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Benedetto XVI dottore della Chiesa: ha lottato per la fede dei semplici»

Nico Spuntoni –  la  Nuova Bussola  . 05-01-2023

Benedetto XVI santo subito? «Deciderà il Papa, io penso sia stato un dottore della Chiesa con il suo magistero. Ha sempre lottato per la fede dei semplici. La centralità della domanda di Dio e il cristocentrismo sono i due punti forti della sua teologia». Intervista al cardinal Koch, che Ratzinger volle a tutti i costi con sè in Vaticano e diventò uno dei suoi collaboratori più fidati………….

Eminenza, un suo ricordo personale di Benedetto XVI.
La prima conoscenza con lui c’è stata attraverso i libri. All’inizio dei miei studi, infatti, ho letto tutti i libri del professore Joseph Ratzinger ed in particolare “Introduzione al cristianesimo“. Poi, come vescovo di Basilea ho avuto dei contatti quando lui era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Nel 2010, quando era già Papa, mi ha chiamato a lavorare a Roma. E questo incontro per me è stato molto interessante. 

Ce lo racconti.
Aveva espresso la sua volontà di avermi in Curia. Io allora risposi che dopo quindici anni come vescovo non era facile lasciare la mia diocesi. La sua risposta è stata questa: “Si ti capisco, ma quindici anni sono sufficienti. Quindi vieni”. 

Le ha spiegato perché voleva proprio lei per guidare il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani?
Sì. Mi disse che dopo il mandato del cardinale Walter Kasper voleva di nuovo un vescovo che conoscesse le comunità ecclesiali nate dalla Riforma non solo dai libri ma anche dall’esperienza personale. Questa motivazione mi ha fatto capire che l’ecumenismo stava molto a cuore a Benedetto XVI. Da presidente del Pontificio Consiglio ho avuto una stretta collaborazione con lui ed ogni udienza era molto bella perché lui era molto interessato alla progressione dell’ecumenismo. Poi, quando era Papa emerito, ho avuto la gioia di incontrarlo qualche volta ed era sempre una ricchezza per me.

Dopo la rinuncia continuava ad interessarsi al suo lavoro per la promozione dell’unità dei cristiani?
Principalmente abbiamo sempre parlato del lavoro dei gruppi di allievi perché lui mi aveva voluto come mentore. Ma è chiaro che si interessava anche al resto e le sue domande erano: “Come va il rapporto con Costantinopoli? Come va con Mosca? Come va con le chiese luterane?”. Si mostrò sempre molto interessato, sì.

In un testo da lei scritto in occasione dei novanta anni del Papa emerito, aveva sottolineato la coincidenza della sua nascita avvenuta proprio il Sabato Santo. La morte, invece, è avvenuta durante l’Ottava di Natale. Che lettura dà a questa circostanza temporale?
Sì, è avvenuta proprio nel tempo natalizio che stava molto a cuore a Benedetto XVI. Ma penso ci sia un altro dato da evidenziare: la sua elezione al soglio pontificio avvenne nello stesso giorno di quella di Leone IX mentre è morto nello stesso giorno di papa Silvestro. Sabato Santo era molto importante per lui perché questo giorno indica la situazione di ogni cristiano: siamo in cammino verso Pasqua ma non abbiamo ancora l’esperienza di Pasqua. Ed oggi Benedetto XVI può celebrare la Pasqua, la Resurrezione e l’incontro con il suo Maestro. 

Cosa ritroviamo nel pensiero e nel magistero di Joseph Ratzinger- Benedetto XVI sulla vita eterna?
La meta della vita cristiana è la vita eterna. Il professor Joseph Ratzinger diceva che il suo libro più studiato era “Escatologia. Morte e vita eterna“. Mentre la seconda enciclica scritta come Papa era sulla speranza. La speranza cristiana è la speranza della Resurrezione. Questo è lo scopo per ogni cristiano: convertirsi nella vita terrena per arrivare alla vita eterna.

