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L’OMELIA DI PAPA LEONE XIV

Leone XIV presiede il rito che rende santi i due giovani laici. Nell’omelia richiama il loro “essere innamorati di Gesù” e la loro incessante volontà di “donare tutto per Lui”. Un amore coltivato attraverso “mezzi semplici, alla portata di tutti”, per vivere autenticamente la “santità della porta accanto”

Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano 7 Settembre 2025

Un “bivio della vita” si apre davanti a ogni giovane: il rischio più grande è lasciarsi sfuggire il tempo. Ma c’è “un’avventura” che chiama, invitando a gettarsi “senza esitazioni”, a spogliarsi di sé, delle “cose”, delle “idee” che ci tengono prigionieri. Basta alzare lo sguardo verso il cielo, assaporare ogni respiro della propria esistenza e camminare “incontro al Signore, nella festa eterna del Cielo”.

Una vista di Piazza San Pietro   (@Vatican Media)

Così Papa Leone XIV dipinge le figure di Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati, canonizzati oggi, 7 settembre, durante la celebrazione eucaristica presieduta dal Pontefice sul sagrato della Basilica di San Pietro. La domenica soleggiata, gli 80mila fedeli festanti, fanno da sfondo alla Messa concelebrata, tra gli altri, dal cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino; monsignor Mario Delpini, arcivescovo di Milano; monsignor Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica Italiana; monsignor Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino e Foligno. Tra i presenti, anche presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella.

“Oggi è una festa bellissima”

Mancano pochi minuti all’inizio della celebrazione e la piazza già trabocca di volti, canti e attese. Tra la folla sventolano striscioni che custodiscono le parole ardenti dei due giovani laici: “Vivere, non vivacchiare”, “Tutti nasciamo come originali”. All’improvviso, lo sguardo della piazza si accende: Papa Leone XIV compare sul sagrato e il suo saluto a braccio si leva come un abbraccio universale. “Oggi è una festa bellissima per tutta l’Italia, per tutta la Chiesa, per tutto il mondo!”. La liturgia, “molto solenne”, non spegne – assicura – la gioia che riempie questa giornata.

Uno striscione in Piazza San Pietro

E volevo salutare, soprattutto, tanti giovani, ragazzi, che sono venuti per questa Santa Messa! È veramente una benedizione del Signore trovarci insieme, voi che siete arrivati da diversi Paesi. È un dono di fede che desideriamo condividere

Il saluto del Papa prima della celebrazione eucaristica   (@Vatican Media)

Il Papa chiede “un po’ di pazienza” a quanti non si trovano nelle prime file della piazza, promettendo loro un saluto in papamobile al termine della celebrazione. Rivolge poi un pensiero particolare ai familiari di Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati, invitando tutti a custodire nel cuore ciò che loro hanno testimoniato: l’amore per Cristo, “soprattutto nell’Eucaristia ma anche nei poveri, nei fratelli e nelle sorelle”.

Tutti voi, tutti noi, siamo chiamati a essere santi. Dio vi benedica! Buona celebrazione! Grazie per essere qui!

“Cosa devo fare perché nulla vada perduto?”

Nell’omelia, il Papa evoca una domanda della Prima Lettura, tratta dal Libro della Sapienza e proclamata da Michele Acutis, fratello di Carlo. Una domanda attribuita “proprio a un giovane”, come i due nuovi santi: il re Salomone.

Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?

Alla morte di Davide, suo padre, Salomone possiede apparentemente tutto: potere, ricchezza, salute, giovinezza, bellezza. Un regno da governare. Ma proprio l’abbondanza gli suscita un interrogativo:

Cosa devo fare perché nulla vada perduto?

La risposta è la richiesta di un dono più grande: la Sapienza di Dio, per conoscere e aderire ai suoi progetti.

Si era reso conto, infatti, che solo così ogni cosa avrebbe trovato il suo posto nel grande disegno del Signore. Sì, perché il rischio più grande della vita è quello di sprecarla al di fuori del progetto di Dio

Chiamati a “buttarci”

Leone XIV si sofferma poi sul Vangelo, dove viene delineato un altro progetto radicale, “a cui aderire fino in fondo”. Quello indicato da Gesù:

Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo

E ancora:

Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo

Una chiamata a “buttarci”. A seguire Cristo senza vacillare, con “l’intelligenza e la forza” – doni dello Spirito – da accogliere spogliandosi delle proprie convinzioni, “per metterci in ascolto della sua Parola”.

Un momento della celebrazione eucaristica   (@Vatican Media)

“Signore, che vuoi che io faccia?”

Non solo Salomone, ma anche san Francesco d’Assisi si trova davanti allo stesso bivio. Giovane, ricco e “assetato di gloria”, sogna di diventare cavaliere. Ma l’incontro con Cristo lo spinge a domandarsi:

Signore, che vuoi che io faccia?

Il resto è una “storia diversa”, quella “meravigliosa” e conosciuta universalmente, di una spogliazione che all’oro e all’argento, oltre che alle stoffe preziose del padre, preferisce “l’amore per i fratelli, specialmente i più deboli e i più piccoli”.

“Una nuova logica”

L’elenco potrebbe proseguire. D’altro canto, nota il Papa, spesso la santità nasce da un “sì” pronunciato in gioventù. “Voglio te”, era la voce che sant’Agostino ascoltava “nel nodo tortuoso e aggrovigliato” della sua vita.

