La riflessione di Francesco sulle donne al sepolcro nel Lunedì dell’Angelo: “Se teniamo per noi la sua gioia, forse è perché non lo abbiamo ancora incontrato veramente”.
Città del Vaticano (AsiaNews) – Gesù si incontra testimoniandolo. Lo ha detto oggi papa Francesco rivolgendosi ai fedeli riuniti in piazza San Pietro per la preghiera del Regina Caeli nel Lunedì dell’Angelo, il giorno che per i cristiani prolunga la gioia dell’annuncio della Pasqua.
Commentando il brano di Vangelo delle donne al sepolcro il mattino di Pasqua il pontefice ha sottolineato come l’incontro con Gesù risorto avvenga mentre stavano già andando con gioia a portare ai discepoli l’annuncio della tomba trovata vuota.
“Gesù le incontra mentre vanno ad annunciarlo – ha spiegato il papa -. È bello questo: quando noi annunciamo il Signore, il Signore viene a noi. A volte pensiamo che il modo per stare vicini a Dio sia quello di tenerlo ben stretto a noi; perché poi, se ci esponiamo e ci mettiamo a parlarne, arrivano giudizi, critiche, magari non sappiamo rispondere a certe domande o provocazioni, e allora è meglio non parlarne. Invece il Signore viene mentre lo si annuncia. Questo ci insegnano le donne”.
È quanto avviene per tutte le buone notizie, ha osservato il papa facendo l’esempio della nascita di un bambino: “Una delle prime cose che facciamo è condividere questo lieto annuncio con gli amici. E, raccontandolo, lo ripetiamo anche a noi stessi e in qualche modo lo facciamo rivivere ancora di più in noi.
Se questo succede per una bella notizia, accade infinitamente di più per Gesù, che non è solo una bella notizia, e nemmeno la notizia più bella della vita, ma la vita stessa”.
E poi le donne del Vangelo annunciano Gesù vivo nonostante una città intera lo avesse visto in croce. “Quando si incontra Gesù – ha osservato Francesco – nessun ostacolo può trattenerci dall’annunciarlo. Se invece teniamo per noi la sua gioia, forse è perché non lo abbiamo ancora incontrato veramente”.
Di qui l’invito a domandarsi: “quand’è stata l’ultima volta che ho testimoniato Gesù? Oggi, che cosa faccio perché le persone che incontro ricevano la gioia del suo annuncio? E ancora: qualcuno, pensando a me, può dire: questa persona è serena, è felice, è buona perché ha incontrato Gesù? Chiediamo alla Madonna – ha concluso il papa – che ci aiuti ad essere gioiosi annunciatori del Vangelo”.
Al termine della preghiera il papa ha ricordato la ricorrenza dei 25 anni dagli Accordi del Venerdì Santo per la pace in Irlanda. E – rinnovando il suo augurio pasquale – ha invitato a continuare a pregare per la pace nel mondo, in particolare nella martoriata Ucraina.
La Resurrezione è il sole della religione cattolica.
Ave Maria padre Livio,
In questo brano Gesù afferma che la Resurrezione è il sole della religione cattolica…( Luisa Piccarreta)
“Figlia mia, nel creare il cielo prima creai le stelle come astri minori e poi creai il sole, astro maggiore, dotandolo di tale luce da eclissare tutte le stelle, come nascondendole in sé, e costituendolo re delle stelle e di tutta la natura. È mio solito fare prima le cose minori come preparativi delle cose maggiori, corona delle cose minori. Il sole, mentre è il mio relatore, adombra insieme le anime che formeranno la loro santità nel mio Volere. I santi che sono vissuti nello specchio della mia Umanità e come all’ombra della mia Volontà saranno le stelle. Quelle, sebbene dopo, saranno i soli. Quest’ordine lo tenni pure nella Redenzione. La mia nascita fu senza strepito, anzi, negletta; la mia infanzia, senza splendore di cose grandi innanzi agli uomini. La mia vita di Nazaret fu tanto nascosta, che vissi come ignorato da tutti; mi adattavo a fare le cose più piccole e comuni della vita umana. Nella vita pubblica ci fu qualche cosa di grande, ma pure, chi conobbe la mia Divinità? Nessuno, neppure tutti gli Apostoli. Passavo in mezzo alle turbe come un altro uomo, tanto che tutti potevano avvicinarmi, parlarmi e, se occorreva, anche disprezzarmi”.
Ed io, interrompendo il dire di Gesù, ho detto: “Gesù, Amor mio, che tempi felici erano quelli! Più felici quelle genti che potevano, solo che lo volevano, avvicinarti, parlarti e stare con Te!”
E Gesù: “Ah, figlia mia, la vera felicità la porta la mia Volontà. Solo essa racchiude tutti i beni nell’anima e, facendosi corona intorno all’anima, la costituisce regina della vera felicità. Solo queste saranno regine del mio trono, perché sono parto del mio Volere. È tanto vero questo, che quelle genti non furono felici; molti mi videro, ma non mi conobbero, perché il mio Volere non risiedeva in loro come centro di vita, quindi, ad onta che mi videro, rimasero infelici, e solo quelli che ricevettero il bene di ricevere nei loro cuori il germe del mio Volere si disposero a ricevere il bene di vedermi risorto.
