veneriamo tutti i santi, e ci prepariamo a commemorare domani i fedeli defunti. Nei santi vediamo la vittoria dell’amore sull’egoismo e sulla morte: vediamo che seguire Cristo porta alla vita, alla vita eterna, e dà senso al presente, ad ogni attimo che passa, perché lo riempie d’amore, di speranza. Solo la fede nella vita eterna ci fa amare veramente la storia e il presente, ma senza attaccamenti, nella libertà del pellegrino, che ama la terra perché ha il cuore in Cielo.

La Vergine Maria ci ottenga la grazia di credere fortemente nella vita eterna e di sentirci in vera comunione con i nostri cari defunti.

(Benedetto XVI.mo – 1 Novembre 2012)

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Quando l’ora è segnata nessuna cautela vale a stornare la morte (Maria Valtorta)

Buongiorno caro Padre Livio, le invio questi scritti di Maria Valtorta, in cui Gesù parla della morte, è sempre stupendo apprendere le sue Parole, invito tutti a leggerle e a leggere Maria Valtorta.

Grazie per la sua guida, e spero che questo scritto le piaccia e le sia utile,

lei son sicuro che è fra quelli che Dio lascia vivere a lungo, per guidare gli altri fratelli! Le vogliamo bene!.

Ave Maria

Gabriele da Brescia  


9 agosto 1943

Dice Gesù:
«Temono la morte coloro che non conoscono l’amore e che non hanno la coscienza tranquilla. E sono i più! Questi, quando per malattia o per età o per qualsiasi altro fatto si sentono minacciati da morte, si impauriscono, si affliggono, si ribellano. Tentano anche, con tutte le forze ed i mezzi, di sfuggirla. Inutilmente, perché quando l’ora è segnata nessuna cautela vale a stornare la morte.
Sempre giusta l’ora della morte perché è data da Dio. Io solo sono il Padrone della vita e della morte e, se non sono miei certi mezzi di morte, usati dall’uomo per istigazione demoniaca, sono sempre mie le sentenze di morte, date per levare un’anima da troppo tormento terreno o per impedire maggiori colpe di quell’anima.
Ora osserva: il dono della vita, di una lunga vita, perché può essere dato da Me? Per due motivi.
Il primo: perché quella creatura che ne fruisce è uno spirito illuminato che ha missione di faro per altri spiriti ancora avvolti nelle nebbie della materialità. Molti dei miei santi hanno toccato età vetuste proprio per questo. E solo Io so come anelavano invece di venire a Me.
Secondo: do lunga vita per fornire il mezzo, tutti i mezzi, ad una creatura informe per formarsi. Studi, amicizie, incontri santi, dolori, gioie, letture, castighi di guerre o di malattie, tutto viene da Me dato per cercare che un’anima cresca nella mia Età che non è come la vostra. Poiché Io voglio dire che crescere nella mia Età vuol dire crescere nella mia Sapienza, e si può essere adulti nella mia Età avendo l’età di bimbi nella vostra, o viceversa essere puerili nella mia Età avendo cent’anni nella vostra. Io non guardo l’età della vostra carne che muore: guardo il vostro spirito, e vorrei diveniste spiriti che sanno camminare, parlare, agire sicuri e non balbettanti, traballanti e incapaci di fare come dei pargoli!
Ciò spiega perché Io dica il mio “Basta” molto sveltamente per creature che trovo adulte nella Fede, nella Carità, nella Vita. Un padre desidera sempre di riunirsi ai suoi figli e con che gioia, finita l’educazione o il servizio militare, non li stringe al cuore! E farà diverso il buon Padre che avete nei Cieli? No. Quando vede che una creatura è adulta nello spirito, arde dal desiderio di prenderla con Sé, e se, per pietà del popolo, lascia talora i suoi servi sulla Terra acciò siano calamita e bussola agli altri, talora non resiste e si dà la gioia di mettere una nuova stella in Cielo con l’anima di un santo.
