Mese: Giugno 2023 Pagina 4 di 17
DOMENICA DODICESIMA DEL TEMPO ORDINARIO

Cari amici di Radio Maria buona Domenica,
questa Domenica è un po’ particolare perché ricorre il 42.mo anniversario delle apparizioni della Regina della pace a Medjugorje.
Nel medesimo tempo cade in un momento di grande tensione internazionale per quello che sta accadendo in Russia, soggetto fondamentale nel grande piano di Maria da Fatima a Medjugorje, fino al compimento dei segreti.
Non può essere casuale questa coincidenza che dimostra quanto la Madonna segua il corso della storia, che Lei guida, con l’aiuto della nostra preghiera, verso l’esito finale di una pace duratura nel mondo.
Nella suggestiva serata di Venerdì notte sul Podbrdo, la Madonna ha fatto un forte appello alla preghiera per la pace, perché gli eventi che si stanno succedendo possano avere l’esito che Lei desidera.
Uniamoci anche noi alla sua intercessione, nella consapevolezza che la vera battaglia in atto è quella soprannaturale fra la Donna vestita di sole e incoronata di dodici stelle e “l’enorme drago rosso” che vuole distruggere il mondo e impadronirsi delle anime.
Rinnoviamo in questo giorno benedetto la nostra risposta alla chiamata, mettendoci al servizio, come Apostoli del suo amore, per il trionfo del suo Cuore Immacolato.
Vostro Padre Livio
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Vangelo
Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 10,26-33
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
Parola del Signore
Quanto resisterà Putin? Perché ora tutto è davvero possibile, in Russia

di Marco Imarisio- Corriere della Sera – 25 Giugno 2025
Mai nessuno aveva osato sfidarlo in questo modo, non è stato lui a dettare le mosse per risolvere la crisi. È vero che nelle élite civili nessuno ha scelto di unirsi ai ribelli. Ma il potere di Putin non appare più così monolitico come sembrava finora.
La strada senza ritorno scelta da Evghenij Prigozhin segna l’inizio di una nuova fase della Russia, all’insegna di una maggiore instabilità. L’insurrezione armata decisa dal fondatore della Brigata Wagner, spesso descritta per brevità di sintesi come una milizia di mercenari, in realtà una colonna portante dell’Operazione militare speciale decisa da Vladimir Putin, rappresenta un segnale ben preciso. Mai nessuno aveva sfidato lo Zar in modo così esplicito. E mai nessuno ne era uscito ottenendo così tanto da lui. Un pareggio, se non una vittoria morale. Quel che davvero è accaduto in questa giornata così drammatica è segnato ancora da una notevole ambiguità. L’unico obiettivo degli strali lanciati dall’ex uomo di fiducia erano i vertici dell’Armata russa, dei quali ancora non ci capisce ancora bene quale sarà il destino. Anche nelle ore più concitate, Prigozhin si era ben guardato dal lanciare un attacco verbale diretto al Cremlino. Appare evidente però che l’esito di questa resa dei conti è girato intorno alla figura di Putin, alla sua capacità di mantenere un potere che fino alla notte scorsa sembrava inscalfibile.
L’appello
Nel suo appello alla nazione, avvenuto esattamente sedici mesi dopo un altro discorso dai toni più trionfali che annunciava l’invasione dell’Ucraina, il presidente russo è apparso consapevole dell’entità della posta in gioco. In primo luogo, ha riconosciuto l’esistenza della minaccia, e non era scontato che lo facesse, invitando i soldati della Wagner e chiunque stia combattendo al fronte, «a non commettere l’errore fatale» di unirsi a lui.
Il secolo sovietico
Forse, più del riferimento al fatale 1917 che segnò il destino della storia russa proiettandola nel secolo sovietico, è stato questo passaggio a testimoniare il fatto che non eravamo davanti a un tentato golpe da operetta. È stata una sfida seria, della quale per la prima volta da quando è presidente, Putin non è apparso in pieno controllo, come dimostra anche il mistero sulla sua presenza al Cremlino, la sua presunta sparizione, le voci poi smentite che lo davano su un aereo diretto nella più sicura San Pietroburgo. Non è stato lui a dettare l’agenda degli eventi. Non è stato lui a deciderne la conclusione, avvenuta con la mediazione del presidente bielorusso Lukashenko.
