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Papa Leone XIV, la prima intervista: «Genocidio a Gaza, la Santa Sede per ora non si pronuncia. Sui migranti mi preoccupa ciò che accade in Usa»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 21 Settembre 2025

Pubblicata la biografia «León XIV: ciudadano del mundo, misionero del siglo XXI», scritta dalla giornalista Elise Ann Allen e conclusa dalla prima intervista a papa Prevost. Da Trump e Gaza alle finanze del Vaticano

CITTÀ DEL VATICANO «Sto cercando di non continuare a polarizzare o promuovere la polarizzazione nella Chiesa». È uscita oggi la biografia «León XIV: ciudadano del mundo, misionero del siglo XXI» (Penguin Peri), scritta dalla giornalista Elise Ann Allen e conclusa dalla prima intervista a Papa Prevost, un lungo colloquio del quale domenica scorsa erano stati anticipati alcuni passaggi.

Un testo nel quale tra l’altro il Papa si mostra prudente su temi divisivi come la questione Lgbtq e si mostra attento a comporre le differenze nella Chiesa, predicando accoglienza e rispetto ma senza strappi dottrinali: «Trovo altamente improbabile, certamente nel prossimo futuro, che cambierà la dottrina della Chiesa in termini di ciò che la Chiesa insegna sulla sessualità, ciò che la Chiesa insegna sul matrimonio».

L’intervista

Leone XIV affronta questioni interne e di politica internazionale, a cominciare dall’«orrore» di Gaza, anche se non si pronuncia sulla definizione di «genocidio». Parla anche del suo Paese e di Trump: «Non ho intenzione di farmi coinvolgere nella politica di parte». Perché «il mio compito è annunciare la Buona Novella, predicare il Vangelo», chiarisce in uno dei passaggi più significativi: «Se perdiamo l’orizzonte, perdiamo la bussola, potremmo vagare invano senza sapere dove andare. Quindi, in un certo senso, non vedo il mio ruolo principale come quello di cercare di risolvere i problemi del mondo, anche se penso che la Chiesa abbia una voce, un messaggio che deve continuare ad essere predicato, detto e detto ad alta voce. I valori che la Chiesa promuoverà nell’affrontare alcune di queste crisi mondiali non vengono dal nulla, ma dal Vangelo. Ci sono stati periodi in cui questa voce è stata persa, ignorata o sottovalutata. In questo senso, credo che la mia missione debba essere, ed è molto chiara».

Gaza e la parola genocidio

«Nonostante alcune dichiarazioni molto chiare da parte del governo degli Stati Uniti, recentemente da parte del presidente Trump, non c’è stata una risposta chiara in termini di ricerca di modi efficaci per alleviare le sofferenze della popolazione, delle persone innocenti a Gaza, e questo è ovviamente motivo di grande preoccupazione», dice il Papa.

«La parola genocidio viene usata sempre più spesso. Ufficialmente, la Santa Sede non ritiene che al momento sia possibile fare alcuna dichiarazione al riguardo. Esiste una definizione molto tecnica di genocidio, ma sempre più persone sollevano la questione, tra cui due gruppi per i diritti umani in Israele che hanno rilasciato una dichiarazione in tal senso. È davvero orribile vedere le immagini che trasmettono in televisione, speriamo che qualcosa cambi questa situazione».

I rapporti con l’ebraismo

«Forse sono troppo presuntuoso, ma oserei dire che già nei primi due mesi il rapporto con la comunità ebraica in quanto tale è leggermente migliorato», dice Papa Prevost: «Credo sia importante fare alcune distinzioni che loro stessi faranno in termini di ciò che sta facendo il governo di Israele e chi è la comunità ebraica. Ma fortunatamente, credo che ci sia stato, anche nei pochi incontri che ho già avuto, un piccolo avvicinamento. Le radici del nostro cristianesimo affondano nella religione ebraica e non possiamo chiudere gli occhi di fronte a questo. Credo che ci sia molto da dire e molto da fare».

Trump, pace e migranti

«Una cosa che Francesco ha fatto verso la fine del suo pontificato, e che ritengo molto significativa, è stata la lettera che ha scritto sulla questione del trattamento degli immigrati», dice il Papa americano.

La linea resta quella del predecessore: «Il presidente Trump ha dichiarato la settimana scorsa che non aveva in programma di incontrarmi, e poi ha aggiunto: “Ma suo fratello è una brava persona”, e questo va bene. Uno dei miei fratelli lo ha incontrato ed è stato molto schietto riguardo alle sue opinioni politiche. Ma se ci fossero questioni specifiche che richiedessero un confronto con lui, non avrei alcun problema a farlo».

Prevost dice di essere pronto a «sostenere gli sforzi» sulla «promozione della pace nel mondo» che Trump «ha chiaramente affermato di voler perseguire», ma aggiunge: «Gli Stati Uniti sono una potenza a livello mondiale, dobbiamo riconoscerlo, e a volte le decisioni vengono prese più sulla base dell’economia che della dignità umana e del sostegno umano».