E così Dio gli ha dato una nuova direzione, una nuova strada, una nuova logica, in cui nulla della sua esistenza è andato perduto

“Frassati Impresa Trasporti”

In questa cornice, Leone XIV ripercorre le vite di Frassati e Acutis. Del primo sottolinea l’impegno nella scuola, nei gruppi ecclesiali – Azione Cattolica, Conferenze di San Vincenzo, FUCI (Federazione universitaria cattolica italiana) e Terz’Ordine domenicano. La sua fede si esprime nella preghiera, nell’amicizia e nella carità. “Frassati Impresa Trasporti” è il soprannome affettuoso con cui gli amici lo chiamano, vedendolo portare aiuti ai poveri per le strade di Torino. La sua testimonianza è “una luce per la spiritualità laicale”

Per lui la fede non è stata una devozione privata: spinto dalla forza del Vangelo e dall’appartenenza alle associazioni ecclesiali, si è impegnato generosamente nella società, ha dato il suo contributo alla vita politica, si è speso con ardore al servizio dei poveri

Preghiera, sport, studio e carità

Di Carlo, il Papa ricorda l’incontro con Gesù attraverso la famiglia – menziona Michele, Francesca, la sorella, e i genitori, Andrea e Antonia, tutti presenti in basilica – e la scuola, ma “soprattutto nei Sacramenti celebrati nella comunità parrocchiale.

È cresciuto, così, integrando naturalmente nelle sue giornate di bambino e di ragazzo preghiera, sport, studio e carità

La famiglia di Carlo Acutis con il Papa   (@Vatican Media)

“Basta un semplice movimento degli occhi”

Ciò che unisce Carlo e Pier Giorgio è la scelta di vivere l’amore di Dio e dei fratelli con “mezzi semplici, accessibili a tutti”: la Messa quotidiana, la preghiera, in particolare l’adorazione eucaristica. “Davanti al sole ci si abbronza. Davanti all’Eucaristia si diventa santi”, diceva Carlo. E ancora:

La tristezza è lo sguardo rivolto verso sé stessi, la felicità è lo sguardo rivolto verso Dio. La conversione non è altro che spostare lo sguardo dal basso verso l’Alto, basta un semplice movimento degli occhi

“Una luce che noi non abbiamo”

Entrambi sono attenti al Sacramento della Riconciliazione. Carlo ammoniva: “L’unica cosa che dobbiamo temere veramente è il peccato”, meravigliandosi di come “gli uomini si preoccupano tanto della bellezza del proprio corpo e non si preoccupano della bellezza della propria anima”. Altro tratto comune, la devozione per i santi e la Vergine Maria, oltre alla pratica della carità. Pier Giorgio, ricorda ancora Leone XIV, scriveva: “Intorno ai poveri e agli ammalati io vedo una luce che noi non abbiamo”.

Come Carlo, la esercitava soprattutto attraverso piccoli gesti concreti, spesso nascosti, vivendo quella che Papa Francesco ha chiamato la santità della porta accanto

“Il Cielo ci aspetta da sempre”

Un amore, un’offerta a Dio, che neppure la malattia sa scalfire. “Il giorno della morte sarà il più bel giorno della mia vita”, un’altra frase di Frassati ricordata dal Papa, che menziona anche la sua ultima foto, che lo ritrae intento a scalare una montagna. “Col volto rivolto alla meta, aveva scritto: ‘Verso l’alto’”.

ISTANTANEE DA PIAZZA SAN PIETRO

Radio Maria England è presente perché san Carlo Acutis è nato a Londra

Il mondo ortodosso russo in Estonia

di Stefano Caprio – Asia News – 7 Settembre 2025

Se in Ucraina lo scontro è tutto interno all’Ortodossia, sulle rive del Baltico sono le grandi tradizioni cristiane di tutta Europa a contendersi una piccola terra e un piccolo popolo, in cui si concentrano i destini di tutti gli altri. E tra i terreni di scontro c’è anche lo storico monastero femminile Pjukhtitskij che si trova a soli venti chilometri dal confine con la Russia.

L’Estonia è da tempo in allerta per una possibile “nuova operazione speciale” della Russia, alla stregua di quella in Ucraina, peraltro ancora lontana da una conclusione. Il Paese più settentrionale dei tre Stati che si affacciano sul mar Baltico, insieme a Lettonia e Lituania, è da sempre uno degli obiettivi sensibili per le mire imperiali della Russia: nel Cinquecento fu assalita da Ivan il Terribile, quando questa zona si chiamava Livonia, con l’intenzione esplicita di imporre la Russia come “Terza Roma” in tutta l’Eurasia, dai baltici agli ultimi khanati dei tataro-mongoli, dalla Turchia alla Siberia. A Narva, il principale porto dell’Estonia, agli inizi del Settecento il giovane Pietro il Grande subì la sua sconfitta più umiliante ad opera degli svedesi, comandati dal re quindicenne Carlo XIII, e per rifarsi l’imperatore russo dovette sacrificare centinaia di migliaia di vite di russi, per costruire nella malefica laguna poco più a nord la nuova capitale di San Pietroburgo, la Nuova Roma che proiettava la Russia sul Baltico e su tutta l’Europa.

Ora Narva segna il punto di confine – di ukraina – tra Estonia e Russia sul fiume da cui deriva il nome estone della città, che i russi chiamano Ivangorod, “città di Ivan”, proprio in onore del primo zar. Le armate dei due eserciti sono schierate sulle sponde del fiume, con evidente sproporzione a favore dei russi e timori crescenti da parte occidentale, considerando che l’Estonia fa parte della Ue e della Nato. Qui del resto si giocò una partita importante anche durante la seconda guerra mondiale, dopo che Stalin aveva stretto con Hitler il patto firmato dai ministri degli esteri Vjačeslav Molotov e Joachim von Ribbentrop, il 23 agosto 1939. I tre Paesi baltici furono concessi al dominio sovietico, e quando poi i nazisti decisero l’invasione dell’Urss con l’Operazione Barbarossa del 1941, proprio gli estoni furono i più convinti sostenitori del regime hitleriano, nella speranza di affrancarsi dall’oppressione dei russi, che in caso di attacco oggi proclamerebbero la “liberazione degli estoni dal nazismo” con ancor maggiore convinzione rispetto agli ucraini.