L’appello alla nazione
È stata anche la prima volta in cui Putin ha dovuto fare un altro appello, quello all’unità della nazione. In precedenza, non ne aveva mai avuto bisogno. Prigozhin era consapevole del fatto che per lui non ci sarebbe stato un futuro, neppure alla fine della guerra. La misura era colma ormai da troppi mesi, la corda si sarebbe spezzata.
Ha deciso di farlo lui. Con i suoi fedelissimi, si è lanciato in una marcia su Mosca che è solo uno dei tanti eventi estremi che hanno caratterizzato le vicende della Russia. I ribelli non avevano alcun alleato all’interno del potere putiniano. Non disponevano di nessuna quinta colonna, solo della loro forza militare, che non va comunque sottovalutata. È anche lecito chiedersi cosa sappia lui della situazione bellica che il resto del mondo non conosce, per averlo portato a un simile gesto di ribellione.
La reazione
All’inizio, Putin ha risposto in modo duro, come sempre. Muro contro muro, nessuna concessione. Il presidente sapeva bene di non poter apparire debole agli occhi della nazione, la sua forza è uno degli elementi fondanti del patto che lo lega alla Russia più profonda. Se esita, se appare titubante, se cerca di mediare in momenti che sembrano segnare un crocevia, non è più un vero Zar, con la maiuscola. Conosce la storia, anche se la interpreta a modo suo. L’anima russa non ammette dubbi in chi la guida. Fu l’assenza di leadership che risultò fatale a Michail Gorbaciov, condannandolo a una damnatio memoriae da parte del suo popolo che ancora perdura.
Le porte di Mosca
Ieri, il Cremlino non ha avuto scelta. Ma questo non ha fermato la marcia quasi irridente di Prigozhin, che stava per arrivare alle porte di Mosca. La forza di Putin non è stata sufficiente, non lo ha schiacciato. Non è ancora finita, certo, e pochi conoscono quale sarà l’esito dell’esilio al quale si è auto-assegnato il fondatore della Brigata Wagner. Ma è stato lui a imporre una trattativa. È stato lui a decidere che non ci sarebbe stato il bagno di sangue. Non Putin.
L’illusione occidentale
Questo tentativo di colpo militare non aveva nulla a che vedere con l’illusione occidentale di liberarsi per vie interne di Putin e di arrivare alla fine delle ostilità sfruttando un vento traumatico come questo. Prigozhin è un ultranazionalista, i suoi attacchi ai vertici militari sono quelli di un falco estremista, che rimprovera alle autorità una eccessiva morbidezza sul campo di battaglia.
Cosa pensa di chi anela alla pace lo ha detto più volte nei suoi deliranti messaggi, spesso brandendo un martello macchiato del sangue dei suoi disertori. Le élite civili e militari si sono schierate con Putin. Per fedeltà, per convenienza, e perché l’alternativa non esisteva. Il fondatore della Wagner è un cavaliere dell’Apocalisse che porterebbe la Russia, e forse il mondo, in un caos ancora più pericoloso di quello attuale. Ma la sua marcia su Mosca è stata un segnale che può davvero cambiare il corso della storia. Perché ha rappresentato qualcosa di inimmaginabile finora. Il potere di Putin non appare più così monolitico come sembrava fosse finora. La statua dello Zar mostra alcune crepe evidenti. L’insurrezione è finita. Ma dalla scorsa notte, tutto è possibile in Russia.
Margelletti: “Il super falco Prigozhin lancia un’Opa sul Cremlino per vincere la guerra”

L’analista geopolitico: «Putin ha creato un Frankenstein, ora l’auspicio di una fine della guerra si allontana»
EMANUELA MINUCCI –La Stampa
24 Giugno 2023Aggiornato alle 16:27
Professor Margelletti siamo al golpe. Che cosa accadrà adesso a Mosca e in Ucraina?