C’è chi invoca la sua canonizzazione immediata. In che modo Benedetto XVI vedeva i santi e che posto dava loro nella vita della Chiesa?
Lui era convinto che i veri riformatori della Chiesa fossero sempre i santi perché la santità è lo scopo della vita cristiana. C’è una bellissima omelia in cui papa Benedetto dice che la santità non è una proprietà esclusiva di pochi ma una vocazione per tutti perché nel giardino di Dio sono moltissimi i fiori. Paragonò lo stupore provocato dalla visione di un giardino con una varietà di fiori a quello che ci coglie davanti alla comunione dei santi con una pluralità di forme di santità. La comunione dei santi è un tema molto importante per lui tant’è che ne parla già nell’omelia per la Messa di inizio ministero petrino. Ma altrettanto importante era la comunione degli uomini: la sua priorità, infatti, è quella di riflettere sulla fede della comunità della Chiesa, non sulla teologia.  

A questo proposito, perché nei commenti di questi giorni si sente ancora qualcuno che lo descrive come un pastore incapace di parlare ai fedeli semplici, sebbene egli abbia sempre concepito sé stesso e il ruolo del vescovo come quello di avvocato della fede del Popolo di Dio?
Ha sempre lottato per la fede dei semplici. La teologia è una cosa secondaria, prima viene la fede. La teologia, sosteneva, deve essere orientata dalla fede e non la fede deve essere orientata dalla teologia. Non si può affatto dire che lui fosse distante dal popolo. Non privilegiava il rapporto con le masse ma quello con il singolo. Egli infatti ha sempre avuto una grande attenzione per le persone con cui parlava. 

E’ corretto dire che l’ecclesiologia di Ratzinger ci insegna che la Chiesa non è soltanto una organizzazione sociale?
Sì. C’è una bellissima definizione di Chiesa già nella sua tesi di dottorato su sant’Agostino. In quel testo si dice che la Chiesa è il Popolo di Dio che vive del Corpo di Cristo. La sua è una ecclesiologia eucaristica: la Chiesa è dove i credenti celebrano, con la presidenza del prete, l’eucarestia. 

Le sue ultime parole, “Gesù, ti amo”, rappresentano il fulcro della sua spiritualità teologica?
Al centro della sua teologia c’è la questione di Dio ma non un Dio qualsiasi ma un Dio che vuole avere contatti con il mondo, che vuole avere relazioni con l’uomo, che ama l’uomo e che si è rivelato nella storia di salvezza prima in Israele e poi soprattutto in Gesù Cristo. In Gesù Cristo, Dio ha mostrato la Sua faccia. Io sono convinto che papa Benedetto volle scrivere il suo libro su Gesù di Nazareth, prendendo tempo ed energia dal suo pontificato, per farne la sua eredità. La centralità della domanda di Dio e il cristocentrismo sono i due punti forti della sua teologia. E quelle ultime parole, “Gesù ti amo”, sono la conclusione perfetta di tutta la vita e della teologia di Benedetto XVI. 

E’ legittimo aspettarsi che lo vedremo “santo subito”? 
In primo luogo c’è Dio che è giudice su chi è santo, quindi devo lasciare il giudizio a Lui. in secondo luogo è il Papa che decide. Io penso che Benedetto XVI sia stato un grande maestro, un dottore della Chiesa con la sua teologia e il suo magistero e questo è per me ciò che conta di più. Ma noi tutti siamo chiamati ad essere santi. 

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Don Georg: Benedetto XVI ha vissuto amando il Signore fino alla fine

I media vaticani a colloquio con il segretario del Papa emerito scomparso il 31 dicembre: il ricordo commosso delle ultime ore e dei tanti anni trascorsi al suo fianco

Silvia Kritzenberger – Vatican news 4 Gennaio 2022

Provato, commosso, ma al tempo stesso in pace. L’arcivescovo Georg Gänswein, prefetto della Casa Pontificia e segretario particolare prima del cardinale Joseph Ratzinger e poi di Papa Benedetto XVI, è negli studi di Radio Vaticana. Racconta gli ultimi momenti dell’esistenza terrena dell’uomo che dal 2005 al 2013 ha servito la Chiesa come Vescovo di Roma per poi compiere una scelta storica con la rinuncia al pontificato avvenuta quasi dieci anni fa.

Migliaia di fedeli hanno reso omaggio alle spoglie mortali del Papa emerito. Lei ha trascorso una grande parte della sua vita con lui come vive questo momento?

Umanamente, molto sofferente. Mi fa male, soffro… Spiritualmente, molto bene. So che Papa Benedetto adesso è dove voleva andare.

