
Programma di Padre Livio – Martedì 9 dicembre 2025
h. 8.50: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)
h. 8.50: ATTUALITA’ MONDO-CHIESA
“Trump ha esplicitato che la UE non gli serve”
“La deriva nazionalistica della Russia” (Don Stefano Caprio)
h. 9.25 – h. 9.35: VIATICO QUOTIDIANO
Pensieri sulla Fede (47)
h. 9.35 – 9.55: MEDJUGORJE: LE MIE PAROLE VENGONO DAL CIELO
35) “Siete ancora lontani… Scegliete la via della santità e della speranza
+La Madonna ci ammonisce che siamo ancor lontani
+Ci invita alla conversione continua
+Ci ammette in guardia dalla pigrizia spirituale
+ La sua chiamata è ad essere suoi apostoli
+siamo chiamati ad una testimonianza eroica
h. 10.00: TELEFONATA A PADRE LIVIO
BLOG: blogdipadrelivio.it
Pensiero quotidiano: L’Europa ritrovi e stessa e la sua bandiera azzurra con Dodici stelle
h. 10.05: FIGLIOLI VI ABBRACCIO CON TENEREZZA (13)
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TROVI I PRECEDENTI PENSIERI DELLA SEZIONE IL DIARIO DI PADRE LIVIO
L’Europa ritrovi e stessa e la sua bandiera azzurra con Dodici stelle.
Ora che gli Stati Uniti hanno ufficialmente deciso, nella loro strategia difensiva, di poter fare a meno dell’Europa, abbandonandola in balia dell’orso famelico ai suoi confini, è giunto il momento per gli Europei di fare un esame di coscienza.
Non se la prendano con gli ex d’oltreoceano, che hanno già combattuto sulle nostre terre due conflitti mondiali, ma se la prendano con sé stessi per non aver appreso la lezione.
Che cosa hanno fatto gli Europei, in tutti questi anni, se non accumulare beni materiali, proclamare i diritti e abolire i doveri, disfarsi della fede e dei Comandamenti, abolire il Cristianesimo, col quale l’Europa era diventata grande, e prostrarsi agli idoli del neopaganesimo?
Ora che è finita “la bolgia dei bontemponi”, l’Europa si guarda in giro cercando aiuto, ma troverà soltanto chi la deride e la calpesta e invano tenderà la mano ai suoi idoli di cartapesta.
È troppo tardi per correre alle armi e, in ogni caso, non saranno le armi a salvarla dalle fauci del dragone rosso, che da tempo studiava il momento propizio per fare irruzione nel paese dei balocchi.
Non è invece tardi per pentirsi e ritornare alla grandezza del passato, quando la fede cristiana era l’anima che creava città meravigliose, con cattedrali, università, ospedali, e soprattutto plasmava uomini come i santi e i luminari della vera scienza.
Tutto questo non è perduto, ma va riscoperto e fatto proprio perché è una ricchezza che solo l’Europa ha ricevuto e che gli altri popoli possono solo invidiare.
L’Europa si ricordi della sua bandiera a Dodici stelle, quelle della Donna dell’Apocalisse, quelle della Madonna di Medjugorje, che è qui da tempo per aiutare l’Europa nel momento dell’abbandono e del pericolo.
È giunto il momento di correre sotto la bandiera azzurra, dono di Maria, di seguire Colei che ci guida sulla via della salvezza, che rovescerà i potenti dai troni e innalzerà gli umili e infine porterà l’umanità in un tempo di pace.
(8 dicembre 2025)

Il Papa prima di lasciare Piazza di Spagna si è fermato a salutare i tanti malati accorsi per l’omaggio all’Immacolata.
Di Marco Mancini
Roma, lunedì 8 dicembre 2025, 16:30 (ACI Stampa).
Come da tradizione ogni 8 dicembre, anche Papa Leone XIV – per la prima volta durante il suo pontificato – non ha voluto mancare all’appuntamento in Piazza di Spagna per l’atto di venerazione alla statua dell’Immacolata.
Il Papa, arrivato a bordo della papamobile scoperta, è stato accolto dal Cardinale Baldassare Reina, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, e dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri.