«È, naturalmente, presto per dirlo. Mentre è chiaro che cosa c’è dietro la scelta di Prigozhin. Sta accadendo quel che successo nell’impero romano: la debolezza del re porta i capi delle legioni romane a sfidare il sovrano per prenderne il potere».
A che cosa mira Prigozhin?
«Putin ha creato un Frankenstein e lui ora mira a sostituirlo o quanto meno ad affiancarlo. All’inizio, ovvero prima che lo zar parlasse alla nazione, si poteva pure pensare che fosse un’azione concertata, ma dalle parole durissime espresse da Putin « sta pugnalando alle spalle una nazione» è evidente che non era a conoscenza del golpe e che Prigozhin sta lanciando un’Opa fortissima sul Cremlino».
Vuole sostituirsi a Putin?
«Quanto meno affiancarlo. Perché ritiene la sua azione troppo debole sul fronte della guerra. Magari si accontenterebbe di diventare ministro della difesa difesa a quel punto non avremmo più i tradizionali livelli tra potere politico e militare ma ci sarebbe una privatizzazione vera dello strumento militare».
E questo quali conseguenze porterebbe sullo scenario della guerra contro l’Ucraina?
«C’è anche un arsenale nucleare da gestire e Prigozhin non è uomo da guanti di velluto. Il capo della Wagner rimprovera a Putin proprio questa debolezza, quindi, traiamone le conclusioni».
A questo punto una riflessione si impone anche nei confronti di tutti i tentativi di mediazione europei (e non) per accelerare il processo di pace. O no?
«Certamente sì. Se con Putin il dialogo risultava impossibile nel vocabolario di Prigozhin questa parola non esiste proprio».
La rivolta di Prigozhin e i timori americani: una Russia senza Putin sarebbe ancora più pericolosa

A Washington si moltiplicano analisi e riflessioni sulle conseguenze delle mosse del capo dei mercenari. Ma lo Zar per Washington resta imprescindibile
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE ALBERTO SIMONI
24 Giugno 2023 alle 07:16 : La Stampa
WASHINGTON. La Casa Bianca «monitora e consulta alleati e partner sugli sviluppi», recita una scarna nota diffusa da Adam Hodge, portavoce del Consiglio per la Sicurezza nazionale, nel tardo pomeriggio americano quando a Mosca le strade sono bloccate e sono schierati i tank a presidiare il Cremlino.
Dietro le parole, però, a Washington si moltiplicano analisi e riflessioni sulle conseguenze delle mosse dello chef di Putin, al secolo Prigozhin, padre padrone della compagnia di mercenari della Wagner.
Sin dall’avvio del conflitto in Ucraina nel febbraio del 2022, l’Amministrazione Biden ha evitato di dare l’idea di voler un cambio della guardia a Mosca e quando Biden a Varsavia nel marzo del 2022 disse che «Putin se ne deve andare», fu ben presto smentito dai solerti funzionari Usa che precisarono che il cambio di regime non è la dottrina americana.
Negli ambienti diplomatici Usa, infatti, l’idea predominante è che con Putin bisognerà prima o poi trattare – e farlo mettendo Zelensky in posizione di forza è lo spirito del sostegno alla controffensiva ucraina – ma una Russia senza Zar Vladimir sarebbe oggi difficile da decifrare e persino più pericolosa. Non è un caso che nelle valutazioni dell’intelligence vi sia chi ricorda che cambiare regime significa essenzialmente due cose: il caos in primo grado e in secondo il rischio di precipitare ancora di più in una spirale nazionalistica. Mark Galeotti, analista e fra i massimi esperti di Russia a livello mondiale, pochi mesi fa in un colloquio con La Stampa ricordò come l’ipotesi di una Russia democratica fosse al momento una chimera tanto che «nemmeno i nipoti di Navalvy vedranno una liberal-democrazia». È in questo schema quindi che Putin resta per gli americani imprescindibile almeno a breve termine. Una Russia in preda al caos innescherebbe diverse reazioni. Il silenzio della Cina è letto, almeno in principio, negli Usa come quello di attesa. Ma non è detto che Mosca con nuovi condottieri o squassata dalle lotte di potere possa giovare agli interessi cinesi. Pechino però potrebbe anche approfittare di questo caos, nella notte infatti otto navi da guerra hanno attraversato lo Stretto di Taiwan.