Quale era lo spirito con cui Benedetto XVI ha vissuto questi ultimi giorni? Quali sono state le sue ultime parole?

Le sue ultime parole non le ho sentite io con le mie orecchie, ma la notte prima della morte le ha sentite uno degli infermieri che faceva la guardia. Verso le tre: “Signore, ti amo”. L’infermiere me l’ha detto la mattina appena sono arrivato nella camera da letto, queste sono state le ultime parole veramente comprensibili. Di solito, pregavamo le lodi davanti al suo letto: anche quella mattina ho detto al Santo Padre: “Facciamo come ieri: io prego ad alta voce e lei si unisce spiritualmente”. Non era infatti più possibile che potesse pregare ad alta voce, era proprio affannato. Lì ha soltanto un po’ aperto gli occhi – aveva capito la domanda – e ha fatto segno di sì con la testa. Così ho incominciato. Verso le 8 iniziava a respirare in maniera sempre più affannata. C’erano due medici – il dottor Polisca e un rianimatore – e mi hanno detto: “Temiamo che adesso verrà il momento in cui dovrà sostenere l’ultima sua lotta in terra”. Ho chiamato le memores e anche suor Brigida, ho detto loro di venire perché si era arrivati all’agonia. In quel momento era lucido. Avevo già preparato prima le preghiere di accompagnamento per il moribondo, e abbiamo pregato per circa 15 minuti, tutti insieme mentre Benedetto XVI respirava sempre più affannato, sempre più si vedeva che non riusciva a respirare bene. Allora ho guardato uno dei dottori e ho chiesto: “Ma, è entrato in agonia?”. Mi ha detto: “Sì, è iniziata ma non sappiamo quando tempo dura”.

E poi che cosa è accaduto?

Eravamo lì, ognuno poi ha pregato in silenzio, e alle 9.34 ha fatto l’ultimo respiro. Poi abbiamo continuato le preghiere non più per il moribondo ma per il morto. E abbiamo concluso cantando “Alma Redemptoris Mater”. È morto nell’ottava di Natale, il suo tempo liturgico preferito, nel giorno di un suo predecessore – San Silvestro, Papa sotto l’Imperatore Costantino. Era stato eletto nella data in cui si fa memoria di un Papa tedesco, san Leone IX, dell’Alsazia; è morto nel giorno di un Papa romano, san Silvestro. Ho detto a tutti: “Chiamo subito Papa Francesco, è il primo che deve sapere”. L’ho chiamato, e lui ha detto: “Vengo subito!”. Poi è venuto, l’ho accompagnato nella stanza da letto dove è morto e ho detto a tutti: “Rimanete”. Il Papa ha salutato, gli ho offerto una sedia, si è seduto accanto al letto e ha pregato. Ha dato la benedizione e poi si è congedato. Questo è accaduto il 31 dicembre 2022.

Quali parole del suo testamento spirituale l’hanno più toccata?

Il testamento come tale mi ha toccato molto. Scegliere qualche parola è difficile, devo dire. Ma questo testamento l’aveva scritto già il 29 agosto 2006: la festa liturgica del martirio di San Giovanni Battista. È scritto a mano, molto leggibile, molto piccolo ma leggibile, nel secondo anno del Pontificato. In tedesco si dice “O-Ton Benedikt”, cioè “questo è proprio Benedetto”. Se avessi avuto un testo come tale, non conoscendo l’autore, l’avrei riconosciuto. Dentro c’è lo spirito di Benedetto. Leggendolo o meditandolo si vede è proprio il suo. Tutto lui è qui dentro, in due pagine.

È in sintesi un ringraziamento a Dio e alla famiglia …

Sì. È un ringraziamento ma anche un incoraggiamento ai fedeli, a non lasciarsi depistare da nessuna ipotesi né in campo teologico o filosofico né in qualsiasi altro campo. Alla fin fine, è la Chiesa che comunica, è la Chiesa, il Corpo di Cristo che vive, che comunica la fede a tutti e per tutti. Qualche volta anche in teologia, se ci sono teorie molto illuminate o che sembrano tali, può essere che dopo un anno o due siano già passate. È la fede della Chiesa cattolica, è questo che ci porta veramente alla liberazione e ci mette in contatto con il Signore.

Qual è il messaggio più forte del suo pontificato?