Più ancora di Narva, i russi rivendicano la “russicità” della seconda città del Paese dopo la capitale Tallin, quella di Tartu (Jur’ev per i russi, Dorpat per i tedeschi) sul fiume Emajygi, che secondo le antiche cronache venne fondata dal principe Jaroslav il saggio, figlio di Vladimir il “battezzatore”, che assunse poi il titolo di Gran Principe di Kiev e “unificatore” dei principati della Rus’. Qui si sono succeduti i conflitti nelle varie fasi storiche, dalla libera repubblica di Novgorod all’Ordine Livonico dei Cavalieri Teutonici, la Reczpospolita di Polonia e Lituania e il regno di Svezia, fino all’impero russo e alla repubblica socialista di Estonia nell’Urss. All’università di Tartu i sovietici concentrarono i migliori specialisti di slavistica, su tutti il padre della semiotica Jurij Lotman, ma anche Boris Uspenskij, Vjačeslav Ivanov e molti altri.

La popolazione estone non raggiunge il milione e mezzo di persone, eppure le percentuali etniche hanno grande significato simbolico, con un 25% di russofoni che oggi vengono spinti sempre più a tornare nella patria originaria. La lingua estone è di ceppo ugro-finnico, sparso in Europa da nord a est e ovest, apparentandosi con i magiari e i baschi, ma la lingua russa è difficile da sradicare nella vita culturale e sociale della popolazione. Tanto più che oltre alle differenze linguistiche contano molto anche quelle religiose, con la pretesa secolare dei russi di imporre l’Ortodossia a un popolo molto latinizzato dai Teutonici e quindi in maggioranza affidato alla libera professione cristiana dei luterani, che raggiunsero l’Estonia già nel 1523, sei anni dopo le tesi sulle indulgenze dello stesso Martin Lutero.

Per questi motivi in Estonia si gioca un confronto “atomico” tra le confessioni cristiane, per certi aspetti molto più pericoloso di quello delle testate nucleari. Se in Ucraina lo scontro è tutto interno all’Ortodossia, sulle rive del Baltico sono le grandi tradizioni cristiane di tutta Europa a contendersi una piccola terra e un piccolo popolo, in cui si concentrano i destini di tutti gli altri. Non a caso l’ultimo patriarca di Mosca del Novecento, Aleksij II, predecessore e “tutore” dell’attuale Kirill (Gundjaev), era un nobile estone di stirpe teutonica, come attesta il suo cognome Ridiger, il “barone Alexis von Rüdiger” che ha guidato la Chiesa russa dal 1990 al 2008, vescovo di Tallinn dal 1961 al 1978, quindi metropolita di Leningrado fino all’elezione patriarcale, alla fine dell’epoca sovietica. Da patriarca egli volle conferire alla Chiesa estone un’autonomia simile a quella concessa a quella ucraina che pretendeva l’autocefalia, come Chiesa autonoma nell’ambito del patriarcato di Mosca.

In Estonia esisteva però anche una Chiesa ortodossa dipendente dal patriarcato di Costantinopoli, eretta nel 1922 con tanto di Tomos di autocefalia poi soppresso dai sovietici, che dopo la fine dell’Urss costituì un forte motivo di contesa con lo stesso patriarca russo-estone Aleksij, anticipando quanto poi avvenuto in Ucraina negli anni successivi. In seguito all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, il parlamento estone ha preteso da tutti gli ortodossi del Paese di interrompere ogni legame con il patriarcato di Mosca, pena la soppressione della giurisdizione, incorporandola in quella autocefala costantinopolitana, e come in Ucraina questo processo sta provocando forti reazioni e grande confusione nei fedeli.

Un caso particolarmente eclatante riguarda una delle roccaforti dell’ortodossia russa in Estonia, il monastero femminile Pjukhtitskij a soli venti chilometri dal confine con la Russia. Fu fondato a fine Ottocento sul luogo dove si era verificata una miracolosa apparizione della Madre di Dio, chiamato pjukhtitsa che in estone significa “luogo santo”; una specie di Lourdes russo-estone dove avvenivano guarigioni con l’immersione nelle acque fluviali, e dove un contadino aveva trovato nella fessura di una quercia un’icona miracolosa di Maria con il Bambino Gesù. Ancora oggi è meta di pellegrinaggi, che si erano susseguiti anche in epoca sovietica, quando il monastero era l’unica comunità religiosa femminile permessa dalle autorità di Mosca.

Oggi nel monastero vivono quasi cento monache, e il ministero degli interni di Tallinn lo ha definito in questi giorni “il simbolo del mondo russo nel nostro Paese, dove si sovrappongono la religione, il nazionalismo e la nostalgia imperiale”, insistendo sulla necessità di chiuderlo definitivamente, ciò che potrebbe davvero indurre i russi a invadere anche il Paese baltico. L’igumena Filaretja, superiora del monastero, ha protestato vivacemente affermando “pensate ai vostri figli, che hanno un bravo padre, e li vogliono costringere ad accettare un altro padre che ha tante arance nel frigorifero… non vi sembra un inganno e un tradimento?”. Le monache si rifiutano categoricamente di rompere con il patriarcato di Kirill, accusato dagli estoni di essere uno dei principali ispiratori della guerra di Putin.

L’igumena insiste sul fatto che “noi non partecipiamo a nessuna guerra, tutti lo sanno, tantissimi seguono le nostre celebrazioni connettendosi al nostro sito, non c’è neppure bisogno di venire direttamente a trovarci, ascoltate per chi preghiamo, per la pace in tutto il mondo… Noi non siamo responsabili per tutte le parole del nostro patriarca, vogliamo solo essere fedeli alla nostra tradizione”. Le 95 monache vivono in autonomia, lavorando i campi e allevando animali, con un grande alveare per la produzione di miele, molto apprezzato non solo in Estonia e in Russia. Eppure nei loro confronti si accaniscono le accuse “russofobe”, come lamentano i sacerdoti ortodossi locali, al punto che The Telegraph ha pubblicato un lungo articolo dal titolo “La Russia usa le monache come spie e agitatrici della propaganda in Estonia”.

