MOLTI SONO I VOTANTI, MA UNO SOLO E’ ELETTO: QUELLO CHE DI CRISTO E’ IL PREDILETTO
DAL FILM “LA VITA DI FAUSTINA KOWLASKA”
TUTTE LE VOSTRE INTENZIONI SONO PRESENTI NELLA SANTA MESSA DI PADRE LIVIO

Il dono inestimabile della Chiesa che Cristo ci ha fatto
Carissimo Padre Livio
I funerali di Papa Francesco sono stati per me la testimonianza della grandezza del dono che Gesù ci ha fatto, il dono della Chiesa.
L’ho riconosciuta Madre e Maestra, mai come ora.
Papa Francesco, grande nella sua testimonianza cristiana, ha continuato ad operare anche dentro quella umile bara, la sua preghiera feconda operava su di noi lontani e su quelli che erano lì accanto, dagli umili ai grandi della terra.
Mio figlio lontano e critico verso la Chiesa e tutto quanto del cristianesimo, è rimasto spontaneamente incollato al video.
Un’attrazione come una calamita orientava gli occhi la mente e il cuore a quest’evento, seguito in silenzio e raccoglimento anche da chi ne è sempre stato lontano. Un evento che parlava più di ogni parola umana tanto che l’audio con i commenti è stato silenziato per sentire solo i suoni delle campane, i canti, le parole del celebrante.
Tanto stupore, tante domande, ma forse anche iniziali risposte a questo vuoto che ci circonda avendo escluso Dio dal nostro orizzonte.
I problemi del mondo e quelli nelle nostre vite sono tanti, rischiamo di sentirci schiacciati, soli ad affrontarli e con poche speranze di riuscirci. Ma l’appartenenza a questa grande famiglia che è la Chiesa, incoraggia a pensare che le preghiere di ognuno hanno valore, soprattutto se unite a quelle degli altri fratelli che dobbiamo sempre pensare santi, e che depositate nelle mani pure di Maria, giungono di sicuro al cuore di Dio che vede, provvede e provvederà lì dove non abbiamo il coraggio di sperare.
Ora mi sono più chiare le parole di Gesù “a chi più è stato dato più sarà richiesto”: da grandi conoscenze nascono grandi responsabilità. Ma questo vale per ognuno di noi, per il Papa… ma anche per me che ho conosciuto la parola di Dio, giunta fino a me per grazia e testimonianza. Mi interrogo su quanto mi renda conto di questa responsabilità.
I messaggi di Maria sono sempre più chiari e luminosi: il ritorno a Dio, alla conversione, alla preghiera e alla testimonianza con l’esempio, è quanto di più urgente ci sia nel nostro tempo.
Concludo ringraziando anche Lei Padre Livio e Radio Maria, braccio operante della Chiesa, instancabile portatore e portatrice di Speranza e Verità.
Un caro saluto. Cinzia
Cara Cinzia,
mi ha molto colpito la tua riflessione perché tocca un tema di grande importanza nell’opera divina della Redenzione, cioè la istituzione della Chiesa da parte di Gesù Cristo, come strumento di salvezza attraverso il quale Egli agisce col suo Spirito.
La Chiesa, grazie al Battesimo, è divenuta la nostra casa, la nostra famiglia, il nostro rifugio, la nostra ancora di salvezza. La Chiesa è la barca sulla quale compiamo la pericolosa attraversata della vita, certi di arrivare al porto del paradiso.
Manca oggi questa consapevolezza soprannaturale di appartenere alla Chiesa., mentre sentiamo di più i legami secolari, per loro natura esposti alle vicende ambigue e ingannevoli della storia. Di qui la solitudine e la ricerca vana di appigli per restare a galla quando tutto affonda.
La Chiesa, per la presenza di Cristo, che è la pietra angolare, è indistruttibile e invano le porte dell’inferno cercheranno di prevalere, con stanno facendo oggi con un furore rinnovato.
Quanti, fra coloro che la madre Chiesa ha generato, ha allattato e ha cresciuto, si ritorcono contro di essa, aizzati dal maligno che semina zizzania, maldicenza, calunnia e violenza.
Un cristiano autentico ama la Chiesa, è pieno di gratitudine per quanto ha ricevuto e riceve, la sostiene con le parole e con le opere, viene in suo soccorso nelle necessità, la difende dalla lingue biforcute del nemico, la edifica con la santità della sua vita.