Prima del suo arrivo in Piazza di Spagna il Pontefice ha sostato brevemente davanti alla Chiesa della Santissima Trinità, dove ha ricevuto l’omaggio dell’Associazione Commercianti Via Condotti.
Dinanzi alla statua il Papa ha recitato una preghiera rivolta alla Vergine:
Ave, o Maria!
Rallegrati, piena di grazia,
di quella grazia che, come luce gentile, rende radiosi
coloro su cui riverbera la presenza di Dio.
Il Mistero ti ha avvolta dal principio,
dal grembo di tua madre ha iniziato a fare in te grandi cose,
che presto richiesero il tuo consenso,
quel “Sì” che ha ispirato molti altri “sì”.
Immacolata, Madre di un popolo fedele,
la tua trasparenza illumina Roma di luce eterna,
il tuo cammino profuma le sue strade più dei fiori che oggi ti offriamo.
Molti pellegrini dal mondo intero, o Immacolata,
hanno percorso le strade di questa città
nel corso della storia e in questo anno giubilare.
Un’umanità provata, talvolta schiacciata,
umile come la terra da cui Dio l’ha plasmata
e in cui non cessa di soffiare il suo Spirito di vita.
Guarda, o Maria, a tanti figli e figlie in cui non si è spenta la speranza:
germogli in loro ciò che il tuo Figlio ha seminato.
Lui, Parola viva che in ciascuno domanda di crescere ancora,
di prendere carne, volto e voce.
Fiorisca la speranza giubilare a Roma e in ogni angolo della terra,
speranza nel mondo nuovo che Dio prepara
e di cui tu, o Vergine, sei come la gemma e l’aurora.
Dopo le porte sante, si aprano ora altre porte
di case e oasi di pace in cui rifiorisca la dignità,
si educhi alla non violenza, si impari l’arte della riconciliazione.
Venga il regno di Dio,
novità che tanto sperasti e a cui apristi integralmente te stessa,
da bambina, da giovane donna e da madre della Chiesa nascente.
Ispira nuove intuizioni alla Chiesa che in Roma cammina
e alle Chiese particolari che in ogni contesto raccolgono
le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce
dei nostri contemporanei, dei poveri soprattutto,
e di tutti coloro che soffrono.
Il battesimo generi ancora uomini e donne santi e immacolati,
chiamati a diventare membra vive del Corpo di Cristo,
un Corpo che agisce, consola, riconcilia e trasforma
la città terrena in cui si prepara la Città di Dio.
Intercedi per noi, alle prese con cambiamenti
che sembrano trovarci impreparati e impotenti.
Ispira sogni, visioni e coraggio,
tu che sai più di chiunque altro che nulla è impossibile a Dio,
e insieme che Dio non fa nulla da solo.
Mettici in strada, con la fretta che un giorno mosse i tuoi passi
verso la cugina Elisabetta
e la trepidazione con cui ti facesti esule e pellegrina,
per essere benedetta, sì, ma fra tutte le donne,
prima discepola del tuo Figlio,
madre del Dio con noi.
Aiutaci ad essere sempre Chiesa con e tra la gente,
lievito nella pasta di un’umanità che invoca giustizia e speranza.
Immacolata, donna di infinita bellezza,
abbi cura di questa città, di questa umanità.
Indicale Gesù, portala a Gesù, presentala a Gesù.
Dopo aver letto la preghiera Papa Leone XIV ha impartito la Benedizione Apostolica e prima di lasciare Piazza di Spagna si è fermato a salutare i tanti malati accorsi per l’omaggio all’Immacolata.

Il Papa all’Angelus: “E’ grande il dono dell’Immacolata Concezione, ma lo è anche il dono del Battesimo che abbiamo ricevuto”
Di Marco Mancini
Città del Vaticano, lunedì 8 dicembre 2025, 12:12 (ACI Stampa).
“Il Signore ha concesso a Maria la grazia straordinaria di un cuore totalmente puro, in vista di un miracolo ancora più grande: la venuta nel mondo, come uomo, del Cristo salvatore .La Vergine lo ha appreso, con lo stupore tipico degli umili”. Lo ha detto stamane Papa Leone XIV, introducendo l’Angelus in occasione della Solennità dell’Immacolata Concezione.
