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La Pasqua insanguinata dell’Ucraina

di Stefano Caprio – Asia News – 20 Aprile 2025

Per gli ortodossi la Settimana Santa – le cui date quest’anno coincidono con quella dei cattolici – è la “Settimana Autentica, quella che parla cioè della verità definitiva sui destini dell’uomo. Forse proprio per questo la Russia di Putin ha deciso di scaricare proprio in questi giorni sull’Ucraina tutto il suo potenziale bellico. Mentre sul sito del patriarcato di Mosca si ricollega la Pasqua al 9 maggio, il giorno della Vittoria.

La Settimana Santa quest’anno coincide per cattolici e ortodossi, che la chiamano “Settimana Autentica”, i giorni della verità definitiva sui destini dell’uomo, a confronto della Passione di Cristo. Forse proprio per questo la Russia di Putin ha deciso di scaricare sull’Ucraina tutto il suo potenziale bellico, per mostrare il proprio volto autentico e apocalittico. La settimana era cominciata con la Domenica delle Palme, un’altra cerimonia gioiosa che accomuna i cristiani delle tradizioni di Oriente e Occidente, e i russi l’hanno trasformata nella domenica delle Salme, con i 34 morti di Sumy, tra cui due bambini, colpiti da due missili balistici a grappolo mentre andavano in chiesa ad agitare i verby, i rami di salice che in queste regioni sostituiscono gli ulivi o le palme, o semplicemente passeggiavano in un clima finalmente primaverile, dopo il lungo gelo invernale.

Perfino il Consiglio ecumenico delle Chiese, il massimo organismo ecumenico mondiale che finora aveva cercato di non escludere totalmente gli ortodossi russi dalla comunione universale, ha reagito con grande apprensione ai fatti di Sumy, dichiarando che “all’inizio della settimana della Passione pasquale, la festa dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme si è trasformato nella città ucraina di Sumy in un massacro della popolazione inerme, giorno di dolore e di pianto a causa della Russia”. Il Consiglio ricorda anche la strage del 4 aprile a Krivoj Rog, altra città importante e simbolica dell’Ucraina, in cui un missile balistico russo ha ucciso 19 persone, tra cui nove bambini, con un attacco diretto alla popolazione civile. Provoca sconforto e incredulità che “perfino in giorni così sacri la crudeltà umana non si plachi, e continui ad accumulare vittime innocenti”, invitando la comunità internazionale a “condurre i colpevoli di fronte alle proprie responsabilità, con tutti i mezzi possibili”.

La nuova sanguinaria offensiva russa si scatena proprio mentre si svolgono le trattative con gli Stati Uniti di Donald Trump, che invece di avvicinare la pace sembrano produrre disastri ancora maggiori, dopo aver umiliato gli ucraini e il loro presidente Volodymyr Zelenskyj, sospendendo per essi aiuti e protezioni, e aver apprezzato Putin per il suo “realismo” e la sua disponibilità al dialogo. I responsabili di questa deriva evidentemente non stanno soltanto a Mosca, ma anche a Washington, anche se il “padre spirituale” di Trump, il pastore Mark Burns, definisce Putin “il male da condannare”, anch’egli esterrefatto per l’attacco nel giorno che “deve essere dedicato alla preghiera e al rinnovamento spirituale per i cristiani di tutto il mondo”. Egli assicura che “il presidente degli Stati Uniti desidera che queste malvagità cessino, e che la pace si stabilisca al più presto”, ma gli eventi sembrano decisamente smentire questa volontà, e in effetti lo stesso Trump ha condannato la strage di Sumy, ma ha anche aggiunto che “mi hanno riferito che i russi hanno fatto un errore”.