Un figlio della Chiesa non critica la Madre, non la espone al vilipendio dei nemici, non getta fango accodandosi ai detrattori, ma al contrario esercita la carità che “Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.
Chiediamo la grazia di imparare a guardare alla Chiesa con occhio soprannaturale e vedremo la bellezza e la grandezza del dono che Cristo ci ha fatto, pur attraverso la nostra debolezza e nostri limiti.
Ave Maria
Padre Livio

Il 22 febbraio 1931 Gesù apparve a santa Faustina in una veste bianca con la mano destra benedicente e la sinistra poggiata sul petto, da cui fuoriuscivano due grandi raggi. Il Signore fece una grande promessa a tutti coloro che ne avrebbero venerato l’immagine.
Santo del giorno 27_04_2025 Ermes Dovico – La Nuova Bussola
Il 22 febbraio 1931 Gesù comunicò per la prima volta a Santa Faustina Kowalska il desiderio di una festa della Misericordia da celebrare nella prima domenica dopo la Pasqua, chiedendole di annunciare le grazie straordinarie che avrebbe concesso. Le apparve in una veste bianca con la mano destra benedicente e la sinistra poggiata sul petto, da cui fuoriuscivano due grandi raggi, uno rosso e l’altro pallido. Le ordinò di dipingere un’immagine secondo quel modello e riportante la scritta: «Gesù confido in Te». In quello stesso giorno Nostro Signore le fece una solenne promessa, valida per ogni anima pellegrina sulla terra: «Prometto che l’anima, che venererà quest’immagine, non perirà. Prometto pure già su questa terra, ma in particolare nell’ora della morte, la vittoria sui nemici. Io stesso la difenderò come Mia propria gloria».
Attraverso le rivelazioni a suor Faustina, Gesù ha chiesto ai sacerdoti di annunciare «la Mia grande Misericordia per le anime dei peccatori», domandando a ogni uomo di invocare con fiducia il Suo perdono. Dopo il 22 febbraio 1931, a riprova di quanto la Festa della Divina Misericordia sia importante nel piano salvifico, ricordò la sua richiesta alla santa in altre 14 apparizioni, dando di volta in volta nuovi elementi sul modo di celebrarla e sul perché. La scelta della prima domenica dopo Pasqua indica proprio l’intimo legame tra il mistero della Redenzione e tale festa, un legame che è reso ancora più evidente dalla sua novena («durante questa novena elargirò grazie di ogni genere», ha detto il Signore) con inizio al Venerdì Santo. Gesù ha infatti spiegato che «le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione», per il rifiuto dell’Amore divino. E con la Festa della Misericordia ha voluto offrire un’altra grande possibilità di salvezza, prima del Suo giusto giudizio.
Gesù ha promesso speciali grazie a chi riceverà degnamente l’Eucaristia nella Domenica della Divina Misericordia: «L’anima che si accosta alla confessione e alla santa Comunione, riceve il perdono totale delle colpe e delle pene». E ha aggiunto: «In quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le mie grazie divine». Questi doni eccezionali sono, secondo padre Ignazio Rozycki (un teologo carissimo a san Giovanni Paolo II), perfino più grandi dell’indulgenza plenaria (la quale è nello specifico la remissione della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa) e si potrebbero equiparare a un «secondo Battesimo». La confessione può essere fatta pure qualche giorno prima. Resta ferma la necessità di comunicarsi poi in stato di grazia (perciò senza alcun peccato mortale), e adorare con fervore la Divina Misericordia, definita da Gesù «il più grande attributo di Dio».
Tra coloro che più hanno aiutato suor Faustina a diffondere la devozione alla Divina Misericordia va ricordato il beato Michele Sopocko (1888-1975), suo direttore spirituale: «Egli ti aiuterà a fare la Mia volontà sulla terra», le disse Dio attraverso una locuzione interiore. Fu lui a chiedere nel 1934 a Eugenio Kazimirowski di dipingere la prima immagine di Gesù Misericordioso. Il pittore eseguì il quadro sotto la puntigliosa supervisione della santa. E padre Sopocko lo espose per la prima volta nella cappella della Porta dell’Aurora a Vilnius dal 26 aprile al 28 aprile 1935, giorno, quest’ultimo, che coincideva con la prima domenica dopo Pasqua e in cui venne celebrata una Messa solenne.