“Il dono della pienezza di grazia, nella fanciulla di Nazaret – ha osservato il Papa – ha potuto portare frutto perché lei, nella sua libertà, lo ha accolto abbracciando il progetto di Dio. Il Signore agisce sempre così: ci fa grandi doni, ma ci lascia liberi di accettarli o meno”.
La festa odierna che – ha aggiunto –“ci fa gioire per la bellezza senza macchia della Madre di Dio, ci invita anche a credere come lei ha creduto, dando il nostro assenso generoso alla missione a cui il Signore ci chiama”.
“Il miracolo che per Maria è avvenuto al suo concepimento – ha spiegato ancora Papa Leone – per noi si è rinnovato nel Battesimo: lavati dal peccato originale, siamo diventati figli di Dio, sua dimora e tempio dello Spirito Santo”.
“E’ grande – ha affermato il Pontefice – il dono dell’Immacolata Concezione, ma lo è anche il dono del Battesimo che abbiamo ricevuto! È meraviglioso il “sì” della Madre del Signore, ma può esserlo anche il nostro, rinnovato ogni giorno fedelmente, con gratitudine, umiltà e perseveranza, nella preghiera e nelle opere concrete dell’amore, dai gesti più straordinari agli impegni e ai servizi più feriali e quotidiani, così che ovunque Gesù possa essere conosciuto, accolto e amato e a tutti giunga la sua salvezza”.
Prima di concludere il Papa ha dato “appuntamento per oggi pomeriggio a Piazza di Spagna dove – ha detto – mi recherò per il tradizionale omaggio alla Madonna Immacolata: alla sua intercessione affidiamo la nostra costante preghiera per la pace”.
Mese di dicembre anno 2000 – Sede di Radio Maria




Foto di Andrea Prada Bianchi
Reportage
Le suore che costruiscono una chiesa in Siria tra gli spari
Andrea Prada Bianchi – 08 dic 2025
A Fons Pacis, nell’ovest del paese, dove 20 monache Trappiste dicono: “Abbiamo paura. Che ci succederà domani?”
Andrea Prada Bianchi 08 dic 2025 il foglio
A Fons Pacis, nell’ovest del paese, dove 20 monache Trappiste dicono: “Abbiamo paura. Che ci succederà domani?”
Nel monastero di Fons Pacis, arroccato su una collina della Siria occidentale, madre Marta Fagnani e le sue cinque consorelle pregano ogni giorno col rumore di spari in sottofondo. Mentre cantano i loro salmi durante le sette preghiere quotidiane di rito, sembrano non accorgersi delle raffiche di mitra. A volte, raccontano, i proiettili grandinano dal cielo danneggiando i pannelli solari del monastero. Madre Fagnani è in Siria da esattamente 20 anni, e nel 2008 era tra le quattro suore che arrivarono qui al confine con il Libano per piantare la croce di fondazione di Fons Pacis. Scelsero una collina tra il villaggio cristiano di Azer e il paese sunnita di al Halat, in una regione prevalentemente alauita, la setta sciita minoritaria associata all’ex presidente Bashar el Assad. Quando il cielo è terso, si intravede il Mediterraneo a ovest. Fagnani e le altre appartengono a uno degli ordini cattolici più esigenti, quello Trappista, e dedicano la loro vita alla contemplazione, al silenzio, alla preghiera e al lavoro. Tre anni dopo essere arrivate, proprio quando il monastero iniziava a prendere forma, la Siria precipitò nella guerra civile. Fagnani dovette sospendere i lavori e accontentarsi di una piccola struttura temporanea, dove ancora oggi vivono e pregano.
Nel 2022, quando la presa di Assad sulla Siria sembrava salda, le monache iniziarono a costruire il monastero che avevano ideato originariamente. Mai avrebbero potuto immaginare che lo scorso 8 dicembre il paese sarebbe caduto sotto il controllo di Hayat Tahrir al Sham (Hts), un gruppo ribelle un tempo affiliato ad al Qaeda. Il progetto di Fagnani, già ambizioso in un paese che i cristiani stanno abbandonando da decenni, sembra ora impensabile sotto un governo islamista non ancora in grado tenere a freno le sue fazioni più estremiste.
