"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Aprile 2023 Pagina 12 di 16

GESU’ CRISTO « DISCESE AGLI INFERI, IL TERZO GIORNO RISUSCITO’ DA MORTE »

631 Gesù « era disceso nelle regioni inferiori della terra. Colui che discese è lo stesso che anche ascese » (Ef 4,10). Il Simbolo degli Apostoli professa in uno stesso articolo di fede la discesa di Cristo agli inferi e la sua risurrezione dai morti il terzo giorno, perché nella sua pasqua egli dall’abisso della morte ha fatto scaturire la vita:

« Cristo, tuo Figlio,
che, risuscitato dai morti,
fa risplendere sugli uomini la sua luce serena,
e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen ». 

632 Le frequenti affermazioni del Nuovo Testamento secondo le quali Gesù « è risuscitato dai morti » (1 Cor 15,20)  presuppongono che, preliminarmente alla risurrezione, egli abbia dimorato nel soggiorno dei morti.  È il senso primo che la predicazione apostolica ha dato alla discesa di Gesù agli inferi: Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti. Ma egli vi è disceso come Salvatore, proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri. 

633 La Scrittura chiama inferi, Shéol o Αιδην  il soggiorno dei morti dove Cristo morto è disceso, perché quelli che vi si trovano sono privati della visione di Dio. Tale infatti è, nell’attesa del Redentore, la sorte di tutti i morti, cattivi o giusti;  il che non vuol dire che la loro sorte sia identica, come dimostra Gesù nella parabola del povero Lazzaro accolto nel « seno di Abramo ».  « Furono appunto le anime di questi giusti in attesa del Cristo a essere liberate da Gesù disceso all’inferno ».  Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati  né per distruggere l’inferno della dannazione,  ma per liberare i giusti che l’avevano preceduto. 

634 « La Buona Novella è stata annunciata anche ai morti… » (1 Pt 4,6). La discesa agli inferi è il pieno compimento dell’annunzio evangelico della salvezza. È la fase ultima della missione messianica di Gesù, fase condensata nel tempo ma immensamente ampia nel suo reale significato di estensione dell’opera redentrice a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, perché tutti coloro i quali sono salvati sono stati resi partecipi della redenzione.

635 Cristo, dunque, è disceso nella profondità della morte affinché i « morti » udissero « la voce del Figlio di Dio » (Gv 5,25) e, ascoltandola, vivessero. Gesù, « l’Autore della vita »,  ha ridotto « all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo », liberando « così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita » (Eb 2,14-15). Ormai Cristo risuscitato ha « potere sopra la morte e sopra gli inferi » (Ap 1,18) e « nel nome di Gesù ogni ginocchio » si piega « nei cieli, sulla terra e sotto terra » (Fil 2,10).

« Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato ed ha svegliato coloro che da secoli dormivano. […] Egli va a cercare il primo padre, come la pecora smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva, che si trovano in prigione. […] Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio. […] Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la Vita dei morti ». 539

In sintesi

636 Con l’espressione « Gesù discese agli inferi » il Simbolo professa che Gesù è morto realmente e che, mediante la sua morte per noi, egli ha vinto la morte e il diavolo « che della morte ha il potere » (Eb 2,14).

637 Cristo morto, con l’anima unita alla sua Persona divina, è disceso alla dimora dei morti. Egli ha aperto le porte del cielo ai giusti che l’avevano preceduto. 

(Catechismo Chiesa Cattolica)

Sabato Santo

Il Sabato Santo è un giorno detto aliturgico perché la Chiesa non celebra l’Eucaristia. I fedeli sono chiamati a rivivere in silenzio e meditare sul mistero di Cristo nel sepolcro e sulla sua discesa agli inferi, in anima e divinità, per annunciare la salvezza ai giusti.

Discesa di Cristo al limbo_Beato Angelico

Il Sabato Santo è un giorno detto aliturgico perché la Chiesa non celebra l’Eucaristia. I fedeli sono chiamati a rivivere in silenzio e meditare sul mistero di Cristo nel sepolcro e sulla sua discesa agli inferi, in anima e divinità, per annunciare la salvezza ai giusti. In attesa della Veglia Pasquale, che liturgicamente è una celebrazione propria della Domenica di Pasqua (da tenersi dopo il tramonto del Sabato Santo ed entro l’alba del nuovo giorno), tutte le chiese, rimaste al buio dopo la Messa vespertina del Giovedì Santo, continuano a essere nell’oscurità, a simboleggiare la mancanza della luce di Cristo che tornerà a rivelarsi in tutta la sua gloria con la Risurrezione.