In realtà non c’è nessun errore, e proprio la data simbolica evidenzia come sempre la volontà autentica di Putin e dei suoi carnefici: distruggere e uccidere, nel giorno in cui si comincia a celebrare la Passione, significa rivestire di significato religioso estremo le proprie azioni. In questo i russi non si sbagliano mai, sanno dare un “valore sacro” anche alle vicende più negative e oscure, trasformando lo sterminio in giudizio divino, come avvenuto tante volte nella storia antica e recente della Russia. La coincidenza delle date pasquali deve aver stimolato questa psicosi di rituale apocalittico, che coinvolge non solo il presidente, i politici e i militari, ma anche gli ecclesiastici, dal patriarca ai monaci, e ai cappellani dell’esercito.

Sulla Rossijskaja Gazeta è uscita proprio in questi giorni un’intervista a uno dei principali cappellani militari russi, padre Vasilij (Ageev), che ha affermato che “proprio quando ci si unisce nel combattimento e si prega insieme per la vittoria definitiva contro il nemico, si comprende che Dio è con noi”. Come egli racconta, spesso i soldati “obbediscono più al sacerdote che al comandante”, attribuendosi quasi il merito della riconquista di Sudža, la cittadina della regione di Kursk occupata dagli ucraini, per cui le cronache russe hanno assunto toni trionfali, raccontando dei soldati che si sono inseriti nelle tubature strettissime e velenose per raggiungere l’altra parte del fronte, resistendo grazie alla benedizione divina.

Padre Vasilij coltiva questa vocazione bellico-religiosa fin dal 2014, quando studiava in seminario e voleva abbandonarlo per andare a combattere nel Donbass, per partecipare alla “primavera russa contro il male”, ma dovette ricoverarsi in ospedale per una malattia che sembrava inguaribile. Fece allora voto al Signore di diventare sacerdote se fosse sopravvissuto, e il suo organismo è miracolosamente guarito, cercando quindi di unire la vocazione al sacerdozio con quella alla guerra santa, rispondendo al primo appello del patriarcato di Mosca a rendersi disponibili per accompagnare i soldati al fronte in Ucraina. Egli spiega che “oggi ci sono dei corsi speciali per i sacerdoti che vogliono diventare cappellani militari, a Mosca e San Pietroburgo”, dove si insegna la tattica e la medicina, come difendersi dai droni e usare le maschere antigas, imparando anche le regole della guerra di trincea, ma egli ha imparato tutto direttamente sul campo, scoprendo che “in guerra si diventa autentici credenti”, unendo perfino le diverse religioni come l’islam e il buddhismo, sempre sotto la guida dell’Ortodossia militante.

Nella regione di Kursk, al netto della reciproca propaganda, gli scontri continuano a vari livelli, con gli ucraini che controllano ancora i centri abitati di Olešnja e Gornal, dove si trova un vero obiettivo “sacro”, quello del monastero di san Nikolaj Belogorskij. Alcuni Z-blogger russi hanno esultato frettolosamente per la sua riconquista, poi smentiti da altre fonti, e la Tass si è limitata a riferire di un “moderato successo” delle armate russe nell’area del monastero, cacciando gli ucraini che avrebbero distrutto alcuni edifici conventuali, senza però offrire riscontri concreti. Allora altri media russi si sono messi a parlare di “passaggi sotterranei” che offrono agli ucraini delle vie di fuga e di controllo di alcune zone, neanche fossero terroristi di Hamas nella striscia di Gaza, ma tale possibilità è stata smentita dallo stesso superiore del monastero, lo ieromonaco Meletij fuggito insieme a tutti i confratelli, che ha raccontato come le forze ucraine abbiano stabilito nel convento la propria base operativa per il controllo della zona di confine. Egli ha precisato che “c’è solo un grande scantinato”, e se si vuole stanare il nemico “sarà necessario distruggere l’intero monastero”, rendendo questo scontro un’ennesima “prova apocalittica”.