I sacerdoti della giurisdizione costantinopolitana insistono sulla necessità di contrastare l’ideologia eretica del “mondo russo”, che caratterizza il “magistero” del patriarca Kirill. Il padre Aleksandr (Sarapik), parroco della chiesa della Trasfigurazione a Tallinn, dove celebra la liturgia ortodossa in lingua estone, racconta a Currentime la storia della sua vocazione, quando da giovane cercava risposte alla sua sete di rinascita nella fede presso i luterani, i battisti e i cattolici, fino a sentirsi accolto veramente solo nella Chiesa ortodossa, in cui ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale negli anni Ottanta nella Chiesa patriarcale moscovita. Quando negli anni Novanta gli ortodossi locali si sono spaccati tra Mosca e Costantinopoli, “abbiamo visto il mondo accendersi in una nuova guerra santa”, racconta padre Aleksandr, “come se fossimo tornati al Medioevo nelle crociate contro i musulmani, e oggi il patriarca Kirill deve rispondere delle sue parole e delle sue azioni davanti a Dio”. Nell’Estonia del grande nord dell’Europa si vive in attesa di una nuova apocalisse, pregando nei monasteri e nelle chiese in lingue diverse, sperando che l’Altissimo riesca a capire tutti coloro che vogliono davvero la pace.

Pier Giorgio Frassati santo, la nipote: «Dava tutto ai poveri, ma si seppe solo quando morì. La canonizzazione insieme ad Acutis? Sono troppo diversi»

di Floriana Rullo 7 Settembre – 2025

Giovanna Gawronska è la nipote del torinese che oggi, 7 settembre, verrà canonizzato da Leone XIV. Il padre che non capiva, la preghiera notturna a Santa Maria di Piazza e la montagna: «Mi ha lasciato la sua piccozza»

«Di zio Pier Giorgio custodisco la piccozza Dava tutti i suoi averi ai poveri e ai malati»

«Pier Giorgio era il San Francesco torinese. Un giovane pieno di vita e talento che, di nascosto, donava agli ultimi i suoi averi. Lo si è scoperto ai funerali, quando gran parte di Torino si è presentata fuori dalla chiesa. Di lui conservo la piccozza che usava durante le sue escursioni in montagna e le tante foto che mi fanno compagnia in camera da letto». Giovanna Gawronska, 94 anni, è la nipote di Pier Giorgio Frassati, che oggi verrà canonizzato in Vaticano. Torinese allegro e pieno di vita, Frassati è morto a 24 anni nel 1925 per una poliomielite fulminante contratta in una delle tante case povere, tra cui il Cottolengo, dove aiutava i meno fortunati di lui. Veniva da una famiglia più che benestante: suo padre Alfredo era stato il fondatore e proprietario della Stampa, sua madre Adelaide una pittrice. «Se penso a Pier Giorgio lo vedo ancora oggi circondato dai giovani — dice la nipote —. Se diventerà santo, cento anni e due mesi dopo la morte, è sicuramente grazie a mia mamma Luciana che ha girato l’Italia per raccogliere testimonianze sulla sua bontà e ce lo ha raccontato».

Che cosa ricorda di suo zio?
«Ciò che mi raccontava mia mamma. Lo descriveva come impegnato: nella vita sociale, in quella politica ed ecclesiale, ma anche come un ragazzo sportivo e antifascista. Amava stare con i compagni di università, senza mai dimenticare i poveri e i bisognosi. Pier Giorgio era un giovane dell’altro secolo, ma è anche attuale e moderno. È stato un grande esempio. Se penso a lui al giorno d’oggi, lo immagino mentre cammina per strada con gli amici, mentre ride e scherza con loro. Un giovane capace di parlare agli altri con semplicità».

Verrà proclamato santo. Come immagina la cerimonia?
«Un evento. Peccato che mancheranno tantissimi ragazzi che si erano organizzati per venire da tutto il mondo a Roma il 3 agosto scorso».

E la decisione di celebrarlo nello stesso giorno di Carlo Acutis?

«Penso sia sbagliata. Non perché l’uno sia più santo dell’altro, ma perché sono diversi: Carlo era un ragazzino, Pier Giorgio un uomo. E mi sorprende un po’ vedere che l’iter della canonizzazione di Acutis sia stato breve, mentre per Pier Giorgio ci sono voluti 100 anni».

Suo zio è stato definito il San Francesco torinese.
«Era molto umile e allo stesso tempo generoso. Ha vissuto in una Torino molto povera. Erano i primi anni del ‘900. Lui, benestante, andava tutti i giorni al Cottolengo a trovare gli ultimi. E a loro donava ogni cosa avesse in tasca».

Donazioni segrete, almeno fino al giorno dei funerali.
«Tutto è stato chiaro quando tutta Torino si è presentata fuori dalla chiesa. Tra loro molti poveri della città».

Che cosa si è scoperto?
«Che si era sempre mosso in sordina. Sapeva che i suoi genitori lo avrebbero ostacolato. Pur arrivando da una famiglia dell’alta borghesia aveva deciso di aiutare con tutte le sue forze poveri e malati. Le sue giornate erano divise tra preghiera, aiuto ai bisognosi, studio e amici».

Come aiutava gli altri?
«Dando tutto il denaro che aveva in tasca. Nei suoi libri contabili abbiamo trovato le pagine della gestione dei suoi soldi. Scriveva: elemosina, elemosina e ogni tanto aggiungeva la parola sigaro. Anche lui era un ragazzo normale».