Riguardo all’immagine dipinta da Kazimirowski c’è un particolare che può essere ricordato: santa Faustina era così rattristata dall’impossibilità di raffigurare Gesù in tutta la Sua bellezza che un giorno, a lavoro ancora in corso, scoppiò a piangere in cappella: «Chi può dipingerTi bello come sei?», disse al Signore, udendo in risposta queste parole: «Non nella bellezza dei colori né del pennello sta la grandezza di questa immagine, ma nella Mia grazia». Un’altra volta Gesù le rivelò: «Il Mio sguardo da quest’immagine è tale e quale al Mio sguardo dalla croce».
Nel 1943, cioè cinque anni dopo la nascita al Cielo di suor Faustina, un altro pittore, Adolf Hyla, si recò dalle consorelle della santa a Cracovia, offrendosi di dipingere un quadro per ringraziare Dio di aver salvato la sua famiglia dalla guerra: nacque così quella che è la versione del dipinto di Gesù Misericordioso più conosciuta oggi, diffusasi provvidenzialmente attraverso milioni di immaginette in tutto il mondo. Nel frattempo, il quadro originario di Kazimirowski veniva preservato grazie all’opera di alcuni fedeli, che negli anni bui della dittatura comunista riuscirono a evitare – in modi perfino rocamboleschi – che venisse distrutto. Nonostante ostacoli vari, la Festa della Divina Misericordia si andò sempre più radicando, fino alla sua definitiva istituzione nel 2000 ad opera di san Giovanni Paolo II.

di Stefano Caprio – Asia News – 26 Aprile 2025
Desiderava con tutta l’anima di recuperare il volto della “folle santità” della Russia, quello dei suoi monaci e dei suoi pellegrini, dei suoi grandi artisti e musicisti, dei suoi scrittori capaci di aprire orizzonti di vera unione universale. Per questo ha citato spesso Dostoevskij. Ora nella sua morte ci promette che in questa inestricabile lotta interiore tra il male e il bene nell’animo umano si rivela sempre il volto di Cristo.
Papa Francesco viene oggi onorato da capi di Stato e rappresentanti di quasi tutti i Paesi del mondo, sottolineando l’universalità del suo ruolo e della sua stessa personalità, che per tutta la vita ha saputo guardare più lontano delle abituali rotte delle attività ecclesiastiche, fino ai territori più dimenticati e “periferici”. A renderlo un punto di riferimento per tutti non sono stati soltanto i suoi numerosi viaggi apostolici, ma le sue parole e i suoi incontri, la sua capacità di comunicare con tutti senza formalismi, guardando in faccia gli interlocutori di tutti i livelli ed estrazioni sociali, nel tempo della connessione mondiale fluida e digitale.
Alla cerimonia non è presente il presidente russo Vladimir Putin, che ha inviato la sua ministra della cultura, Olga Ljubimova, e neppure il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev), con cui si era abbracciato fraternamente all’Avana nel 2016, anch’egli sostituito dal metropolita Antonij (Sevrjuk). Putin non può rischiare l’arresto per i crimini internazionali, e Kirill non può sedersi al fianco del suo principale avversario nel mondo ortodosso, il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo (Archontonis). Eppure la Russia è una presenza forte nella cerimonia di commemorazione del pontefice scomparso, essendo stata per tutta la sua vita una terra di grande attrattiva, per la sua storia e la sua cultura, prima ancora che per i calcoli di geopolitica ecclesiastica.
Come più volte ribadito dai grandi ideologi putiniani, e dallo stesso Kirill, fanno parte del “mondo russo” non soltanto i russi etnici e i popoli storicamente legati alla Russia, ma anche tutte le persone che ammirano la grandezza dell’Eurasia, che rispettano le tradizioni religiose e culturali della Russia, ne apprezzano la lingua e la letteratura e ne condividono l’afflato della sobornost, l’unione universale dei popoli e delle terre di Oriente e Occidente. In questo senso, papa Francesco è stato senza dubbio il papa del Russkij Mir, non certo nella deriva bellica e apocalittica del putinismo ortodosso di guerra, ma nel riconoscimento di un approccio importante al dramma dell’umano, disperso in territori sconfinati e portato continuamente verso gli eccessi del bene e del male, spesso cercando il bene attraverso il male.