Ora, il portento della mia Redenzione fu la Resurrezione, che più che fulgido sole coronò la mia Umanità, facendovi splendere anche i miei più piccoli atti di uno splendore e meraviglia tali da far stupire Cielo e terra, e che sarà principio, fondamento e compimento di tutti i beni, corona e gloria di tutti i beati. La mia Resurrezione è il vero sole che glorifica degnamente la mia Umanità, è il sole della religione cattolica, è la vera gloria di ogni cristiano. Senza la Resurrezione sarebbe stato come il cielo senza sole, senza calore e senza vita.
Ora, la mia Resurrezione è simbolo delle anime che formeranno la santità nel mio Volere. I santi di questi secoli passati sono simbolo della mia Umanità, i quali, sebbene rassegnati, non hanno avuto atto continuo nel mio Volere, quindi non hanno ricevuto l’impronta del sole della mia Resurrezione, ma l’impronta delle opere della mia Umanità prima della Resurrezione. Perciò saranno molti: quasi come stelle mi formeranno un bell’ornamento al cielo della mia Umanità. Ma i santi del vivere nel mio Volere, che simboleggeranno la mia Umanità risorta, saranno pochi. Difatti la mia Umanità, prima di morire, molti, turbe e folla di gente, la videro, ma la mia Umanità risorta la videro pochi, i soli credenti, i più disposti e, potrei dire, solo quelli che tenevano il germe del mio Volere, ché se ciò non avessero avuto, sarebbe mancata loro la vista necessaria per poter vedere la mia Umanità gloriosa e risorta e quindi essere spettatori della mia salita al Cielo. Ora, se la mia Resurrezione simboleggia i santi del vivere nel mio Volere –e questo con ragione, perché ogni atto, parola, passo, ecc. fatto nel mio Volere è una resurrezione divina che l’anima riceve, è un’impronta di gloria che subisce, è un uscire di sé per entrare nella Divinità, e l’anima, nascondendosi nel fulgido sole del mio Volere, ama, opera, pensa–, che meraviglia è se l’anima resta tutta risorta ed immedesimata nello stesso sole della mia Gloria e mi simboleggia la mia Umanità risorta? Ma pochi sono quelli che si dispongono a ciò, perché nella stessa santità le anime vogliono qualche cosa di proprio bene; invece, la santità del vivere nel mio Volere nulla, nulla ha di proprio, ma tutto di Dio. E per disporsi le anime a ciò, di spogliarsi dei beni propri, troppo ci vuole; perciò non saranno molte. Tu non sei nel numero dei molti, ma dei pochi; perciò sempre attenta alla chiamata e al tuo volo continuo”. (Vol. 12°, 15-4-1919)
La partecipazione della Madonna alla festa della Resurrezione
Ave Maria padre Livio,
In questo brano Gesù rivela a Luisa come non potette fare a meno di far partecipare la Madonna alla festa della Resurrezione…
“…Stavo pensando al dolore della mia Mamma dolente e trafitta nel Cuore, quando si separò da Gesù, lasciandolo morto nel sepolcro, e pensavo tra me: “Come può essere possibile che avesse tanta forza di lasciarlo? È vero che era morto, ma era sempre il corpo di Gesù. Come non la consumò piuttosto il suo amore materno, per non farle dare un solo passo lontano da quel corpo estinto?
Eppure lo lasciò! Che eroismo, che fortezza!”
Ma mentre ciò pensavo, il mio dolce Gesù si è mosso nel mio interno e mi ha detto: “Figlia mia, vuoi tu sapere come la mia Mamma ebbe la forza di lasciarmi? Tutto il segreto della forza stava nella mia Volontà regnante in Lei. Essa viveva di Volontà Divina, non umana, e perciò conteneva forza immensurabile. Anzi, tu devi sapere che quando la mia trafitta Mamma mi lasciò nel sepolcro, il mio Volere la teneva immersa in due mari immensi, uno di dolore e l’altro più esteso di gioie e di beatitudini, e mentre quello del dolore le dava tutti i martiri, quello della gioia le dava tutti i contenti e la sua bell’anima mi seguì nel Limbo e assistette alla festa che mi fecero tutti i Patriarchi, i Profeti, suo padre e sua madre e il nostro caro San Giuseppe. Il Limbo diventò Paradiso con la mia presenza ed Io non potetti fare a meno di far partecipe Colei che mi era stata inseparabile nelle mie pene, di farla assistere a questa prima festa delle creature, e fu tanta la sua gioia, che ebbe la forza di separarsi dal mio corpo, ritirandosi e aspettando il compimento della mia Resurrezione, come compimento della Redenzione. La gioia la sosteneva nel dolore e il dolore la sosteneva nella gioia. A chi possiede il mio Volere non può mancare né forza, né potenza, né gioia; tutto tiene a sua disposizione. Non lo sperimenti in te stessa, quando sei priva di Me e ti senti consumare? La luce del «FIAT» Divino forma il suo mare, ti felicita e ti dà la vita”. (21°, 16-4-1927)
Oggi, per la liturgia della Chiesa, è in senso proprio il Lunedì dell’Ottava di Pasqua. Ma tale giorno, in Italia, viene più comunemente chiamato «Lunedì dell’Angelo» e associato, per tradizione, al ricordo dell’annuncio angelico della Risurrezione di Gesù.
Oggi, per la liturgia della Chiesa, è in senso proprio il Lunedì dell’Ottava di Pasqua. Ma tale giorno, in Italia, viene più comunemente chiamato «Lunedì dell’Angelo» e associato, per tradizione, al ricordo dell’annuncio angelico della Risurrezione di Gesù.