Perché non ha mai detto nulla?
«Lo ha fatto in punto di morte. Ha lasciato un messaggio, scritto, per dire che bisognava portare delle medicine che erano nella tasca della sua giacca a una persona malata. Ma il problema era il rapporto difficile che aveva con il padre. Alfredo aveva capito che c’era qualcosa di diverso in lui e non sapeva come affrontarlo. Voleva però obbedienza».

In che cosa?
«Nelle sue scelte. Ad esempio, Pier Giorgio voleva fare l’ingegnere militare così da poter aiutare i minatori. Suo padre si era opposto e arrabbiato: voleva che facesse il giornalista. Stessa cosa capitata in amore: ha rinunciato alla ragazza di cui si era innamorato sapendo che non sarebbe piaciuta alla famiglia. Lei non lo ha mai saputo».

Morì negli stessi giorni di sua nonna, nessuno si accorse della sua malattia?
«Non si fece in tempo ad avere il vaccino a causa del maltempo. Lui morì a casa a Torino, la nonna a Pollone. In quel momento la madre gli disse: “Giorgio, Dio vorrebbe che tu raggiungersi la nonna in Paradiso. E lui rispose: sarebbe il più bel giorno della mia vita”».

E dopo la morte?
«Mio nonno non ha più pronunciato il suo nome: quando parlava di Pier Giorgio diceva “quello che non c’è più”. Mia madre, che ha allevato sei figli, ha cominciato a scrivere del fratello dopo la morte dei suoi genitori».

Oggi in molti si ispirano a lui.
«È un esempio. Quest’estate oltre ai gruppi di americani nella casa di Pollone sono arrivati anche dei filippini. La sua figura continuerà sempre ad attirare fedeli. Pier Giorgio era un giovane normale, pur essendo speciale. Ha fatto la vita che tutti potrebbero fare. È ciò che piace».

Era un appassionato di montagna.
«Da sempre era iscritto al Cai. Era abituato, quando era nella casa di Pollone, nel Biellese, ad andare a piedi al santuario di Oropa per seguire la Messa. Ma aveva scalato il Monviso, il Mucrone e tutte le vette piemontesi. A lui bastava poter pregare…».

È vero che lo faceva di notte?
«Sì, andava alla Chiesa Santa Maria di Piazza a Torino. Quello stesso ostensorio Papa Leone lo ha voluto a Tor Vergata per la messa che gli ha dedicato».

Quali miracoli hanno permesso la sua santificazione?
«Una guarigione avvenuta nel 1933, dal morbo di Pott, una forma di tubercolosi, del friulano Domenico Sellan, e la guarigione avvenuta nel 2017, a Los Angeles, del seminarista Juan Manuel Gutierrez, sacerdote dal 2023. Aveva avuto una grave lesione del tendine d’Achille mentre giocava a basket».

Che cosa le ha lasciato in eredità?
«La piccozza, quella che usava in montagna. Alcuni abiti, che sono stati distribuiti tra gli amici, le sue foto e i suoi minerali che sono stati donati al Politecnico dove era laureando e, post mortem, ha ricevuto la laurea honoris causa. Nel cuore porto il racconto di mia madre».

Come si convive con uno zio santo?
«Più che come zio, sento Pier Giorgio come un fratello: è morto così giovane. In questi giorni sono andata spesso a San Pietro. Ci tornerò anche domani (oggi, ndr). Se diventa santo è anche grazie a mia madre: si deve tutto a lei. Era una donna straordinaria onorata di avere un santo in famiglia»

Carlo Acutis, chi era il santo di internet canonizzato oggi: la leucemia, i miracoli, una vita per gli ultimi

di Giovanna Maria Fagnani – Corriere della Sera, 7 Settembre 2025

La storia del beato di internet morto a 15 anni nel 2006. Amante del sassofono e dei videogiochi, predicava la fede e l’amore verso il prossimo

Di santi adolescenti la Chiesa ne ha avuti diversi (tra questi Santa Agnese, San Domenico Savio, solo per fare qualche esempio). Ma Carlo Acutis, il quindicenne milanese che sarà proclamato santo oggi da Papa Leone XIV è il primo santo «millennial». Il primo ad avere avuto le due vite che oggi coesistono per quasi tutti noi: quella reale e quella virtuale. Il primo della storia a crearsi un profilo social, su Facebook, e a usarlo per evangelizzare, precursore dei numerosi, ormai, «missionari digitali». Con lui anche il web ora ha il suo patrono.

Carlo morì nel 2006, a seguito di una leucemia mieloide acuta. Oggi alle 10, in piazza San Pietro, la messa di canonizzazione che vedrà Carlo santo, insieme a Pier Giorgio Frassati, 24 anni, studente torinese. Li accomunano l’origine in famiglie benestanti e l’immenso amore per l’eucarestia e l’impegno per il prossimo. Alla celebrazioni sono attese centinaia di migliaia di fedeli, tra cui tantissimi giovani. E delegazioni delle scuole che ha frequentato: l’istituto delle Marcelline di piazza Tommaseo e il Leone XIII. Ma l’emozione più forte la vivranno i genitori di Carlo: Antonia Salzano e Andrea Acutis, e i suoi fratellini, i gemelli Michele e Francesca, nati nel 2010.

La vita

Carlo invece nacque a Londra nel 1991, per caso: Andrea, presidente di Vittoria Assicurazioni, e Antonia si erano si erano trasferiti nella City per lavoro, ma dopo poco tornarono a vivere a Milano. Dopo la materna al San Carlo e poi le primarie e le medie all’istituto Tommaseo delle Suore Marcelline, si iscrisse al liceo classico Leone XIII. Non era uno studente modello, anzi. «Difficilmente incasellabile», ricorda la sua maestra Valentina Quadrio. Educatissimo e con uno sguardo sempre ai compagni più fragili, alternava voti alti in ciò che gli interessava (soprattutto l’informatica, che studiava da solo su testi universitari) a note perché non faceva i compiti. E si giustificava: «Avevo di meglio da fare». Ovvero usare i soldi della paghetta per acquistare cibo e sacchi a pelo da donare ai senzatetto. Fare il volontario nella mensa dei Cappuccini o aiutare al doposcuola.