Le mosse della Wagner – milizia nota già dalle prime azioni in Crimea nel 2014 – sono sotto osservazione da tempo e Washington ha preso contromisure. Anzitutto designando – gennaio 2023 – Wagner come una «organizzazione criminale transnazionale», e così sanzionandola. I dissapori fra vertici dell’esercito e Prigozhin sono noti da tempo all’intelligence Usa che in novembre aveva segnalato come dalla Nord Corea arrivavano armi direttamente a Wagner ma non ai russi. Quindi aveva espresso i timori per il ruolo accresciuto dei miliziani, arrivati a ricoprire ruoli al centro dello scacchiere bellico russo preminenti e superiori a quelli dei soldati regolari. John Kirby portavoce del Consiglio per la Sicurezza nazionale aveva sintetizzato in un briefing in gennaio che Wagner «era un nuovo centro di potere».
La marcia di Prigozhin: i 3 motivi per i quali la Wagner ha scelto Rostov per sfidare Putin

di Daniele Raineri-La Repubblica – 24 Giugno 2023
Una scelta strategica ma anche un messaggio politico: cosa si nasconde dietro la strategia del capo dei mercenari
24 GIUGNO 2023 ALLE 07:36 3 MINUTI DI LETTURA
Perché il capo del Gruppo Wagner, Evgenij Prigozhin, ha marciato su Rostov, città da un milione di abitanti nel sud della Russia, e non verso Mosca? Ci sono almeno tre motivi.
Il primo si può descrivere così: legittima difesa. La marcia su Rostov è una risposta emergenziale agli attacchi dell’esercito russo, perché Prigozhin sostiene che il ministro della Difesa di Mosca e suo principale nemico, Sergei Shoigu, da lì coordinasse le operazioni cominciate ieri sera contro il Gruppo Wagner.
A Rostov c’è il quartier generale del Distretto militare meridionale, una delle gigantesche sottodivisioni delle forze armate della Russia. Con l’occupazione – quasi senza sparare un colpo – della città i mercenari bloccano i raid con elicotteri e razzi ordinati da Shoigu contro di loro, guadagnano giorni di tempo, prendono l’iniziativa e si dice abbiano costretto il ministro a una rapidissima fuga in elicottero a Mosca. Inoltre con questo spostamento notturno i combattenti del gruppo Wagner si sono piazzati fra le strade e gli edifici di una città russa: un conto è bombardare i loro acquartieramenti isolati nel Donbass, un altro sarebbe ordinare bombardamenti aerei contro Rostov. Il primo ordine era accettabile, il secondo potrebbe creare problemi enormi dal punto di vista politico e del controllo dell’opinione pubblica.
Il secondo motivo si può riassumere così: scacco militare. L’area di Rostov è a ridosso del confine con l’Ucraina, è lo scalo da dove passa la maggior parte della logistica dell’esercito russo, l’invasione ordinata da Putin nel febbraio 2022 non può essere sostenuta per molto – e figurarsi essere vinta – senza il controllo pieno di quel territorio nella Russia meridionale. Con in mano Rostov e venticinquemila combattenti disposti a tutto – come ha dichiarato Prigozhin – può permettersi di negoziare quello che vuole. Il ministero della Difesa russo non ha le risorse pronte e la voglia per una battaglia urbana fratricida nelle strade di una città russa contro migliaia di veterani che hanno appena vinto la battaglia urbana violentissima di Bakhmut e sono sopravvissuti a nove mesi di combattimenti strada per strada. Quello della Wagner potrebbe essere un bluff, ma scoprirlo sarebbe troppo costoso.
La Difesa russa non avrebbe al momento neanche reparti all’altezza del compito, perché in questo momento il meglio delle forze armate è impegnato a tenere le posizioni e ad affrontare la controffensiva ucraina rafforzata da migliaia di mezzi Nato – a soltanto tre ore di automobile da Rostov. Cominciare a combattere contro il gruppo Wagner vorrebbe dire voltare le spalle ai soldati ucraini, un lusso che Shoigu oggi non può permettersi.