Si ricorda cioè tradizionalmente quanto avvenuto al sepolcro il giorno prima, al mattino della domenica (il primo giorno della settimana nel calendario ebraico, quindi il primo giorno dopo la Pasqua ebraica), quando le pie donne – Maria Maddalena, Salome e Maria madre di Giacomo – si recarono al sepolcro con l’intenzione di cospargere di oli aromatici il corpo di Gesù. Arrivate presso la tomba, trovarono il grande masso che la chiudeva rotolato via. Il loro stupore, misto a tremore, si accrebbe quando apparve loro un angelo in vesti sfolgoranti, che si premurò di rassicurarle e diede loro il lieto annuncio: «Non abbiate paura, voi! So che cercate il Crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto». E aggiunse: «Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete» (Mc 16,1-7).
«Oggi siamo nella seconda giornata dell’Ottava di Pasqua. Ieri è stata la solennità di Pasqua, oggi è il lunedì di Pasqua. In Italia c’è la bella tradizione di chiamare questa giornata “Pasquetta”, ma io non voglio parlare di “Pasquetta”. C’è anche un altro nome per indicare questo giorno: il giorno, o la festa “dell’Angelo”», disse Giovanni Paolo II nel Regina Coeli dell’1 aprile 1991, aggiungendo: «È questa una tradizione molto bella che corrisponde profondamente alle fonti bibliche sulla Risurrezione. Ci ricordiamo della narrazione dei Vangeli Sinottici, quando le donne vanno al Sepolcro e lo trovano aperto. Esse temevano di non poter entrare perché la tomba era chiusa da una grande pietra. Invece è aperta e, dall’interno, sentono le parole: “Gesù Nazareno non è qui”. Per la prima volta vengono pronunciate le parole: “È risorto”. Gli evangelisti ci dicono che queste parole sono state pronunciate dagli Angeli».
Secondo il santo polacco, «vi è un profondo significato in questa presenza angelica e in questa proclamazione angelica: come per annunciare l’Incarnazione del Verbo, Figlio di Dio, non poteva essere che un Angelo, Gabriele, così anche per esprimere per la prima volta le parole “è risorto”, la Risurrezione, non era sufficiente un soggetto umano, non era sufficiente una parola umana. Ci voleva un essere superiore, perché per l’essere umano questa verità e le parole che comunicano la verità, “è risorto”, questa verità stessa è così sconvolgente, talmente incredibile, che forse nessun uomo avrebbe osato pronunciarla».
Aggiunse Giovanni Paolo II: «Dopo questo primo annuncio si comincia a ripetere: “Il Signore è risorto e si è rivelato a Pietro, a Simone”, ma il primo annuncio richiedeva un’intelligenza superiore a quella umana. Così questa festa dell’Angelo, almeno io la intendo in questo modo, è un completamento dell’Ottava pasquale. Nelle letture bibliche, nei brani dei Vangeli si legge sempre di questi Angeli, ma la festa italiana sottolinea il momento di questa presenza angelica, non solo la sottolinea, ma spiega anche il perché di questo momento della Risurrezione. Al di sopra dell’umana costatazione che il sepolcro era vuoto, ci voleva un’altra, sovrumana costatazione: “È risorto”».
Nel tradizionale messaggio per la benedizione di Pasqua, Francesco invoca il dono della pace per l’Ucraina e che i prigionieri possano tornare a casa. Quindi chiede a Dio: “Effondi la luce pasquale sul popolo russo”. Preghiere per Siria, Libano e Terra Santa e l’appello per la giustizia ai Rohingya e il conforto per le vittime del terrorismo in Africa. Il Pontefice affida al Signore “i cristiani che oggi celebrano la Pasqua in circostanze particolari, come in Nicaragua e in Eritrea”
Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano
Pace per l’Ucraina e la preghiera perché i prigionieri possano tornare “sani e salvi dalle loro famgilie” e perché Dio effonda “la luce pasquale sul popolo russo”. Poi dialogo tra israeliani e palestinesi, vicinanza a chi è stato colpito dal terremoto in Siria e Turchia, aiuti ad Haiti sofferente e giustizia per i “martoriati” Rohingya in Myanmar, conforto alle vittime del terrorismo in Africa occidentale, sostegno alle comunità cristiane che celebrano la Pasqua “in circostanze particolari”, come in Nicaragua ed Eritrea e in altri luoghi in cui è impedita la libera professione della fede. Affacciato dalla Loggia delle Benedizioni, dinanzi a una moltitudine di fedeli divenuti 100 mila in tutta l’area di San Pietro, Francesco nella benedizione Urbi et Orbi invoca da Dio doni di pace per un mondo troppe volte avvolto nelle “tenebre” e nell’“oscurità”.
Cari fratelli e sorelle, Cristo è risorto!
