In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.
Da una ventina di giorni ormai Bernadette non si recava alla grotta. Come spesso accade nella sapiente pedagogia divina, i momenti di grande grazia sono preparati da un tempo di purificazione, di aridità e di prova. Poi, quando meno te l’aspetti, la grazia irrompe nella tua vita come un fulmine a cielo sereno. Da tre settimane la piccola non sentiva nessuna attrazione di recarsi alla grotta. I visitatori andavano diminuendo, mentre la pressione delle autorità si faceva più audace. Si era dunque chiuso quello strano fenomeno di una giovane donna che si manifestava nella nicchia di una grotta a Massabielle?
Bernadette vive l’attesa oscura della fede. Dopo quindici apparizioni la veggente continua a chiamare l’apparizione “Aquero”, “Quella cosa”, rinunciando per il momento a identificarla con la santa Vergine. Anche i veggenti hanno i loro tunnel oscuri da percorrere, quando il soprannaturale sembra improvvisamente eclissarsi.
Durante la notte che precede la grande solennità dell’Annunciazione ecco che la grazia passa improvvisamente a visitare l’umido Cachot, dove la famiglia Soubirous, sei persone sistemate su due letti, dorme il sonno tranquillo dei giusti. Bernadette si sveglia, prima ancora dell’alba, mentre avverte in fondo al cuore un’attrazione che le è ben nota. Al riconoscerla il suo cuore trabocca di gioia e attende che si avvicini la pallida luce del mattino. Alle quattro però non riesce più stare nel letto. Si alza, si veste e senza esitazioni corre verso la grotta. Quando Dio chiama, bisogna correre. Gli appuntamenti col soprannaturale non ammettono pigrizie, o ritardi, o dilazioni.
Hai notato la corsa di Pietro e Giovanni al sepolcro, quando le donne annunciano che il Signore è risorto? Se leggi attentamente la Bibbia ti renderai conto di questa particolare “fretta”, che caratterizza gli incontri con Dio. Mi ricordo che a Medjugorje, quando vi era l’apparizione di notte sulla montagna, riservato al gruppo di preghiera di Ivan, si correva così veloci lungo quei sentieri, inerpicandoci fra i sassi e le spine, che io mi ritrovavo sempre ad arrivare per ultimo trafelato e borbottante.
Quel giorno benedetto però non era solo Bernadette ad avere fretta. Anche la Madonna aspettava impaziente quel momento di grande grazia in cui avrebbe rivelato il suo nome immacolato. Dio ci fa attendere, prima di concederci le grazie, perché vuole disporre il terreno affinché possano dare frutti abbondanti. Non appena però i tempi sono maturi, non indugia un solo istante, ma realizza immediatamente quanto ha progettato di fare.
L’apparizione dura ormai da un’ora, preceduta come sempre dalla preghiera del S. Rosario. Il cuore di Bernadette ora è pronto per formulare ancora una volta l’audace richiesta e per accogliere la grande rivelazione. Vorrei farti notare, caro amico, come dopo ben quindici apparizioni la veggente non osi ancora identificare la giovane donna con la santa Vergine. Non vedi in tutto questo una regia divina, che prepara la manifestazione del mistero dell’Immacolata Concezione?
Il nome, nella prospettiva biblica, esprime la profondità inafferrabile di una persona. Chi è Maria se non colei che, unica fra le creature, è stata concepita “immacolata”? Questa è la realtà profonda della sua persona che sta per essere svelata ed è per questo che fino a quel momento era stata indicata da nessun nome, se non da quello vago di “Aquero”, “Quella cosa”.
La rivelazione del mistero abissale di Maria è certo un grandissimo dono di grazia, fra i più straordinari che la Madonna ci abbia dato nelle sue apparizioni. Tuttavia esso ci viene dato attraverso una mediazione umana. Se Bernadette non l’avesse richiesto con insistenza, ripetendo la domanda per ben quattro volte, la Madonna non ci non ci avrebbe rivelato il tesoro nascosto della sua concezione immacolata.