La sua forza sta nel motto che ha scelto quando è diventato arcivescovo di Monaco, citando la terza lettera di Giovanni: “cooperatores veritatis”, cioè “collaboratori della verità”, vuol dire che la verità non è qualcosa di pensato, ma è una persona: è il Figlio di Dio. Dio si è incarnato in Gesù Cristo, in Gesù di Nazaret e questo è il suo messaggio: seguire non una teoria sulla verità, ma seguire il Signore. “Io sono la via, la verità e la vita”. È questo il suo messaggio. Un messaggio che non è un fardello: piuttosto è un aiuto per portare tutti i pesi di ogni giorno, e questo dà gioia. I problemi ci sono, ma più forte è la fede, la fede deve avere l’ultima parola.

Il mondo non dimenticherà mai quell’11 febbraio 2013, l’annuncio della rinuncia. C’è chi continua a dire che non sia stata una libera scelta o addirittura che lui abbia voluto in qualche modo rimanere Papa. Cosa ne pensa?

Questa stessa domanda, l’ho posta io stesso a lui in diverse situazioni dicendogli: “Santo Padre, cercano una dietrologia sull’annuncio dell’11 febbraio dopo il concistoro. Cercano, cercano, cercano…”. Benedetto ha risposto: “Chi non crede che ciò che ho detto è il vero motivo della rinuncia, non mi crederà nemmeno se dico adesso ‘Credetemi, è così!’”. Questo è e rimane l’unico motivo e non lo dobbiamo dimenticare. Mi aveva preannunciato questa decisione: “Devo farlo”. Io sono stato tra i primi che hanno cercato di dissuaderlo. E lui mi ha risposto con nettezza: “Senta, non chiedo un suo parere, ma comunico una mia decisione. Pregata, sofferta, presa coram Deo”. C’è chi non crede o fa teorie, dicendo che avrebbe “lasciato una parte ma mantenuto un’altra parte”, eccetera: tutti quelli che dicono ciò fanno solo teorie su una parola o sull’altra e alla fin fine non si fidano di Benedetto, di ciò che ha detto. Questo è proprio un affronto contro di lui. Certo, ognuno ha la sua volontà, la sua libertà e può dire cose sensate o meno sensate. Ma la nuda verità è questa: non aveva più la forza di guidare la Chiesa, come ha detto in latino quel giorno. Io ho chiesto: “Santo Padre, perché in latino?”. Ha risposto: “Questa è la lingua della Chiesa”. Chi crede di trovare o di dover trovare qualche altro motivo, sbaglia. Il vero motivo l’ha comunicato lui. Amen.

Quale aspetto l’ha più colpita stando vicino a Benedetto nel lungo periodo trascorso da emerito?

Sono quasi dieci anni. Benedetto – già da cardinale, già da professore – ha avuto una grandissima dote. Tanti dicono l’umiltà: sì, questo è vero, ma anche – questo forse non si vedeva così bene – una capacità di accettare quando le persone non erano d’accordo ciò che diceva. Da professore è normale: c’è il confronto, il discorso, la “lotta” tra i diversi argomenti. In questo contesto si usano anche parole forti, ma senza mai ferire e se possibile, senza far polemica. Un’altra cosa è quando uno è vescovo e poi Papa: predica e scrive non come privato, ma come uno che ha ricevuto il mandato di predicare e di essere il pastore di un gregge. Il Papa è il primo testimone del Vangelo, anzi, del Signore. E lì abbiamo visto che le sue parole, le parole del Successore di Pietro, non sono state accettate. Ma questo ci dice che la guida della Chiesa non si fa soltanto comandando, decidendo ma anche soffrendo, e questa parte della sofferenza non era poca. Quando è diventato emerito, certamente tutta la responsabilità e tutto il pontificato erano finiti per lui.

Pensava che sarebbe vissuto così a lungo dopo la rinuncia?

