La disperazione del nostro tempo

 9 Settembre 2026 ore 11:22

di Roberto de Mattei -Corrispondenza romana 1967

In questi giorni è assurta agli onori delle cronache la notizia dell’approvazione in Veneto di una legge volta a regolamentare, a livello regionale, il suicidio assistito. Il Veneto è la quarta regione ad approvare una normativa del genere, ma è la prima fra quelle governate dal centrodestra. Il fatto assume perciò un significato politico e culturale che va al di là dei confini regionali: mostra come il principio dell’autodeterminazione assoluta stia ormai penetrando in schieramenti che, almeno nominalmente, dovrebbero richiamarsi alla difesa della vita, della famiglia e dell’ordine naturale.

Il suicidio assistito consiste nella ricerca deliberata della morte da parte di chi, ritenendo di non avere più ragioni per vivere, chiede alle strutture pubbliche di aiutarlo a porre fine alla propria esistenza. La questione non riguarda dunque soltanto una decisione privata. Nel momento in cui interviene la legge, il suicidio cessa di essere considerato una tragedia da impedire e diviene una possibilità riconosciuta e organizzata dalla Regione o dallo Stato. Questa scelta viene presentata dai mezzi di comunicazione come l’esercizio di un diritto e come un nobile atto di autodeterminazione, che la legge non dovrebbe proibire né il giudizio morale censurare. Si parla di “libertà”, “dignità”, “scelta consapevole”, “diritto”, mentre si evita accuratamente di ricordare che ogni richiesta di suicidio contiene, prima ancora che una volontà di morire, un disperato grido di dolore.

  Se la morte volontaria viene descritta come una scelta coraggiosa e dignitosa, il messaggio che raggiunge il pubblico è devastante. L’anziano che si sente di peso, il malato che teme di essere abbandonato, il disabile che avverte su di sé il costo economico e psicologico dell’assistenza possono convincersi che morire sia un gesto di generosità verso i familiari o la soluzione più decorosa alla propria condizione. 

Si manifesta qui una profonda contraddizione. Quando una persona disperata tenta di togliersi la vita, la società mobilita medici, psicologi e forze dell’ordine per salvarla. Quando invece la stessa volontà viene espressa in determinate condizioni cliniche e tradotta in una procedura legale, essa viene celebrata come manifestazione di libertà. In un caso si afferma che la vita deve essere difesa dalla disperazione del momento; nell’altro si accetta quella stessa disperazione come fondamento di un diritto. 

Negli stessi giorni in cui è passata la legge regionale sul suicidio assistito le prime pagine dei giornali hanno riportato notizie di crimini efferati, consumati soprattutto all’interno del nucleo familiare: padri che sterminano i propri cari, madri che uccidono i figli, uomini che assassinano le mogli o le compagne e poi si tolgono la vita. Esiste certamente una differenza morale e giuridica tra chi uccide i propri familiari e chi chiede di essere aiutato a morire. Tuttavia, alle origini di entrambi i fenomeni si può riconoscere il medesimo sentimento di disperazione.

 La disperazione è l’assenza di ogni speranza. Essa costituisce una delle conseguenze più profonde del materialismo che domina la società contemporanea. Il materialismo non consiste soltanto nell’attaccamento al denaro o ai beni materiali. Esso è, più radicalmente, una concezione della realtà che riduce l’uomo alla sua dimensione biologica, economica e psicologica. In questa prospettiva, il valore della vita dipende dal piacere che procura, dall’autonomia che consente, dalla salute di cui si gode e dal successo che si consegue. Quando queste condizioni vengono meno, viene meno anche la ragione stessa di vivere. Nei casi più terribili, chi ha perduto ogni speranza non si limita a togliersi la vita, ma pretende di trascinare con sé coloro che considera parte del proprio destino. La famiglia, che dovrebbe essere il luogo della protezione e dell’amore, diviene allora il teatro di un’estrema volontà di dominio: «Se la mia vita non ha più senso, neppure la vostra dovrà continuare». È questo il rovesciamento demoniaco dell’amore, che non cerca più il bene dell’altro, ma vuole possederlo fino ad annientarlo.

La società contemporanea promette la felicità attraverso il benessere, il piacere, il successo e l’assenza di ogni limite. Ma proprio questa falsa promessa prepara la disperazione. Chi è stato educato a credere che la felicità coincida con la soddisfazione dei propri desideri non è preparato ad affrontare la malattia, la perdita, l’abbandono e la sconfitta. Se l’uomo considera la realtà materiale come l’unico orizzonte della propria esistenza, non è più in grado di dare un senso alla propria vita. Una civiltà che ha promesso all’uomo l’autonomia e l’appagamento di ogni desiderio, ma gli ha tolto Dio e la speranza della vita eterna, lo lascia inerme di fronte al dolore e alla morte. La disperazione è dunque ben più di uno stato psicologico individuale: è la malattia spirituale e sociale del nostro tempo.  Questo male profondo non si cura con strumenti giuridici o politici. Bisogna innanzitutto restituire all’uomo la vera speranza, che è quella soprannaturale, che non ha mai ingannato nessuno. Ma per restituire la speranza bisogna prima restituire all’uomo la fede, che della speranza è il fondamento e il presupposto. 

E quale fede, se non quella in Dio, Creatore e Signore della storia; in Gesù Cristo, Redentore e Salvatore dell’umanità; nella sua Croce, che ha vinto il peccato; nella sua Risurrezione, che ha sconfitto la morte? 

Chi abbraccia l’immensa e confortante visione della fede comprende di non essere il prodotto del caso, né un essere destinato al nulla, ma una creatura amata da Dio e chiamata alla vita eterna. La speranza, che nasce dalla fede, è la certezza che la vita non si conclude entro i confini angusti dell’esistenza terrena e che l’uomo è chiamato a possedere i beni eterni, anche quando tutto sembra crollare attorno a lui. 

La speranza cristiana non attenua la drammaticità delle prove. Essa insegna, però, che nessuna sofferenza accettata e offerta è inutile, che nessuna lacrima sfugge allo sguardo di Dio e che anche dalle più profonde oscurità la Provvidenza può trarre un bene più grande. Quando tutto sembra perduto sul piano umano, rimane aperto l’orizzonte dell’eternità. È questo orizzonte che impedisce alla disperazione di avere l’ultima parola.