“Signorina, volete avere la bontà di dirmi chi siete, per piacere?”, chiede la piccola veggente, col coraggio che le viene dal viso accondiscendete della giovane donna. Quest’ultima sorride, ma tace. Bernadette incalza, senza mostrare segni di scoraggiamento, mentre “Aquero” sorride sempre più bella. È forse facendo riferimento a questa sua personale esperienza che un giorno Bernadette dirà che la santa Vergine ama essere pregata a lungo?
Alla quarta volta la giovane donna cessa di sorridere. Tiene le mani giunte, mentre il rosario le pende dal braccio destro. Improvvisamente le mani si abbassano verso terra allargandosi, poi si ricongiungono all’altezza del petto e, alzando gli occhi al cielo, dice con ineffabile dolcezza: “Que soy era Immaculada Counceptiou”.
“Domandai per tre volte chi fosse – racconta Bernadette – ma le risposte furono altrettanti sorrisi. Mi azzardai a riproporle la domanda e questa volta Ella levò lo sguardo verso il cielo, congiungendo in segno di preghiera le mani che erano tese ed aperte verso terra, e mi disse: Io sono l’Immacolata Concezione. Queste sono le ultime parole che mi ha rivolto. I suoi occhi erano blu”.
Esiste forse un momento più grande di questo nelle innumerevoli apparizioni mariane della storia? Io credo di no. Te beata, piccola Bernadette, che hai potuto contemplare l’umile grandezza di Maria, mentre si inabissava nel suo nulla, dal quale l’amore del Creatore l’aveva tratta, per farne il Tempio della sua gloria. Te beata, che hai visto gli occhi blu di Maria levati al cielo, gli occhi della sottomissione, gli occhi della gratitudine, gli occhi della lode, gli occhi dell’adorazione. Te beata, che hai contemplato la grandezza della creatura quando accetta con gioia la dipendenza dal suo Creatore. Te beata, che hai guardato l’essere umano nello splendore immacolato della prima creazione. Te beata che hai ammirato in Maria, perfetta redenta, la gloria della nostra redenzione. Te beata, che hai potuto scorgere nel destino di beatitudine della Madre quello che attende i suoi figli. Te beata, perché hai osato e hai creduto e attraverso di te è scesa sul mondo una luce che non si spegnerà più!
“Umile e alta più che creatura” (Dante)
La richiesta del nome era venuta dalla Chiesa, rappresentata dal parroco, ed è a lui che Bernadette corre per riferire quanto detto da “Aquero”. Peyramale aveva chiesto come segno che fiorisse il cespuglio del rosaio selvatico che pendeva da sotto la nicchia. Aveva avuto in risposta un segno ben più grande. “Immacolata Concezione” è una espressione che racchiude un abisso insondabile di luce. Peyramale ne è investito e quasi accecato.
Avrebbe potuto accettare che la giovane donna dicesse di essere colei che era stata concepita senza peccato originale. Ma definire sé stessa “Immacolata Concezione” gli appariva assurdo. Non comprendeva, ma nel medesimo tempo capiva che una grande luce si era accesa nella nicchia di Massabielle, una luce così grande che né lui, né la piccola veggente potevano afferrare.
In realtà l’espressione “Immacolata Concezione” è assolutamente pertinente. Essa significa non solo che Maria è immacolata, ma che è la concezione immacolata per eccellenza, in quanto è l’unica creatura concepita senza la macchia del peccato originale. In questa espressione non solo è indicata la perfetta santità di Maria, ma anche l’unicità irrepetibile del suo essere incontaminato, in un mondo in cui tutti gli esseri umani portano il segno umiliante del male.