Anche su questo si basa l’azzardo di Prigozhin, che è arrivato così in alto anche perché è un calcolatore: il ministero della Difesa russa non può gestire due fronti, uno esterno e uno interno, e rischia una implosione in tempi rapidi in Ucraina. Se non ci sarà un compromesso, i soldati russi potrebbero essere travolti. È possibile che Prigozhin sia stato ispirato in questo suo affondo dalle recenti operazioni dei gruppi di combattenti russi anti-Putin che in questi mesi hanno compiuto incursioni prolungate nelle regioni di confine di Bryansk e Belgorod e che hanno dimostrato quanto è tenue il controllo dei soldati di Mosca in quelle zone. Se ci riescono loro con poche decine di volontari, deve avere pensato il capo della Wagner, cosa potrei fare io con migliaia di veterani armati e veicoli corazzati?
Il terzo motivo è questo: la marcia su Rostov e non verso Mosca, anche dopo avere considerato le evidenti difficoltà logistiche, è un messaggio politico. Prigozhin ha dichiarato guerra ai generali di Putin – che lui incolpa per la decisione catastrofica di cominciare l’invasione dell’Ucraina – ma non al presidente russo. Per ora il capo della Wagner vuole eliminare i generali e prendere il loro posto in un sistema che comunque sarebbe ancora governato da Putin. La sua è una rivolta contro un pezzo del potere moscovita, quello militare, non contro l’insieme. Si tratterebbe di un rozzo cambio della guardia vicino al fronte e non di un attacco al potere principale. In questo mezza rivolta e non rivolta intera c’è tutta la scommessa di Prigozhin: addossare al ministro della Difesa Shoigu e il capo di Stato maggiore, Valery Gerasimov, la responsabilità del fallimento dell’invasione, spazzarli via dalla scena ma non minacciare in via diretta Putin, negoziare una tregua con Kiev (ieri il suo discorso era pieno di allusioni a un compromesso possibile con l’Ucraina). I generali cattivi che hanno messo nei guai la Federazione russa con un conflitto inutile e poco saggio sparirebbero dalla scena, la vita potrebbe ricominciare. Si tratta, come si vede, di un azzardo inaudito

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Scontro totale con i vertici della Difesa: la strategia di Prigozhin e l’ultima carta della marcia su Mosca

di Fabrizio Dragosei-Corriere della Sera- 24 Giungo 2023
Per Putin la crisi più grave dall’insediamento. E i militari regolari simpatizzano con i mercenari
Fino ad ora il capo dello Stato aveva deciso di tenersi fuori dalla disputa in corso tra combattenti. Ora Vladimir Putin parla alla nazione e accusa Prigozhin di tradimento.
Evgenij Prigozhin ha deciso di lanciare i suoi agguerriti mercenari della Wagner in uno scontro totale contro i vertici della Difesa russa e ha capito che la posta in gioco è altissima. Assieme ai miliziani si è scontrato con le forze armate regolari del suo Paese, abbattendo alcuni elicotteri mandati contro di lui. Dall’Ucraina è arrivato a Rostov sul Don, sede del comando di tutta l’Operazione militare speciale, e ne ha preso il controllo: sede del comando dell’Esercito, uffici dei servizi segreti, eccetera. E ora, se non verranno da lui a trattare gli odiati vertici della Difesa, è pronto a marciare su Mosca.
Per Putin è certamente la crisi più grave dal suo insediamento al vertice del Paese nel Duemila. Ma per la Russia si tratta di una situazione che non ha precedenti dai tempi dello scontro a colpi di cannone nel 1993 tra l’allora presidente Eltsin e i ribelli del Soviet Supremo asserragliati alla Casa Bianca di Mosca.