L’iconografia russa, di eredità bizantina, presenta una versione estrema della “prospettiva rovesciata”, quella che trova il punto di fuga non nell’orizzonte lontano, ma nell’anima dello spettatore, che viene trasfigurato dalla luce della sacra immagine di Cristo, della Madre di Dio e dei santi. È questo il modo di annunciare il Vangelo che ha vissuto l’argentino Jorge Mario Bergoglio, dalle estremità verso il cuore, dalla “fine del mondo” verso la sede di Pietro, luogo di raccolta di tutti gli aneliti e le attese dell’uomo. È la caratteristica principale della tanto ricercata “idea russa”, che sorprende proprio per il completo rovesciamento dei movimenti e dei passaggi storici. Non è solo la pittura sacra o la liturgia solenne, vissuta con un pathos sconosciuto agli stessi padri bizantini, ma è l’intera storia della Russia che costringe a ritrovare sé stessi dopo essersi irrimediabilmente perduti, come gli “ultimi” a cui il papa ha sempre cercato di rivolgersi.
Come la Rus di Kiev venne annichilita dall’invasione e dal giogo dei tataro-mongoli, così la Moscovia imperiale si è scontrata con le sue diverse anime nella guerra infinita con la Polonia e con l’Europa intera, fino all’attuale guerra in Ucraina, nel rovinoso tentativo di conquistare la Turchia fino a Gerusalemme e nello stravolgimento di ogni ideale spirituale nella rivoluzione ateista del “giogo sovietico” novecentesco. Il trentennio successivo al crollo dell’impero comunista si è rivelato nuovamente un vortice inverso della storia, riducendo la rinata religione ortodossa a strumento della distruzione e della tensione alla fine del mondo, risalendo e ripercorrendo le tragedie del passato. Tutto questo era ben chiaro nella mente di papa Francesco, che desiderava con tutta l’anima di recuperare il volto della “folle santità” della Russia, quello dei suoi monaci e dei suoi pellegrini, dei suoi grandi artisti e musicisti, dei suoi scrittori capaci di aprire orizzonti di vera unione universale.
Uno dei più decisivi tra questi scrittori fu indubbiamente Fëdor Dostoevskij, il preferito di papa Bergoglio. Il pontefice lo ha citato spesso nei suoi discorsi, ricordando le sue opere maggiori come Delitto e Castigo, I Demoni e I fratelli Karamazov, per la sua capacità di esplorare la complessità dell’animo umano e le questioni religiose e morali. La caratteristica principale di Dostoevskij era proprio la “prospettiva rovesciata” dell’animo, descrivendo personaggi che nel male più profondo erano inevitabilmente portati a scoprire una verità superiore, a riconoscere il vero volto di Dio. Francesco ha utilizzato Dostoevskij per illustrare concetti come la fede, la sofferenza, la redenzione e la guerra, come la famosa “Leggenda del Grande Inquisitore” per riflettere sulla natura della fede e della libertà umana.
In un messaggio alla Russia, il papa ha utilizzato un passaggio dei Demoni per sottolineare come la guerra sia un oltraggio a Dio. Del resto, proprio in questo romanzo si esprime il vertice della contrapposizione tra l’uomo e Dio, come nell’affermazione di uno dei rivoluzionari protagonisti del racconto, Kirillov, che afferma che “se non c’è Dio, io sono Dio”, e per sottrarsi alla Sua volontà “sono costretto ad affermare il mio libero arbitrio”. Ricordando un episodio realmente avvenuto nella Russia di metà Ottocento, il giovane spiega che “sono obbligato a spararmi, senza nessun motivo, solo per libero arbitrio”: uccidendo sé stesso, egli intende uccidere Dio. È proprio la forma “rovesciata” dell’ascesa monastica, che nelle tradizioni dell’esicasmo russo prevede “l’annullamento di sé” per lasciare spazio a Dio.
Pochi mesi dopo la sua elezione, nel dicembre 2013, papa Francesco ha citato Dostoevskij parlando della sofferenza dei bambini, uno dei temi fondamentali dei Fratelli Karamazov. Egli affermava che lo scrittore russo è come “un maestro di vita”, spiegando che “l’unica preghiera che a me viene è la preghiera del perché”, come il grido di Ivan Karamazov di ribellione a Dio e al destino, a cui cerca risposte nelle tentazioni diaboliche riproposte dal Grande Inquisitore (un cardinale cattolico) a Cristo tornato sulla terra, che va nuovamente ucciso perché non torni a donare all’uomo la libertà. Nel giugno del 2021, parlando ai seminaristi delle Marche, il pontefice consigliava di “leggere anche quegli scrittori che hanno saputo guardare dentro all’animo umano, penso ad esempio a Dostoevskij, che nelle misere vicende del dolore terrestre ha saputo svelare la bellezza dell’amore che salva”.
