"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Gennaio 2023 Pagina 14 di 15

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA

Pensiero Spirituale sulla figura del Papa emerito Benedetto XVI

Cari amici,

pochi giorni fa Benedetto XVI è tornato alla casa del Padre lasciando dietro di sé una scia di luce, di santità e di grazia. Difatti, gli ultimi anni trascorsi nella preghiera e nel silenzio sono stati anni di grande intensità di comunione con Dio e la gente lo ha percepito. La sua pienezza di grazia e la sua bontà non sono passati inosservati, nonostante fosse lontano dagli occhi del mondo, nel raccoglimento della preghiera discreta e silenziosa.

Quello che mi ha molto colpito di questo grande uomo di Chiesa è stata la perseveranza nella fede che ha portato avanti in maniera inscalfibile fino al termine della sua vita. Conservare le fede è importantissimo, lo ha dimostrato Ratzinger in modo esemplare pronunciando con fede le ultime parole: «Signore ti amo», assicurandosi la salvezza eterna.

La vita eterna è proprio l’incontro con Cristo e questo è ovviamente il frutto della perseveranza nella fede.

Benedetto XVI è entrato nell’agone internazionale con la sua nomina nel 2005 come Sommo Pontefice, fino al 2013. Ha continuato la sua presenza, sia pure di Papa emerito, dando un grande esempio di testimonianza della fede.

Nel mondo moderno la dissoluzione della fede ha preso un’accelerazione incontenibile proprio nel nuovo millennio, quando la Madonna ha detto: «satana è libero dalle catene». Nei messaggi di questi ultimi vent’anni la Regina della pace ha fatto un’analisi molto addolorata di quello che è accaduto, cioè che l’uomo ha messo se stesso al posto di Dio, che ci siamo persi, che abbiamo rifiutato la fede e la Croce, che siamo diventati pagani. Inoltre, la Madonna ci ha detto che il mondo senza Dio non ha futuro né vita eterna.

La dissoluzione della fede ha certamente radici molto lontane nel tempo, da ormai tre secoli le classi colte europee hanno iniziato a colpire nei fianchi la nostra fede per demolirla, ma sono senza dubbio gli ultimi vent’anni ad aver dato il colpo di grazia: chiese vuote, calo vertiginoso delle vocazioni, gruppi di preghiera sempre meno numerosi, diminuzione dei Sacramenti, specialmente matrimoni e battesimi. Addirittura, la fede, negli ultimi anni, è disprezzata e viene considerata una forma di pensiero infantile di cui liberarsi per diventare “adulti”, ovvero pagani che adorano se stessi.

Benedetto XVI ha assistito da Papa, e poi da testimone accanto a Francesco, a questo processo repentino di dissoluzione della fede. Anche dopo la rinuncia, è sempre stato presente nel silenzio e nella preghiera, ma sempre informato e aggiornato.

L’attacco di satana alla Chiesa ha avuto come risposta la perseveranza nella fede di questo grande uomo, esempio per tutti noi cristiani, segno importantissimo di testimonianza.

Da lui dobbiamo imparare proprio ad essere saldi e forti nella fede, specialmente adesso che il Cristianesimo è in pericolo. In un mondo che con tutte le sue forze vuole distruggere la fede, noi cristiani dobbiamo prendere ispirazione da Benedetto XVI che, fino all’ultimo istante, ha amato Cristo e la Chiesa ed è rimasto un fedele testimone del Cristianesimo.

Anche noi, come lui, dobbiamo essere fedeli a Cristo fino alla fine. Che i suoi ultimi istanti siano un’ispirazione per tutti noi, nel momento della morte sulle nostre labbra scaturiscano le sue stesse parole d’amore per Dio: «Signore ti amo».

Da “La Lettura cristiana della cronaca e della Storia”

“IO SONO CRISTIANO E AMO GESÙ SOPRA OGNI COSA” – Puntata 23

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Le ultime parole di Benedetto XVI: “Signore ti amo!”