“E’ pura follia”, dice Fagnani parlando del monastero, “mi sento più insicura ora che durante la guerra. Allora avevamo paura delle bombe, ma non avevamo la sensazione di poter diventare un bersaglio”. A 64 anni, Fagnani è una donna robusta e pragmatica dall’accento lombardo, “non una suorina precisina a cui non piace sporcarsi le mani”. Camminando nello scheletro in cemento del futuro monastero, non riesce a fare a meno di sorridere mentre spiega la funzione di ogni stanza. Per quella che dovrebbe diventare la loro futura casa, le Trappiste hanno fatto le cose in grande.
Il complesso occupa un’area poco più grande di un campo da calcio. La chiesa è alta 12 metri, con tre navate e un’imponente facciata collegata a un chiostro su due piani con camere per ospitare 20 suore. Fagnani, così come gli operai cristiani di Azer, sa che un edificio di queste dimensioni potrebbe attirare attenzioni indesiderate dalle persone sbagliate. E sia lei sia i muratori sembrano pronti a correre il rischio. “Perché dobbiamo avere paura di costruire una bella chiesa?”, dice la monaca. “Ma abbiamo anche chiesto al nostro architetto di abbassarla un po’ rispetto al disegno originale. Gli abbiamo detto: ‘Senti, qua ci ammazzano…’”.
Durante la settimana che abbiamo trascorso a Fons Pacis, si è sentito sparare ogni giorno. La gente del posto e le suore – due italiane, due ecuadoriane, una angolana e una argentina – spiegano che spesso provengono da matrimoni e altre celebrazioni. Da quando è caduto il regime di Assad, tuttavia, vengono anche da scontri tra milizie sunnite rivali, operazioni legate al contrabbando e attacchi contro gli alauiti. A volte si sente solo qualche sparo, a volte intere raffiche. “La paura viene dal fatto che ora non sappiamo chi e perché stia sparando”, spiega Fagnani, azzittendosi un attimo per valutare una raffica insolitamente lunga. “Come faccio a sapere che non viene da un gruppo che ce l’ha con i cristiani?”. Quando le si chiede se ci si abitua agli spari, risponde semplicemente inarcando le sopracciglia e ondeggiando la mano: così così.
Prima della guerra, i cristiani costituivano circa il 10 per cento della popolazione siriana. Secondo alcune stime, la percentuale è scesa ora al 3 per cento. Hts prese di mira le proprietà cristiane già quando governava Idlib, la città nel nord della Siria da dove è partito il contrattacco al regime. A giugno, un attentato suicida nella chiesa di Mar Elias a Damasco ha ucciso 25 persone e ferite una cinquantina, tra cui la sorella di una delle lavoratrici di Fons Pacis. I cristiani sono stati presi di mira durante gli scontri a Suwayda e a ottobre due sono stati uccisi vicino al castello crociato di Krak dei Cavalieri. Nella stessa zona, a fine novembre, un gruppo di motociclisti ha sfilato sventolando bandiere jihadiste nella piazza dove si stava addobbando l’albero di Natale. Krak dei Cavalieri dista solo 13 chilometri in linea d’aria da Fons Pacis. Ahmed al Sharaa, nuovo presidente della Siria ed ex leader di Hts – fino al mese scorso nella lista dei terroristi degli Stati Uniti – ha espresso le sue condoglianze dopo l’attentato di Damasco, ma molti cristiani sono ancora scettici sul suo impegno nel proteggere le minoranze. Il governo ha chiesto alle donne di vestire in maniera modesta in spiaggia. Nella capitale, alcuni locali notturni sono stati presi di mira da uomini armati.
Nella zona di Fons Pacis, la tensione è alta. A Talkalakh, la città più vicina, posti di blocco si susseguono ogni poche centinaia di metri. La regione si trova ai margini del territorio costiero abitato dagli alauiti. Negli ultimi mesi, sono stati perseguitati in un’ondata di revanscismo da parte della maggioranza sunnita, anche nei pressi di Fons Pacis. In alcune occasioni, Fagnani ha ospitato alauiti che lavoravano al monastero perché avevano paura di tornare a casa la notte. Scontri tra fazioni sunnite rivali non sono rari e diverse milizie (siriane e straniere) hanno battuto la zona intorno a Fons Pacis. Gli abitanti di Azer ricordano con particolare timore una milizia cecena che ha operato nella zona dall’inizio dell’anno fino a luglio. Lo stesso custode del monastero, un uomo anziano e disarmato, racconta di essersi scontrato con due degli stranieri, che non parlavano arabo e gli hanno puntato contro i mitra.