Del resto, «il fatto che io sia americano significa, tra le altre cose, che la gente non può dire, come ha fatto con Francesco, “lui non capisce gli Stati Uniti, semplicemente non vede cosa sta succedendo”». Il Papa, comunque, non vuole intervenire nel dibattito interno al suo Paese: «Non ho intenzione di farmi coinvolgere nella politica di parte. Non è questo il ruolo della Chiesa. Ma non ho paura di sollevare questioni che ritengo siano vere questioni evangeliche, che spero possano essere ascoltate da entrambe le parti, come si suol dire».

I rapporti con la Cina

Leone XIV parla anche dell’accordo storico con la Cina sulla nomina dei vescovi e la Ostpolitik vaticana. Non cambierà nulla, almeno per ora: «Direi che nel breve termine continuerò la politica che la Santa Sede ha seguito per alcuni anni ormai, e che è stata seguita da diversi predecessori. Non pretendo affatto di essere più saggio o più esperto di tutti coloro che mi hanno preceduto. Sto cercando di capire meglio come la Chiesa possa continuare la sua missione, rispettando sia la cultura che le questioni politiche, che ovviamente hanno una grande importanza, ma anche rispettando un gruppo significativo di cattolici cinesi che per molti anni hanno vissuto una sorta di oppressione o difficoltà nel vivere liberamente la loro fede, senza schierarsi».

Leone mette insomma i puntini sulle «i» in tema di libertà religiosa: «Per quanto riguarda l’Ostpolitik, le scelte che sono state fatte per dire in modo realistico: “Questo è ciò che possiamo fare in questo momento, andando verso il futuro”… È una situazione molto difficile. A lungo termine, non pretendo di dire cosa farò e cosa non farò, ma dopo due mesi ho già iniziato a discutere di questo argomento a diversi livelli».

Lgbtq: «Non ho un piano»

Leone XIV è cauto, «come abbiamo visto al sinodo, qualsiasi questione che riguardi le tematiche Lgbtq è altamente polarizzante all’interno della Chiesa». Al momento «non ho una piano», dice: «Ricordo qualcosa che mi disse un cardinale della parte orientale del mondo prima che diventassi papa, riguardo al fatto che “il mondo occidentale è fissato, ossessionato dalla sessualità”. Per alcune persone l’identità di una persona è tutta una questione di identità sessuale, mentre per molte persone in altre parti del mondo questo non è un tema primario in termini di come dovremmo rapportarci gli uni agli altri».

In ogni caso, «quello che sto cercando di dire è ciò che Francesco ha espresso molto chiaramente quando diceva “todos, todos, todos”. Tutti sono invitati, ma io non invito una persona perché ha o non ha una specifica identità. Invito una persona perché è figlio o figlia di Dio».

Coppie gay e matrimoni

«Ho già parlato del matrimonio, come ha fatto Papa Francesco quando era papa, dicendo che una famiglia è composta da un uomo e una donna uniti da un impegno solenne, benedetti nel sacramento del matrimonio. Ma anche solo dicendo questo, capisco che alcune persone lo prenderanno male», dice Leone.

«Nel Nord Europa stanno già pubblicando rituali di benedizione delle “persone che si amano”, come dicono loro, il che va specificamente contro il documento approvato da Papa Francesco, Fiducia Supplicans, che sostanzialmente dice che, naturalmente, possiamo benedire tutte le persone, ma non cerca un modo per ritualizzare un qualche tipo di benedizione perché non è ciò che insegna la Chiesa. Ciò non significa che quelle persone siano cattive, ma penso che sia molto importante, ancora una volta, capire come accettare gli altri che sono diversi da noi, come accettare le persone che fanno delle scelte nella loro vita e rispettarle».

Gli abusi

È una risposta lunga e meditata, quella che Leone XIV riserva agli abusi nel clero. Di certo «è una crisi reale» che «La Chiesa deve continuare ad affrontare perché non è risolta» . Quindi «occorre un’autentica e profonda sensibilità e compassione per il dolore e la sofferenza che le persone hanno subito per mano dei ministri della Chiesa».

Le statistiche «mostrano che ben oltre il 90 per cento delle persone che si fanno avanti e muovono accuse sono autentiche vittime. Dicono la verità. Non se lo stanno inventando». Ma «ci sono stati anche casi provati di accuse false» e quindi i processi devono essere fatti con rigore, rispettando anche i diritti dell’accusato e la presunzione d’innocenza, perché » ci sono stati sacerdoti la cui vita è stata distrutta a causa di questo». Resta il fatto che «grazie a Dio, la stragrande maggioranza delle persone che si dedicano alla Chiesa, sacerdoti, vescovi e religiosi, non hanno mai abusato di nessuno», chiarisce: «Quindi, non possiamo far sì che tutta la Chiesa si concentri esclusivamente su questo tema, perché non sarebbe una risposta autentica a ciò che il mondo sta cercando in termini di necessità della missione della Chiesa».

Donne nella Chiesa

Come il predecessore, Leone è convinto che all’altra metà (abbondante) della Chiesa debbano essere riconosciuti ruoli di maggiore responsabilità: «Spero di continuare sulle orme di Francesco, anche nella nomina di donne ad alcuni ruoli di leadership a diversi livelli nella vita della Chiesa, riconoscendo i doni che le donne hanno e che possono contribuire alla vita della Chiesa in molti modi».