Circa tre mesi fa gli ho detto: “Santo Padre, stiamo arrivando al mio decimo anniversario di episcopato: Epifania 2013, Epifania 2023. Dobbiamo festeggiare”. Ma vuol dire anche dieci anni dalla sua rinuncia. Alcuni mi dicono: “Ma come mai ha rinunciato dicendo che non ha più le forze e poi ancora vive da dieci anni? E lui ha risposto: “Devo dire che sono il primo che si meraviglia che il Signore mi abbia dato più tempo. Io pensavo un annetto al massimo, e me ne ha dati 10! E 95 è una bella età, ma anche gli anni e la vecchiaia hanno il loro peso, anche per un Papa emerito”.  Diceva ancora: “L’ho accettato e ho cercato di fare ciò che avevo promesso: pregare, essere presente e anzitutto accompagnare il mio successore con la preghiera”. E questo è molto bello. Anche raccomando ad alcuni che hanno problemi con questo di rileggere ciò che ha detto Benedetto, ringraziando Papa Francesco nella Sala Clementina in occasione del 65.mo dell’ordinazione sacerdotale. Infine una volta ho detto scherzando, in modo non molto elegante: “Santo Padre lei ha fatto i conti senza l’oste”… Lui ha replicato: “Io non ho fatto nessun conto: ho accettato ciò che mi ha dato il Signore. Mi ha dato questo, devo ringraziarLo. Questa è la mia convinzione. Altri possono avere altre idee, teorie o convinzioni, ma questa è la mia”.

Quale è stato il più grande insegnamento per la sua vita e che cosa le mancherà di più di Joseph Ratzinger?

Il più grande insegnamento è che la fede scritta, la fede pronunciata e annunciata non è soltanto qualcosa che lui ha detto e predicato, ma che ha vissuto. Cioè, l’esempio per me è che la fede imparata, insegnata e annunciata è diventata la fede vissuta. E questo per me – anche in questo momento in cui soffro, non da solo – è un grande sollievo spirituale.

Nel suo testamento Benedetto scrive: “Se in quest’ora tarda della mia vita guardo indietro ai decenni che ho percorso, per prima cosa vedo quante ragioni abbia per ringraziare”. Era un uomo felice, realizzato?

Era un uomo profondamente convinto che nell’amore del Signore non si sbaglia mai, anche se umanamente si fanno tanti errori. E questa convinzione gli ha dato la pace e – si può dire – questa umiltà e anche questa chiarezza. Diceva sempre: “La fede dev’essere una fede semplice, non semplicistica, ma semplice. Perché tutte le grandi teorie, tutte le grandi teologie si basano sul fondamento della fede. E questo è e rimane l’unico nutrimento per se stessi e anche per altri”.

Grazie per essere stato con noi.

Sono io che vi ringrazio per questo invito: sono venuto molto volentieri e so bene che Papa Benedetto si sentiva molto sostenuto e anche – se posso dirlo – amato, amato per ciò che voi avete fatto, e anche circondato dal vostro affetto.

“IO SONO CRISTIANO E AMO GESÙ SOPRA OGNI COSA” – Puntata 24

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale sul dono del tempo

Cari amici,

dobbiamo cogliere l’importanza del dono del tempo che Dio ci fa. Tutti viviamo nel tempo, anche coloro che vivono per poco tempo, penso agli embrioni abortiti che sono esseri umani. L’uomo, infatti, fin dal concepimento ha in sé la scintilla divina indistruttibile che è l’anima.

Nel tempo della vita decidiamo del nostro destino eterno. Chi muore prima dell’uso di ragione, ovviamente non viene giudicato come chi ha un tempo di vita più lungo e ha possibilità di conoscere e di decidere, ma è già in un ambito di salvezza, tant’è vero che la Chiesa esorta – nel Catechismo della Chiesa Cattolica – a pregare per i bambini che muoiono senza Battesimo.

Noi ci realizziamo nel tempo della nostra vita che è un grande dono di Dio.

Dio stesso stabilisce la durata di questo tempo. C’è poi chi decide per sé togliendosi la vita o buttandola via in abitudini che rovinano la vita. Non è possibile allungare il tempo della vita, come Gesù stesso ci ha detto.

Una delle componenti del mondo senza Dio è quello delle classi dominanti che sperano, attraverso la scienza, di darsi un’immortalità. È un’immortalità fasulla! Per quanto riguarda il tempo che passa non c’è alcuna salvezza umana, se non quella della fede in Dio.

Il tempo è un dono di Dio e ci viene dato istante per istante, giorno per giorno. Dio ci dona il tempo dal futuro e noi lo viviamo nell’istante presente, nel nostro oggi. La giornata è come se fosse una trasposizione esemplificativa del tempo. Noi disponiamo del tempo nella giornata in cui Dio ce lo dona.