La mistica attesa dello Sposo, crocifisso in espiazione dei nostri peccati, spiega poi perché il Sabato Santo sia l’unico giorno in cui non si può ricevere l’Eucaristia (né nel Rito ambrosiano né nel romano), con l’eccezione del viatico per gli ammalati gravi.

L’evento di Cristo nel sepolcro si collega anzitutto alla pietà avuta da Giuseppe d’Arimatea, venerato come santo, che alla sera del venerdì si presentò da Pilato per chiedere il corpo di Gesù e potergli dare degna sepoltura prima che sopraggiungesse il sabato, con la prescrizione del riposo. Gli evangelisti riferiscono del lenzuolo in cui Giuseppe, seguito fino al sepolcro dalle pie donne, avvolse Cristo morto (Giovanni aggiunge che l’accompagnava Nicodemo, il quale “portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre”, cioè gli oli aromatici per la sepoltura). Qui si può ricordare brevemente che il racconto evangelico della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù è del tutto compatibile con la figura impressa sulla Sacra Sindone custodita nel Duomo di Torino.

Il Sabato Santo dà l’occasione di pensare alla prova che vissero gli apostoli e tutti gli amici di Gesù. Essi, in ragione dei suoi miracoli e della sua Parola, avevano creduto davvero che Gesù fosse il Salvatore annunciato dai profeti; e tuttavia erano disorientati di fronte alla sua morte. Una morte avvenuta, per di più, tra le terribili sofferenze e l’ignominia della croce: non si capacitavano del perché Lui, vero Dio e vero uomo, non l’avesse evitata, andandovi anzi incontro come aveva annunciato. Ne comprenderanno il senso alla sua Resurrezione, abbracciando nella loro vita la Divina Volontà sull’esempio di quanto già fatto da Maria Santissima, la creatura che più di ogni altra soffrì per la croce del Figlio. E che pure accettò liberamente quell’immenso dolore, necessario nel disegno salvifico e premessa per la glorificazione.

Come professiamo con il Simbolo degli Apostoli, Cristo morto discese agli inferi. Ma che cosa significa esattamente? Insieme ai diversi passi biblici – come per esempio il Salmo 15, in cui Davide benedice il Signore “perché non abbandonerai la mia vita negli inferi”, citato pure in un discorso di Pietro (cfr. At 2, 31) – ci viene in aiuto il Catechismo: “Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti. Ma egli vi è disceso come Salvatore, proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri”, cioè ai giusti: “Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati né per distruggere l’inferno della dannazione, ma per liberare i giusti che l’avevano preceduto”. Ai quali annunciò la sua vittoria sulla morte.

( Ermes Dovico – La Nuova Bussola)

JIM CAVIEZEL E LA PASSIONE DI CRISTO

Jim Caviezel: Il Cristiano è un guerriero

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Il giorno del discepolo amato

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l’Osservatore Romano -07 aprile 2023

«Anche noi, povere donne senza più lacrime, lasciammo il Calvario con Giovanni, che da quel momento mi prese con sé. E nei giorni del pianto, per confortarmi mi raccontò molte cose di Lui. Anch’io gli raccontai quelle cose che, dalla sua prima infanzia, mi erano accadute per causa di Lui, e che io conservavo diligentemente nel cuore. E il contarcele e il ricontarcele era un modo per continuare a vivere con Lui, a vivere di Lui». Sono le parole finali di una delicata «autobiografia» narrativa di Maria stesa dallo scrittore e sacerdote pavese Cesare Angelini (1887-1976) alle soglie della sua morte e pubblicata nel 1976 col titolo La vita di Gesù narrata da sua Madre.

Raccogliamo idealmente anche noi quel filo di ricordi che Maria e Giovanni ci hanno lasciato, nel tardo pomeriggio di quel venerdì, quando Maria e il «discepolo che Gesù amava», identificato dalla tradizione con lo stesso evangelista, scesero dal Golgota, il promontorio roccioso della periferia dell’antica Gerusalemme. Di quelle ore tragiche il quarto evangelista ci ha lasciato una sua originale relazione che ha nella scena citata un cardine importante e che lo vede protagonista con la madre di Gesù. Cristo è stato ormai innalzato da terra sulla croce ed è alle soglie dell’agonia. È a questo punto che, «vedendo la Madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla Madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”» (19,26-27). Qual è il valore di questo atto estremo del Cristo che coinvolge, oltre a Maria, anche quel «discepolo amato» che poniamo sulla ribalta del nostro Venerdì santo?