Nel frattempo i massacri della “settimana delle Salme” continuano in altre zone come a Dnipro e a Kherson, con bombardamenti ossessivi che hanno provocato decine di feriti e ancora non si sa quanti morti, con diversi bambini tra le vittime. La città di Dnipro conta circa 900mila abitanti, e il suo centro urbano è devastato da incendi che hanno danneggiato case, scuole, ospedali, centri culturali e centinaia di automobili. Nel frattempo continuano le telefonate e gli incontri tra i vertici di Usa, Russia, Francia e altri, con visite all’imperatore americano per discutere sui futuri accordi, mentre il presidente Zelenskyj invita ad andare a vedere che cosa sta succedendo in Ucraina.

Siamo ormai alla Pasqua, ma i russi estendono la solennità fino al 9 maggio della Vittoria, e sul sito del patriarcato di Mosca è apparso un articolo di uno dei principali interpreti della teologia politica russa, Aleksandr Šipkov, rettore dell’università ortodossa di S. Giovanni il Teologo e consigliere della presidenza della Duma, dal titolo “La Vittoria nel paradigma della sacralità russa”. In esso si spiega che “nel giorno della Vittoria si unisce il trionfo alla tragedia, la gioia di aver superato il pericolo e la mestizia della memoria, vale a dire un simbolo culturale a più livelli”. Con questo simbolismo nella cultura russa si lega “un intero complesso di simboli sacri”, tra cui proprio il legame della Vittoria nel 1945 a quella della Pasqua di Cristo, che è “allo stesso tempo sofferenza e redenzione”. Nella società sovietica di 80 anni fa, pur sotto l’influsso dell’ateismo di Stato, secondo Šipkov “si formò la sensazione della natura trascendentale del sacrificio bellico, e non poteva essere altrimenti”, specificando che “la nostra Vittoria non è soltanto un’istituzione legittimata e un complesso ritualistico, ma è una pratica di theosis, di trasfigurazione ed elevazione a Dio, per donare sé stessi ai propri amici”. E trasformare i Salmi in Salme, in un inno alla nuova sacralità della Russia.

Se si toglie che Cristo è risorto dai morti, la fede cristiana è morta

Joseph Ratzinger-Benedetto XVI 19 aprile 2025 – Il Foglio – 20 Aprile 2025

Quel che resta è solo una serie di idee degne di nota su Dio e sull’uomo. “O Cristo è davvero risorto dai morti o è solo una grande personalità religiosa fallita”

Questo breve testo è tratto dal nono capitolo del secondo volume  (“Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione”) della trilogia “Gesù di Nazaret”, edito dalla LEV-Libreria Editrice Vaticana.

“Ma se Cristo non è risorto, vuota è allora la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato il Cristo” (1 Cor, 15,14s). Con queste parole san Paolo pone drasticamente in risalto quale importanza abbia per il messaggio cristiano nel suo insieme la fede nella risurrezione di Gesù Cristo: ne è il fondamento. La fede cristiana sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti. Se si toglie questo, si può, certo, raccogliere dalla tradizione cristiana ancora una serie di idee degne di nota su Dio e sull’uomo, sull’essere dell’uomo e sul suo dover essere – una sorta di concezione religiosa del mondo –, ma la fede cristiana è morta. Gesù in tal caso è una personalità religiosa fallita; una personalità che nonostante il suo fallimento rimane grande e può imporsi alla nostra riflessione, ma rimane in una dimensione puramente umana e la sua autorità è valida nella misura in cui il suo messaggio ci convince. Egli non è più il criterio di misura; criterio è allora soltanto la nostra valutazione personale che sceglie dal suo patrimonio ciò che sembra utile. E questo significa che siamo abbandonati a noi stessi. La nostra valutazione personale è l’ultima istanza.
Solo se Gesù è risorto, è avvenuto qualcosa di veramente nuovo che cambia il mondo e la situazione dell’uomo. Allora Egli, Gesù, diventa il criterio, del quale ci possiamo fidare. Poiché allora Dio si è veramente manifestato.