IL DISCORSO

Perché abbiamo timore davanti alla morte

Il timore è partire verso qualcosa di ignoto che non conosciamo. Nel discorso di Ratzinger, pronunciato il 2 novembre 2011, la discussione sulla fine e sulla perdita di una visione di fede

Da sempre l’uomo si è preoccupato dei suoi morti e ha cercato di dare loro una sorta di seconda vita attraverso l’attenzione, la cura, l’affetto. In un certo modo si vuole conservare la loro esperienza di vita; e, paradossalmente, come essi hanno vissuto, che cosa hanno amato, che cosa hanno temuto, che cosa hanno sperato e che cosa hanno detestato, noi lo scopriamo proprio dalle tombe, davanti alle quali si affollano ricordi. Esse sono quasi uno specchio del loro mondo.

Perché è così? Perché, nonostante la morte sia spesso un tema quasi proibito nella nostra società, e vi sia il tentativo continuo di levare dalla nostra mente il solo pensiero della morte, essa riguarda ciascuno di noi, riguarda l’uomo di ogni tempo e di ogni spazio. E davanti a questo mistero tutti, anche inconsciamente, cerchiamo qualcosa che ci inviti a sperare, un segnale che ci dia consolazione, che si apra qualche orizzonte, che offra ancora un futuro. La strada della morte, in realtà, è una via della speranza e percorrere i nostri cimiteri, come pure leggere le scritte sulle tombe è compiere un cammino segnato dalla speranza di eternità.

Ma ci chiediamo: perché proviamo timore davanti alla morte? Perché l’umanità, in una sua larga parte, mai si è rassegnata a credere che al di là di essa non vi sia semplicemente il nulla? Direi che le risposte sono molteplici: abbiamo timore davanti alla morte perché abbiamo paura del nulla, di questo partire verso qualcosa che non conosciamo, che ci è ignoto.

 E allora c’è in noi un senso di rifiuto perché non possiamo accettare che tutto ciò che di bello e di grande è stato realizzato durante un’intera esistenza, venga improvvisamente cancellato, cada nell’abisso del nulla. Soprattutto noi sentiamo che l’amore richiama e chiede eternità e non è possibile accettare che esso venga distrutto dalla morte in un solo momento.

Ancora, abbiamo timore davanti alla morte perché, quando ci troviamo verso la fine dell’esistenza, c’è la percezione che vi sia un giudizio sulle nostre azioni, su come abbiamo condotto la nostra vita, soprattutto su quei punti d’ombra che, con abilità, sappiamo spesso rimuovere o tentiamo di rimuovere dalla nostra coscienza. Direi che proprio la questione del giudizio è spesso sottesa alla cura dell’uomo di tutti i tempi per i defunti, all’attenzione verso le persone che sono state significative per lui e che non gli sono più accanto nel cammino della vita terrena.

In un certo senso i gesti di affetto, di amore che circondano il defunto, sono un modo per proteggerlo nella convinzione che essi non rimangano senza effetto sul giudizio. Questo lo possiamo cogliere nella maggior parte delle culture che caratterizzano la storia dell’uomo.

Oggi il mondo è diventato, almeno apparentemente, molto più razionale, o meglio, si è diffusa la tendenza a pensare che ogni realtà debba essere affrontata con i criteri della scienza sperimentale, e che anche alla grande questione della morte si debba rispondere non tanto con la fede, ma partendo da conoscenze sperimentabili, empiriche. Non ci si rende sufficientemente conto, però, che proprio in questo modo si è finiti per cadere in forme di spiritismo, nel tentativo di avere un qualche contatto con il mondo al di là della morte, quasi immaginando che vi sia una realtà che, alla fine, è sarebbe una copia di quella presente.

Cari amici, la solennità di tutti i Santi e la Commemorazione di tutti i fedeli defunti ci dicono che solamente chi può riconoscere una grande speranza nella morte, può anche vivere una vita a partire dalla speranza. Se noi riduciamo l’uomo esclusivamente alla sua dimensione orizzontale, a ciò che si può percepire empiricamente, la stessa vita perde il suo senso profondo. L’uomo ha bisogno di eternità ed ogni altra speranza per lui è troppo breve, è troppo limitata.