La messa

I suoi genitori non erano religiosi, né praticanti. Invece lui andava a messa ogni giorno, si confessava. Ricevette la Comunione in anticipo, rispetto all’età consueta, grazie a uno speciale permesso del direttore spirituale, don Ilio Carrai, che di lui diceva: «Non era un credente militante, che faceva proselitismo». Per lui parlava la sua vita. Una vita da adolescente che, accanto ai videogiochi, alla musica col sassofono, allo sport, includeva la fede, la preghiera e l’amore per il prossimo: «Ciò che veramente ci renderà belli agli occhi di Dio sarà solo il modo in cui lo avremo amato e come avremo amato i nostri fratelli», si legge in uno dei suoi scritti. E infatti ciò che Carlo faceva era sconosciuto ad amici e familiari: emerse tutto dopo la sua morte, avvenuta a soli tre giorni dalla diagnosi.

La malattia

Quando gli ematologi gliela comunicarono, reagì con dolcezza e disse: «Il Signore mi ha dato una bella sveglia». Morì il 13 ottobre del 2006, con indosso una semplice tuta da ginnastica. Si portò via i suoi sogni e desideri. Qualche giorno prima aveva chiesto alla mamma: «Che cosa diresti se diventassi sacerdote?». E confidò ai genitori: «Muoio felice perché non ho mai sprecato un minuto della mia vita in cose che non piacciono a Dio». In tuta e sneakers è stato sepolto a Assisi, la città che amava perché trovava un modello di vita in San Francesco e dove trascorreva le estati, nella casa di famiglia. In agosto 121 mila fedeli hanno visitato la basilica dove riposano le sue spoglie. Dopo la morte, ha ricordato sua madre, è cominciato ad accadere dell’incredibile. La sua fama ha cominciato a girare il mondo, con la mostra «Miracoli eucaristici», da lui ideata quando aveva solo 12 anni e pubblicata sul suo sito web (criticata dal Times of Israel, perché alcuni di questi miracoli riporterebbero accuse agli ebrei). Prima centinaia di persone, poi migliaia, dicevano di aver cominciato a pregare Carlo per ottenere la sua intercessione. E arriveranno anche due miracoli riconosciuti.

I miracoli

Poi, arriveranno i due miracoli che hanno permesso la canonizzazione: le guarigioni scientificamente incomprensibili di un bimbo brasiliano affetto da una malformazione congenita al pancreas, che aveva toccato una reliquia di Carlo e, nel 2022, la vicenda di Valeria Valverde, 21enne del Costa Rica arrivata a Firenze per studiare, in condizioni disperate dopo un incidente in bici. La madre si recò ad Assisi a pregare e, la stessa sera, ricevette dall’ospedale la chiamata che l’avvertiva che la figlia si stava riprendendo. Oggi Valeria sta bene, ha scelto di vivere a Milano, vicino alla parrocchia di Carlo.

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Valentina Quadrio, la maestra di Carlo Acutis: «Quella nota sul registro quando sbucò per scherzo dall’armadio»

di Giovanna Maria Fagnani – Corriere della Sera – 6 Settembre 2025

I ricordi che il santo adolescente ha lasciato tra i banchi delle Marcelline di Milano, la scuola che frequentò per 8 anni, per poi passare al Leone XIII. La sua insegnante sarà a Roma per la canonizzazione: «Ma preferirei avere Carlo qui, piuttosto che un alunno santo»

Valentina Quadrio, la maestra di Carlo Acutis, davanti all’Istituto Marcelline di Piazza Tommaseo

Primi anni Duemila. All’Istituto Marcelline di piazza Tommaseo, in classe di Carlo Acutis, il ragazzo milanese che domenica sarà proclamato santo, è in programma l’interrogazione di matematica. Carlo e due compagni, per salvarsi, decidono di far perdere tempo alla professoressa. E così, dopo l’intervallo, non rientrano in classe. Spariti. Li cercano l’insegnante, l’assistente al piano, i compagni, ma nessuno sa dove siano. Il tempo passa e l’apprensione aumenta. La prof e l’allora preside discutono in aula e decidono: «Chiamiamo i carabinieri». È a quel punto che Carlo, insieme ai sodali, salta fuori dall’armadio di classe gridando «“buuuu”!», facendo morir dal ridere i compagni e infuriare la docente, che metterà una nota sul registro: «Gli alunni Carlo (Acutis ndr), Carlo e Lorenzo sono spariti e poi usciti dall’armadio facendo “buuu”». Quella nota, che oggi ha un sapore comico, è uno dei ricordi che il santo adolescente ha lasciato tra i banchi delle Marcelline, la scuola che frequentò per 8 anni, per poi passare al Leone XIII, dove, tuttavia, fece in tempo a studiare solo il primo anno e una parte del secondo, prima di venire a mancare per una leucemia fulminante. Tra le migliaia di persone che assisteranno alla canonizzazione a Roma, insieme ai genitori di Carlo, Antonia Salzano e Andrea Acutis e ai suoi fratelli, Michele e Francesca, 15 anni, ci sarà anche Valentina Quadrio, la sua maestra

Carlo era nato a Londra, poi aveva fatto la scuola dell’infanzia al Collegio San Carlo. Quando arrivò da voi? 
«Nel secondo quadrimestre di prima elementare. Conservo ancora la mia agenda e ho trovato un’annotazione del 2 febbraio 1998. Diceva “è arrivato Carlo”. Una settimana dopo mi sposai e lo rividi dopo il viaggio di nozze. Era timido, carino, educatissimo. E lo è rimasto per tutti i cinque anni delle primarie. Poi le cose cambiarono».