L’istante in cui la santa Vergine ha pronunciato il suo nome è rimasto impresso nell’anima di Bernadette come un sigillo indelebile. La descrizione che ce ne ha fatto vale da sola più di qualsiasi trattato di mariologia. Maria vi appare in tutta la sua abissale piccolezza e nel medesimo tempo nella sua sconfinata grandezza. Quando la Madonna dice “io”, scompare nella luce purissima della sottomissione e della riconoscenza al Creatore.
Innanzi tutto abbassa le braccia, per indicare il nulla dal quale è stata tratta. Poi le solleva al petto, congiungendole in atteggiamento di suprema adorazione. Quindi, senza alzare la testa, eleva gli occhi verso il cielo, alla fonte suprema dell’essere, della vita e della grazia. Poi pronuncia ciò che è, senza nulla tacere della sua infinita grandezza e senza minimamente appropriarsene, ma lasciando che l’immensità della luce divina che da lei emana celebri la gloria dell’Altissimo.
Potremo noi parlare così di Maria? Impareremo la grande lezione di Lourdes, dove la Madre di Dio ci ha manifestato quale mistero inafferrabile di grandezza è in lei, piccola serva del Signore? Avremo ancora paura di confessare quale mirabile creatura Dio ci abbia donato come madre? Esiteremo ancora a presentare al popolo cristiano le grandi cose che in lei ha fatto l’Onnipotente?
Rimango stupito davanti a questo miracolo dello spirito, unico e irripetibile, di vedere una creatura manifestare, col più semplice e trasparente dei gesti, che tutto il suo essere di luce è soltanto un puro dono di grazia. Comprendo che quando tacciamo sul mistero di infinita grandezza di Maria, o quando cerchiamo di oscurare il posto che Dio le ha affidato al suo fianco nell’opera della Redenzione, noi in realtà facciamo torto all’Onnipotente e anche a noi stessi, che abbiamo in Maria l’onore del genere umano e la speranza della gloria futura.
Bernadette trasparenza dell’Immacolata
È un mattino luminoso quello che vede la piccola messaggera trottelerrare verso la casa parrocchiale. Il cielo è terso, mentre a oriente l’aurora tinge di rosa l’orizzonte. Una luminosa trasparenza avvolge dolcemente uomini e cose. Bernadette si affretta a portare il grande annuncio alla Chiesa, ripetendo ad ogni passo il nome misterioso e incomprensibile. Che cosa significherà mai questa parola “Councepciou”, mai udita prima?
Contemplo questa bimba, nel cui cuore la Madonna ha deposto un segreto, nascosto nella mente di Dio fin dal momento della creazione del mondo. È il segreto del nome della creatura santa e perfetta, chiamata a diventare Madre di Dio e Madre degli uomini. Lo Spirito Santo l’aveva già rivelato alla Chiesa, che solo quattro anni prima l’aveva proposto come verità di fede a tutti i fedeli. Ora il cielo approva e conferma, posando questa perla preziosa nel cuore di una creatura, fra le più piccole e ignorate della terra.
Mi chiedo come doveva essere quel cuore, per accogliere in sé stesso lo splendore verginale di quella rivelazione di luce. Dio non getta le perle ai porci (Mt 7,6). Bernadette ha ripetuto in più di una occasione che se la santa Vergine l’aveva scelta, era perché non vi era un’altra persona più ignorante di lei. “Mi ha raccolto come un ciottolo”, amava dire. Se invece fossa stata raccolta come una perla di inestimabile valore? Se fosse stata scelta perché Dio non aveva trovato un’altra creatura più limpida, più pura e più trasparente di lei?
Il nome santo di “Immacolata Concezione” poteva essere deposto soltanto nel più innocente dei cuori. Bernadette, come la piccola fanciulla di Nazareth, era la più umile, ma anche la più pura. I suoi biografi giustamente colgono nella luminosa trasparenza della sua anima il tratto caratteristico della sua santità. Non vi è dubbio che la fanciulla abbia fatto uno straordinario cammino spirituale negli anni successivi alle apparizioni. Ma la bellezza spirituale della sua persona risplende fin dall’inizio. Il suo viso “dolce”, il suo sguardo “limpido” e “celestiale”, che lasciavano ammirati coloro che la vedevano, manifestava il candore della sua anima rivestita dalla grazia santificante.