L’uomo è spiegabile solamente se c’è un Amore che superi ogni isolamento, anche quello della morte, in una totalità che trascenda anche lo spazio e il tempo. L’uomo è spiegabile, trova il suo senso più profondo, solamente se c’è Dio. E noi sappiamo che Dio è uscito dalla sua lontananza e si è fatto vicino, è entrato nella nostra vita e ci dice: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me non morirà in eterno” (Gv 11,25-26).

Pensiamo un momento alla scena del Calvario e riascoltiamo le parole che Gesù, dall’alto della Croce, rivolge al malfattore crocifisso alla sua destra: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43). Pensiamo ai due discepoli sulla strada di Emmaus, quando, dopo aver percorso un tratto di strada con Gesù Risorto, lo riconoscono e partono senza indugio verso Gerusalemme per annunciare la Risurrezione del Signore (cfr Lc 24,13-35). Alla mente ritornano con rinnovata chiarezza le parole del Maestro: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no non vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? (Gv 14,1-2).

Dio si è veramente mostrato, è diventato accessibile, ha tanto amato il mondo “da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16), e nel supremo atto di amore della Croce, immergendosi nell’abisso della morte, l’ha vinta, è risorto ed ha aperto anche a noi le porte dell’eternità. Cristo ci sostiene attraverso la notte della morte che Egli stesso ha attraversato; è il Buon Pastore, alla cui guida ci si può affidare senza alcuna paura, poiché Egli conosce bene la strada, anche attraverso l’oscurità.

Ogni domenica, recitando il Credo, noi riaffermiamo questa verità. E nel recarci ai cimiteri a pregare con affetto e con amore per i nostri defunti, siamo invitati, ancora una volta, a rinnovare con coraggio e con forza la nostra fede nella vita eterna, anzi a vivere con questa grande speranza e testimoniarla al mondo: dietro il presente non c’è il nulla. E proprio la fede nella vita eterna dà al cristiano il coraggio di amare ancora più intensamente questa nostra terra e di lavorare per costruirle un futuro, per darle una vera e sicura speranza. Grazie.

Benedetto XVI
Udienza generale del 2 novembre 2011

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Le ultime parole di Benedetto XVI: “Signore ti amo!”

Monsignor Gänswein racconta ciò che il Papa emerito ha detto nella notte poche ore prima di morire. Proprio la ricerca di Gesù, “l’amato”, è stata la cifra del servizio sacerdotale di Joseph Ratzinger, come ricordò nel 2016 Papa Francesco

ANDREA TORNIELLI– Vatican News

Le ultime parole del Papa emerito Benedetto XVI sono state raccolte nel cuore della notte da un infermiere. Erano circa le 3 della mattina del 31 dicembre, alcune ore prima della morte. Ratzinger non era ancora entrato in agonia, e in quel momento i suoi collaboratori e assistenti si erano dati il cambio. Con lui, in quel preciso momento, c’era solo un infermiere che non parla il tedesco. “Benedetto XVI – racconta commosso il suo segretario, il vescovo Georg Gänswein – con un filo di voce, ma in modo ben distinguibile, ha detto, in italiano: ‘Signore ti amo!’ Io in quel momento non c’ero, ma l’infermiere me l’ha raccontato poco dopo. Sono state le sue ultime parole comprensibili, perché successivamente non è stato più grado di esprimersi”.

“Signore ti amo!”, quasi una sintesi della vita di Joseph Ratzinger, che ormai da anni si preparava all’incontro definitivo, faccia a faccia, con il Creatore. Il 28 giugno 2016, nel 65° anniversario dell’ordinazione sacerdotale del predecessore ormai emerito, Papa Francesco aveva voluto sottolineare la “nota di fondo” che aveva percorso la lunga storia del sacerdozio di Ratzinger e aveva detto: “In una delle tante belle pagine che lei dedica al sacerdozio sottolinea come, nell’ora della chiamata definitiva di Simone, Gesù, guardandolo, in fondo gli chiede una cosa sola: ‘Mi ami?’. Quanto è bello e vero questo! Perché è qui, lei ci dice, in quel ‘mi ami?’ che il Signore fonda il pascere, perché solo se c’è l’amore per il Signore Lui può pascere attraverso di noi…: ‘Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo’ ”.