È solo una raccomandazione, piena di amore filiale, indirizzata al discepolo più caro perché si incarichi del sostentamento e della protezione di Maria? Oppure sotto i dati realistici del racconto si nascondono significati misteriosi e spirituali? Le parole di Gesù sono solo un «testamento domestico», come scriveva sant’Ambrogio, o sono la rivelazione di una nuova maternità spirituale di Maria, come dichiarava in un’altra sua riflessione lo stesso vescovo di Milano e come hanno ripetuto Pio XII nell’enciclica Mystici corporis e san Giovanni Paolo II nella Redemptoris mater? L’affidamento di Maria a Giovanni è ricordato solo per ribadire la verginità di Maria, priva di altri figli a cui essere affidata, come volevano i Padri, da Atanasio a Ilario, da Girolamo ad Ambrogio? Oppure, secondo quanto scriveva Efrem siro, come Mosè incaricò Giosuè di prendersi cura del popolo ebraico in sua vece, così Gesù incaricò Giovanni di prendersi cura di Maria, cioè della Chiesa, popolo di Dio?

Ai piedi della croce secondo il quarto Vangelo sono presenti quattro donne: di tre conosciamo i nomi, Maria madre di Gesù, Maria di Cleofa e Maria di Magdala, della quarta è riferita solo la parentela, è la sorella di Maria e quindi la zia di Gesù. I Sinottici, però, introducono anche altre donne: Maria, madre di Giacomo, la madre dei figli di Zebedeo, Salome, Giovanna… Spesso si permetteva ai parenti, agli amici e ai nemici di una persona crocifissa di seguire le ultime ore di quell’atroce agonia. Sappiamo, ad esempio, che un infame re ebreo della dinastia degli Asmonei, discendenti dei grandi Maccabei, aveva fatto crocifiggere i capi farisei di una rivolta contro il suo regime. Si trattava di Alessandro Janneo che regnò dal 102 al 76 a.C. Ebbene, egli aveva voluto che attorno alle croci dei condannati fossero raccolte le loro famiglie perché assistessero al supplizio e, così, i crocifissi vedessero il pianto disperato delle loro mogli e dei bambini, mentre il re, sotto un lussuoso padiglione, banchettava con le sue concubine.

Nella narrazione giovannea lo sguardo dell’evangelista si fissa, però, esclusivamente su due visi. Il primo, naturalmente, è quello di Maria, il secondo è quello del «discepolo che Gesù amava». È proprio su questo volto maschile che centriamo soprattutto la nostra attenzione. Si è discusso a lungo sull’identità di questo discepolo che è citato solo sei volte nel quarto Vangelo e soltanto a partire dalla passione di Cristo. Alcuni avevano pensato perfino a Lazzaro a cui Gesù «voleva molto bene», anzi, che Gesù «amava» (11,15). Altri erano ricorsi a Giovanni Marco, il cristiano discepolo di Paolo e di Pietro che aveva una casa a Gerusalemme (Atti 12,12) e che la tradizione identifica con l’evangelista Marco.

A margine, è necessaria una breve nota su un tema che ha generato una bibliografia sterminata e infinite dispute esegetiche. In sintesi, ricordiamo che il quarto Vangelo è il frutto di una lunga elaborazione. Essa ha il suo avvio con la predicazione orale di Giovanni l’apostolo e passa attraverso una redazione forse a più tappe (si vedano le due finali con la rispettiva aggiunta nei cc. 20 e 21). Il testo terminale scritto è opera di un “evangelista” che alcuni hanno identificato con lo stesso «discepolo amato», mentre per la maggioranza degli studiosi costui sarebbe lo stesso apostolo, presentato dall’evangelista.

Più semplice e spontaneo sembra, quindi, alla maggioranza degli esegeti il riferimento all’apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo, tratteggiato sul Calvario dall’evangelista. Tuttavia l’espressione usata sembra avere una risonanza ulteriore. In Giovanni, il «discepolo che Gesù amava», si vuole quasi certamente rappresentare anche il ritratto del perfetto discepolo. Il titolo, allora, acquista un valore simbolico, come d’altronde spesso accade nel quarto Vangelo. Il teologo Max Thurian (1921-1996) nella sua opera Maria, Madre del Signore e figura della Chiesa (Morcelliana 1983), definisce questa figura come «la personificazione del discepolo perfetto, del vero fedele del Cristo, del credente che ha ricevuto lo Spirito». L’evangelista sulla scena che si svolge ai piedi della croce vuole, dunque, ricamare un’immagine e un significato ulteriori che superano i confini di quel luogo e di quel giorno tragico.