Riceviamo da Dio questo dono giorno dopo giorno, tocca a noi scegliere come utilizzare il tempo che ci viene dato. Una volta passato, quel tempo non ci appartiene più, non si può tornare indietro.

Il tempo è un dono che Dio ci fa, ma non disponiamo né del futuro né del passato. Disponiamo solamente dell’istante presente, della giornata presente.

Il presente è la dimensione nella quale viviamo perché non ci appartengono né il futuro né il passato. Certamente possiamo fare progetti per il futuro, ma non sappiamo se potremo realizzarli. Possiamo sicuramente valorizzare il nostro passato, cercare di collocarlo nella memoria in modo tale che resista all’usura del tempo ma non lo si può cambiare.

Quale sarà il destino del tempo che è passato? Come possiamo evitare che il passato cada nell’abisso della dimenticanza? Come possiamo fare affinché il tempo che Dio ci dona dal futuro, che noi viviamo nel tempo presente e che inevitabilmente passa, cada nell’abisso del nulla?

L’unico modo è collocare il tempo presente nella dimensione dell’eternità. Per farlo bisogna vivere il presente consapevoli che è un dono che Dio ci offre e che abbiamo una missione da compiere, giorno per giorno.

Solamente chi vive la dimensione del presente che Dio ci dona nella luce di un progetto divino impostando la vita come un pellegrinaggio verso l’eternità e rivolgendo se stesso verso Dio istante dopo istante, è certo che il tempo della sua vita non si dissolverà come una bolla di sapone.

Dobbiamo vivere riempiendo ogni istante che ci viene donato della luce di Dio, del suo amore, vivendo per Lui. Il primo passo per vivere in questo modo è essere in grazia di Dio che è la condizione che ci permette di costruire il Regno di Dio.

Il Regno di Dio non perisce, non viene corroso! Vivendo la nostra giornata in grazia di Dio uniti a Cristo (e quindi già nella gloria del Cielo), ogni cosa compiuta rimane impressa nei libri eterni e durerà per sempre.

Chi finora ha vissuto nella tenebra e lontano da Dio, attraverso il pentimento e la Confessione ha la possibilità di riscattare le opere buone compiute nel passato.

Coraggio cari amici, prendiamo esempio da Benedetto XVI che ha vissuto fino alla fine guardando a Gesù Cristo. Le sue ultime parole sono state parole d’amore per Lui: «Signore ti amo».

Da “La Lettura cristiana della cronaca e della Storia”

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Benedetto XVI, il “Papa laico” che sapeva sfidare chi rifiutava la fede

B-XVI puntava alla Città di Dio, non a correggere le storture di questo mondo. Non dobbiamo avere timore di ricordarlo o di celebrarlo. Ne va del futuro del cristianesimo, perché non si affievolisca

Sulle onoranze da rendere a Benedetto XVI dobbiamo resistere alla tentazione, e magari qua e là all’intenzione, di abbassare i toni. Piuttosto, si deve fare il contrario. Perché se, come in questi giorni si dice autorevolmente, è scomparso “un altro Padre della Chiesa” o un “Dottore della fede” o un “nuovo Agostino”, allora siamo di fronte a un grande evento storico non solo della cristianità. Arrivati alla vigilia della tumulazione, la percezione di tanta grandezza sembra invece incerta e anche imbarazzata. Sulla modalità di celebrazione, sul rito, sui paramenti, sulle presenze, sull’affluenza, ancora si discute. Come se si fosse insicuri o timorosi o guardinghi.

Bene ha fatto il governo italiano a disporre le bandiere a mezz’asta. E bene faranno i fedeli, gli estimatori, il popolo tutto, ad accorrere numerosi per pregare con lui, rendere giustizia a lui, testimoniare la fede o anche solo l’ammirazione per lui. 