“È questa la nota – aveva continuato Francesco – che domina una vita intera spesa nel servizio sacerdotale e della teologia, che lei non a caso ha definito come ‘la ricerca dell’amato’; è questo che lei ha sempre testimoniato e testimonia ancora oggi: che la cosa decisiva nelle nostre giornate — di sole o di pioggia —, quella solo con la quale viene anche tutto il resto, è che il Signore sia veramente presente, che lo desideriamo, che interiormente siamo vicini a Lui, che Lo amiamo, che davvero crediamo profondamente in Lui e credendo Lo amiamo veramente. È questo amare che veramente ci riempie il cuore, questo credere è quello che ci fa camminare sicuri e tranquilli sulle acque, anche in mezzo alla tempesta, proprio come accadde a Pietro”.

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BENEDETTO XVI FU CORAGGIOSO E  UMILE.  DISSE: NON  POSSO COPIARE GIOVANNI PAOLO II”

Intervista al segretario di Ratzinger,   rimasto vicino a Benedetto anche dopo l’abdicazione

Ezio Mauro – La Repubblica 1 Gennaio 2022

Monsignor Georg Gänswein, lei ha 66 anni, da 38 è al servizio della Chiesa, oggi è Prefetto della Casa Pontificia ma soprattutto è stato segretario privato del Papa emerito Benedetto XVI, gli è stato accanto fino al momento della morte, e prima nel giorno dell’elezione e in quello della rinuncia che ha stupito il mondo. C’è un’immagine quasi simbolica dell’abdicazione, ed è l’elicottero che porta via il Papa dal Vaticano verso Castel Gandolfo per rientrare nel secolo. Lei c’era, su quell’elicottero. Che cosa ricorda di quell’ultimo atto?
«La prima cosa che ricordo è il congedo del Palazzo apostolico. Io sono stato l’ultimo che ha lasciato l’appartamento, ho spento le luci, questo era per me un atto già molto commovente, ma anche molto triste. Ho chiuso la porta. E poi siamo usciti».

Ma chi c’era mi ha detto che lei piangeva: è così?
«Questo è vero, mi sono commosso e quando ho visto… mi perdoni… il cardinale Comastri, quando ho visto lui piangere si è rotto qualcosa in me e ho pianto, sì. Ho cercato di trattenermi, ma la pressione era troppo grande, una specie di tsunami sopra, sotto, accanto. Non sapevo più dov’ero».

E il Papa si è commosso?
«Papa Benedetto era in uno stato di tranquillità incredibile, come già nei giorni precedenti».

Lei quando ha saputo della scelta del Papa?
«Il Papa me lo ha detto a Castel Gandolfo. Era fine settembre del 2012».

Come ha reagito?
«La mia reazione immediata è stata questa: Santo Padre è impossibile, questo proprio non è possibile».

Gli ha detto che non poteva farlo?
«Sì, sì, l’ho detto direttamente, così come parlo con lei adesso. Santo Padre, no. Si deve e si può pensare a ridurre gli impegni, questo sì. Ma lasciare, rinunciare è impossibile. Papa Benedetto mi ha lasciato parlare. E poi ha detto: lei può immaginare che ho pensato bene a questa scelta, ho riflettuto, ho pregato, ho lottato. E ora le comunico una decisione presa, non una tesi da discutere. Non è una quaestio disputanda, è decisa. La dico a lei, e lei adesso non deve dirla a nessuno».

C’era già stato tutto il travaglio dentro di lui, dunque, prima della scelta: lei se n’era accorto?
«Io mi ero accorto all’inizio di luglio che il Papa era molto chiuso, molto pensieroso. E pensavo che fosse concentrato sul terzo volume su Gesù, che stava finendo. Quando poi a fine settembre mi ha rivelato la sua scelta ho capito che stavo sbagliando: non era il libro che lo preoccupava, ma era la lotta interna di questa decisione, una sfida».