Il passaggio dalla morte alla vita
L’annuncio della salvezza risuona dagli altoparlanti. Il Papa si affaccia alle 12 in punto, mentre nella assolata Piazza San Pietro risuona la fanfara con l’inno dello Stato della Città del Vaticano, seguito da un cenno dell’inno nazionale italiano. Gli onori militari, il picchetto della Guardia Svizzera, poi il Vescovo di Roma pronuncia, da seduto, il suo messaggio non solo ai fedeli presenti ma anche tutti coloro che seguono via radio, web e tv, ai quali il Pontefice ricorda il senso della Pasqua:
In Gesù si è compiuto il passaggio decisivo dell’umanità: quello dalla morte alla vita, dal peccato alla grazia, dalla paura alla fiducia, dalla desolazione alla comunione
La benedizione Urbi et Orbi del Papa
Presente il cardinale albanese Simoni
A fianco al Papa c’è il cardinale James Michael Harvey, arciprete della Basilica di San Paolo fuori le Mura, che annuncia l’indulgenza plenaria. Presente pure il cardinale albanese Ernest Simoni, 94 anni, venuto a Roma per accompagnare i tre giovani albanesi che hanno ricevuto dal Pontefice il Battesimo nella veglia di ieri notte a San Pietro. Vittima di prigionia e torture da parte del regime comunista albanese, il cardinale è un eroico testimone della forza della fede nonostante le persecuzioni. Le stesse che ancora oggi, nel 2023, tanti credenti subiscono nel mondo.
Un ponte verso la vita
Il Papa ricorda questi testimoni nel corso della sua benedizione, durante la quale rivolge un pensiero pure ad ammalati, poveri, anziani e “chi sta attraversando momenti di prova e di fatica”. “Non siamo soli – rassicura – Gesù, il Vivente, è con noi per sempre”.
Gioiscano la Chiesa e il mondo, perché oggi le nostre speranze non si infrangono più contro il muro della morte, ma il Signore ci ha aperto un ponte verso la vita.
Francesco affacciato dalla Loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro
Affrettarsi verso la pace
“La speranza non è un’illusione, è verità!”, afferma poi Francesco. “Il cammino dell’umanità da Pasqua in poi, contrassegnato dalla speranza, procede più spedito”. Anzi, “diventa corsa”. E l’umanità è chiamata ad “affrettarsi”.
Affrettiamoci anche noi a crescere in un cammino di fiducia reciproca: fiducia tra le persone, tra i popoli e le Nazioni […] Affrettiamoci a superare i conflitti e le divisioni e ad aprire i nostri cuori a chi ha più bisogno. Affrettiamoci a percorrere sentieri di pace e di fraternità.
Preghiera per l’Ucraina
In questo cammino ci sono però ancora “tante pietre di inciampo”, che rendono il percorso “arduo e affannoso”. Sono tutte quelle guerre, divisioni fratricide, ingiustizie e violenze che “insanguinano” il mondo. Il Papa le elenca una a una, a cominciare dalla “martoriata” Ucraina.
Aiuta l’amato popolo ucraino nel cammino verso la pace, ed effondi la luce pasquale sul popolo russo.
Il Vescovo di Roma invoca conforto per i feriti e per quanti hanno perso i propri cari a causa della guerra, poi prega: “Fa’ che i prigionieri possano tornare sani e salvi alle loro famiglie”.
Apri i cuori dell’intera Comunità internazionale perché si adoperi a porre fine a questa guerra e a tutti i conflitti che insanguinano il mondo, a partire dalla Siria, che attende ancora la pace.
Un soldato in Ucraina
Vicinanza alle vittime del terremoto in Siria
Sempre guardando alla Siria, il Papa chiede sostegno – da Dio e dal mondo – per le vittime del violento terremoto di febbraio che ha devastato anche la Turchia: “Preghiamo per quanti hanno perso familiari e amici e sono rimasti senza casa: possano ricevere conforto da Dio e aiuto dalla famiglia delle nazioni”.
Dialogo in Terra Santa e Libano
Il pensiero va poi a Gerusalemme, “prima testimone” della Risurrezione di Gesù. Papa Francesco manifesta “viva preoccupazione per gli attacchi di questi ultimi giorni che minacciano l’auspicato clima di fiducia e di rispetto reciproco, necessario per riprendere il dialogo tra Israeliani e Palestinesi, così che la pace regni nella Città Santa e in tutta la Regione”. Con uguale vigore, il Pontefice lancia un appello per il Libano “ancora in cerca di stabilità e unità”, perché “superi le divisioni e tutti i cittadini lavorino insieme per il bene comune del Paese”.
Azioni militari in Terra Santa
Un pensiero ad Haiti e alla Tunisia
Non dimentica il Papa il “caro popolo della Tunisia”, in particolare i giovani e chi soffre a causa dei problemi sociali ed economici: “Non perdano la speranza e collaborino a costruire un futuro di pace e di fraternità”. “Volgi il tuo sguardo ad Haiti che sta soffrendo da diversi anni una grave crisi socio-politica e umanitaria”, è poi la supplica del Papa, “sostieni l’impegno degli attori politici e della Comunità internazionale nel ricercare una soluzione definitiva ai tanti problemi che affliggono quella popolazione tanto tribolata”.
Armi in Africa
Processi di riconciliazione in Africa
Lo sguardo si sposta all’Africa, in particolare Etiopia e Sud Sudan con l’auspicio che si consolidino i processi di riconciliazione intrapresi e cessino le violenze nella Repubblica Democratica del Congo. Francesco chiede conforto pure per le vittime del terrorismo internazionale, specialmente in Burkina Faso, Mali, Mozambico e Nigeria. Subito dopo eleva un’altra preghiera a Dio:
Sostieni, Signore, le comunità cristiane che oggi celebrano la Pasqua in circostanze particolari, come in Nicaragua e in Eritrea, e ricordati di tutti coloro a cui è impedito di professare liberamente e pubblicamente la propria fede.