Come Benedetto XVI è stato fatto oggetto di contumelie e denigrazioni, e anche sorde resistenze, in vita, così ora da morto sia pensato e onorato come un dono del cielo. Come fu trasformato in figura di discordia, diventi volto di perdono e amore. Perché l’uomo era così: non aveva pensieri se non limpidi, sentimenti se non sinceri, atteggiamenti se non di rispetto. Non che rifuggisse dalla critica e anche dalla polemica, ma gli era spontaneo, naturale, non studiato o calcolato, distinguere fra il piano delle idee sulle quali, una volta meditate a fondo, era inflessibile da quello delle persone, verso le quali era sempre comprensivo. Nessuno lo ha mai sentito dolersi (e certamente ne provò dolore) dell’affronto che gli fecero i docenti di una università che prima lo invitarono e poi lo respinsero. Nessuno ricorda una sua lamentela personale. Difficile trovare un altro come lui che avesse interesse tanto genuino a parlare, discutere, capire. Difficile pensare a un altro che potesse tanto spontaneamente mettere il suo interlocutore alla pari. Provava amicizia autentica anche verso chi lo aveva lasciato (“tradito” era una parola che non sarebbe stato in grado neppure di pronunciare).

Benedetto XVI aveva un interesse spiccato a intrattenere conversazioni con i cosiddetti “laici”. Chiamarlo un “Papa laico” non sarebbe un ossimoro. Senza atteggiamenti cattedratici, li sfidava. Che cosa significa “laico”? È laico il fondamento del pensiero laico? Oppure il pensiero laico ha compiuto un “distacco” dalla sua origine storica cristiana e una “emancipazione” dalla sua famiglia concettuale di origine che non sa come giustificare? Come render conto della uguaglianza fra tutti gli uomini, della loro comune dignità di persona? E se l’essere figli di Dio, a sua immagine, è la risposta (altra, altrettanto universale, non c’è), allora perché non riconoscere che a quell’immagine e solo nei limiti di quell’immagine sono legati diritti non negoziabili?

Dunque, c’è (deve esserci, c’è bisogno che ci sia) una legge sopra le nostre leggi, perché le nostre leggi non provano il valore di se stesse: che, ad esempio, un uomo sia uguale a una donna, che un uomo sia sempre un fine mai solo un mezzo, che la dignità sia una sua proprietà naturale, non sono teoremi che la ragione può provare, sono verità che la fede può credere. Scrisse un giorno Agostino, il teologo e santo tanto amato da Benedetto XVI: vae qui habent spem in saeculo!. State attenti voi laici a rifiutare o anche solo a porre fra parentesi la fede: pensate di essere più liberi e non vi accorgete che in realtà state recidendo le radici, la linfa, il nutrimento, di quella stessa libertà di cui dite di essere tanto orgogliosi. Semplicemente, il vostro secolarismo pecca di superbia e non risponde alle vostre domande.

Ecco un sentimento, un atteggiamento intellettuale, che Benedetto XVI non provava. Quella serenità dell’anima che traspariva dai suoi occhi, quel sorriso interiore che si vedeva sulle sue labbra, quella dottrina non solo teologica che si avvertiva dalla sua conversazione gli impedivano di essere superbo. Ora si comincia sempre più chiaramente a capirlo. Il suo pensiero cristiano indulgeva assai poco a correggere le storture di questo mondo (il secolo), a predicare la giustizia sociale o proclamare l’ecologia o esaltare l’umanitarismo o inclinare al sincretismo e assai di più a richiamare tutti alla Città di Dio.

Ora che in questa Città Benedetto XVI c’è entrato da umile servitore noi non dobbiamo avere timore di ricordarlo o pudore di celebrarlo. Perciò dobbiamo accorrere tutti: affinché il cristianesimo non si affievolisca, affinché non si secolarizzi anch’esso, affinché non diventi una narrazione consolatoria, affinché il nostro mondo non perda senso e speranza. E affinché lui, che ha vinto, non si archiviato come una pratica da sbrigarsi in fretta e poi proseguire come prima. 

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Il  Timore della Morte

Caro Padre Livio,

Io vivo negli Stati Uniti e ascolto sempre con interesse il suo “Sguardo di Fede sull’attualità”. La ringrazio per aiutarci a cominciare la giornata sotto la guida di Maria.

Oggi lei ci ha chiesto di meditare sul nostro timore di morire, anche alla luce della catechesi offerta da Benedetto XVI su questo tema.