Quanto alle diaconesse, cioè la questione dell’accesso delle donne al ministero del diaconato permanente, c’è ancora da studiare e approfondire la faccenda: «Al momento non ho intenzione di cambiare l’insegnamento della Chiesa su questo argomento. Penso che ci siano alcune domande preliminari che devono essere poste». Prevost, come del resto Bergoglio, non pensa comunque che il riconoscimento del ruolo delle donne passi attraverso le ordinazioni, le donne prete sono insomma fuori discussione: «Vorremmo semplicemente invitare le donne a diventare clericalizzate, e cosa avrebbe risolto realmente questo?».

Le finanze della Santa Sede

Quanto alla situazione finanziaria, la Santa Sede non è messa male come si dice: «Ci sono diverse unità finanziarie che compongono l’intera realtà della Santa Sede, del Vaticano. Molte stanno andando piuttosto bene. L’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica ha appena pubblicato il suo rapporto finanziario per il 2024 e per l’anno in questione riporta un risultato positivo di oltre 60 milioni di euro. Perché ci lamentiamo di una crisi?».

Certo «dobbiamo evitare il tipo di scelte sbagliate che sono state fatte negli ultimi anni», spiega: «C’è stata grande pubblicità sull’acquisto di questo edificio a Londra, in Sloane Avenue, e su quanti milioni sono stati persi a causa di ciò. Penso che già durante il pontificato di Francesco siano stati compiuti passi significativi per introdurre nuovi controlli e contrappesi, verifiche su come sarebbero state le operazioni finanziarie, su come avrebbero funzionato. Ci sono state alcune cose molto positive in questo senso, quindi i risultati si stanno vedendo».

Messa in latino

Il Papa racconta di aver girò ricevuto «numerose richieste e lettere: la questione della messa in latino» e ricorda: «Ebbene, oggi è possibile celebrare la messa in latino. Se si tratta del rito del Vaticano II, non c’è alcun problema. Ovviamente, tra la Messa tridentina e la Messa del Vaticano II, la Messa di Paolo VI, non so bene come andrà a finire. È ovviamente molto complicato…».

Il problema, piuttosto, è che «le persone hanno usato la liturgia come scusa per promuovere altri argomenti», chiarisce: «È diventato uno strumento politico, e questo è molto spiacevole». Il pontefice dice che presto incontrerà i sostenitori del rito tridentino, ma aggiunge, a beneficio dei tradizionalisti che ne hanno fatto una battaglia : «Dei vescovi mi hanno detto: “Li abbiamo invitati a questo e quello, ma non vogliono nemmeno ascoltarci”. Non vogliono nemmeno parlarne. Questo è un problema in sé. Significa che ora siamo entrati nell’ideologia, non siamo più nell’esperienza della comunione ecclesiale. Questo è uno dei temi all’ordine del giorno».

Il viaggio in Turchia

Leone XIV conferma che andrà in Turchia, a Nicea, dove nel 325 l’imperatore Costantino convocò il primo concilio ecumenico che definì il Credo comune ai cristiani: «Sono molto interessato e spero di andare a Nicea alla fine di novembre. Alcuni avevano inizialmente immaginato un incontro tra il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo e me. Ho chiesto che diventasse un’occasione ecumenica per invitare i leader cristiani di molte diverse religioni o comunità cristiane a partecipare tutti a questo incontro a Nicea, perché Nicea è un Credo, è uno dei momenti in cui, prima che avvenissero le diverse divisioni, possiamo ancora trovare una professione di fede comune».

🔴LIVE🔴 IL DISCERNIMENTO SPIRITUALE – di Padre Livio – Puntata 32 – Dio è il sommo bene

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Il Papa: usare i beni che Dio ci affida per costruire un mondo più giusto, equo e fraterno

La ricchezza vera è l’amicizia con il Signore e con i fratelli, ricorda Leone XIV all’Angelus domenicale in una piazza san Pietro gremita di 15 mila fedeli. Ogni egoismo porta a isolarci dagli altri e “sparge il veleno di una competizione che spesso genera conflitti”. Bisogna amministrare i doni ricevuti dal Padre, la nostra stessa vita, con cura e responsabilità, sapendo che non ne siamo padroni e che non è l’accumulo il valore più importante

Antonella Palermo – Città del Vaticano

Nella catechesi dell’Angelus a piazza san Pietro, gremita di 15 mila fedeli in questa ultima domenica d’estate, il Papa commenta la parabola evangelica dell’amministratore disonesto (Lc 16,1-13) e, tornando ai temi già approfonditi nell’omelia della Messa celebrata stamane nella parrocchia pontificia di Sant’Anna, pone una serie di interrogativi su come amministriamo la nostra vita e i beni ricevuti. Un giorno saremo chiamati a rendere conto della gestione delle risorse della terra, davanti a Dio e agli uomini, a chi verrà dopo di noi. Leone, dunque, rimette a fuoco un fondamento: “Noi non siamo padroni della nostra vita né dei beni di cui godiamo; tutto ci è stato dato in dono dal Signore e Lui ha affidato questo patrimonio alla nostra cura, alla nostra libertà e responsabilità”.