Aiuto per il Myanmar, giustizia per i Rohingya
“Aiuta il Myanmar a percorrere vie di pace e illumina i cuori dei responsabili perché i martoriati Rohingya trovino giustizia”, aggiunge ancora il Papa. “Conforta i rifugiati, i deportati, i prigionieri politici e i migranti, specialmente i più vulnerabili, nonché tutti coloro che soffrono la fame, la povertà e i nefasti effetti del narcotraffico, della tratta di persone e di ogni forma di schiavitù”.
Rohingya rifugiati in Indonesia
Nessuno sia discriminato
Al Signore, infine, Francesco chiede di ispirare i responsabili delle nazioni, “perché nessun uomo o donna sia discriminato e calpestato nella sua dignità” e “perché nel pieno rispetto dei diritti umani e della democrazia si risanino queste piaghe sociali”.
Si cerchi sempre e solo il bene comune dei cittadini, si garantisca la sicurezza e le condizioni necessarie per il dialogo e la convivenza pacifica
“Pace a voi”
“Vorrei dire a tutti, con la gioia nel cuore: buona Pasqua a tutti”, è l’augurio finale del Papa, che conclude messaggio Urbi et Orbi ripetendo per tre volte le parole di Cristo apparso dopo la resurrezione ai discepoli: “Pace a voi, Pace a voi, Pace a voi”.
Da quando Cristo è risorto, non c’è atto in questo mondo che possa decretare un giudizio definitivo sulla vita di nessuno. Come le farfalle di Hirst cerchiamo in alto, ma “non stiamo bene”
“Non stiamo bene, ci è sempre più complicato vivere, come se gestire la vita diventasse sempre più difficile” (Jón Kalman Stefánsson). Parole lapidarie, che alzano il sipario su una condizione di pesantezza e noia che è sempre più diffusa e condivisa. Non la si può ormai scansare, rubricandola tra le singole eccezioni del disagio giovanile o del disturbo psichico. Abbiamo possibilità di studiare, viaggiare, usare tecnologie, possiamo reperire informazioni su ogni argomento, ma ci sentiamo confusi sul nostro futuro, vuoti di parole nostre, pieni di angosciato silenzio per la paura di non farcela. Non convince del tutto quell’antica sapienza per cui la virtù dell’uomo consisterebbe nella capacità di sapersi accontentare, sapendo rinunciare alla propria pretesa di essere originali a tutti i costi.
Per fortuna (o purtroppo, per qualcuno), c’è qualcosa che ancora ostinatamente ci attacca al blu del cielo, come le farfalle di Love is great di Damien Hirst. Sono quasi “costrette” ad aspirare a cose dannatamente alte, troppo alte, per le loro forze. Aspirazione insoddisfatta di questa terra, che di tutto sente imperterrita la povertà: non è più scontato che questa aspirazione sia il segno della grandezza dell’essere umano. Per molti, costituisce la “condanna” di questa pena che è il vivere. Proprio a questa “umanità sfinita per la sua debolezza mortale” (Liturgia), viene annunciata dai cristiani, anche quest’anno, la grazia propria di Gesù di Nazareth. Lui, da condannato, libera da ogni forma di prigionia.
A te, che, come Giuda, hai tradito e infranto il rapporto più caro della vita, chiama ancora e nuovamente “amico”. Tu, che, come i suoi crocifissori, ti sei scoperto complice silenzioso dei complotti dei potenti, vieni abbracciato con una simpatia sconfinata che lascia ancora un margine alla tua libertà: “Perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Tu che, come il buon ladrone, agli occhi del mondo sei un fallito senza appello, condannato pubblicamente dalla legge, puoi ancora ricevere il più bell’invito della vita: “Oggi sarai con me in Paradiso”.
Questa tenace affermazione della bontà originaria del mio, del tuo essere, della positività ultima di ogni essere a questo mondo, è possibile a Cristo perché egli ha avuto questo sguardo anzitutto su di sé. Non si è lasciato misurare dagli occhi di chi lo giudicava, lo abbandonava o lo crocifiggeva. Non ha aggiunto condanna a condanna, ma ha caricato su di sé il dolore di tutti, consegnandosi nelle mani del Padre. Ha così percorso il tunnel della condanna e al fondo del buio di morte ha ritrovato la luce dell’abbraccio del Padre che gli ha dato nuova vita, la vita nello Spirito.
Da quando Cristo è risorto, non c’è atto in questo mondo che possa decretare un giudizio definitivo sulla vita di nessuno. Senza discriminazione, il condannato a morte e l’aguzzino, l’amico rinnegato e il traditore, la vittima del sistema e il governante di turno, insomma, tutti coloro che si lasciano coinvolgere ancora oggi dalla vita contemporanea del Risorto, possono iniziare un nuovo cammino che cambia il modo di guardare sé e il volto dell’altro, generando una amicizia nuova, indistruttibile. Lo si è visto qualche giorno fa nell’incontro commosso tra i genitori della piccola Angelica, morta a cinque anni, e Papa Francesco all’uscita dell’ospedale. Quell’abbraccio e quella preghiera non sono la fine, ma il segno di una vita nuova, in questo mondo.
Persino la colpa che sa già di morte può essere l’occasione per ripartire. Scriveva s. Ambrogio: “Non mi glorierò perché sono stato d’aiuto a qualcuno, né perché qualcuno mi è stato d’aiuto, ma perché Cristo… ha debellato la morte. E’ più produttiva la colpa dell’innocenza. L’innocenza mi aveva reso arrogante, la colpa mi ha reso umile! Il senso di condanna per questa vita cede il passo allo stupore e alla tenerezza “di questa oggettività che è il mio soggetto, la meraviglia di questa cosa che chiamo ‘io’” (Giussani). Dalla pena del vivere allo stupore di esserci perché immortalmente amati: questa è la grazia definitiva della Pasqua che spezza per sempre ogni forma di solitudine.