In Bernadette risplende quell’innocenza battesimale, che andò sempre più intensificandosi nel corso della sua vita. Maria ha deposto la perla preziosa del suo nome in un cuore di ineguagliabile trasparenza. La piccola contadina di Lourdes, nella sua persona semplice, umile, modesta e pura è un segno donato al mondo dello splendore divino dell’Immacolata.
(Sui passi di Bernadette – di Padre Livio – Ed Sugarco -cap. 10)
Città del Vaticano, domenica 7 dicembre 2025, 12:06 (ACI Stampa).
Seconda domenica del tempo di Avvento. E’ il primo Natale di papa prevost, questo. Il sole, timido, riscalda la piazza. Solo qualche nuvola, leggera, velata, invernale. E’ il momento dell’Angelus. Mezzogiorno, l’annuncio a Maria. E nella meditazione di oggi papa Leone XIV si concentra sulla venuta del Regno di Dio: “Prima di Gesù, confronta sulla scena il suo Precursore, Giovanni il Battista. Egli predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!»” così comincia papa Leone XIV.
E continua: “Nella preghiera del “Padre nostro”, noi chiediamo ogni giorno: «Venga il tuo regno». Gesù stesso ce l’ha insegnato. E con questa invocazione ci orientiamo al Nuovo che Dio ha in serbo per noi, riconosciamo che il corso della storia non è già scritto dai potenti di questo mondo. Mettiamo pensieri ed energie a servizio di un Dio che viene a regnare non per dominarci, ma per liberarci” continua papa Prevost. Le parole del Battista sono severe, certo, ma il popolo le ascolta perché dentro sente “risuonare l’appello di Dio a non scherzare con la vita, ad approfittare del momento presente per prepararsi all’incontro con Colui che giudica in base alle opere e alle intenzioni del cuore, e non secondo le apparenze”.
Ricorda le parole, poi, del profeta Isaia: il rimando a Cristo, che diviene “germoglio”: immagine di nascita e di novità. Cita, papa Leone XIV, il Concilio Vaticano II, “che si concludeva proprio sessant’anni fa: un’esperienza che si rinnova quando camminiamo insieme verso il Regno di Dio, tutti protesi ad accoglierlo ea servirlo. Allora non soltanto germogliano realtà che parevano deboli o marginali, ma si realizza ciò che umanamente si sarebbe detto impossibile” continua papa Leone XIV.
Infine l’esortazione per tutti: “Prepariamoci al suo Regno, facciamogli spazio. Il “più piccolo”, Gesù di Nazaret, ci guiderà! Lui che si è messo nelle nostre mani, dalla notte della sua nascita all’ora oscura della morte in croce, risplende sulla nostra storia come Sole che sorge. Un giorno nuovo è iniziato: svegliamoci e camminiamo nella sua luce!”.
E dopo la preghiera dell’Angelus ricorda il recente viaggio apostolico in Turchia: “Ci siamo incontrati per pregare insieme ad Iznik, l’antica Nicea, dove 1700 anni fa si tenne il primo concilio ecumenico. Proprio oggi ricorre il sessantesimo anniversario della dichiarazione comune tra Paolo VI e il Patriarca Atenagora che poneva fine alle reciproche scomuniche. Rendiamo grazie a Dio e rinnoviamo l’impegno nel cammino verso la piena unità visibile di tutti i cristiani”. E, sempre sul recente viaggio, dice: “In Turchia ho avuto la gioia di incontrare la comunità cattolica. Attraverso il dialogo paziente e il servizio a chi soffre, essa testimonia il Vangelo dell’amore e la logica di Dio che si manifesta nella piccolezza. Il Libano continua a essere un mosaico di convivenza e mi ha confortato ascoltare tante testimonianze in questo senso”.