Fagnani e le altre ora non solo vivono con la costante paura che un gruppo estremista possa prenderle di mira, ma stanno anche costruendo una piccola cattedrale in un luogo dove sarà quasi impossibile trovare novizie. E non devono trovare suore qualsiasi, ma suore disposte a rimanere in clausura a vita. “Sì, questa è la vera follia”, ammette Fagnani, “perché siamo consapevoli della nostra precarietà e qui non ci sono quasi vocazioni”.
Intorno allo scheletro del futuro monastero, tonnellate di pietre bianco-rosate sono accatastate in attesa di rivestire le mura ancora in calcestruzzo. Dopo la caduta di Assad, i lavori sono rallentati perché la scarsa sicurezza limita i movimenti delle varie ditte. Essendo l’unica che parla arabo, Fagnani è anche l’unica in grado di coordinare i lavori in cantiere. “Se tutto andasse liscio, potremmo finire in un paio d’anni”, spiega camminando tra le mura delle 20 celle preparate per le future monache. “Dopodiché, dobbiamo solo trovare le suore”, aggiunge quasi con ironia.
Foto di Andrea Prada Bianchi
Nei 20 anni trascorsi in Siria (quasi un terzo della sua vita), Fagnani è passata attraverso il regime, la guerra e il trionfo degli islamisti. Ha visto morire due delle quattro fondatrici arrivate con lei nel 2005, scomparse a maggio proprio mentre il monastero iniziava a prendere forma. Ha conosciuto e incontrato religiosi come lei che sono finiti rapiti o uccisi, tra cui padre Paolo Dall’Oglio, e ha assistito all’esodo dei cristiani. Eppure, ha continuato a costruire.
L’idea di fondare un monastero in terra araba risale al 1996, quando sette monaci trappisti dell’abbazia di Tibhirine, in Algeria, furono rapiti e uccisi durante la guerra civile. A Fagnani, ai tempi monaca nel monastero di Valserena (Cecina), toccò il compito di leggere alle sorelle riunite in refettorio la notizia del ritrovamento delle teste dei monaci. Da allora, l’idea di continuare la loro missione non l’ha più lasciata. Quando l’ordine lanciò la chiamata di raccogliere l’eredità di Tibhirine, si offrì volontaria. Con tre sorelle, arrivò ad Aleppo nel 2005 senza parlare una parola di arabo e iniziò a cercare un terreno per la nuova fondazione, fino ad arrivare ad Azer.
Nel 2011, quando il progetto stava iniziando a prendere piede, il paese implose e nel 2013 la guerra raggiunse il monastero. Milizie provenienti dal Libano attraversavano il confine per unirsi ai ribelli contro l’esercito siriano nella zona di Fons Pacis. “Per fare la spesa, dovevamo attraversare strade prese di mira dai cecchini”, racconta Fagnani, “ e all’apice dei combattimenti aerei da guerra e razzi sorvolavano il monastero. Abbiamo imparato a riconoscere i diversi tipi di artiglieria. Nelle notti peggiori dormivamo in corridoio perché era più sicuro e per tre anni abbiamo tenuto una borsa pronta coi passaporti”. Sebbene in molti dicessero loro di lasciare il paese, non se ne sono mai andate. Alla fine degli anni 10, il regime di Assad aveva riconquistato gran parte del territorio siriano, confinando i ribelli a Idlib. La situazione nel paese sembrava abbastanza stabile per iniziare a costruire il monastero secondo il disegno originale, e nel 2023 Fagnani e le altre gettarono le fondamenta. Un anno dopo, quegli stessi ribelli di Idlib sono arrivati ai piedi del monastero.