Nella celebrazione della Notte Santa, con l’annuncio della Risurrezione di Cristo, Francesco invita tutti a riscoprire “lo stupore e la gioia” della nostra Galilea, il momento nel quale è iniziata “la nostra storia d’amore con Gesù”, e “lo abbiamo proclamato Signore della nostra vita”. Per riprendere coraggio di fronte al male, “e ai venti gelidi di guerra”, guardiamo non ad un Risorto astratto, ideale, ma alla “memoria concreta” di quell’incontro. Battezzati e cresimati otto catecumeni
Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano
“Ricorda e cammina! Se recuperi il primo amore, lo stupore e la gioia dell’incontro con Dio, andrai avanti”. È l’invito che Papa Francesco fa a se’ stesso e a tutti i fedeli nell’omelia della Veglia di Pasqua, la Notte Santa, che presiede nella Basilica vaticana, accompagnato da quaranta cardinali, 25 vescovi e duecento sacerdoti. Perché, spiega, la Pasqua del Signore “invita a rotolare via i massi della delusione e della sfiducia” e “ci riporta al nostro passato di grazia, ci fa riandare in Galilea, là dov’è iniziata la nostra storia d’amore con Gesù”, quando “lo abbiamo proclamato Signore della nostra vita”. Infatti, per togliere la polvere depositata nei nostri cuori e “riprendere il cammino” non dobbiamo guardare “a un Gesù astratto, ideale, ma alla memoria viva, concreta e palpitante del primo incontro con Lui”.
La “madre di tutte le vigilie”
La Basilica vaticana è immersa nel buio, quando alle 19.30, nell’atrio, al portone centrale, il Papa dà inizio alla “madre di tutte le vigilie” come l’ha definita sant’Agostino, guidando il rito del Lucernario, con la benedizione del fuoco nuovo e l’accensione del cero pasquale. Poi, all’ingresso in Basilica della processione di tutti i concelebranti, alla terza intonazione del “Lumen Christi” del diacono, dopo le candele di Francesco e dei fedeli, vengono accese tutte le luci. Al canto dell’Exultet che annuncia la Risurrezione, segue la Liturgia della Parola con letture dell’Antico e del Nuovo Testamento, e la Liturgia battesimale. Otto i catecumeni di età adulta ai quali vengono amministrati prima il battesimo e poi la confermazione, sacramenti dell’iniziazione cristiana: tre vengono dall’Albania, due dagli Stati Uniti e gli altri da Italia, Nigeria e Venezuela. Il Pontefice presiede la Veglia rimanendo seduto davanti all’altare che raggiunge per pronunciare l’omelia, mentre successivamente raggiungerà il fonte battesimale per amministrare i sacramenti. A celebrare all’altare, il cardinale Artur Roche, prefetto del Dicastero del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti, con i cardinale Giovanni Battista Re e Leonardo Sandri, decano e vicedecano del Collegio cardinalizio.
Papa Francesco benedice il cero pasquale nel rito del lucernario
Entrare nel cammino dei discepoli
Nella sua rilettura del Vangelo di Matteo sulla Resurrezione, offerta nell’omelia, Papa Francesco guarda al cammino delle donne, che alle prime luci dell’alba vanno verso la tomba di Gesù. “Avanzano incerte, smarrite – spiega – con il cuore lacerato dal dolore per quella morte che ha portato via l’Amato”. Ma, nel vedere la tomba vuota, “invertono la rotta, cambiano strada; abbandonano il sepolcro e corrono ad annunciare ai discepoli un percorso nuovo: Gesù è risorto e li attende in Galilea”. Così, chiarisce il Papa, “nella vita di queste donne è avvenuta la Pasqua, che significa passaggio”, e passano “dal mesto cammino verso il sepolcro alla gioiosa corsa verso i discepoli”, per dire che il Signore è risorto, ma anche che l’appuntamento col Risorto è in Galilea. “La rinascita dei discepoli, la risurrezione del loro cuore passa dalla Galilea”. Così Francesco invita tutti ad entrare “nel cammino dei discepoli che va dalla tomba alla Galilea”. Tutti, all’inizio, “pensano che Gesù si trovi nel luogo della morte e che tutto sia finito per sempre”.
A volte succede anche a noi di pensare che la gioia dell’incontro con Gesù appartenga al passato, mentre nel presente conosciamo soprattutto delle tombe sigillate: quelle delle nostre delusioni, delle nostre amarezze e della nostra sfiducia, quelle del “non c’è più niente da fare”, “le cose non cambieranno mai”, “meglio vivere alla giornata” perché “del domani non c’è certezza”.
Andare in Galilea vuol dire aprirsi alla missione
Quando il dolore ci ha attanagliato, spiega il Pontefice, o la tristezza, il peccato, il fallimento e la preoccupazione ci hanno assillato, anche noi “abbiamo sperimentato il gusto amaro della stanchezza e abbiamo visto spegnersi la gioia nel cuore”. Abbiamo avvertito “la fatica di portare avanti la quotidianità, stanchi di rischiare in prima persona davanti al muro di gomma di un mondo dove sembrano prevalere sempre le leggi del più furbo e del più forte”.