Per questo, nella nostra ricerca sulla figura di Gesù, la risurrezione è il punto decisivo. Se Gesù sia soltanto esistito nel passato o invece esista anche nel presente – ciò dipende dalla risurrezione. Nel “sì” o “no” a questo interrogativo non ci si pronuncia su di un singolo avvenimento accanto ad altri, ma sulla figura di Gesù come tale. E’ perciò necessario ascoltare con particolare attenzione la testimonianza sulla risurrezione offerta nel Nuovo Testamento. Ma dobbiamo allora, come prima cosa, constatare che questa testimonianza, considerata dal punto di vista storico, si presenta a noi in una forma particolarmente complessa, così da sollevare molte domande. Che cosa è lì successo? Ciò chiaramente, per i testimoni che avevano incontrato il Risorto, non era facile da esprimere. Si erano trovati davanti ad un fenomeno per essi stessi totalmente nuovo, poiché oltrepassava l’orizzonte delle loro esperienze. 

Per quanto la realtà dell’accaduto li sconvolgesse fortemente e li spingesse a darne testimonianza essa tuttavia era totalmente inusuale. San Marco ci racconta che i discepoli, scendendo dal monte della trasfigurazione, riflettevano preoccupati sulla parola di Gesù secondo cui il Figlio dell’uomo sarebbe “risorto dai morti”.

E si domandavano l’un l’altro che cosa volesse dire “risorgere dai morti” (9,9s). E di fatto: in che cosa ciò consiste? I discepoli non lo sapevano e dovevano impararlo solo dall’incontro con la realtà. Chi si avvicina ai racconti della risurrezione con l’idea di sapere che cosa sia la risurrezione dai morti, non può che interpretare tali racconti in modo sbagliato e deve poi accantonarli come cosa insensata.

Alla fede nella risurrezione Rudolf Bultmann ha obiettato che, anche se Gesù fosse tornato dal sepolcro, si dovrebbe tuttavia dire che “un tale miracoloso evento della natura come la rianimazione di un morto” non ci aiuterebbe per nulla e, dal punto di vista esistenziale, sarebbe irrilevante (cfr Neues Testament und Mythologie, p. 19).

Ebbene, di fatto: se nella risurrezione di Gesù si fosse trattato soltanto del miracolo di un cadavere rianimato, essa ultimamente non ci interesserebbe affatto. Non sarebbe infatti più importante della rianimazione, grazie all’abilità dei medici, di persone clinicamente morte. Per il mondo come tale e per la nostra esistenza non sarebbe cambiato nulla. Il miracolo di un cadavere rianimato significherebbe che la risurrezione di Gesù era la stessa cosa che la risurrezione del giovane di Nain (cfr Lc 7,11-17), della figlia del Giàiro (cfr Mc 5,22-24.35- 43 e par.) o di Lazzaro (cfr Gv 11,1-44). Di fatto, dopo un tempo più o meno breve, questi ritornarono nella loro vita di prima per poi più tardi, a un certo punto, morire definitivamente. Le testimonianze neotestamentarie non lasciano alcun dubbio che nella “risurrezione del Figlio dell’uomo” sia avvenuto qualcosa di totalmente diverso. La risurrezione di Gesù è stata l’evasione verso un genere di vita totalmente nuovo, verso una vita non più soggetta alla legge del morire e del divenire, ma posta al di là di ciò – una vita che ha inaugurato una nuova dimensione dell’essere uomini. Per questo la risurrezione di Gesù non è un avvenimento singolare, che noi potremmo trascurare e che apparterrebbe soltanto al passato, ma è una sorta di “mutazione decisiva” (per usare analogicamente questa parola, pur equivoca), un salto di qualità. 