L’importanza di guadagnare degli amici

La parabola non è di immediata interpretazione e sembra spiazzante. Prevost ne spiega il senso guardando al comportamento e delle valutazioni dell’amministratore nel racconto biblico:

In questa situazione difficile, egli comprende che non è l’accumulo dei beni materiali il valore più importante, perché le ricchezze di questo mondo passano; e, allora, si fa venire un’idea brillante: chiama i debitori e “taglia” i loro debiti, rinunciando quindi alla parte che sarebbe spettata proprio a lui. In questo modo, perde la ricchezza materiale ma guadagna degli amici, che saranno pronti ad aiutarlo e a sostenerlo.

Leone XIV: i governanti non trasformino la ricchezza in armi che distruggono i popoli

Alla Messa presieduta oggi, 21 settembre, nella parrocchia di Sant’Anna in Vaticano, il Papa sottolinea che il denaro non va usato contro l’uomo, ma trasformato in bene comune. Poi…

Uscire dall’egoismo

Ciò che viene sottolineato nelle parole del Papa è la solerzia con cui il protagonista del brano della liturgia odierna esce dalla propria solitudine, dal proprio egoismo. Questo, avverte il Pontefice, è ciò che conta realmente: 

Dobbiamo usare i beni del mondo e la nostra stessa vita pensando alla ricchezza vera, che è l’amicizia con il Signore e con i fratelli.

Dopo l’Angelus di questa domenica, nuovo appello del Papa per la pace in Medio Oriente, “terra martoriata”. “I popoli hanno bisogno di pace – scandisce con forza – chi li ama .

Edificare il bene

Ciò che serve, rimarca infine il Papa, è ancora il senso di giustizia e responsabilità. 

Possiamo seguire il criterio dell’egoismo, mettendo la ricchezza al primo posto e pensando solo a noi stessi; ma questo ci isola dagli altri e sparge il veleno di una competizione che spesso genera conflitti. Oppure possiamo riconoscere tutto ciò che abbiamo come dono di Dio da amministrare, e usarlo come strumento di condivisione, per creare reti di amicizia e solidarietà, per edificare il bene, per costruire un mondo più giusto, più equo e più fraterno.


Leone XIV: Gaza, non c’è futuro con la violenza, l’esilio forzato e la vendetta

Dopo l’Angelus di questa domenica, nuovo appello del Papa per la pace in Medio Oriente, “terra martoriata”. “I popoli hanno bisogno di pace – scandisce con forza – chi li ama veramente lavora per la pace”. E ringrazia le associazioni cattoliche impegnate nella solidarietà con la popolazione della Striscia. Un ricordo speciale per i malati di Alzheimer e Atassia

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Le immagini dei palestinesi in fuga da Gaza City con auto, camion, carretti di fortuna, e anche a piedi, dopo l’ordine di evacuazione dell’esercito israeliano, sono nel cuore di Papa Leone XIV, che dopo la preghiera dell’Angelus di questa domenica, si rivolge ai rappresentanti di diverse associazioni cattoliche, impegnate nella solidarietà con la popolazione della Striscia di Gaza e presenti in Piazza San Pietro. Sottolinea di apprezzare la loro iniziativa “e molte altre che in tutta la Chiesa esprimono vicinanza ai fratelli e alle sorelle che soffrono in quella terra martoriata”.

Con voi e con i Pastori delle Chiese in Terra Santa ripeto: non c’è futuro basato sulla violenza, sull’esilio forzato, sulla vendetta. I popoli hanno bisogno di pace: chi li ama veramente, lavora per la pace.

La veglia di preghiera del 22 settembre a Roma

Tra le iniziative, spicca quella della Comunità di Sant’Egidio, che insieme ad altre realtà e associazioni promuove per lunedì 22 settembre, alle ore 19.30 in piazza Santa Maria in Trastevere a Roma, una veglia di preghiera per la pace a Gaza. Adesiscono realtà ed associazioni come Acli, Agesci, Auxilium, Azione cattolica italiana, Comunione e Liberazione, Comunità Papa Giovanni XXIII, Movimento cristiano dei lavoratori, Movimento dei Focolari, Movimento politico per l’unità, Ofs Ordine Francescano Secolare, Rinnovamento nello Spirito Santo. Guida la celebrazione il cardinale Gualtiero Bassetti, già presidente della CEI, ed è previsto un collegamento video con il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini. 

Successivamente il Papa saluta i pellegrini della Diocesi di Mindelo, Capo Verde, e quelli della Diocesi di Como. Quindi i gruppi venuti dall’Angola, dalla Polonia – in particolare da Bliżyn –, da Ciudad Real in Spagna, da Porto in Portogallo e da Mwanza in Tanzania. Rivolge poi il suo pensiero ai sacerdoti della Compagnia di Gesù che iniziano un percorso di studio a Roma e alla Società di San Vincenzo de’ Paoli. Infine ai fedeli di Sora, Pescara, Macerata, San Giovanni in Marignano, Venezia, Bassano del Grappa, Santa Caterina Villarmosa, Taranto, Somma Vesuviana, Ponzano Romano e vari gruppi della diocesi di Padova.