Per cogliere questo rimando allusivo è decisiva l’analisi della doppia e parallela dichiarazione di Gesù: «Donna, ecco tuo figlio… Ecco tua madre». Non si tratta di formule d’adozione, come è stato ipotizzato da qualche studioso perché non ne ricalcano lo schema giuridico altrimenti noto: «Tu sei mio figlio…» (Salmo 2,7). È, invece, una formula di rivelazione simile a quella celebre del Battista nei confronti di Gesù: «Ecco l’Agnello di Dio!» (1,29). Non siamo, quindi, di fronte a un semplice atto testamentario pubblico che sfocia in un incarico del tipo: «Io ti lascio mia madre in custodia perché te ne prenda cura». Siamo, invece, davanti a una parola solenne che svela il mistero e il significato ultimo di una persona.

La prima «rivelazione» è indirizzata a Maria interpellata con uno strano: «Donna!». Questo termine, usato normalmente nel mondo ebraico e greco e anche da Gesù nei confronti delle donne, sembrerebbe un po’ stravagante se usato per la propria madre. Tuttavia, come accade anche durante le nozze di Cana, agli inizi della sua missione, Gesù aveva interloquito con Maria letteralmente così: «Donna, che cosa c’è tra me e te? [che cosa vuoi da me?]. Non è ancora giunta la mia Ora!» (2,4). L’«Ora», come è noto, è il momento della croce e della gloria che il Cristo sta ora vivendo.

Inoltre, il titolo solenne «Donna» può alludere, secondo il giuoco dei rimandi caro al quarto Vangelo, alla «donna» che sta alla radice della storia umana e al celebre passo della Genesi sottoposto dalla tradizione cristiana a una lettura mariologica: «Io porrò inimicizia tra il serpente e la donna, tra il tuo seme e quello della donna… L’uomo chiamò la donna Eva perché essa fu la madre di tutti i viventi» (3,15.20). La prima donna era stata l’inizio e la madre dell’umanità intera; ora Maria diventa l’inizio e la madre di tutti i credenti nel Figlio suo.

Maria appare ora nella sua nuova funzione materna, quella di essere la madre di tutti i fedeli, simbolo della Chiesa che genera nuovi figli e fratelli al Padre e a Cristo e li protegge dal drago del male, come si dirà in un passo dell’Apocalisse, almeno nella rilettura mariologica della tradizione cristiana (l’autore dell’Apocalisse forse allude alla Chiesa o alla comunità fedele del popolo di Dio): «Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire, per divorare il bimbo appena nato. Essa partorì un figlio maschio…» (12,4-5). La «donna» Maria, nuova Eva, sta quindi vivendo l’«Ora» del suo Figlio come sua «Ora»: il Cristo, soffrendo e morendo, genera la salvezza; Maria, soffrendo e perdendo tutto, diventa madre della Chiesa.

Infatti, la seconda dichiarazione di Gesù morente presenta a Giovanni, il discepolo amato, simbolo dei credenti, la sua madre spirituale: «Ecco tua madre!». È curioso notare che nella trentina di parole che compongono l’originale greco del brano giovanneo (19,26-27) per ben cinque volte si ripete il vocabolo mêter, «madre». In questa luce potremmo condividere l’interpretazione di sant’Ambrogio che vedeva in Maria ai piedi della croce il mistero della Chiesa e nel discepolo amato il cristiano, figlio della Chiesa. Nel profilo di Maria si intravedono i lineamenti della Chiesa che genera figli modellati sul Cristo.

Dopo aver ascoltato queste ultime parole del Cristo a loro riservate, Maria e il discepolo scendono dal Calvario. L’evangelista, però, ci lascia un’ultima, piccola indicazione riguardante i due attori della scena prima descritta: il discepolo «accoglie con sé» Maria. Questa annotazione è stata spesso interpretata come una semplice notizia di cronaca: il termine greco usato per descrivere questo «avere con sé» Maria da parte del discepolo amato è ìdia, che può significare anche «casa, proprietà, patria». È possibile, allora, intendere come fanno alcune versioni che il discepolo amato «prese nella sua casa» Maria.