Il pensiero corre, poi, alla pace: “Quanto è avvenuto nei giorni scorsi in Turchia e Libano ci insegna che la pace è possibile e che i cristiani in dialogo con gli uomini e le donne di altre fedi e culture possono contribuire a costruirla. Non lo dimentichiamo, la pace è possibile!”.
Infine, un riferimento ai recenti disastri del sud-est asiatico duramente provati dai disastri naturali come le inondazioni di questi giorni: “Prego per le vittime, per le famiglie che piangono i loro cari e per quanti portano soccorso. Esorto la comunità internazionale e tutte le persone di buona volontà a sostenere con gesti di solidarietà i fratelli e le sorelle di quelle regioni”.
All’ideale della “riunione universale dei popoli” sotto la guida di Mosca si sostituisce oggi la ricerca della purezza della Russkaja Obščina, la “comunità russa” che esclude tutti gli altri dalla sua orgogliosa solitudine universale. Mentre dall’inizio del 2025 sono noti 276 casi di aggressione per motivi di odio interetnico in Russia, con 7 persone che hanno perso la vita.
Mentre si trascinano stancamente le recite delle “trattative di pace” tra la Russia sempre più aggressiva di Putin e l’Ucraina sempre più disgregata di Zelenskyj, con l’amichevole passeggiata sulla Piazza Rossa dei mediatori Steve Witkoff e Kirill Dmitriev, la Russia si avviluppa in una deriva nazionalista e ultra-conservatrice sempre più radicale, che sembrava estranea all’ideologia imperiale del Russkij Mir, l’ideale della “riunione universale dei popoli” sotto la guida di Mosca. Ora invece prevale la ricerca della purezza della Russkaja Obščina, la “comunità russa” che esclude tutti gli altri popoli dalla sua orgogliosa solitudine universale.
I nazionalisti russi sono chiamati gli “ultra”, spesso ridotti a gruppi di “cacciatori di migranti”, difficili da distinguere dai movimenti analoghi delle regioni contro cui si accaniscono, come i caucasici a loro volta super-nazionalisti, seguaci del presidente ceceno Ramzan Kadyrov o di altri leader del Caucaso settentrionale, che si accordano con la “Comunità Russa” nella difesa della “nazione”. Come ricorda nella trasmissione Grani Vremeni di Radio Svoboda l’esperta di Memorial per le questioni della discriminazione razziale, Stefania Kulaeva, fino a pochi anni fa le autorità russe cercavano di estinguere questi fenomeni con forti politiche repressive, e si chiede “a che cosa servano oggi gli ultra-nazionalisti per la politica del Cremlino”.
I gruppi di nazionalisti oggi sono sempre più numerosi in Russia, dal Severnyj Čelovek (“Uomo settentrionale”) al Rusič (“Uomo della Rus”) fino appunto alla Russkaja Obščina e a decine di altre compagnie di questo orientamento a livello locale. Alla vigilia della festa per l’Unità del Popolo dello scorso 4 novembre i loro rappresentanti hanno effettuato una marcia nel quartiere periferico moscovita di Ljubertsy, con maschere nere, simboli nazisti e slogan sulla “purezza della nazione”, circondati dalla polizia che si è ben guardata dall’intervenire.
Gli ultra oggi sostengono la guerra in Ucraina, compiono azioni di vario genere per contrastare gli aborti, girano per terrorizzare gli immigrati, perseguitano gli attivisti Lgbt, e i loro “valori tradizionali” praticamente coincidono con quelli propagandati ufficialmente dal Cremlino. Nel primo decennio del secolo i movimenti di estrema destra erano stati repressi e decapitati, dopo le prime “marce russe” per le strade di Mosca e San Pietroburgo, con decine di migliaia di aderenti. I primi leader furono arrestati e accusati di numerosi reati, come Aleksandr Potkin, il fondatore del “Movimento contro l’immigrazione illegale” insieme al suo sodale Dmitrij Demuškin, ritenuti colpevoli di “creazione di associazione estremistica”, proibita e sciolta nel 2011. Un altro leader di quest’area, Maksim Martsinkevič, condannato per estremismo, fu trovato morto nella sua cella d’isolamento dopo un interrogatorio.