 Io ho vissuto da credente e cattolica praticante tutta la mia vita, e parte della mia vita anche da scienziata. Adesso sono anziana, con problemi di salute, e sento sempre più il desiderio di prepararmi all’incontro finale con il mio Creatore, purificando le mie colpe nel Suo perdono. Avevo notato che con l’avanzare degli anni la mia mentalità scientifica cercava di entrare nel campo della fede, stimolandomi a fare domande a cui non posso rispondere. Stavo correndo il rischio di annacquare la mia fede col dubbio della ragione e vedere la morte come una prova insormontabile perché sconosciuta. E allora cosa fare?

 Ho cercato di ritornare alla mia fede fresca di fanciulla, quando le cose del cielo apparivano le più belle e le più vere, perché parlavano solo di amore. Pensare che sono stata amata dal Padre fin dall’eternità e che Lui mi aspetta, mi dà  consolazione, accompagnandomi a vedere il timore della morte semplicemente come una reazione della mia fragile natura umana, ancora incapace a scrutare l’eterno nella sua infinita bellezza. È un timore che passerà al momento giusto, se sarò preparata e accetterò la grazia del Signore.

 Le ultime parole dolcissime di Benedetto XVI “Gesù, ti amo”, mi hanno ricordato che anch’io devo entrare nell’eternità amando, per ricevere l’Eterno Amore. Ho anche letto e meditato il discorso di Ratzinger sul timore della morte pubblicato sul suo blog. Ancora una volta sono stata illuminata dalla teologia del Logos di Benedetto XVI, ricca di fede e di speranza. Sì, credo che anch’io risorgerò perché Cristo “è risorto ed ha aperto anche per noi le porte dell’eternità”, e mi sosterrà attraverso la notte della morte, perché desidero amarlo. Grazie Gesù.

 Uniti in preghiera, e grazie per Radio Maria.

Graziella

🌟🖊️CI SCRIVONO🖊️🌟    

Trentamila giorni di vita

Buongiorno caro Padre Livio,

le scrivo solo una breve email per farle dei simpatici auguri,
ma non quelli consueti di buona fine d’anno, bensì per la circostanza
che oggi Lei compie 30.000 giorni di vita;
dalla sua data di nascita (11/11/1940) ad oggi, sono appunti trascorsi 30000 giorni.
Ringraziamo assieme il Signore e la Regina della Pace per averla assistita in questo tempo
e averla custodita ed ispirata, per la missione che ha compiuto.
Con affetto,

Daniele (Firenze)

data partenza11/11/1940
data arrivo31/12/2022
giorni trascorsi30000




 Grazie caro Daniele per i simpatici auguri.

Ho molto da recuperare e  cerco  di  sprecare il meno possibile.  

Ave Maria 

Padre  Livio
 

🌟🖊️CI SCRIVONO🖊️🌟    

La  perdita  del  messaggio cristiano

Caro Padre Livio,

buon anno nuovo e grazie per tutto ciò che fa per la Fede. Com’è vero il suo recente richiamo alla perdita del “messaggio” cristiano! 

Io sono credente e assiduo alla Messa. I sacerdoti sono molto occupati per il welfare; uno di questi, giovane, in città è molto celebre per la sua collaborazione con le ONG degli stranieri.  Molto aiuto per sfamare, per l’abitare.. 

Sono pochi, rari, i preti che parlano dei Novissimi,  che Gesù è via verità e vita e che chiunque crede in lui ” non muore ma ha la vita eterna “.

Che opacità… siamo diventati una onlus?

Stia bene e coraggio.

 Massimo di Modena 

Caro Massimo,

siamo  nei giorni nei quali celebriamo la memoria  di Benedetto XVI del  quale  pare  che  solo ora  molti scoprono la  straordinaria   grandezza, non certo inferiore  a quella  dei Papi più  recenti.

E’ una grandezza tutta  spirituale,  quella  di un’anima innamorata  di Cristo,  che   in Lui ha trovato il  senso della  vita e   la  fonte  di acqua viva  che la   alimenta.

E’ un’anima  che  ci porta  il Cielo sulla terra e  le Verità  divine che illuminano il  cammino nelle  tenebre  di questo mondo.

E’ un cuore  che  anela all’eternità e  alla  pienezza dell’amore  e della  felicità.

Così,  caro amico deve essere la  Chiesa, soprattutto noi Sacerdoti, che ci siamo dimenticati che   l’uomo ha fame di Parole di vita eterna.

Ave  Maria

Padre  Livio

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