 Alle medie come diventò? 
«Le dico solo che la preside, in modo affettuoso, una volta mi disse: “Tu e il tuo Carlo, altro che bello tranquillo. È un sano farabutto”». E anche uno dei suoi migliori amici, alla notizia della beatificazione, ci disse: “Se lui diventa santo io divento buddista” All’inizio nessuno ci credeva, è sempre stato un ragazzo normalissimo, non ha mai fatto trapelare un comportamento particolarmente lodevole di santità. Abbiamo scoperto tutto dopo». 

La nota per essersi nascosto nell’armadio sarà diventata leggendaria.
«Sì, ma non fu l’unica. Alle medie a volte si presentava senza aver fatto i compiti e, alla richiesta di spiegazioni, diceva ai prof che aveva avuto di meglio da fare. Si impegnava davvero solo nelle materie che lo interessavano, prendeva note nelle altre. Diceva candidamente che aveva lasciato i libri nella casa di Assisi e quindi non aveva studiato per quello. Era un tipo di alunno difficilmente incasellabile, ma è molto complesso valutare un ragazzino nella sua interezza: c’è tutto un mondo dietro ai voti». 

Sembra la descrizione del tipico preadolescente. Alle primarie, invece, che studente era Carlo? 
«Avevamo un legame molto forte. Io ero l’insegnante “tutor”, la maestra prevalente. Per intenderci, quella che sta con la classe per il maggior numero di ore. I nostri alunni spesso hanno entrambi i genitori che lavorano, magari anche all’estero. L’insegnante diventa un po’ una seconda mamma. Di Carlo mi aveva colpito il fatto che in cinque anni non l’ho visto litigare con nessuno».

 È poco comune?
«È una cosa eccezionale. Aveva un occhio da adulto nel notare se qualcuno era in difficoltà e questa non è assolutamente una capacità che hanno i bambini in prima elementare. Sono bimbi che stanno compiendo una scalata all’Everest: imparare a scrivere, leggere, fare dei conti in due mesi non è cosa da poco. Tutti hanno bisogno dell’aiuto della maestra. Lui, finiti suoi esercizi, si alzava e andava a aiutare uno dei compagni. Io gli dicevo: “Riposati, fai un disegno”. E lui: “Mi piace aiutare il mio amico”. Lo faceva con semplicità, senza farlo notare. Aveva una luce molto bella negli occhi, mi dava sensazione che trasmettesse serenità e poi aveva un’altra dote». 

Quale?
 «Se vedeva qualcuno litigare, si metteva di mezzo e cercava di farli ridere. Io avevo suggerito ai ragazzi, quando si arrabbiavano, di pensare a qualcosa di buffo, perché allegria e rabbia sono emozioni che non possono coesistere. Se qualcuno si azzuffava all’intervallo, lui gli diceva: “Non sprecate tempo” e si metteva a fare il giullare per farli ridere. Inoltre, in classe c’era un compagno che viveva una profonda crisi al seguito della separazione fra i genitori. La madre era andata via di casa e lui piangeva spesso. Carlo giocava con lui, lo prendeva sottobraccio. All’intervallo diceva a noi docenti: “Non preoccupatevi, chiacchiero io con lui”». 

Quando ha capito che quel «di meglio da fare», invece di studiare, significava aiutare i poveri?
 «Al suo funerale. E ne fui sconvolta. Avevo passato giorni a piangere, arrabbiata con “chi sta lassù”, per averci portato via lui, piuttosto che una delle tante persone orripilanti che ci sono al mondo. Ancora oggi preferirei avere Carlo qui, piuttosto che un alunno santo».

Cosa accadde alle esequie? 
«La chiesa di Santa Maria Segreta era strapiena, una marea di persone, tanto che la folla arrivava fino alla piazza. E in mezzo agli amici, ai compagni di classe, agli amici della famiglia c’erano tutti i “suoi” senzatetto, li conosceva tutti per nome. Gli emarginati in mezzo all’alta borghesia: un colpo d’occhio notevole. È la magia di Carlo, che sapeva far coesistere gli estremi, cosa molto difficile anche per gli adulti. Era un ragazzo ricco, ma sempre in jeans e scarpe da tennis. I soldi della paghetta li usava per i poveri. E poi le tecnologie, il web, anche i social (Carlo Acutis è stato il primo santo ad avere un profilo Facebook mentre era in vita ndr) li ha usati per la diffusione della fede. Non ha preso da me… Durante il Covid, per la Dad, rivolgevo il pensiero a lui e gli dicevo: “Carlo dammi una mano tu, se no tiro già il pc dalla finestra”». E quell’aiuto lo ricevevo». 

Carlo già alle medie andava a messa tutti i giorni. 
«Faceva la comunione, si confessava. Faceva cose che non fanno i giovanissimi. Non ne aveva mai parlato, ma a volte qualcuno lo scopriva e perfino lo seguiva. Lui non obbligava nessuno, anzi creava la curiosità e che è l’arma migliore per far conoscere un argomento». 

Sente ancora i suoi ex alunni, compagni di Carlo? 
«Alcuni, ma di lui non parliamo. Ciascuno ha un ricordo suo e lo conserva nel cuore. Una di loro è diventata insegnante di sostegno. Un altro un pilota. Uno dei compagni, Andrea Pobbiati, già fragile, soffrì estremamente per la scomparsa di Carlo, che era praticamente l’unico a trattarlo da amico. A 22 anni morì a sua volta in circostanze drammatiche. Così come un’altra compagna, deceduta a un rave party».