Fons Pacis è collegato ad Azer da una strada a curve che dal villaggio sale sulla collina. All’inizio della strada, una sonnolenta stazione di polizia mantiene la sicurezza della zona. Le mura esterne recentemente ridipinte con la nuova bandiera siriana, ospitano una decina di uomini della sicurezza generale. Tre di loro, in uniformi raffazzonate, raccontano orgogliosi dei giorni della “rivoluzione” a dicembre. Sono uomini dell’ex Hts e hanno preso parte all’offensiva che in 11 giorni ha posto fine a 50 anni di regime di Assad. Sorseggiando una tazza di tè, il più giovane, Ali al Jaseem, dice di non aver ancora avuto l’“onore” di incontrare madre Fagnani. Cresciuto a Idlib, una città governata da islamisti per più di dieci anni, all’inizio di agosto si è ritrovato a proteggere una mezza dozzina di suore e un villaggio cristiano. Proprio come Fagnani, non sembra accorgersi dell’eco degli spari provenienti da fuori. “Le autorità ci rispettano, anche perché siamo straniere e ora vogliono stabilire relazioni con la comunità internazionale”, dice Fagnani, passeggiando sul tetto del monastero. “Ma domani? Una volta che il mondo si dimenticherà di nuovo della Siria?”.
IL FOGLIO – David Carretta – 08 dicembre 2025
La nuova dottrina di Washington segna la fine dell’illusione transatlantica: l’Europa scopre di essere sola proprio mentre Trump ne mette in discussione sicurezza, commercio e democrazia
Se ce ne fosse stato ancora bisogno, la pubblicazione da parte della Casa Bianca della nuova Strategia di sicurezza nazionale e la reazione americana alla multa inflitta dalla Commissione a X dimostrano che l’Amministrazione Trump non considera più l’Europa come un alleato, e nemmeno come un partner, ma semplicemente come un avversario, se non un nemico. I peggiori presentimenti dei leader europei sulla rottura della relazione transatlantica, che si erano accumulati negli ultimi dieci mesi, si sono trasformati in realtà nel corso di un fine settimana.
E la realtà è violenta. Perché, al di là dei documenti ufficiali o dei post virulenti su X, il tradimento dell’Europa prende la forma di un abbandono della sua sicurezza, compresa la difesa dell’Ucraina dall’aggressione della Russia, nel momento in cui Trump è sempre più vicino a imporre una capitolazione a Kyiv.
Restano dieci giorni ai leader europei per diventare adulti e smettere di cullarsi nell’illusione di non dover fare scelte difficili. Il Consiglio europeo del 18 e 19 dicembre, quando i capi di stato e di governo devono decidere su come garantire il finanziamento per permettere all’Ucraina di continuare a difendersi, sarà il banco di prova.
C’è una lezione sulla sequenza di eventi delle ultime settimane. Non basta scegliere l’asservimento, la lusinga e la docilità di fronte a Donald Trump per sperare nella sua clemenza. La strategia degli europei dal suo ritorno alla Casa Bianca è stata quella dell’appeasement. La Commissione di Ursula von der Leyen ha rinunciato alle ritorsioni commerciali dopo l’imposizione dei primi dazi di Trump a febbraio e marzo. A luglio von der Leyen si è piegata a un accordo fortemente penalizzante che impone dazi americani al 15 per cento sui prodotti europei e l’azzeramento dei dazi sui prodotti degli Stati Uniti. Alla Nato i leader europei hanno accettato di portare la spesa per la difesa al 5 per cento del pil.
Sull’Ucraina hanno acconsentito alla richiesta degli Stati Uniti di pagare per le armi necessarie a Kyiv per difendersi. La Commissione ha anche limitato l’applicazione delle regole europee sul digitale. La multa imposta a X venerdì di 120 milioni di euro è arrivata dopo che le indagini si sono trascinate per due anni ed è minima rispetto al tetto massimo del 6 per cento del giro d’affari globali di Elon Musk e del suo conglomerato.
L’appeasement dell’Ue finora ha solo alimentato l’appetito dell’aggressore. La dimostrazione è avvenuta in una riunione dei ministri del Commercio il 24 novembre, dove erano stati invitati a pranzo anche i due principali responsabili dell’Amministrazione Trump. Gli europei speravano di essere rassicurati da Howard Lutnick e Jamieson Greer sulla volontà degli Stati Uniti di ridurre i dazi sui prodotti derivati dell’acciaio e sui vini e gli alcolici, dato che l’Ue sta mantenendo la sua promessa di comprare centinaia di miliardi di euro di gas naturale liquefatto. Lutnick e Greer hanno risposto che avrebbero iniziato a discutere di nuove concessioni solo se (e quando) l’Ue avrebbe modificato la sua legislazione sul digitale per non colpire i giganti americani della Tech.