Oggi invece le autorità si mettono d’accordo con i nazionalisti su diverse questioni, sia a livello regionale che federale, evidenziando la deriva sempre più isolazionista della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, nonostante i proclami della sobornost ecumenica imperiale. La retorica sull’immigrazione si volge sempre più all’ostilità e all’emarginazione degli stranieri, soprattutto quelli provenienti dai Paesi dell’Asia centrale, il “cortile posteriore” dei tempi sovietici che gode di sempre minore fiducia da parte dei russi. Putin ha firmato di recente la nuova “Concezione sulle migrazioni”, dove risulta evidente che la Russia non ha intenzione di adattare e integrare i flussi di migranti e non vuole risolvere grazie a loro la crisi demografica, come sarebbe in realtà più che necessario.
Si esalta invece la “crescita naturale della popolazione russa” con ogni forma di incentivo alla natalità, gratificando con sussidi statali perfino le ragazze adolescenti che accettano di farsi ingravidare per spirito patriottico. La migrazione viene quindi sempre più regolata come “non familiare”, escludendo mogli e figli, che non vengono ammessi per la grande maggioranza all’iscrizione scolastica in Russia, negando loro l’assistenza sanitaria e rimandandoli preferibilmente a casa loro. Questo approccio contraddice tutte le esigenze non solo demografiche, ma anche economiche della Russia, come affermano sottovoce tutti gli esperti, anche a livello governativo. Invece la propaganda nazionalista eccita soprattutto i più giovani, che si lanciano nelle risse con i figli dei migranti, pubblicando le immagini sui canali Telegram.
Questa spirale di violenza è strettamente legata alla necessità di mobilitazione della popolazione alla guerra; la Russkaja Obščina non esprime soltanto xenofobia o islamofobia, vuole esaltare le “fondamenta della russicità”, e in questo sostiene le motivazioni del Cremlino per la “liquidazione dell’Ucraina”, lo scopo non solo della guerra nel Donbass, ma della contrapposizione radicale contro ogni limitazione della natura russa. Senza la guerra, questa esasperazione potrebbe facilmente dileguarsi, e gli estremisti di destra potrebbero diventare pericolosi e senza controllo, e comunque non necessari alla politica statale, e questa è una delle motivazioni per cui il Cremlino non ha nessuna intenzione di stringere accordi di pace.
Nei giorni scorsi a Mosca si è tenuto il “Forum Ideologico Panrusso”, che aveva come tema fondamentale la “restituzione a Dio del Mondo Russo” e la proclamazione dell’Impero Russo, secondo le intenzioni degli organizzatori, l’oligarca ortodosso Konstantin Malofeev e il filosofo Aleksandr Dugin. A loro parere, l’immagine della Russia del futuro è legata indivisibilmente alla “nazione russa trinitaria”, nel senso dell’unione della Grande Russia con la Russia Bianca e la Piccola Russia, come vengono chiamate la Bielorussia e l’Ucraina. Secondo i loro proclami, “per formare una nazione bisogna trovare un’idea comune, che risponda alle esigenze della giustizia sociale” e questa è appunto “l’idea russa”, e gli ideologi garantiscono che “non ha nulla in comune con il nazismo”.