Questa interpretazione, che è presente in sant’Agostino, in san Tommaso d’Aquino ma anche in un famoso esegeta come Marie-Joseph Lagrange (1855-1938), legge in tutta la vicenda e soprattutto nel suo sbocco finale una manifestazione di pietà filiale. Il figlio morente Gesù si preoccupa del futuro di sua madre e la affida all’amico più caro, il discepolo amato, perché se ne prenda cura come se fosse la propria madre. È fiorita da questa lettura la tradizione popolare secondo cui Maria avrebbe seguito Giovanni in Asia Minore e sarebbe morta a Efeso.

Ancor oggi a otto chilometri dalle celebri rovine di Efeso su un monte, in un bosco, si leva una chiesetta collegata idealmente alla residenza efesina di Maria e di Giovanni. L’ipotesi è, però, fragile. La stessa tradizione giovannea efesina può raccordarsi all’Apostolo in senso indiretto, ossia attraverso un riferimento al suo patronato, valorizzato dai fondatori di quella e delle altre Chiese dell’Asia Minore. Perciò, rimarrebbe più attendibile la tradizione gerosolimitana della morte di Maria attestata dall’attuale basilica ortodossa dell’Assunzione posta nei pressi del Getsemani.

In realtà, se noi scegliamo di continuare a conservare il valore di rivelazione di una missione nelle parole di Gesù rivolte alla madre e al discepolo e se ribadiamo la trama dei rimandi simbolici cari al quarto evangelista, ci accorgiamo che la parola greca ìdia può avere un altro valore. Nel prologo del Vangelo, infatti, il termine indica «i suoi», la sua gente, cioè il popolo a cui Gesù apparteneva: «Venne tra i suoi (ìdia), ma i suoi (ìdioi) non l’hanno accolto» (1,11).

E alle soglie della morte di Gesù Giovanni introduce il suo racconto così: «Sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi (ìdioi) che erano nel mondo, Gesù li amò sino alla fine» (13,1). La frase che chiude la scena del Calvario è, allora, carica di una risonanza ulteriore: Maria e il discepolo non avranno tanto la stessa residenza (nota cronachistica secondaria), ma saranno tra loro in comunione di fede e di amore proprio come il cristiano che accoglie e vive in comunione profonda con la Chiesa sua madre. Cristologia, mariologia ed ecclesiologia si intrecciano, quindi, intimamente ai piedi della croce di Gesù. Per sintetizzare il valore delle parole di Cristo pronunciate sul Calvario ribadiamo che nel discepolo amato, l’apostolo Giovanni, si concentra il volto di tutti i credenti in Cristo, ossia la comunità ecclesiale, i figli generati appunto dalla Chiesa-madre, incarnata in Maria.

di Gianfranco Ravasi

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La notte di Pietro

 La notte di Pietro  QUO-081

L’Osservatore Romano 06 aprile 2023

Il Giovedì santo è affollato di personaggi che circondano Gesù. Tra costoro spicca indubbiamente Pietro, come era accaduto in altre tappe della vita pubblica di Cristo. Questa volta, però, la sua è una giornata cupa, è il momento della crisi, dell’oscurità non solo esteriore con le tenebre notturne che incombono nel crepuscolo del Giovedì santo, ma anche del buio interiore della sua coscienza attraverso la debolezza del tradimento. Ricostruire quelle ore è piuttosto complesso perché le relazioni dei quattro Vangeli si sviluppano secondo percorsi diversi con ramificazioni che comprendono eventi specifici in ciascuna narrazione.

È ovvio che la nostra potrà essere solo un’evocazione essenziale: se si volesse adottare un rigoroso canone esegetico e storico-critico, dovremmo seguire, ad esempio, quanto ha fatto uno dei maggiori neotestamentaristi del ’900, l’americano Raymond E. Brown (1928-1998), col suo monumentale commentario ai racconti della Passione, La morte del Messia, un’opera che nella versione italiana del 1999 (l’originale era del 1994) assomma ben 1815 pagine! Certo, l’ambito che noi ora dobbiamo ritagliare è più ristretto e ha il suo avvio quando «venuta la sera, Gesù si mise a tavola con i Dodici» per celebrare la cena pasquale che sarà da lui segnata in chiave eucaristica.

È qui che entra in scena, a tutto tondo, Pietro, paradossalmente in parallelo con Giuda. Infatti tutti gli evangelisti sono concordi, sia pure in forme diverse, a introdurre — accanto all’esplicito annuncio del tradimento di Giuda (formidabile è il gelido dialogo narrato da Matteo 26,25: Giuda, il traditore «disse: Rabbì, sono forse io? Gli rispose: Tu l’hai detto») — la predizione del rinnegamento di Pietro. Esso per Luca e Giovanni è annunciato da Gesù durante l’ultima cena, mentre per Marco e Matteo è esplicitato «dopo aver cantato l’inno», ossia i Salmi cosiddetti dell’Hallel (la lode innica) del rito pasquale, dal 113 al 118 del Salterio e dopo essere usciti dal Cenacolo per avviarsi tutti insieme verso il Getsemani, ai piedi del monte degli Ulivi.