“Altre volte, ci siamo sentiti impotenti e scoraggiati dinanzi al potere del male, ai conflitti che lacerano le relazioni, alle logiche del calcolo e dell’indifferenza che sembrano governare la società, al cancro della corruzione – ce ne è tanta – al dilagare dell’ingiustizia, ai venti gelidi della guerra”
Papa Francesco nel corso dell’omelia
La notizia che cambia la storia: Cristo è risorto!
Oppure, “ci siamo forse trovati faccia a faccia con la morte”, dei nostri cari o la nostra, che ci ha sfiorato nella malattia o nelle calamità, e così “siamo rimasti preda della disillusione e si è disseccata la sorgente della speranza”. Sono tutte situazioni, chiarisce Papa Francesco, nelle quali “i nostri cammini si arrestano davanti a delle tombe e noi restiamo immobili a piangere e a rimpiangere”. Invece, le donne a Pasqua non restano paralizzate davanti a una tomba ma, come dice il Vangelo, “abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli”. Portano la notizia che cambierà per sempre la vita e la storia: Cristo è risorto! E con essa, l’invito del Signore ai discepoli: che vadano in Galilea, perché là lo vedranno. Andare in Galilea, sottolinea il Papa, significa due cose:
Da una parte uscire dalla chiusura del cenacolo per andare nella regione abitata dalle genti, uscire dal nascondimento per aprirsi alla missione, evadere dalla paura per camminare verso il futuro. Dall’altra parte, e questo è molto bello, significa ritornare alle origini, perché proprio in Galilea tutto era iniziato.
Tornare alla grazia originaria
Lì, infatti, ricorda Francesco, “il Signore aveva incontrato e chiamato per la prima volta i discepoli”. E andare in Galilea “è tornare alla grazia originaria, è riacquistare la memoria che rigenera la speranza, la ‘memoria del futuro’ con la quale siamo stati segnati dal Risorto”. Questo fa la Pasqua del Signore:
Ci spinge ad andare avanti, a uscire dal senso di sconfitta, a rotolare via la pietra dei sepolcri in cui spesso confiniamo la speranza, a guardare con fiducia al futuro, perché Cristo è risorto e ha cambiato la direzione della storia.
Il battesimo di una catecumena venezuelana
Non guardare ad un Gesù ideale, ma ad un incontro concreto
Ma, per farlo il Signore “ci riporta al nostro passato di grazia, ci fa riandare in Galilea, là dov’è iniziata la nostra storia d’amore con Gesù”. Ci chiede, cioè, spiega il Pontefice, di rivivere quel momento, quell’esperienza “in cui abbiamo incontrato il Signore, abbiamo sperimentato il suo amore e abbiamo ricevuto uno sguardo nuovo e luminoso su noi stessi, sulla realtà, sul mistero della vita”. Insomma, per ricominciare, per riprendere il cammino, abbiamo sempre bisogno…
Di riandare non a un Gesù astratto, ideale, ma alla memoria viva, concreta e palpitante del primo incontro con Lui. Sì, fratelli e sorelle, per camminare dobbiamo ricordare; per avere speranza dobbiamo nutrire la memoria. Questo è l’invito: ricorda e cammina! Se recuperi il primo amore, lo stupore e la gioia dell’incontro con Dio, andrai avanti.
Ricostruire il primo incontro con Cristo
“Ricorda la tua Galilea e cammina verso la tua Galilea”, ribadisce Papa Francesco, perchè è il “luogo” nel quale “hai conosciuto Gesù di persona, dove per te Egli non è rimasto un personaggio storico come altri, ma è divenuto la persona della vita”: il Dio vicino, “che ti conosce più di ogni altro e ti ama più di chiunque altro”. Quello del Papa è un invito a fare memoria “della tua chiamata, di quella Parola di Dio che in un preciso momento ha parlato proprio a te; di quell’esperienza forte nello Spirito”, della grande gioia del perdono “provata dopo quella Confessione”, di quel “momento indimenticabile di preghiera”, di quella luce che “ha trasformato la tua vita, di quell’incontro, di quel pellegrinaggio…”
“Ognuno sa dov’è la propria Galilea. Ciascuno di noi conosce il proprio luogo di risurrezione interiore, quello iniziale, quello fondante, quello che ha cambiato le cose. Non possiamo lasciarlo al passato, il Risorto ci invita ad andare lì per fare la Pasqua. Ricorda la tua Galilea, fanne memoria, ravvivala oggi”
Fedeli nella Basilica vaticana durante il rito del lucernario, prima parte della Veglia Pasquale
Riprova quelle sensazioni, togli polvere dal cuore
Francesco chiede ad ognuno di noi di tornare “a quel primo incontro. Chiediti come è stato e quando è stato, ricostruiscine il contesto, il tempo e il luogo, riprovane l’emozione e le sensazioni”. Perché “è quando hai dimenticato quel primo amore”, che è cominciata “a depositarsi della polvere sul tuo cuore”. Così hai sperimentato la tristezza e, come per i discepoli, “tutto è sembrato senza prospettiva”, senza speranza. Ma oggi, conclude il Pontefice, “la forza di Pasqua invita a rotolare via i massi della sfiducia”. E il Signore, “esperto nel ribaltare le pietre tombali del peccato e della paura, vuole illuminare la tua memoria santa, il tuo ricordo più bello, rendere attuale il primo incontro con Lui”. Ricorda e cammina: ritrova la grazia della risurrezione di Dio in te! Torna in Galilea!