Nella risurrezione di Gesù è stata raggiunta una nuova possibilità di essere uomo, una possibilità che interessa tutti e apre un futuro, un nuovo genere di futuro per gli uomini. Con ragione, quindi, Paolo ha inscindibilmente connesso la risurrezione dei cristiani e la risurrezione di Gesù: “Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto… Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti” (1 Cor 15,16.20). La risurrezione di Cristo o è un avvenimento universale o non è, ci dice Paolo. E solo se la intendiamo come avvenimento universale, come inaugurazione di una nuova dimensione dell’esistenza umana, siamo sulla strada di una giusta interpretazione della testimonianza sulla risurrezione presente nel Nuovo Testamento. Da qui si capisce la peculiarità di tale testimonianza neotestamentaria. 

Gesù non è tornato in una normale vita umana di questo mondo, come era successo a Lazzaro e agli altri morti risuscitati da Gesù. Egli è uscito verso una vita diversa, nuova – verso la vastità di Dio e, partendo da lì, Egli si manifesta ai suoi. Ciò era anche per i discepoli una cosa del tutto inaspettata, di fronte alla quale ebbero bisogno di tempo per orientarsi. E’ vero che la fede giudaica conosceva la risurrezione dei morti alla fine dei tempi. La vita nuova era collegata con l’inizio di un mondo nuovo e in tale prospettiva era anche ben comprensibile: se c’è un mondo nuovo, allora lì esiste anche un modo nuovo di vita.

Ma una risurrezione verso una condizione definitiva e differente, nel bel mezzo del mondo vecchio che continua ad esistere – questo non era previsto e pertanto inizialmente neanche comprensibile. Per questo la promessa della risurrezione era in un primo tempo rimasta inafferrabile per i discepoli. Il processo del divenire credenti si sviluppa in modo analogo a quanto è avvenuto nei confronti della croce. Nessuno aveva pensato ad un Messia crocifisso. Ora il “fatto” era lì, e in base a tale fatto occorreva leggere la Scrittura in modo nuovo.

Veglia pasquale, Papa Francesco: “Facciamo spazio alla luce del Risorto!”

Di Marco Mancini

Città del Vaticano , sabato, 19. aprile, 2025 20:48 (ACI Stampa).

Il Cardinale Giovanni Battista Re, Decano del Collegio cardinalizio e delegato del Papa per la celebrazione, ha presieduto questa sera nella Basilica Vaticana la solenne Veglia Pasquale.

“La Veglia pasquale – ha detto il Cardinale Re, che ha letto l’omelia preparata da Papa Francesco – ci ricorda che la luce della Risurrezione rischiara il cammino passo dopo passo, irrompe nelle tenebre della storia senza clamore, rifulge nel nostro cuore in modo discreto. E ad essa corrisponde una fede umile, priva di ogni trionfalismo. La Pasqua del Signore non è un evento spettacolare con cui Dio afferma sé stesso e obbliga a credere in Lui; non è una mèta che Gesù raggiunge per una via facile, aggirando il Calvario; e nemmeno noi possiamo viverla in modo disinvolto e senza esitazione interiore. La Risurrezione è simile a piccoli germogli di luce che si fanno strada a poco a poco, senza fare rumore, talvolta ancora minacciati dalla notte e dall’incredulità”.

Attraverso il suo stile, Dio “ci libera da una religiosità astratta, illusa dal pensare che la risurrezione del Signore risolva tutto in maniera magica. Non possiamo celebrare la Pasqua senza continuare a fare i conti con le notti che portiamo nel cuore e con le ombre di morte che spesso si addensano sul mondo. Cristo ha vinto il peccato e ha distrutto la morte ma, nella nostra storia terrena, la potenza della sua Risurrezione si sta ancora compiendo. E questo compimento, come un piccolo germoglio di luce, è affidato a noi, perché lo custodiamo e lo facciamo crescere”.