Gli appelli ai miliziani perché si ribellino a Prigozhin non hanno avuto effetti, anzi è successo il contrario. Fino ad ora sono stati i militari regolari a simpatizzare con la Wagner o, addirittura, a passare dalla parte dell’ex cuoco di Putin. I wagneriani godono di una fama particolare. Sono certamente i più temuti combattenti e gli unici che hanno riportato successi in Ucraina. Sono ben armati e motivati. Difficilmente tradiranno il loro capo.
Reparti speciali sono entrati intanto nella sede della Wagner di San Pietroburgo mentre invece i tecnici informatici di Prigozhin nella cosiddetta fabbrica dei Trolls stanno lavorando sul web per appoggiare l’iniziativa del loro capo. Prigozhin aspetta a Rostov l’arrivo dell’odiato ministro della Difesa Shojgu e del capo di Stato Maggiore Gerasimov. Altrimenti potrebbe veramente marciare su Mosca.
La lunga notte di Prigozhin. Occupa Rostov e lancia l’ultimatum: “Datemi Shojgu e Gerasimov o marcio su Mosca”. Putin schiera i tank. Tutto quello che sappiamo

di Rosalba Castelletti . La Repubblica – 24 Giungo
Il capo dei mercenari Wagner lancia la “marcia della giustizia”. Fsb e procura lo incriminano per “incitamento alla rivolta”. Il comandante Surovikin lo invita alla resa. Nella capitale massima allerta
23 GIUGNO 2023 – AGGIORNATO 24 GIUGNO 2023 ALLE 08:24
È l’inizio del conflitto civile in Russia? Di un golpe? Di un ammutinamento? La risposta arriva dall’Fsb e dalla procura generale: per loro è “incitamento alla rivolta armata”.
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In un crescendo di audio virulenti pubblicati sul canale Telegram del suo ufficio stampa, il capo della compagnia militare privata Wagner Evgenij Prigozhin prima accusa le forze armate russe di aver bombardato i suoi accampamenti, poi annuncia di aver preso una decisione insieme al Consiglio dei comandanti dei mercenari: “Il male che porta la leadership militare del Paese dev’essere fermato. Coloro che oggi hanno fatto ammazzare i nostri ragazzi, coloro che hanno distrutto decine, molte decine di migliaia di vite dei soldati russi, saranno puniti”.
Un attacco diretto al ministro della Difesa Sergej Shojgu che, a suo dire, sarebbe fuggito “da vigliacco” da Rostov-sul-Don. Di più, una vera e propria dichiarazione di guerra. Seguita da un invito a “tutti quelli che ne hanno voglia” a “unirsi” ai suoi 25mila uomini per “porre fine a questa porcheria”. Poi la precisazione: “Questo non è un golpe militare, ma una marcia della giustizia”.
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Ma alle autorità russe la puntualizzazione non basta. Le accuse del sedicente “macellaio di Putin” sono senza fondamento. Lo dice il ministero della Difesa in uno scarno comunicato che per la prima volta nomina Prigozhin su cui da mesi era calato il silenzio di organi governativi e media di stampa: “Tutto falso. Si tratta di una provocazione informativa”.
E lo dice anche il Comitato antiterrorismo. Per l’Fsb Prigozhin ha “incitato alla rivolta armata” e va messo sotto processo penale. La procura lo incrimina. Rischia vent’anni di carcere.
Seguono gli appelli alla resa. Ne lancia uno anche il generale Sergej Surovikin vicino ai wagneriti: “Fermatevi prima che sia tardi”. Vladimir Alekseev si accoda. L’Fsb incalza: “Arrestate Prigozhin”. Ne prendono tutti le distanze. Il leader dei mercenari non ha alleati.
Tank nelle strade ma la tv tace
“Vladimir Putin è stato informato. Si stanno prendendo le misure necessarie”, assicura il suo portavoce Dmitrij Peskov. A Rostov-sul–Don viene attivato il “Piano Fortezza”. Nelle strade del capoluogo del Sud e di Mosca appaiono i tank. Nella capitale vengono rafforzate le misure di sicurezza.
Eppure la popolazione per un po’ resta all’oscuro dell’escalation. La tv non ne parla. Nessuno manda in onda il balletto del Lago dei Cigni come avvenne per tre giorni consecutivi durante il putsch dell’agosto del 1991.