Qual è l’ultimo ricordo che ha di Carlo?
«Venne a trovarci in estate, prima di cominciare il liceo classico al Leone XIII. Io stavo tornando a casa e lui era in piazzetta. Gli ho detto: “Ma guarda che bel ragazzo sei diventato”. Gli occhi erano sempre stupendi, sorridenti, quelli di una persona che ti fa sentire bene. Mi ha raccontato che sarebbe andato al Leone e io ho replicato: “Sempre tutto vicino a casa perché sei un lazzarone”. Lui si mise a ridere. Era una giornata stupenda, aveva il sole alle spalle, pensava alle vacanze che si avvicinavano».

Adesso è ancora arrabbiata con «Chi sta lassù»?
«Faccio ancora fatica ad accettare quello che è accaduto, ma da due anni a questa parte tantissime persone, da tutto il mondo, hanno chiesto di parlare con me e con gli altri che lo hanno conosciuto. Tra loro anche non credenti e non praticanti. Mi capita di accompagnare gruppi di pellegrini, qui a Milano. Sono più serena perché so che Carlo può aiutare tante persone. Adesso sono felice di dargli una mano nella diffusione della nostra cristianità». 

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Carlo, il mio figlio santo: sono la prima convertita»

Gianni Santucci – Corriere della sera, 05/09/2025

La madre di Acutis, canonizzato domenica

MILANO «Sono la prima convertita di mio figlio».

Sorriso.

«Prima non credevo praticamente a niente».

Domenica Carlo Acutis, adolescente milanese, morto a 15 anni nel 2006 a causa di una leucemia, e da allora al centro d’una venerazione popolare globale come «santo di Internet», sarà canonizzato da papa Leone XIV. Sua madre, Antonia Salzano Acutis (che per Piemme ha appena pubblicato l’ultimo libro «ufficiale» dedicato a suo figlio, Spiritual insight ) risponde al telefono nel pomeriggio di ieri.

Che santo sarà Carlo?

«Un santo che ha incarnato valori condivisibili da tutti, dai credenti e dai non credenti. Ad esempio l’amore per gli animali, per l’ambiente. Da piccolo al mare sentiva una specie di missione che lo divertiva: partiva col canottino e andava a raccogliere sporcizia e pezzi di plastica in acqua».

Che ragazzo era?

«Solare, socievole, generoso. Santo è colui che vive una vita evangelica e Carlo era molto parco. Se provavo a comprargli un paio di scarpe nuove mi diceva di no, gli bastavano quelle che aveva, “compriamo invece qualcosa per i poveri”. In una società ripiegata su se stessa e ossessionata dall’avere, Carlo rompe gli schemi con la sua semplicità».

Il Papa è statunitense; suo figlio è conosciuto negli Stati Uniti?

«Molto. Tutto è iniziato dalla mostra sui miracoli eucaristici. Carlo aveva fatto una raccolta di foto e testi estremamente puntigliosa. Quella mostra, disponibile online, ha iniziato subito a essere allestita nelle parrocchie di tutto il mondo. Negli Usa l’hanno fatto diecimila parrocchie. Carlo, ragazzo italiano e non ancora santo, è stato così scelto dalla Cei americana come testimonial del revival eucaristico».

Come si spiega questo «successo»?

«Carlo faceva il catechista, aveva l’intento di far comprendere la reale presenza di Cristo nel pane e nel vino. Con un semplice computer, dalla sua stanza in casa a Milano, ebbe quell’intuizione della mostra. Carlo è stato scelto da Dio come suo strumento. Tantissime persone si sono riavvicinate alla fede, hanno ricominciato ad andare a messa. Come sia stato possibile che abbia toccato tanti cuori è un mistero insondabile. Io ne resto stupita».

Il «santo di Internet» venerato nel Paese di Microsoft e Apple. Vede una connessione simbolica?

«Dalla nascita di Internet allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, credo che il messaggio di Carlo sia potente e persistente. La tecnologia e i mezzi tecnologici possono essere molto utili, ma anche molto oscuri. Hanno una dark side. Pedopornografia, istigazioni al suicidio. Carlo era appassionato di tecnologia, ma la usava con moderazione. Anche in questo credo possa essere un modello».

Come fa un adolescente a trovare la moderazione?

«Carlo si informava. Quando aveva 8 anni gli zii gli regalarono una Playstation. Qualche tempo dopo lesse un articolo di alcuni medici americani che mettevano in guardia contro il rischio di dipendenza creato dai videogiochi. Allora decise che avrebbe giocato un’ora alla settimana, non di più. Era equilibrato in tutto. Pensiamo oggi a quel suo atteggiamento: resta un messaggio di fronte al devastante rischio di dipendenza dagli smartphone, che riducono la comunicazione con le famiglie e tra gli stessi adolescenti».

Qualche tempo fa, in un incontro pubblico, lei disse: «Ma cosa vogliono con i telefonini, digitalizzare anche l’anima dei ragazzi?».

«Purtroppo anche i genitori sono molto impreparati di fronte ai rischi di un uso smodato e di una dipendenza dalla tecnologia. E dunque anche su questo Carlo può essere un bell’esempio. Ha fatto prima l’aiutante e poi il catechista, i mezzi tecnologici li ha usati prima di tutto per annunciare Cristo. L’ultimo anno, quello in cui è morto, passò l’estate a costruire un sito per il volontariato dei gesuiti. Rinunciava al gioco e allo svago se sentiva quel bisogno».

Non sembra l’estate di un ragazzo allegro.

«Al contrario, Carlo era affabile, espansivo, estremamente altruista. È sempre col sorriso e con la gioia che si spendeva per la fede e per gli altri, magari quando si faceva accompagnare d’inverno in giro per il quartiere a portare cibo ai clochard. Il volontariato è un valore. Ed è un valore, anche questo, nel quale si possono riconoscere credenti e non credenti».

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