Il Papa – attraverso la voce del Cardinale Re – richiama tutti: “facciamo germogliare la speranza della Pasqua nella nostra vita e nel mondo! Ritorniamo all’annuncio di questa notte: la luce lentamente risplende anche se siamo nelle tenebre; la speranza di una vita nuova e di un mondo finalmente liberato ci attende; un nuovo inizio è possibile, perché Cristo ha vinto la morte”.

Citando Sant’Agostino, il Papa invita a “riprodurre la Pasqua nella nostra vita e” a “diventare messaggeri di speranza, costruttori di speranza mentre tanti venti di morte soffiano ancora su di noi. Possiamo farlo con le nostre parole, con i nostri piccoli gesti quotidiani, con le nostre scelte ispirate al Vangelo. Tutta la nostra vita può essere presenza di speranza”.

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“Il Cristo risorto – è la conclusione dell’omelia – è la svolta definitiva della storia umana. Lui è la speranza che non tramonta. Lui è l’amore che ci accompagna e ci sostiene. Lui è il futuro della storia, la destinazione ultima verso cui camminiamo, per essere accolti in quella nuova vita in cui il Signore stesso asciugherà ogni nostra lacrima e non vi sarà più la morte né lutto, né lamento, né affanno. E questa speranza della Pasqua, questa svolta nelle tenebre, dobbiamo annunciarla a tutti. Facciamo spazio alla luce del Risorto! E diventeremo costruttori di speranza per il mondo”.

Nel corso della Veglia il Cardinale Re amministra i Sacramenti dell’iniziazione cristiana a tre neofiti.

Domani la Messa di Pasqua sarà celebrata in piazza San Pietro dal Cardinale Angelo Comastri, Vicario Generale emerito di Sua Santità per la Città del Vaticano. Al termine il Papa – secondo quanto ha fatto sapere la Sala Stampa della Santa Sede – ha espresso il desiderio di essere presente per la Benedizione Urbi et Orbi.  Questo pomeriggio, invece, poco dopo le 17,30  il Papa si era recato nella Basilica di San Pietro per un tempo di preghiera, per essere vicino ai fedeli in procinto di partecipare alla Veglia Pasquale.

BUONA PASQUA!

Regina Coeli 

Regina del cielo, rallegrati, alleluia: 
Cristo, che hai portato nel grembo, alleluia, 
è risorto, come aveva promesso, alleluia. 
Prega il Signore per noi, alleluia. 

V. Gioisci e rallegrati, Vergine Maria, alleluia. 
R. Poiché il Signore è veramente risorto, alleluia. 

Preghiamo:

O Dio, che nella gloriosa risurrezione del tuo Figlio hai ridato la gioia al mondo intero, per intercessione di Maria Vergine concedi a noi di godere la gioia della vita senza fine.
Per Cristo nostro Signore.

Amen.

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SABATO SANTO CON LA COLLINA DELLE APPARIZIONI AFFOLLATA DI GENTE

🔴LIVE🔴 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – Puntata 311 – LA CHIESA, TEMPIO DELLO SPIRITO SANTO

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Pasqua, la speranza passa dalla Chiesa che è ancora viva

di Aldo Cazzullo – Corriere della Sera – 19 Aprile 2025

Oggi abbiamo smarrito la fede ereditata dai padri, eppure se arriva una pandemia o se incombe la paura della guerra e del nucleare, è nelle braccia della chiesa che molti di noi si rifugiano

Il venerdì della crocefissione di Gesù è la giornata più mistica dell’anno. E non soltanto perché la settimana santa è spesso spazzata dal vento, evoca la potenza della natura, ci ricorda il pericolo e nello stesso tempo la speranza di rinascita che il creato cela e rappresenta. Questa sarà una Pasqua particolare, con un Papa convalescente eppure salvo, vivo, quasi rinato.

L’Italia oggi è un paese secolarizzato, verrebbe quasi da dire scristianizzato. I seminari sono vuoti, in chiesa si va molto meno di un tempo. Abbiamo smarrito la fede ereditata dai padri, per i quali l’esistenza di Dio era certa come il fatto che il sole sorge e tramonta, e che sotto l’occhio di Dio sentivano di vivere.