Uno scandalo è sorto per un intervento del noto attore Sergej Bezrukov, che ha imitato grottescamente l’accento uzbeko, raccontando di una sua recente visita a Taškent. Un gruppo di neo-nazisti di San Pietroburgo si è riunito al teatro Mariinskij, personaggi piuttosto grotteschi a detta di vari commentatori, che si riuniscono nel “Partito della Patria” Rodina, con toni nostalgici che ricordano i tempi sovietici con la rete di comunisti a livello internazionale. I nazionalisti funzionano all’interno della Russia per attirare le fasce più estreme e marginali, raccontando della “restaurazione della Santa Rus’ delle origini”, l’argomento delle lezioni di Dugin alla Scuola di Patriottismo della Scuola Superiore di Economia di Mosca, l’accademia che fino alla guerra si distingueva per le capacità di dialogo con le università di tutto il mondo.
Soltanto nel mese di novembre si hanno notizie di 28 vittime dell’odio contro gli stranieri, spesso attestate dai video diffusi sui canali Telegram dagli stessi aggressori, come avvenuto soprattutto in occasione della festa patriottica del 4 novembre. Si sono moltiplicate le “marce contro gli occupanti della terra russa”, con l’apparizione di un nuovo movimento, la “Organizzazione nazional-socialista per la liberazione dell’Europa dei bianchi”. Dall’inizio del 2025 sono noti 276 casi di aggressione per motivi di odio interetnico in Russia, con 7 persone che hanno perso la vita, per non parlare degli atti di vandalismo xenofobo, che non vengono registrati dalle forze dell’ordine.
Nella città di Vjatka i nazionalisti si sono fotografati con la bandiera imperiale nelle mani, mentre sfilano per la strada, a Perm sono stati esposti cartelli con la scritta “Basta con la tolleranza”, mentre a Nižnij Novgorod nel parco centrale della città sono stati posti dei fiori al memoriale per i caduti in Afghanistan e nella guerra civile in Cecenia. I membri della Russkaja Obščina hanno partecipato alle processioni religiose in moltissime città, da Vladivostok a Orel, Ekaterinburg, Ussurijsk e Kaluga. Altre manifestazioni si sono tenute nel corso del “mese patriottico” nei musei, nei cinema e nei concerti, e sono stati tenuti molti “raduni di vigilanti” nelle città contro i migranti centrasiatici, nei ghetti delle città dove “vivono masse di illegali di altra cultura”, come recita un avviso della Comunità Russa.
La xenofobia è una caratteristica molto diffusa nelle società di tanti Paesi, anche in Europa e nell’America trumpiana, e potrebbe rimanere una delle conseguenze principali dei conflitti in corso dall’Ucraina alla Striscia di Gaza, sempre più alimentate dalle ideologie nazionaliste, sovraniste, imperialiste o comunque si declinino oggi le forme ideologiche del tradizionalismo artificioso, di cui la Russia è sicuramente uno dei Paesi ispiratori a livello mondiale.
di Federico Fubini – Corriere della Sera – 8 Dicembre 2025
Oleksandra Matvijchuk, avvocata 42 enne di Kiev: «Europa e Usa ci facciano vincere. L’alternativa è peggiore perché sarete i prossimi»
Oleksandra Matvijchuk, avvocata 42 enne di Kiev, il premio Nobel per la Pace l’ha meritato e vinto realmente. Ma al summit del Grand Continent a Saint Vincent dice che lo cederebbe volentieri a Trump, se il presidente degli Stati Uniti aiutasse realmente l’Ucraina a trovare una pace credibile. Ma Matvijchuk, nel 2014 una delle organizzatrici delle manifestazioni spontanee di Euromaidan, avverte: «Trump ripete spesso che questa non è la sua guerra, che l’ha ereditata da Biden e che con lui non sarebbe mai iniziata. Ma adesso, dopo il vertice di Anchorage con Putin, questa è realmente la sua guerra. Se non riuscirà a fermarla — nota — passerà alla storia come un presidente debole. La Russia ha l’economia del Texas, non di più».