Lei ha tenuto questo segreto per mesi, fino alla notte prima dell’annuncio. Quella sera, salutandovi, cosa vi siete detti?
«Lui prima di ritirarsi è andato in cappella per pregare, come tutti i sacerdoti nella compieta. Lì ha fatto le sue preghiere, ma io non ho chiesto per cosa ha pregato quella sera».

E lei ha dormito quella notte?
«Io non ho dormito perché sapevo che il giorno dopo sarebbe stato il giorno della rinuncia. Non sono riuscito a trovare il sonno».

Aveva conosciuto il Papa sui libri di scuola, in seminario. Quando lo ha incontrato personalmente?
«Gli ho parlato per la prima volta nel 1995, il 10 gennaio, ventisette anni fa, qui in Vaticano nel Collegio Teutonico. Gli ho spiegato da dove venivo, cosa avevo fatto e quando ha sentito che ero stato sette anni all’Università di Monaco, il ghiaccio si è rotto. La mia prima impressione è indimenticabile: una personalità forte ma molto naturale. Mite ma molto, molto decisa».

Tutto cambia il 19 Aprile 2005, alle 17 e 56, quando la fumata bianca trasforma Joseph Ratzinger in Benedetto XVI, 265esimo successore di Pietro. Lei dov’era quel giorno?
«Nell’aula che collega la Cappella Sistina e la Cappella Paolina, la Sala Regia. Dopo un’ora, scoppia un applauso forte. Si poteva sentire da fuori, dov’ero io. Ma i cardinali non applaudono, il conclave non è un concerto. Allora l’unica spiegazione è che hanno scelto, e che il prescelto ha accettato. Poco dopo ricordo “Bum, Bum, Bum”, la grande porta che si apre di colpo e il più giovane cardinale che esce di fretta, dicendo “Abbiamo deciso, c’è il nuovo Papa”. Nient’altro».

E lei non sapeva chi era?
«No, non lo sapevo. Finché sporgendomi a guardare per capire, l’ho visto, giù in fondo».

Già vestito di bianco?
«Era tutto bianco, anche la faccia. Già i capelli erano bianchi. Poi lo zucchetto candido e il vestito bianco. Ma era pallido, molto pallido. E lì, in quel momento, mi ha guardato. “Santo Padre, ho mormorato, non so cosa dire, auguri, preghiere”. Poi ho detto una cosa importante per me: “Io le prometto il mio servizio, se vuole, in vita e in morte. Durante tutta la mia vita, fino alla morte o anche nella morte».

Ma immediatamente prima del Conclave c’era stata quella frase di Ratzinger sulla pedofilia tra i sacerdoti, quando dice “quanta sporcizia nella Chiesa”. Questa denuncia davanti ai cardinali era una specie di programma di governo?
«Non deve dimenticare che da Prefetto era stato il primo, o uno dei primi, a venire a contatto con questa brutta piaga degli abusi. È ovvio che una tale esperienza non può non essere presente nella Via Crucis 2005».

Poi c’è la prima omelia all’inizio del pontificato, quando il nuovo Papa dice pregate per me, perché io non fugga per paura davanti ai lupi. Di quali lupi parlava?
«Qualcuno mi ha chiesto se potevo fare qualche nome. Chiedete al Papa stesso, ho risposto, io non so se ha pensato a qualcuno, ma non lo credo. Certamente quell’immagine vuol dire non è facile anche essere coerente, controcorrente, e mantenere questa direzione se molti sono di un’altra opinione».

Però si capisce da queste parole che lui aveva la percezione che non sarebbe stato un papato di tranquillità, ma di lotta: se lo aspettava?
«Chi crede che ci possa essere un papato di tranquillità credo che abbia sbagliato la professione».

Però forse non immaginavate che questa lotta sarebbe nata proprio all’interno del Vaticano, con scandali sessuali, morali, economici. Una crisi più pesante del previsto?
«La parola scandalo certamente è un po’ forte, ma vero è che durante il pontificato ci sono stati molti problemi, Vatileaks, poi lo Ior. Ma è ovvio che, come direbbe Papa Francesco, il cattivo, il maligno, il diavolo non dorme. È chiaro, cerca sempre di toccare, di colpire dove i nervi sono scoperti, e fa più male».