In quei momenti Gesù, ricorrendo a una citazione del profeta Zaccaria («Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge» 13,7), dipinge l’«inciampo», in greco skándalon, nel quale cadranno i discepoli in quella notte tragica. La replica di Pietro è enfatica: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai!». Solenne e lapidaria è la controreplica di Cristo: «In verità, io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti [curiosamente Marco parla di un canto per due volte], tu mi rinnegherai tre volte». Ancor più enfatica fino al parossismo è l’ulteriore reazione dell’apostolo: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò!» (si legga l’intero brano di Matteo 26,30-35).

Con quella sinistra predizione di Gesù il gruppo raggiunge il podere del Getsemani (in ebraico e aramaico «frantoio»). I discepoli si siedono per terra sotto gli ulivi, mentre Cristo va oltre in uno spazio più riservato, facendosi accompagnare da Pietro, Giacomo e Giovanni, i tre apostoli testimoni esclusivi di altri eventi importanti. Ma la scena a questo punto si divarica ed è potentemente rappresentata da una tela del Mantegna (1460) custodita nel museo di Tours: in basso domina la pesante corporeità assonnata dei tre apostoli; in contrasto ecco nel registro superiore la remota e sospesa figura di Gesù su una rupe, solo nell’orazione e col viso rivolto a Dio. Da lassù egli scenderà per interpellare proprio Pietro scuotendolo: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora?» (Marco 14,37). Il pensiero corre al celebre commento dei Pensieri di Pascal: «Gesù sarà in agonia sino alla fine del mondo, non bisogna dormire fino a quel momento» (n. 553).

Introduciamo ora una sorta di flashback, ritornando nella sala del Cenacolo poche ore prima, ricorrendo al racconto del quarto Vangelo. Là, secondo Giovanni, Pietro era stato protagonista di un altro atto, la lavanda dei piedi, un segno che viene reiterato ancor oggi nella liturgia della Messa «in coena Domini». Nota è la reazione, sempre impulsiva dell’apostolo. Dopo aver iniziato a lavare i piedi ai discepoli, un gesto servile umiliante e proibito a un ebreo, Gesù «venne da Simon Pietro e questi gli disse: Signore, tu lavi i piedi a me?. Rispose Gesù: Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo.  Gli disse Pietro: Tu non mi laverai i piedi in eterno! Gli rispose Gesù: Se non ti laverò, non avrai parte con me.  Gli disse Simon Pietro: Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!» (Giovanni 13,6-9).

Ritorniamo tra gli ulivi del Getsemani, seguendo ancora il racconto giovanneo, che ha un parallelo nei Vangeli Sinottici, ciascuno però con annotazioni originali che l’esegesi cerca di isolare. La sostanza dell’evento che riguarda Pietro è, comunque, netta e riconferma la focosità dell’apostolo. Nella concitazione dell’arresto di Gesù, egli sfodera una spada (si ricordi l’equivoco delle «due spade» presentate a Gesù dai Dodici durante l’ultima cena, secondo Luca 22,38), e assesta un fendente che mozza l’orecchio destro del «servo del sommo sacerdote» di nome Malco. È Giovanni a darci questo nome e a segnalare la forte contestazione di Gesù: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?» (18,11). Altrettanto potente è quella, diventata quasi un proverbio contro ogni violenza, riferita da Matteo: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che impugnano la spada, di spada periranno» (26,52).

Tanti altri sono i particolari di intenso impatto teologico che costituiscono la filigrana di questa scena che nell’immaginario di tutti è incisa con l’emozionante raffigurazione del bacio di Giuda dipinto da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Noi ora dobbiamo invece seguire Pietro che, dopo il suo gesto “eroico”, si dà alla fuga con gli altri discepoli. Ma con un rigurgito di preoccupazione e curiosità «segue da lontano» il suo Maestro, «fino al palazzo del sommo sacerdote», ove Gesù era stato trasferito dopo l’arresto per essere deferito presso il tribunale del Sinedrio. L’apostolo era entrato nel palazzo e «si era seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire» (26,58). Ed è proprio là, nel cortile della residenza del sommo sacerdote, che si consuma l’atto estremo del suo tradimento, il momento più tenebroso di quella notte non solo temporale.