Solo a notte fonda Pervyj Kanal, il Primo Canale, lancia due edizioni straordinarie per rilanciare l’incriminazione e poi l’appello di Surovikin.
Tutto corre in Rete dov’è difficile dire dove finisca il virtuale e inizi il reale. La politologa Tatiana Stanovaja avverte: “Calmatevi tutti. Finora non si hanno prove convincenti che ci sia stato un golpe dei wagneriti e che Prigozhin stia guidando le sue colonne da qualche parte”.
La presa di Rostov-sul-Don
A tarda notte arriva un nuovo audio di Prigozhin: “Abbiamo attraversato il confine tra Ucraina e Russia. Le guardie di frontiera hanno abbracciato i nostri combattenti. Stiamo entrando a Rostov”. Ma non ci sono foto, video. Non c’è nessuna prova.
Resta l’incertezza, ma viene fugata nelle prime ore del mattino quando Wagner diffonde un video di Prigozhin nel quartier generale del Distretto meridionale delle forze armate russe che dice al viceministro della Difesa Junus-Bek Evkurov e al vice capo dello staff Vladimir Alekseev che “bloccherà la città di Rostov” e “andrà a Mosca” finché non “prenderà” il ministro Shojgu e il capo dello staff Valerij Gerasimov.
Rivendica anche il controllo di tutte le strutture militari, compreso l’aeroporto, ma soltanto per assicurarsi che l’aviazione venga usata contro gli ucraini e non contro i suoi uomini.
Prigozhin se la prende soltanto con la “leadership militare”, e non con Vladimir Putin, come se questo gli garantisse una scappatoia. Ma ha di fatto sfidato il regime stesso. L’autoproclamatosi “macellaio di Putin” ha firmato da sé la sua condanna a morte.
I silenzi di Putin
Per mesi il leader del Cremlino aveva taciuto dinanzi alle sue invettive. Come il video diffuso in mattinata in cui Prigozhin aveva accusato il ministro Shojgu di avere “ingannato” il Paese e lo stesso Putin trascinando la Russia nel conflitto contro l’Ucraina.
Prigozhin smontava pezzo per pezzo i pretesti strombazzati dalla propaganda, e dal presidente, per giustificare l’intervento in Ucraina: non c’era stata nessuna “pazza aggressione” da parte dell’Ucraina, nessun suo tentativo “di pianificare un attacco con l’intera Nato”, nessun bisogno di “denazificare” e “smilitarizzare”.
L’operazione militare speciale, a suo dire, era “cominciata per ragioni completamente differenti”. Serviva innanzitutto a Shojgu “per entrare nella storia come un grande condottiere di Tuva, per diventare maresciallo e due volte Eroe della Russia”, e agli oligarchi che avevano “rubato alla grande nel Donbass, ma volevano di più”, ossia spartirsi l’Ucraina e nominare come presidente Viktor Medvedchuk.
Fin lì l’ennesima provocazione, la terza in tre giorni, dettata dal rifiuto di siglare entro il primo luglio il contratto che dovrebbe assoggettare i suoi “volontari” alla Difesa. Poi in serata l’escalation a cui nessuno riesce al momento a trovare una logica.
I motivi di Prigozhin
Neppure i suoi sostenitori. Tutti smarriti e confusi. Come l’ex consigliere di Putin Sergej Markov. Soltanto poche ore prima aveva assicurato più e più volte: “Prigozhin è assolutamente fedele a Putin”. Davanti alle notizie, prova a giustificare il leader di Wagner arrivando a ipotizzare un’operazione della Difesa ucraina, dello Sbu o dell’intelligence britannica per innescare il conflitto civile. Poi inizia a parlare di “presunto” Prigozhin e “presunto” Wagner.
Il politologo Sam Greene, ex direttore del Russia Institute del King’s College di Londra, dopo aver passato al vaglio le più svariate ipotesi si arrende: “Forse Prigozhin ha soltanto perso la testa”. Quel che è certo è che, se non l’ha persa, la sua testa potrebbe cadere presto.