Il ricordo speciale per i malati di Alzheimer e Atassìa

Gli ultimi saluti sono per il Coro dell’Ordine degli Avvocati di Verona, il Coro femminile di Malo, a Vicenza, la Fondazione Oasi Nazareth di Corato, l’Associazione H-Earth Mani e Cuore. Infine, in occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer, il Pontefice rivolge un ricordo speciale per le persone malate, unendole nel ricordo a chi soffre di Atassìa. Per questa malattia, la Giornata mondiale si celebra il 25 settembre.

🍇🌾LIVE: SANTA MESSA DOMENICALE DI P.LIVIO -Benedizione: 25ma Domenica del tempo ordinario🙏

PENSIERO QUOTIDIANO

4. La lotta quotidiana per conservare la fede

La Madonna ha constato con tristezza che, dopo tante anni delle sue quotidiane apparizioni, un numero enorme di persone non l’ha neppure presa in considerazione.

Effettivamente è così ed è un atteggiamento particolarmente grave , perché siamo davanti all’ultima mariofania della storia della salvezza, dopo la quale la Madre di Dio non verrà più a chiamare il mondo alla conversione.

Tuttavia, per quanto riguarda soprattutto l’Occidente, non si tratta tanto di una incredulità nei confronti di uno fenomeno soprannaturale, quanto piuttosto del rifiuto del soprannaturale in quanto tale, cioè della stessa Rivelazione divina.

Siamo cioè di fronte a una rimozione generalizzata della fede cristiana per cui, in particolare in Europa, l’ateismo e l’indifferenza religiosa sono divenuti un modo di pensare e di vivere dato per scontato.

Le chiese sono vuole perché la gente non crede più né in Dio, né in Cristo né nella vita eterna e, se tu cerchi di farla ragionare, ti prende per un fanatico fastidioso e pericoloso.

In questa “pagananizzazione” di massa si manifesta tutta la forza di “satana sciolto dalle catene” ed è per questo che la Madonna ci invita a consacrarci al suo Cuore e al Cuore di suo Figlio Gesù. ” In modo speciale adesso , cari figli miei, vi invito ad essermi vicino” (Gennaio 2001 a Marija).

Non c’è altro modo per resistere saldi nella fede e superare vittoriosamente le prove del tempo dei Segreti che l’intima unione con Gesù e Maria, alimentata dalla preghiera incessante, dalla rinuncia al mondo e alle sue vanità e dalla carità per le anime che dormono ignare il sonno della morte.

San Matteo


autore: Caravaggio anno: 1602 titolo: San Matteo e l’angelo luogo: Chiesa di San Luigi dei Francesi, Roma

Titolo: Apostolo ed evangelista

Nascita: I secolo a. C., Cafarnao (Galilea)

Morte: I secolo, Etiopia

Ricorrenza: 21 settembre

Tipologia: Festa

S. Matteo, che prima si chiamava Levi, è l’autore del primo Vangelo, che scrisse in aramaico, ed è uno dei primi Apostoli che Gesù chiamò alla sua sequela.

Giudeo di nascita, figlio di Alfeo, secondo S. Marco egli esercitava il mestiere di gabelliere in Cafarnao. Quando il Maestro Divino gli disse di seguirlo, stava appunto seduto al banco delle gabelle sulle rive del lago. Ecco il tratto evangelico: «E Gesù tornò verso il mare; e tutto il popolo andava a lui e li ammaestrava. E nel passare vide Levi d’Alfeo, seduto al banco della gabella, e gli disse: Seguimi. Ed egli, alzatosi, lo segui».

Mirabile generosità! Matteo aveva un ufficio che gli assicurava una certa agiatezza. Ma questa pronta rinuncia ai beni per seguire Gesù gli meritò una tale abbondanza di grazia da raggiungere le più alte cime della perfezione cristiana.

S. Matteo ebbe in seguito la fortuna di ospitare in casa sua il Salvatore, onde i Farisei si scandalizzarono moltissimo, perché Gesù mangiava coi pubblicani e coi peccatori.
Ma conosciamo la solenne risposta di Gesù: «Non son venuto per i sani, ma per i malati».

Ricevuto lo Spirito Santo nella Pentecóste, predicò il Vangelo nella Giudea e nelle contrade vicine e poco dopo la dispersione degli Apostoli per il mondo, scrisse il Vangelo destinato ai Giudei.

S. Matteo, siccome scriveva per i suoi connazionali, volle dimostrare che Gesù Crocifisso era il Messia aspettato, il Redentore d’Israele profetato dalle Scritture. Ad ogni passo infatti si trova l’espressione: «Come è stato scritto da Isaia profeta, dai profeti», ecc. ecc.; e minuziosamente prova come le profezie e le promesse dell’Antico Testamento si siano compiute in Gesù Cristo.

Predicò poi il Vangelo nell’Africa, in Etiopia, e si sa per testimonianza di Clemente Alessandrino, che praticava l’esercizio della contemplazione e conduceva vita austerissima, non mangiando altro che erbe, radici e frutta selvatica.

Fu trucidato da una squadra di feroci pagani, mentre celebrava il santo sacrificio.
Le sue reliquie furono trasportate dopo trecento anni in Bretagna, e di qui nella sontuosissima cattedrale a lui dedicata nella città di Salerno.