Sta dicendo che ha sentito la presenza del diavolo in quegli anni?
«L’ho sentito in realtà molto contrarie, contro Papa Benedetto».

Vatileaks è uno scandalo enorme, fa il giro del mondo. D’altra parte, pensiamo, documenti riservati rubati direttamente dalla scrivania del Papa, dal suo maggiordomo. Com’è stato possibile?
«Qui devo fare una piccola correzione. I documenti non sono stati rubati dalla scrivania di Papa Benedetto, ma dalla mia. Purtroppo me ne sono accorto molto, molto più tardi, troppo tardi. Io ho parlato con Benedetto, chiaramente, gli ho detto Santo Padre, la responsabilità è mia, me la assumo. Le chiedo di destinarmi a un altro lavoro, io mi dimetto. No, no, mi ha risposto: vede, c’era uno che ha tradito persino nei 12, si chiama Giuda. Noi siamo un piccolo gruppo, qui, e rimaniamo insieme».

Lei sa che c’è chi pensa che il Papa abbia abdicato sotto una specie di ricatto dopo il furto dei documenti. D’altra parte noi conosciamo le carte che sono state rese pubbliche, ma non sappiamo quali altre carte sono state lette, carpite, quali magari sono state esibite come una minaccia davanti a Benedetto. Cosa risponde a un’ipotesi del genere?
«Lo escludo totalmente. Non c’era nient’altro di peso».

Papa Benedetto recentemente è stato chiamato in causa per una vicenda di abusi sessuali del 1980, quando era arcivescovo di Monaco. Lui un anno fa ha scritto una lettera per scusarsi del suo comportamento, dicendo che forse doveva investigare di più, farsi più domande, però al tempo stesso respinge categoricamente l’accusa di aver detto delle bugie. È il sentimento della colpa?
«C’è stato un errore da parte uno dei nostri collaboratori, perché abbiamo dovuto leggere 8.000 pagine della documentazione, e la persona che ha letto le carte ha detto che in quella famosa riunione del 15 gennaio 1980, il Cardinal Ratzinger non era presente».

Perché questa bugia?
«Il nostro collaboratore ha sbagliato le date, una cosa brutta. Quando io ho detto Santo Padre, qui abbiamo sbagliato, Benedetto ha deciso di scrivere una lettera personale, così nessuno può dire che non abbia risposto in prima persona».

Naturalmente la questione è se questi scandali hanno influito sulla rinuncia di Ratzinger. Lei dice di no, cito le sue parole: non è fuggito dai lupi, ha semplicemente e umilmente ammesso di non avere più la forza per reggere la chiesa di Cristo. Di nuovo i lupi. Le domando, quei lupi il Papa li ha incontrati?
«Io ho parlato una volta di questo con Papa Benedetto, ma tutti questi scandali, come vengono chiamati, non erano anche un motivo per lasciare? No, ha risposto, la questione non ha influito sulla mia rinuncia. L’11 febbraio 2013 ho detto i motivi: mi mancavano le forze e per governare. Per guidare la Chiesa, oggi, servono le forze, altrimenti non funziona».

Però Benedetto veniva dopo un Papa come Giovanni Paolo II, che ha vissuto in pubblico la sua malattia e quasi ha offerto la sofferenza del corpo come testimonianza della sua fede, anche in coerenza col suo motto papale: Totus tuus. Come si è confrontato Benedetto con la scelta del suo predecessore?
«Lui mi ha detto una volta: non posso e non voglio copiare il modello di Giovanni Paolo II nella malattia, perché io devo confrontarmi con la mia vita, con le mie scelte, con le mie forze. Ecco perché il Papa si è permesso di fare questa scelta. Che secondo me richiede non soltanto molto coraggio, ma anche moltissima umiltà».

Questa scelta pone anche una domanda al teologo Ratzinger, e cioè la tentazione dell’umano di deviare il disegno divino che l’ha portato sulla cattedra di Pietro: l’uomo può farlo?
«L’uomo deve prendere la decisione che in quel momento secondo lui è giusta».