Per Bergoglio “queste non sono questioni per letterati, è per crescere in umanità”. Egli insisteva che “bisogna leggere i grandi umanisti, perché un sacerdote può essere molto disciplinato, può essere capace di spiegare bene la teologia, anche la filosofia, tante cose, ma se non è umano, non serve, gli manca qualcosa, gli manca il cuore… bisogna essere esperti in umanità”. Anche nell’aprile 2022, sullo sfondo della polemica da parte dell’Ucraina sulla presenza alla Via Crucis del venerdì santo di due donne, una ucraina e l’altra russa, papa Francesco citò Dostoevskij all’udienza generale, per sottolineare che “la pace di Gesù non sovrasta gli altri, non è mai una pace armata… le armi del Vangelo sono la preghiera, la tenerezza, il perdono e l’amore gratuito al prossimo, l’amore a ogni prossimo”.
Nel maggio 2023, ricevendo in udienza i partecipanti al convegno promosso dalla rivista La Civiltà Cattolica con la Georgetown University sul tema “L’estetica globale dell’immaginazione cattolica”, parlò dell’ortodosso Dostoevskij quando affermava che “tante volte le inquietudini sono seppellite in fondo al cuore”. Quindi citò un passaggio dei Fratelli Karamazov in cui si racconta di “un bambino, piccolo, figlio di una serva, che lancia una pietra e colpisce la zampa di uno dei cani del padrone. Allora il padrone aizza tutti i cani contro il bambino, lui scappa e prova a salvarsi dalla furia del branco, ma finisce per essere sbranato sotto gli occhi soddisfatti del generale e quelli disperati della madre”. Secondo il papa “questa scena ha una potenza artistica e politica tremenda, parla della realtà di ieri e di oggi, delle guerre, dei conflitti sociali, dei nostri egoismi personali, della contraddittorietà dell’esistenza”.
Dostoevskij interveniva anche nei dibattiti pubblici, affermando la necessità di conquistare la Turchia, la Terrasanta e il mondo intero, unendo gli slavi e quindi gli altri popoli per realizzare la salvezza russa delle anime, anticipando le teorie più estreme del “mondo russo”. Lo scrittore non riportava però soltanto queste tensioni distruttive nei suoi romanzi, ma anche tutte quelle contrarie e differenti, e non si poteva mai capire a quale dei personaggi volesse identificarsi. Forse l’eroe più simbolico di tutta la sua letteratura è proprio L’Idiota, impersonato dal principe Myškin malato di epilessia, che giunge dall’Europa in Russia per annunciare una nuova visione del Vangelo, e criticando i cattolici che “ci hanno condotto all’ateismo”, infine proclama: “mostrate al russo il mondo russo, fate che egli trovi quell’oro, quel tesoro che la sua terra gli nasconde. Mostrategli nel lontano avvenire il rinnovamento di tutto il genere umano anzi, la sua resurrezione in virtù dell’unica idea russa, del Dio russo, del Cristo russo, e vedrete quale possente gigante di giustizia, di saggezza e di amore si presenterà al cospetto del mondo stupefatto e atterrito. Stupefatto e atterrito perché, da noi, il mondo si aspetta il ferro e il fuoco… si aspetta la violenza perché, utilizzando il proprio metro di giudizio, non sa descriverci se non immaginandoci simili ai barbari. Così è sempre stato e così sarà ancora domani, in misura sempre maggiore”.
La Russia di papa Francesco è quella di Dostoevskij e tanti altri uomini d’arte e di cultura, la Russia che cerca una nuova resurrezione, anche “mettendo il mondo a ferro e fuoco”. Nella sua morte, il grande papa “russofilo” ci promette che in questa inestricabile lotta interiore tra il male e il bene nell’animo umano si rivela sempre il volto di Cristo, il salvatore di ciascun uomo e di ciascun popolo, cominciando sempre dagli ultimi.
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