Tuttavia è illusorio sperare che questa Amministrazione Trump operi secondo i princìpi transazionali che il presidente americano predica con la sua “arte del deal”. Dietro alla sua ostilità verso l’Ue c’è molta più ideologia di quanto siano disposti a riconoscere i leader europei.
La Strategia di sicurezza nazionale pubblicata giovedì notte dalla Casa Bianca iscrive come politica ufficiale degli Stati Uniti un programma il cui fondamento ideologico è l’antitesi della democrazia liberale europea (e – per inciso – degli Stati Uniti fino al ritorno di Donald Trump al potere). Non è la libertà dell’individuo a essere al cuore della dottrina americana, ma lo stato-nazione contraddetto dalla struttura sovranazionale europea.
Non sono i diritti e la democrazia a guidare la politica estera americana, ma l’equilibrio tra grandi potenze che l’Ue rigetta nella sua essenza. Non è la Costituzione il cuore pulsante dell’Amministrazione, ma i diritti naturali concessi da Dio che mettono in discussione il principio stesso di una democrazia. Il Cremlino ha applaudito alla nuova Strategia di sicurezza nazionale, dato che rispecchia gran parte del suo pensiero ideologico e delle sue priorità geopolitiche.
L’Unione europea è diventata il nemico di entrambi. Gli Stati Uniti incoraggeranno gli alleati ideologici di Trump, i sedicenti “Patrioti” che vogliono smantellare l’Ue, esattamente come ha fatto la Russia finora.
“La Strategia di sicurezza nazionale afferma ipocritamente che gli Stati Uniti non interferiranno più per promuovere la democrazia e i diritti umani in medio oriente, Asia e America latina, ma interferiranno nel processo democratico dei loro alleati europei per promuovere governi compatibili con Trump”, spiega su X Mujtaba Rahman, direttore per l’Europa di Eurasia Group.
E lo fà al fianco della Russia, che da anni cerca di destabilizzare i sistemi democratici europei attraverso la polarizzazione e la disinformazione a favore dei partiti antisistema di destra e di sinistra. Il documento americano “è una minaccia evidente a tutte le democrazie europee”. Eppure Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz e gli altri leader europei “hanno scelto di rimanere silenti in pubblico sull’agenda anti europea dell’Amministrazione Trump”, dice Rahman.
Chi ha parlato, come l’Alto rappresentante Kaja Kallas, è apparso come un vecchio disco rotto. “Gli Stati Uniti sono ancora il nostro più grande alleato (…). Penso che non siamo sempre stati d’accordo su diversi argomenti, ma credo che il principio generale sia ancora valido. Siamo i più grandi alleati e dovremmo restare uniti”, ha detto Kallas durante un forum a Doha.
Martin Sandbu, commentatore del Financial Times, la scorsa settimana sosteneva che gli europei hanno urgentemente bisogno di un piano per disaccoppiarsi dagli Stati Uniti su commercio, finanza e difesa. Ma il primo passo deve essere riconoscere che gli Stati Uniti non sono più alleati.
A giudicare dalla reazione della Commissione alla Strategia di sicurezza nazionale la lezione non è stata ancora appresa. “Accogliamo con favore la forte priorità che la Strategia attribuisce alla fine della guerra della Russia contro l’Ucraina”, ha detto un portavoce dell’esecutivo von der Leyen. “Prendiamo nota dell’attenzione che la Strategia dedica agli sviluppi nell’emisfero occidentale, fondamentali per la sicurezza degli Stati Uniti. Concordiamo pienamente sul fatto che ‘l’Europa rimane strategicamente e culturalmente vitale per gli Stati Uniti’ e che ‘il commercio transatlantico rimane uno dei pilastri dell’economia globale e della prosperità americana’” Sulla difesa “stiamo rafforzando le nostre capacità” ha detto la Commissione. “Il commercio e gli investimenti transatlantici rimangono una risorsa importante sia per l’economia europea che per quella statunitense”.
Per Ursula von der Leyen, “il partenariato transatlantico è unico e, come sempre, gli alleati sono più forti insieme”. C’è da aspettarsi altro appeasement e altre illusioni.