Lei era accanto al Papa nel 2009 all’Aquila, davanti alla teca dov’è custodito il corpo di Celestino V, l’unico pontefice che, come Ratzinger, fece liberamente la rinuncia nel 1294; e lei aiuta Benedetto che si è sfilato il pallio a deporlo sulla teca di Celestino V. Perché quel gesto che sembra un’autoprofezia?
«Mettere sulla tomba della Chiesa distrutta di Collemaggio il pallio papale era un gesto di grande onore a Celestino. Ma non c’entra niente con un atto di rinuncia che diventerà realtà alcuni anni più tardi. Escludo un collegamento».

Mi racconta il mattino dell’11, il giorno della scelta?
«L’11 febbraio, la Madonna di Lourdes. Abbiamo celebrato la Santa Messa, recitato il breviario, fatto la prima colazione, il Papa si è preparato per il Concistoro. L’ho aiutato a indossare la mozzetta con la stola, poi l’ho accompagnato con un piccolo ascensore dall’appartamento alla seconda loggia. Non abbiamo parlato, niente. Cioè il silenzio era assoluto, perché non era il momento delle parole. Alla fine del Concistoro il Papa dice: Signori cardinali, rimanete qui, devo ancora dirvi una cosa importante per la vita della Chiesa».

Ha un foglietto in mano, lo ha scritto lui?
«Sì, direttamente in latino. Io ho chiesto perché, e lui mi ha risposto che un annuncio così si deve fare nella lingua della Chiesa, la lingua madre. Così ha letto quelle parole sono diventate la dichiarazione della rinuncia».

Sono le 11:30, l’ora della scelta.
«Si sente dalla voce che il Papa era commosso e affaticato: tutt’e due».

Alle 11:46 la notizia fa il giro del mondo. E in qualche modo è l’assoluto che deve fare il conto con il relativo, l’universale che si scontra con la debolezza umana denunciata in pubblico. In questo senso è anche l’irruzione della modernità di un’istituzione che ha 2 mila anni di vita con il Pontefice, rappresentante di Cristo in terra, che rivela la sua fragilità di fronte al peso di reggere la Chiesa universale e anche la responsabilità che ne consegue. È d’accordo con questa lettura?
«Non è una spiegazione completa, ma sono totalmente d’accordo».

Il cardinal Ruini mi ha detto di essere rimasto attonito, stupefatto, perché non se l’aspettava minimamente. Lei cosa ricorda delle reazioni di quel momento?
«Quando Papa Benedetto ha cominciato a leggere in latino ho visto un po’ di… come dire… di movimenti, sforzi per intendere meglio, poi poco per volta mi sono accorto che i cardinali stavano percependo che c’era qualcosa di strano. Credo che alcuni abbiano capito subito, mentre altri chiedevano aiuto al vicino. Poi quando il cardinal Sodano ha fatto un breve saluto al Papa in italiano, parlando di fulmine a ciel sereno, tutti si sono resi conto di cosa stava succedendo».
 

Perché Benedetto ha scelto per sé la formula di Papa Emerito, sollevando discussioni?
«Ha deciso così lui, personalmente. Penso che davanti a una decisione così eccezionale tornare cardinale sarebbe stato poco naturale. Ma non c’è nessun dubbio che c’è stato sempre un solo Papa, e si chiama Francesco».

Lei ha conosciuto personalmente tre Papi, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Se io le dico che Wojtyla rappresenta l’anima, Ratzinger la ragione e Francesco il cuore, lei che cosa mi risponde?
«Che tutte e tre le parole sono giuste, ma sono anche troppo semplici».

Come è cambiata la vostra vita dopo la rinuncia di Benedetto al trono Pontificio?
«Si cambia da così a così, radicalmente, da un giorno all’altro».

Non crede che dopo la rinuncia di Ratzinger il sacro sia diventato più umano?
«Il sacro è il sacro, e ha anche aspetti umani. Io credo che con la sua rinuncia Papa Benedetto abbia anche dimostrato che il Papa, se è sempre il successore di Pietro, rimane una persona umana con tutte le sue forze, ma anche con le sue debolezze».