Sono due attrazioni e due aspirazioni venienti da un agente unico: l’Amore. L’anima, qua dove tu sei, attrae a sé Iddio, e Dio scende a trovare le sue delizie presso la creatura amante che vive di Lui. L’anima aspira di salire per essere in eterno e senza veli col suo Dio. Dio, dal centro del suo ardore, attrae a Sé l’anima, così come il sole attira la goccia di rugiada, e aspira di averla presso di Sé, gemma chiusa nel suo triplice fuoco che dà la Beatitudine.
Le braccia alzate dell’anima incontrano le braccia tese di Dio, Maria. E quando si toccano, si sfiorano velocemente, è l’estasi sulla Terra; quando si stringono durevolmente è la Beatitudine senza fine del Cielo, del mio Cielo che ho creato per voi, miei diletti, e che mi darà un sovrabbondare di gioia quando sarà colmo di tutti i miei diletti.
Che eterna giornata di gioia immisurabile la nostra, di noi che ci amiamo: Noi, Iddio Uno e Trino; e voi, i figli di Dio!
Ma coloro che per sventura loro non hanno capito il mio Amore, non mi hanno dato il loro amore, non hanno capito che un’unica scienza è utile – quella dell’Amore – per quelli la morte è temenza. Hanno paura. Più paura ancora hanno se sentono di avere agito poco bene o male del tutto.
La bocca menzognera dell’uomo – perché raramente la bocca dell’uomo dice la verità così bella e benedetta, la verità che Io, Figlio di Dio e Parola del Padre, vi ho insegnato a dire sempre – la bocca menzognera dell’uomo dice, per ingannare e con­fortare se stesso ed ingannare gli altri: “Io ho agito e agisco bene”. Ma la coscienza, che sta come uno specchio a due facce sotto il vostro io e sotto l’occhio di Dio, accusa l’uomo di non avere agito e di non agire per nulla bene come proclama.
Quindi una grande paura li assilla: la paura del giudizio di Colui al quale i pensieri, gli atti, gli affetti dell’uomo non sono occulti. Ma se mi temete tanto come Giudice, o disgraziati, perché non evitate d’avermi a Giudice? Perché non fate di Me il vostro Padre? Ma se mi temete, perché non agite secondo i miei ordini? Non mi sapete ascoltare quando vi parlo con voce di Padre che vi guida, ora per ora, con mano d’amore? Ma almeno ubbiditemi quando vi parlo con voce di Re. Sarà ubbidienza meno premiata, perché meno spontanea e dolce al mio Cuore. Ma sarà sempre ubbidienza. E perché allora non lo fate?
La morte non si evita. Beati quelli che verranno a quell’ora con veste d’amore incontro a Colui che giunge. Placida come il transito del mio padre della Terra, che non conobbe sussulti perché fu un giusto che nulla aveva a rimprovero nella sua vita, sarà la morte di questi. Gaudiosa come il sonno della Madre mia, che chiuse gli occhi in Terra su una visione d’amore, poiché d’amore fu tutta la sua vita che non conobbe peccato, e li riaprì in Cielo svegliandosi sul Cuore di Dio, sarà la fine degli amanti.
Sai, gioia mia, come sarà bello anche per te? Stamane, quan­do Io-Eucarestia venivo, tu hai avuto un sussulto di estasi perché mi hai visto darti Me stesso. Ma non è nulla quello. Un granellino di estasi gettato nel tuo cuore. Uno solo, per non incenerirti, perché lo hai sentito… hai creduto di morire nell’emozione. Ma quando sarà il momento riverserò un fiume di gioia, perché non sarà più necessario mantenere la tua vita umana e andremo via insieme.
Coraggio, ancora un poco di dolore per amore del tuo Gesù e poi il tuo Gesù abolirà per te il dolore per darti Se stesso, completamente, Se stesso, gioia senza misura.»
Infatti questa mattina ho avuto una così viva impressione che sono stata lì lì per gridare. Perché si grida non solo di spavento o di dolore, ma anche per troppa gioia. Ho creduto che il cuore cedesse nella gioia ed io morissi così, con la particola ancora sulla lingua.

(Maria Valtorta – Quaderni del 1943 cap 84)

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