Per Gesù era iniziato, invece, un calvario giudiziario presso l’autorità giudaica e poi nel tribunale romano, una vicenda che anticipava l’ascesa al Calvario vero e proprio, il colle della crocifissione. In quelle ore e nelle successive la sua autentica umanità si sarebbe rivelata attraverso tutte le sofferenze tipiche della persona umana: la paura della morte nell’orazione al Getsemani, le accuse e il rigetto del suo popolo, il tradimento degli amici, la tortura fisica e la solitudine umana e spirituale con l’assenza del Padre, fino a una brutta morte per asfissia in croce. All’interno di questo orizzonte oscuro si colloca appunto anche il triplice rinnegamento di Pietro durante quell’assise giudiziaria che, come scriveva lo studioso inglese Samuel G.F. Brandon nel suo Processo a Gesù, sarà «la più importante dell’umanità, conosciuta da un numero incalcolabile di persone», capace di far impallidire gli altri celebri processi storici a Socrate, Giovanna d’Arco o Galileo.

Nel cortile esterno del palazzo di Caifa, davanti a una fiamma che riscalda i convenuti dal freddo delle notti primaverili, si consuma il cosciente rifiuto di Pietro nei confronti di Cristo. I racconti evangelici registrano variazioni nei dettagli: curioso è quello di Giovanni che introduce «un altro discepolo noto al sommo sacerdote che entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote, mentre Pietro s’era fermato fuori, vicino alla porta. Quel discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro» (18,15-16). Per la maggioranza degli esegeti questo personaggio sarebbe proprio «il discepolo amato» che entra in scena soltanto nel racconto della Passione e che forse è uno pseudonimo dell’apostolo Giovanni o dello stesso autore e redattore finale del quarto Vangelo.

Come è risaputo, triplice è la negazione di Pietro nei confronti di Gesù variamente espressa ma costruita in un crescendo che ha il suo apice nella terza quando l’apostolo si abbandona a un empito di imprecazioni e di giuramenti, ribadendo sempre la stessa proclamazione quasi isterica: «Non conosco quest’uomo!». Una sola nota curiosa. Marco introduce un primo canto del gallo, già alla prima negazione con una successiva strana uscita di Pietro dal cortile, forse segno di un’autentica narrazione preesistente ai Vangeli che supponeva un’unica negazione dell’apostolo (Marco 14,68). Sta di fatto che è indiscutibile la storicità di quell’evento notturno. Proprio perché esso è indegno di colui che sarà poi la «pietra» di fondazione della Chiesa, non sarebbe stato passibile di “invenzione” da parte della comunità delle origini.

Tuttavia, alla fine il sipario non cala sul tradimento. «Subito dopo il canto del gallo, Pietro si ricordò della parola di Gesù che aveva detto: Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte. E uscito fuori, pianse amaramente» (Matteo 26,74-75). È solo in questa occasione che in tutto il Nuovo Testamento ricorre l’avverbio greco pikrôs, «amaramente», a indicare l’intensità di un pentimento che lava la colpa. Idealmente si può stabilire un ponte con la scena che si svolgerà successivamente sul lago di Tiberiade quando per tre volte con grande passione Pietro ribadirà il suo amore per Cristo risorto che gli affiderà di nuovo il ministero di pastore della Chiesa (Giovanni 21,15-17).

La notte dell’apostolo non è, quindi, un baratro, come nel caso di Giuda. Le lacrime della conversione fanno sorgere una nuova alba per Pietro, parallela ma più grandiosa di quella che era sorta anni prima sul litorale del lago di Galilea quando Gesù l’aveva convocato e cooptato tra i primi suoi discepoli (Matteo 4,18-22). Pentito e purificato, potrà diventare d’ora innanzi il rappresentante visibile del Risorto, pietra di fondazione e guida della sua Chiesa.

di Gianfranco Ravasi

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🔴LIVE DAGLI STUDI 🔴: VENERDÌ SANTO riflessione di P.LIVIO

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JIM CAVIEZEL E LA PASSIONE DI CRISTO

Jim Caviezel – Tributo alla Vergine Maria, Madre di tutte le genti

IL RITO DELLA CONFESSIONE

1. Dopo esserti preparato con la preghiera e aver fatto l’esame di coscienza, ti presenti per fare la tua confessione. Il sacerdote ti accoglie invitandoti a fare il segno della croce:

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Rispondi: Amen.