Le origini della religione della Russia

di Stefano Caprio- Asia News – 21 Settembre 2025

Tra la fede ortodossa e il potere esiste un legame essenziale e originario, come mostrava già nell’XI secolo il “Discorso sulla legge e sulla grazia” del metropolita Ilarion, il “manifesto” della fede russa. A parte Filipp II di Mosca, che a fine Cinquecento si ribellò alle carneficine del primo zar Ivan IV il Terribile e venne per questo soffocato nella sua cella monastica, non si conoscono casi di altri oppositori ecclesiastici alle guerre sante dei monarchi.

Una delle questioni più drammatiche e controverse della stagione bellica della Russia putiniana riguarda il suo fondamento religioso, la proclamazione della “guerra santa” da parte del patriarca di Mosca Kirill e della gran parte del clero ortodosso russo, a parte un’esigua minoranza di sacerdoti pacifisti subito emarginati, espulsi dallo stato clericale ed esiliati all’estero. L’impressione è che si tratti di un ritorno alle interpretazioni medievali della guerra di religione tra cristiani e musulmani, con una retorica degna delle Crociate di mille anni fa, e qualcosa di vero in questo sguardo c’è sicuramente, ma non come imitazione russa di un passato latino e occidentale, piuttosto come un ritorno alle proprie origini del battesimo millenario.

Mentre il papa Urbano II teneva la sua omelia per incitare alla conquista di Gerusalemme e della Terra Santa, nel Concilio di Clermont del 1095, la Rus’ di Kiev esauriva il primo secolo della sua storia nelle lotte fratricide dei vari principi, e di lì a poco sarebbe stata sommersa e invasa dalle popolazioni asiatiche e dalle orde mongoliche, uscendo dalla storia per due secoli. La rilettura della storia antica, imposta dai capi di oggi come fondamento imprescindibile per la giustificazione della guerra attuale, si concentra proprio sugli eventi e le testimonianze di quel primo periodo, dal Battesimo di Kiev nel 988 all’invasione dei tartari nel 1240, perché tutti i periodi successivi della storia della Russia di Mosca e San Pietroburgo, e dell’Ucraina di Kiev e Odessa, oltre alla Bielorussia di Minsk e Polotsk, coinvolgendo polacchi, moldavi e rumeni, caucasici e centrasiatici degli imperi zarista e sovietico, dipendono dall’interpretazione del primo leggendario “secolo russo”.

L’antropologo siberiano Roman Šamolin, rettore dell’Università Aperta di Novosibirsk, propone di rivedere il “manifesto della fede russa”, uno dei testi più eclatanti della Rus’ di Kiev, cioè il “Discorso sulla legge e sulla grazia” del metropolita Ilarion, il primo sommo gerarca ecclesiastico di etnia russa imposto dal principe Jaroslav il Saggio nella prima metà dell’XI secolo, senza la benedizione canonica del patriarca di Costantinopoli. Si tratta di un panegirico del principe Vladimir il battezzatore e del “popolo nuovo” e benedetto della Rus’, a confronto con tutti gli altri popoli e quelli di “altra fede”, a cominciare dai “perfidi giudei” secondo la contrapposizione paolina tra il “popolo della Legge” e quello della Grazia che viene da Dio. Ilarion afferma solennemente che “la Legge è passata, ma la grazia e la verità hanno colmato tutta la terra, e la fede si è diffusa tra tutte le nazioni, fino alla nostra nazione russa”.

La polemica anti-giudaica, piuttosto classica nei tempi medievali, si estende in questo testo a tutti i popoli che non hanno riconosciuto Cristo, o che lo hanno in qualche modo tradito, cadendo nell’eresia e regredendo nella fede idolatrica. Così dunque “Dio ha posto la legge per preparare gli uomini a ricevere la verità e la grazia; affinché la natura umana retta dalla legge, rifuggendo il politeismo idolatrico, imparasse a credere nell’unico Dio; affinché l’umanità, come un vaso contaminato, dopo essere stata lavata dalla legge e dalla circoncisione come dall’acqua, potesse accogliere il latte della grazia e del battesimo”. E il battesimo di cui si parla è soprattutto quello di Kiev, il nuovo inizio della storia cristiana, perché “noi non scriviamo per gli incolti, ma per co­loro che nutrono un profondo diletto per i libri; non scriviamo per i nemici di Dio, gli eterodossi, ma per i figli suoi; non per gli estranei, ma per gli eredi del regno dei cieli”. La Grazia divina si riflette nell’unica vera Ortodossia, che eleva “gli eredi” russi al di sopra della legge e del peccato, e “la salvezza cristiana è benefica e generosa, poiché si estende a tutti i confini della terra”, e così “benché i giudei fossero prima dei cristiani, i cristiani divennero più grandi dei giudei per la grazia di Cristo”.