Eppure, se arriva una pandemia, se sopravviene una crisi, se incombe la paura della guerra e del nucleare, è nelle braccia della chiesa che molti di noi si rifugiano. Perché qualsiasi sguardo sul futuro, qualsiasi fiducia che la vita non sia tutta qui, qualsiasi speranza di rivedere i nostri cari che abbiamo perduto non può prescindere dalla fede in Dio. E non in un dio generico, nel dio di Voltaire, in Deus sive Natura. La fede in un Dio misericordioso, che ci ama, ci conosce, si è chinato sul solco delle nostre povere vite e si è preso cura di noi. Il Dio del Purgatorio di Dante, che bacia ogni nuovo nato e gli insuffla l’anima. Il Dio della Bibbia.

Forse gli uomini di chiesa, a volte presi a seguire il mondo, sottovalutano l’immenso potenziale che ancora adesso custodisce la parola di Dio e quindi l’istituzione religiosa che da duemila anni la incarna. Nella drammatica crisi della politica e della democrazia, nell’evidente declino delle classi dirigenti dei nostri Paesi, la voce antica della chiesa rappresenta più che mai un punto di riferimento. A volte viene rimproverata di concentrarsi sulle attività sociali, come se fosse una Ong o una Onlus, e di trascurare i temi escatologici, il discorso sulla vita eterna. In realtà vivere il Vangelo, annunziare il suo messaggio dalla parte degli ultimi, dei deboli, dei poveri non è in contraddizione con il deposito della fede, anzi, lo conferma. Altro che la «teologia della prosperità» cara a Donald Trump e ai suoi pastori; come se i ricchi fossero i prescelti dal Signore, i poveri se la siano cercata, e il sublime discorso della Montagna non fosse mai stato pronunciato. Poi certo la lezione dei grandi santi è che la povertà non debba essere necessariamente imposta, ma possa anche essere liberamente scelta. Una lezione che Bergoglio ha dimostrato di comprendere nel momento in cui ha scelto di chiamarsi Francesco.

Nello splendido editoriale pubblicato ieri sul Corriere, il fondatore della comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi citava il leggendario patriarca di Costantinopoli Atenagora, secondo cui nel momento in cui l’umanità si andava riunificando anche le Chiese cristiane dovevano riunirsi. In effetti, alla fine del secolo scorso parve che l’umanità potesse tornare una, come ai tempi della torre di Babele. Il crollo del Muro di Berlino trascinava con sé i regimi comunisti, grazie anche al magistero di Giovanni Paolo II. In Sudafrica finiva la vergogna dell’apartheid e Mandela da galeotto diventava presidente. Sembrava persino che avessero fatto la pace israeliani e palestinesi. La globalizzazione felice prometteva di riscattare interi popoli da povertà secolari. Non è andata così. La storia ha preso un’altra, drammatica direzione. Proprio per questo la voce di papa Francesco oggi è così preziosa.

Oggi che sembra quasi tornato l’Ancien Régime, con pochissimi famelici miliardari — alcuni formatisi proprio nel Sudafrica dell’apartheid — che si impossessano della ricchezza delle nazioni, alla fine la speranza non risiede nella tecnologia, nell’intelligenza artificiale, nella conquista di Marte, e tantomeno nella ridicola mimesi dell’esplorazione spaziale pagata da Bezos alla sua promessa sposa e ai suoi cari. Di fronte alla nostra debolezza, ma anche all’immensità dell’universo e alla meraviglia del creato, ci sentiamo un po’ tutti come Pietro quando, a Gesù che abbandonato dai seguaci gli chiede provocatoriamente «volete andarvene anche voi?», risponde: «Signore, dove andremo? Tu solo hai parole di vita eterna».

☕️IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕️

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