Lei dice anche che dall’inizio l’Ue ha cercato di gestire la prevenzione dell’escalation con la Russia, non di aiutare l’Ucraina a vincere. Perché? «Quando la guerra del 2022 è iniziata, l’Ue, gli Stati Uniti e altri Paesi hanno soprattutto aiutato l’Ucraina a non crollare. Ne siamo estremamente grati, ci avete aiutato a sopravvivere. Ma questo approccio spiega anche perché abbiamo atteso più di un anno per il primo carrarmato moderno, più di tre anni per il primo aereo moderno. E stiamo ancora aspettando i razzi Taurus, i Tomahawk, l’accesso alle riserve russe, un tribunale speciale sull’aggressione e molto altro».
Lei come se lo spiega? «C’è un’enorme differenza fra aiutare l’Ucraina a non crollare e aiutarla a vincere. Possiamo misurare concretamente questa differenza nel tipo di armi fornite, nella rapidità delle decisioni, nella serietà delle sanzioni. Aiutare l’Ucraina a non fallire è una politica reattiva. Non è una strategia. Aiutare l’Ucraina a vincere richiede una strategia e azioni decise».
Crede che gli europei non abbiano mai creduto che fosse possibile per l’Ucraina vincere la guerra e non volessero alienarsi la Russia? «Penso che la risposta sia di natura etica. Capiamo in modi molto diversi il significato dell’espressione “mai più”. Per gli ucraini significa “mai più” campi di concentramento, erosione dell’identità delle persone, sterminio fisico di una nazione, mai più tortura e stupro. Combatteremo il male, anche se il male è molto più forte di noi. Combattiamo anche solo per la minima possibilità che i nostri figli vivano senza paura e abbiano un futuro. Ma per i cittadini dell’Ue che hanno ereditato la democrazia dai loro nonni, che danno per scontata la loro sicurezza, che considerano la libertà come la possibilità di scegliere tra diversi tipi di formaggio al supermercato, l’espressione “mai più” ha un significato diverso».
Vuole dire che per italiani, francesi o tedeschi, significa «mai più» per noi, ma non per gli altri? «Significa non essere “mai più” disposti a pagare un prezzo elevato per la nostra libertà. Anche se fossero in gioco le vite di altri, non saremo disposti a rischiare per esse. E ci si può permette un approccio del genere in tempi di pace, ma mi spiace dire che non viviamo più in tempi di pace. Se non sarete in grado di fermare Vladimir Putin in Ucraina, lui andrà oltre e attaccherà altri Paesi europei». Dunque lei ritiene che l’approccio europeo in questa guerra ha fallito? «La gestione che mira a evitare l’escalation ha portato alla situazione attuale: Putin ha detto chiaramente che la Russia è pronta a entrare in guerra con l’Unione europea».
E l’Europa è pronta? «C’è da chiederselo. I vostri governi dicono che occorreranno anni per aumentare le capacità di difesa. Ma perché pensate che Putin vi concederà questi anni? I droni sono già in Polonia, in Danimarca, in Germania, in Belgio, in Francia. Lo so che le persone iniziano a capire che c’è una guerra solo quando le bombe cadono sulle loro teste. Ma la guerra moderna è diversa. Basta che dei droni non identificati volino vicino all’aeroporto di Monaco per paralizzare il traffico in una vasta parte della Germania e causare perdite per miliardi di euro. Bastano pochi droni non controllati, che costano migliaia di euro, per provocare danni per miliardi. La nuova guerra sarà così».
Molti europei pensano che se si cedesse l’Ucraina o parte dell’Ucraina a Putin, lui sarebbe sedato. Perché si sbagliano, a suo avviso? «Questo modo di pensare è comprensibile, nel suo cinismo. Ma non porta sicurezza. Siamo molto interconnessi. Le truppe russe commettono crimini orribili in Cecenia, in Moldavia, in Georgia, in Mali, in Libia, in Siria e altrove. Non sono mai state punite. Credono di poter fare quel che vogliono. L’appetito vien mangiando. Se l’Europa è così spaventata e passiva e dà per scontato che la sicurezza venga dagli Stati Uniti ma non è più vero, perché pensate che l’appetito di Putin passerà?»