Il Discorso di Ilarion si concentra quindi sull’elogio dei potenti, e del grande battezzatore Vladimir di Kiev, il principe “uguale agli apostoli”, estendendo la lode al figlio Jaroslav il Saggio, che sconfiggendo il fratellastro Svjatopolk aveva riportato la pace tra i principati della Rus’. Tra la fede ortodossa e il potere esiste quindi un legame essenziale e originario, la cosiddetta “sinfonia” di tradizione bizantina, ma rivista nella versione “apostolica” russa. “E così è stato: la fede apportatrice di grazia si è diffusa su tutta la terra ed è giunta fino al nostro popolo russo. Le paludi della Legge si sono prosciugate, ma la fonte del Vangelo si è gonfiata d’acqua e ha ricoperto la terra, dilagando fino a noi”, affidandosi alla saggezza dei principi, che saranno in qualche modo comparati o contrapposti al ruolo dei metropoliti e patriarchi soltanto in brevi sprazzi della storia russa. Negli ultimi tempi, il patriarca Kirill ha indicato la strada allo zar Putin solo nei primi anni, per poi sottomettersi alla sua volontà e al suo ardore nel conflitto con i popoli nemici, dell’Occidente invece che dell’Asia antica, ma senza grandi differenze di contenuto.

Come osserva lo storico della Chiesa e teologo più noto della Russia, il diacono Andrej Kuraev, ora esiliato e trasferito alla giurisdizione di Costantinopoli, “in tutto il tempo della Rus’ di Kiev non ci fu un anno senza guerre interne ai principati ed esterne con gli altri popoli, e sono rarissimi i casi in cui i metropoliti cercarono di fare i pacificatori, chiedendo ai potenti di ridurre le proprie ambizioni e abbassare le armi”. La tendenza è stata piuttosto quella opposta, e qualunque conflitto anche nei secoli successivi degli zar è stata giustificato e “benedetto” come difesa della vera fede contro i nemici, come scrive lo storico ottocentesco Nikolaj Kostomarov, ricordando quando il principe Ivan I Kalita, che a metà del Trecento voleva imporre Mosca come il principato dominante, “sollevò tutta la terra russa fino a Novgorod per rivolgersi con le armi contro Pskov, e il metropolita Feognost lanciò contro i nemici la maledizione e la scomunica, benedicendo le armate di Ivan”. A parte il metropolita Filipp II di Mosca, che si ribellò alle carneficine del primo zar Ivan IV il Terribile e venne per questo soffocato a fine Cinquecento nella cella monastica dove era stato rinchiuso, non si conoscono casi di altri oppositori ecclesiastici alle guerre sante dei monarchi della Russia.

Come affermava il metropolita Ilarion, “su di noi si è adempiuto quanto era stato detto dei popoli: Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutti i popoli; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio”. La grandezza della Rus’ era esaltata come quella del popolo chiamato a salvare la terra da ogni male, poiché “Roma eleva lodi a Pietro e Paolo, per mezzo dei quali ha ac­quistato la fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio; l’Asia, Efeso e Patmos lodano san Giovanni il Teologo; l’India loda san Tommaso; l’Egitto san Marco; ogni terra, città e popolo onora e glorifica i suoi maestri, che hanno insegnato la fede ortodossa. Anche noi, dunque, per quanto ne siamo capaci, renderemo una lode, ancorché piccola, al nostro maestro e precettore, che compì gesta grandi e magnifiche, il grande principe della terra nostra Vladimir, nipote di Igor il vecchio, figlio del valoroso Svjatoslav, i quali, regnando al tempo loro, furono famosi per coraggio e valore in molte terre, e sono ancor oggi ricordati e glorificati per le loro vittorie e la loro forza. Infatti essi non dominarono una nazione misera e ignota, ma la nazione russa, che è nota e celebrata per tutti i confini della terra”. In questa memoria universale degli antichi regni cristiani, Ilarion tralascia soltanto l’impero di Costantinopoli e la lode dell’apostolo Andrea, che evidentemente erano stati ormai messi da parte dai russi, avendone assunto le parti nella comunione dei difensori della fede.

Secondo Šamolin “nella religiosità russa c’è un’evidente predominanza della forma sul contenuto, dell’immagine sul pensiero, dell’oggetto sul soggetto, del rito sul sentimento, e della sottomissione al potere al posto di qualunque riflessione sul senso della fede”. In definitiva “un dominio dell’immanente sul trascendente” fin dalle origini del cristianesimo di Kiev, ulteriormente esasperato nella variante moscovita e rimasto anche in quelle successive, dall’impero “occidentale” di Pietro il Grande a quello “ateista” di Josif Stalin, che restaurò le strutture ecclesiastiche per sostenere la guerra contro il nazismo. Qualunque sia il regime al potere, anche quello della democrazia “illiberale” di Vladimir Putin, la garanzia della sua corrispondenza alla storia del “mondo russo” è sempre l’ossequio della religione, rivista secondo i canoni della missione russa nei confronti del mondo intero. Come ricordava Ilarion di Kiev, “se qualcuno non si fece battezzare per amore, lo fece per timore verso colui che lo ordinava, poiché in lui la vera fede si univa all’autorità; allora le tenebre idolatriche presero a diradarsi, e apparve l’alba della vera fede, allora scomparve l’oscurità del­l’asservimento ai demoni, e il sole del Vangelo illuminò la terra”.