Fratelli, sorelle, seguiamo Gesù in Galilea, incontriamolo e adoriamolo lì dove Egli attende ognuno di noi. Ravviviamo la bellezza di quando, dopo averlo scoperto vivo, lo abbiamo proclamato Signore della nostra vita. Torniamo in Galilea, alla Galilea del primo amore, ognuno torni alla propria Galilea, quella del primo incontro, e risorgiamo a vita nuova!
Il dolore vissuto da Gesù nel giorno della sua morte in croce, che i fedeli di ogni tempo rivivono, acquista senso alla luce della Resurrezione, la suprema prova della sua divinità e delle sue parole eterne: “Io sono la Via, la Verità, la Vita”.
Il dolore vissuto da Gesù nel giorno della sua morte in croce, che i fedeli di ogni tempo rivivono, acquista senso alla luce della Resurrezione, la suprema prova della sua divinità e delle sue parole eterne: “Io sono la Via, la Verità, la Vita” (Gv 14, 6). La Pasqua è dunque a ragione la più grande solennità per i cristiani, il cuore e il culmine di tutta la nostra fede, che si fonda su un fatto accaduto duemila anni fa. Un evento reale in cui il protagonista non è un dio astratto, bensì un Dio che si è fatto carne, ha assunto la natura umana nel grembo della Vergine Maria ed è vissuto dentro la nostra stessa storia. Come ci dicono non solo i segni che la Santissima Trinità ha sempre dato dall’inizio dei secoli, ma i molteplici testimoni oculari di Cristo morto e risorto. Testimoni in carne e ossa, che con la fortezza ricevuta dallo Spirito Santo dopo la Resurrezione e Ascensione di Gesù hanno subìto il martirio, pur di non tacere la loro fede.
È la Resurrezione a precedere il radicale cambiamento di Pietro e degli altri apostoli, che sì erano rimasti conquistati da Gesù anche prima, ma ancora secondo debolezze, limiti e schemi tutti umani. Ecco perché, per esempio, Pietro e Giovanni, dopo la Pentecoste e la clamorosa guarigione del quarantenne storpio davanti alla porta del tempio detta Bella, al sinedrio che li imprigiona e li minaccia di non parlare più di Cristo risorto, replicano saldissimi: “Se sia giusto innanzi a Dio obbedire a voi più che a Lui, giudicatelo voi stessi; noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4, 19-20). Avevano visto la vittoria di Cristo sulla morte, che è entrata nel mondo a causa del peccato originale e dell’inganno di Satana, l’angelo caduto per la sua superbia, il primo avversario di Nostro Signore e il primo ad aver rifiutato eternamente il suo Amore.
La sequenza liturgica di oggi restituisce un bel senso dell’evento pasquale e del combattimento escatologico che ne sta alla base: “Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della Vita era morto; ma ora, vivo, trionfa”. È il preziosissimo Sangue di Gesù che ci ha riscattati ed è la sua Resurrezione a essere sicura speranza di salvezza per quanti credono in Lui e osservano la sua Parola. Al riguardo, è significativo il modo in cui Matteo racconta i fatti al sepolcro. Ne emerge il contrasto tra le guardie (poste dagli increduli farisei e sommi sacerdoti, responsabili della crocifissione), che al vedere l’aspetto folgorante dell’angelo del Signore “tremarono tramortite”, e le pie donne, animate invece dalla carità, subito tranquillizzate dal messaggero celeste: “Non abbiate paura, voi! So che cercate il Crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete”.
Lo stesso sepolcro vuoto, che l’angelo disse di andare “a vedere”, ci parla della Resurrezione. Ed è lì che accorsero Pietro e Giovanni, avvisati da Maria di Magdala: un fatto che il quarto evangelista ritenne importante da testimoniare, a beneficio dei posteri. Perché fu proprio al sepolcro, alla vista del modo unico in cui erano disposti il sudario e le bende, che Giovanni, prima ancora di vedere il Risorto con i suoi occhi, “vide e credette”.
La Resurrezione di Gesù è stato un evento unico e irripetibile, causa della Redenzione umana. Ma al tempo stesso la sua Pasqua si rinnova per ogni cristiano nel sacramento dei sacramenti, l’Eucaristia, attraverso la Chiesa, chiamata da Cristo a continuare la sua missione in terra per assicurare ai fedeli i mezzi necessari per la salvezza e la santificazione, anzitutto il suo Corpo e Sangue. Da qui il comando: “Fate questo in memoria di me”. È la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia a rendere perenne il suo sacrificio e dono di Sé agli uomini, che nutrendosi del suo Corpo possono vivere nelle loro persone il mistero pasquale, passando dalla morte del peccato alla vita nuova in Lui. È Cristo la nostra Pasqua e sorgente della vera gioia, che ha rigenerato l’uomo e chiede a ognuno di lasciarsi attirare nel suo disegno salvifico, per essere partecipi della vita divina e risorgere nel corpo al suo ritorno glorioso.
e ha liberato la nostra vita dal male e dalla morte.
La vittoria Gesù è definitiva e totale
e tutti noi vi possiamo partecipare con la fede e con l’amore.
Liberiamo il nostro cuore dalle ansie e dalle paure
e apriamolo alla speranza di un mondo migliore.
Con Maria crediamo e con Maria esultiamo,
perché il Signore mantiene le sue promesse
ed eterna è la sua Misericordia.
Vostro Padre Livio
Dal Vangelo secondo Giovanni
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.