2. Il sacerdote ti esorta ad esporre con retta coscienza i tuoi peccati confidando nell’infinita misericordia di Dio:

Il Signore che illumina con la fede i nostri cuori, ti dia una vera conoscenza dei tuoi peccati e della sua misericordia.

Rispondi: Amen.

3. Incominci la tua confessione dicendo da quanto tempo non ti confessi e esponendo con semplicità, chiarezza, umiltà e brevità tutti i peccati mortali dall’ultima confessione e almeno alcuni peccati veniali.

4. Il sacerdote ti può rivolgere alcune domande e darti dei consigli adatti. Anche tu puoi chiedere dei suggerimenti per il tuo cammino spirituale o spiegazioni su alcune problematiche che non ti sono chiare.

5. Il Sacerdote ti esorta a recitare una preghiera che esprima il tuo pentimento. Potrai recitare una di queste preghiere:    

Mio Dio, mi pento e mi dolgo

con tutto il cuore dei miei peccati,

perché peccando ho meritato i tuoi castighi,

e molto più perché ho offeso te,

infinitamente buono

e degno di essere amato sopra ogni cosa.

Propongo col tuo santo aiuto

di non offenderti mai più

e di fuggire le occasioni prossime di peccato.

Signore, misericordia, perdonami.

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O Gesù di amore acceso

non ti avessi mai offeso,

o mio caro e buon Gesù

con la tua santa grazia

non ti voglio offendere più

né mai più disgustarti,

perché ti ama sopra ogni cosa.

Gesù mio, misericordia.

6. Il Sacerdote, dopo averti proposto la penitenza, ti dà l’assoluzione con queste parole:

Dio, Padre di misericordia,

che ha riconciliato a sé il mondo

nella morte e risurrezione del suo Figlio,

e ha effuso lo Spirito Santo

per la remissione dei peccati,

ti conceda, mediante il ministero della Chiesa,

il perdono e la pace.

E io ti assolvo dai tuoi peccati

Nel nome del Padre e del Figlio

E dello Spirito Santo.

Rispondi. Amen

AIUTI PER L’ESAME DI COSCIENZA

I dieci comandamenti

Io sono il Signore Dio tuo:

  1. Non avrai altro Dio fuori di me
  2. Non nominare il nome di Dio invano
  3. Ricordati di santificare le feste
  4. Onora tuo padre e tua madre
  5. Non uccidere
  6. Non commettere atti impuri
  7. Non rubare
  8. Non dire il falso
  9. Non desiderare la donna d’altri
  10. Non desiderare la roba d’altri

I precetti della Chiesa

  1. Partecipa alla Messa la domenica e le altre feste comandate e rimani libero dalle occupazioni di lavoro
  2. Confessa i tuoi peccati almeno una volta all’anno
  3. Ricevi il sacramento dell’eucaristia almeno a Pasqua
  4. In giorni stabiliti dalla Chiesa astieniti dal mangiare carne e osserva il digiuno
  5. Sovvieni alle necessità della Chiesa

I sette vizi capitali

  1. Superbia
  2. Avarizia
  3. Lussuria
  4. Ira
  5. Gola
  6. Invidia
  7. Accidia

Il peccati che gridano al Cielo.

  1. Omicidio volontario
  2. Peccato impuro contro natura
  3. Oppressione dei poveri
  4. Defraudare la mercede a chi lavora

Le virtù teologali

  1. Fede
  2. Speranza
  3. Carità

Le virtù cardinali

  1. Prudenza
  2. Giustizia
  3. Fortezza
  4. Temperanza

Le opere di misericordia spirituale

  1. Consigliare i dubbiosi
  2. Insegnare agli ignoranti
  3. Ammonire i peccatori
  4. Consolare gli afflitti
  5. Perdonare le offese
  6. Sopportare pazientemente le persone moleste
  7. Pregare Dio per i vivi e per i morti

Le opere di misericordia corporale

  1. Dar da mangiare agli affamati
  2. Dar da bere agli assetati
  3. Vestire gli ignudi
  4. Alloggiare i senza tetto
  5. Visitare gli infermi
  6. Visitare i carcerati
  7. Seppellire i morti

Gli ammonimenti della Parola di Dio       

“ Dal di dentro, dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo” ( Marco, 7, 21-23).

“ Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maledicenti, né rapaci, erediteranno il regno di Dio” ( 1 Cor. 6. 9-10).

            “ Ma per i vili e gli increduli, gli abbietti e gli omicidi, gli immorali, o fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. E’ questa la seconda morte”  ( Ap 21, 8).

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