C’è una formula che può definire tutto quello che abbiamo detto, non è la forza che cambia il disegno divino, ma la fragilità dell’uomo: è d’accordo?
«Tutte e due. cioè, ci vuole l’una, ma si deve vivere anche l’altra. Perché ci vuole forza per accettare la propria debolezza».

(Ezio Mauro – La Repubblica 1 Gennaio 2022)

“IO SONO CRISTIANO E AMO GESÙ SOPRA OGNI COSA” – Puntata 22

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale sull’inizio del nuovo anno

Cari amici,

l’inizio del nuovo anno è il momento giusto per fare il punto della situazione. Ogni anno è speciale e specialmente gli ultimi due sono stati caratterizzati da eventi imponderabili che ci hanno sorpreso. L’epidemia è stata come un fulmine a ciel sereno e ancora non ce la siamo lasciata alle spalle; la guerra è stata un altro evento inaspettato che definirei un “tumore sociale” che corrode il mondo.

Alla luce di questi eventi imprevedibili, la gente è preoccupata, impaurita, angosciata.

Iniziamo il nuovo anno nella prospettiva giusta. La Madonna non ci copre mai i mali, anzi ce li mostra ma sempre dandoci la soluzione. Anche di fronte ai mali più gravi («satana vuole distruggere le vostre vite e il pianeta sul quale camminate») la Regina della pace ci indica la strada della salvezza: Dio e i suoi Comandamenti.

Il progetto di satana è stato sovente rievocato dalla Madonna ma sempre con l’affermazione e la rassicurazione della sua presenza, per salvarci da questa prospettiva catastrofica.

Vorrei che iniziassimo il nuovo anno nella luce della speranza. Non siamo entrati nel tempo dell’Apocalisse come il mondo intende, cioè un tempo di paure, massacri, catastrofi. Siamo entrati nel tempo dell’Apocalisse come Dio lo intende, è il tempo della divina Misericordia.

L’Apocalisse, in chiave cristiana, è il tempo nel quale Dio interviene per salvare il suo popolo che è in pericolo.

Dio ha inviato sua Madre per salvare l’umanità che è in pericolo. Questo è il senso di questa lunga presenza della Madonna a Medjugorje. Dio ha inviato Maria come sua plenipotenziaria. Maria è la Donna vestita di Sole, incoronata di dodici stelle che schiaccerà la testa al serpente, è l’Apocalisse.

La Madonna è qui per salvare l’umanità dal tentativo di satana di eliminare Cristo, distruggere la Chiesa, seminare terrore, odio e morte.

La Madonna è qui per sventare il piano di satana di impossessarsi del mondo. La Regina della pace non ci ha coperto questa realtà, ma ci ha ripetuto che Lei è qui presente per portare il Suo Cuore Immacolato al trionfo.

Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria consiste in questo: il mondo senza Dio crollerà, il principe del male verrà messo in condizioni di non nuocere e l’umanità avrà un tempo di pace, serenità, prosperità.

Siamo entrati nel tempo in cui Dio libererà il suo popolo dal faraone infernale. Attraverso gli stessi eventi che satana provocherà per mezzo dei suoi, Dio riuscirà a cambiare i cuori degli uomini che si pentiranno e si convertiranno.

La prospettiva che abbiamo davanti certamente richiede coraggio ma attraversiamo questa valle oscura con una guida sicura, Maria.

La Madonna ci aiuta, ci dà la luce, la forza, la grazia. La Madonna sostiene il suo popolo, sorregge la Chiesa. La Madonna apre prospettive di luce e di speranza.

Certamente l’umanità arriverà di fronte a un bivio e dovrà scegliere con chi stare eternamente. È il tempo delle grandi decisioni, del coraggio, della testimonianza, della perseveranza, dell’eroismo. È il tempo di Dio. È il tempo della Passione di Cristo che termina con la Sua gloriosa Risurrezione.

La Chiesa è chiamata a vivere la vita di Cristo sulla Terra, la Sua missione, ma anche la Sua passione, morte e resurrezione.

Apriamo questo anno decidendoci già per Cristo. La Madonna ci invita alla conversione e alla preghiera. Se saremo suoi vinceremo.

Da “La Lettura cristiana della cronaca e della Storia”

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