Funerale (quasi) di Stato per Kirk. Gli Stati Uniti piangono ma sono spaccati sulla libertà di parola

di Viviana Mazza – Corriere della Sera – 21 Settembre 2025

Fiori, croci e vangeli davanti alla sede dell’organizzazione fondata dall’attivista ucciso. La destra risponde alle accuse di censura: è solo «cultura delle conseguenze». Ma crescono le voci critiche anche tra i repubblicani

DALLA NOSTRA INVIATA
PHOENIX -Davanti al quartier generale di Turning Point USA, l’organizzazione conservatrice fondata all’età di 18 anni da Charlie Kirk, il marciapiede è ricoperto di fiori, bandiere americane, palloncini, vangeli, crocifissi, peluche e messaggi lasciati da ammiratori che arrivano, spesso accompagnati da bambini piccoli, per dargli l’ultimo saluto. La cerimonia di oggi nello stadio da oltre 60 mila posti di Glendale sarà simile a un funerale di Stato, con tutte le preoccupazioni annesse per la sicurezza: venerdì un uomo armato è stato arrestato mentre si aggirava nella zona in modo sospetto. 

Il ruolo della moglie

Parlerà la moglie di Kirk, Erika, madre dei loro due bambini piccoli, diventata il volto e la leader del movimento che avevano costruito insieme. Parleranno Donald Trump, che ha detto che Kirk avrebbe potuto un giorno diventare presidente, e JD Vance che lo ha riconosciuto come uno dei fautori della sua ascesa alla vicepresidenza. L’omicidio di Kirk è stato un terremoto politico che avrà conseguenze non ancora del tutto chiare. Ha generato un dolore diffuso nel Paese, come pure la promessa dei conservatori di prendere di mira le organizzazioni di sinistra che considerano radicali.

Intanto, online vengono segnalate migliaia di persone accusate di diffondere l’odio con i loro commenti su Kirk (a volte hanno celebrato la sua morte, altre volte hanno detto che odiavano le sue politiche e che non erano particolarmente tristi per la sua scomparsa). E si è aperto un dibattito sulla tutela costituzionale della libertà di espressione e anche sulla libertà di esprimere odio (ma anche a destra il commentatore Tucker Carlson ha invitato alla «disobbedienza civile» se verrà soppressa). Al sondaggista Nate Silver tutto questo ricorda il clima «sei con noi o contro di noi» che si creò dopo l’11 settembre, «quando l’orrore immediato portò all’aspettativa nazionale che ogni dissenso rispetto alla linea dominante del governo costituisse un’offesa contro i morti».

Dopo che Brendan Carr, capo della Federal communication commission, ha minacciato «conseguenze», Disney ha sospeso il comico Jimmy Kimmel, il quale aveva suggerito che il killer di Kirk fosse di destra (anziché di sinistra come affermano la procura e la famiglia). Ma Trump ha presto portato su di sé il discorso, dichiarando che le tv potrebbero perdere la licenza perché i loro contenuti sono per il 97% a lui ostili. E ieri il presidente ha aggiunto che la copertura televisiva critica nei suoi confronti è illegale: «Prendono una grande storia e la rendono negativa. Penso che sia davvero illegale. Non puoi avere frequenze gratis dal governo». 

Ted Cruz contro Carr

Una rara critica a Carr proveniente da destra è arrivata dal senatore texano Ted Cruz, che l’ha paragonato a un mafioso. «È come una scena di Quei Bravi Ragazzi (il film di Scorsese). Un mafioso va al bar e fa: “Bello questo bar. Sarebbe un peccato se succedesse qualcosa”. Può farci sentire bene adesso minacciare Jimmy Kimmel, ma quando questo verrà usato per zittire ogni conservatore in America, ce ne pentiremo». Il deputato Wesley Hunt, anche lui texano, però gli ha risposto: «Quando i conservatori venivano censurati, banditi, espulsi dalle piattaforme social e perdevano il lavoro per aver osato contraddire la narrazione del governo, la sinistra rideva e la chiamava “cultura delle conseguenze”». 

Guerra di definizioni

Il New York Times fa risalire l’origine di questa espressione al 2021, quando il presentatore di Fox News Lou Dobbs perse il suo programma con l’accusa di diffondere teorie complottiste sulle macchine usate per votare e un esperto di media sulla Cnn commentò: «Non è cancel culture, è consequence culture. Sono le conseguenze di irritare la gente con bugie avventate su questa democrazia celebrata dagli americani». Ora i sostenitori di Kimmel accusano la destra di abbracciare la stessa cancel culture che una volta criticavano, ed è la destra a rispondere: «Non è cancel culture, è cultura delle conseguenze». Ce lo dice davanti al memoriale di Kirk, Alex Bruesewitz, consigliere di Trump che ha lavorato con Turning Point per mobilitare i giovani elettori.

«Quando qualcuno dice qualcosa che un sacco di gente trova offensiva e stupida in tempo reale e quella persona viene punita, non è cancel culture, è la conseguenza delle tue azioni», afferma Dave Pornoy, fondatore del sito di giornalismo sportivo Barstool Sports. Davanti al memoriale di Kirk, Mike Yarusso, di origini calabresi, venuto dal Nevada, distribuisce crocifissi di legno. Seguiva Kirk per il suo messaggio cristiano, non per quello politico. Tatuato sulla mano, ha un messaggio contro il suicidio, perché suo padre si tolse la vita. «Tutto questo — commenta indicando fiori e bandiere — non è per Charlie, ma per la sua famiglia. Charlie è libero. E so dov’è la sua anima. Non so invece dov’è l’anima di mio padre. Non so dov’è quella dell’America».

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