BLOG DI P.LIVIO DIRETTORE DI RADIO MARIA

"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

IL MISTERO DEL NATALE

I pastori e i Magi alla grotta di Betlemme

I pastori di Betlemme erano accampati nelle vicinanze della grotta dov’è nato Gesù Bambino; un angelo è apparso loro e ha dato il lieto annuncio.       
In quella stessa regione c’erano anche alcuni pastori. Essi passavano la notte all’aperto per fare la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro, la gloria del Signore li avvolse di luce ed essi ebbero una grande paura. L’angelo disse: «Non temete! Io vi porto una bella notizia che procurerà una grande gioia a tutto il popolo: oggi per voi, nella città di Davide, è nato il Salvatore, il Cristo, il Signore. Lo riconoscerete così: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia». Subito apparvero con lui molti altri angeli. Essi lodavano Dio con questo canto: Gloria a Dio in cielo e sulla terra pace per quelli che egli ama. Poi gli angeli si allontanarono dai pastori e se ne tornarono in cielo. (Lc 2,8-14).

A queste persone semplici e umili l’angelo ha annunciato la grande gioia della nascita del Salvatore del mondo, Cristo Signore. Il solo fatto che appare una angelo è un evento soprannaturale, è il Cielo che si apre agli uomini per stupirli e coinvolgerli. Il mistero annunciato poteva essere compreso solamente da persone umili e povere: il Salvatore era nato in una grotta adibita a rifugio di animali, al freddo e al gelo. I pastori hanno accolto l’annuncio dell’angelo senza scandalizzarsi del fatto che quel Bambino nato in una grotta e deposto in una mangiatoia era il Figlio di Dio. I pastori hanno accolto l’annuncio dell’angelo e sono accorsi ad adorare il Bambino Gesù.

Sicuramente i pastori hanno imitato l’atteggiamento di Maria e Giuseppe che adoravano e contemplavano Gesù; in questa adorazione hanno manifestato la fede nel Messia, Figlio di Dio. Possiamo dire che – dopo Maria, Giuseppe ed Elisabetta – i pastori sono i primi cristiani nel vero senso della parola, sono stati i primi a professare la fede cristiana che consiste nel credere che quel Bambino è veramente il Figlio di Dio, è il Verbo eternamente generato dal Padre che si è fatto uomo nel grembo della Vergine Maria. Seguendo la letteratura dei santi, sappiamo che i pastori hanno poi evangelizzato, sono stati portatori delle tradizioni originarie e hanno costituito loro stessi un gruppo di evangelizzazione, soprattutto con la loro testimonianza, nel momento della nascita del Signore.

L’altro gruppo accorso alla grotta è del tutto diverso. Era composto dai Magi, studiosi astronomi, che venivano dall’Oriente. Nel Messaggio del 25 settembre 2022 la Regina della pace ci ha esortati a essere “gioiosi cercatori di Dio”, coniando un neologismo in croato proprio per sottolineare l’importanza di essere cercatori di Dio in questo mondo ateo. I Magi rappresentano questa parte dell’umanità, che non è quella del popolo di Israele ma è quella dei gentili, di cui ci sono varie testimonianze in diverse religioni. I Magi venuti dall’Oriente sono proprio quei “cercatori di Dio” di cui ha parlato la Madonna.

I Magi hanno avuto la grazia di essere stati guidati da una stella; sono riusciti a sviare Erode dal tentativo di uccidere il Bambino e hanno raggiunto il loro obiettivo e cioè hanno trovato Dio. Anche i Magi sono stati condotti fino al luogo in cui era nato il Bambino, si sono inginocchiati e lo hanno adorato. Meditando l’atteggiamento dei pastori e dei Magi, anche noi cerchiamo il Bambino Gesù, prostriamoci davanti a Lui e adoriamolo. Il Natale non è solamente il ricordo di quello che è accaduto, bisogna riviverlo. Prepariamo il nostro cuore come se fosse un trono su cui la Madonna può deporre il Bambino Gesù nella Notte di Natale.

Gesù rimanga nel nostro cuore per sempre, per tutta la vita e per l’eternità. Il senso della vita è proprio accogliere Gesù e farne il Re del nostro cuore. Come i pastori, accorriamo alla Santa Messa di Natale, adoriamo Gesù Bambino nel nostro cuore per sperimentare la vera pace che viene dal Cielo.

Zelensky, il sogno della morte di Putin, l’Armata che avanza e il negoziato «in stallo»: il Natale d’inferno e guerra in Ucraina

di Francesco Battistini- Corriere  della Sera – 26 Dicembre 2025

Kiev e gli Stati Uniti hanno lavorato a una nuova proposta di piano di pace, in 20 punti, ma Trump parla di «odio» e si dimostra poco ottimista, mentre dal Cremlino arrivano accuse all’Europa e segnali negativi. E sul campo Mosca continua a fare passi avanti

Un’Ucraina sovrana. Il congelamento della linea di fuoco nel Donbass, senza concessioni dei territori del Donetsk non (ancora) occupati dai russi: al massimo, una zona economica libera e demilitarizzata. Basta aggressioni, con la garanzia di controlli Nato e la presenza d’almeno 800mila soldati ucraini. Una futura membership di Kiev nell’Unione europea (e quanto all’Alleanza atlantica, mai dire mai). La cogestione Ucraina-Russia-Usa della centrale atomica di Zaporizhzhia. E poi la ricostruzione, da concordare con gli Usa, e la libera navigazione sul Dnipro e sul Mar Nero, la restituzione dei bambini rapiti…

C’è voluto un mese, per trasformare in una (im)possibile pace il piano di resa che – senza consultare l’Ucraina – i proconsoli di Donald Trump e di Vladimir Putin avevano apparecchiato al Cremlino

I ventotto punti, inizialmente scesi a diciotto, ora sono diventati venti: la bozza d’un accordo che stavolta piace più a Kiev che a Mosca, tanto da essere stata subito resa pubblica dal leader ucraino Volodymyr Zelensky

L’ennesima proposta che fa scuotere la testa al presidente americano: c’è «odio», si limita a commentare, tutt’altro che ottimista.

Le speranze ucraine

Dopo le ripetute umiliazioni davanti al mondo, Zelensky è soddisfatto per aver ottenuto dagli Usa la revisione del piano. Le novità più importanti sono le linee del fronte congelate, senza che si discutano adesso questioni territoriali o le due richieste-chiave di Mosca: a Kiev (punto 14) non s’impone più il ritiro delle truppe in quel che le resta del Donbass (ovvero il 20% del territorio conteso); in nessun punto, s’impegna l’Ucraina a non aderire in futuro alla Nato. «Siamo in una situazione in cui i russi vogliono il nostro ritiro dalla regione di Donetsk, mentre gli americani stanno cercando di trovare una soluzione», assicura il presidente ucraino. 

In realtà, gli Usa non hanno concesso nulla su Donetsk. E difficilmente Putin accetterebbe qualcosa di meno di un’annessione. Lo stesso vale per la Nato: «Spetta all’Alleanza decidere se accoglierci come membro – dice Zelensky -. La nostra scelta è fatta. Abbiamo abbandonato l’idea di modificare la Costituzione per includere una clausola che stabilisca che il Paese non aderirà alla Nato». Tutto questo significa poco, però. La nuova bozza non chiede più impegni «costituzionali» di Kiev, è vero, ma resta insuperabile la netta opposizione di Washington e di diversi Paesi Nato all’adesione.

Il gelo russo

«Lento ma costante», dichiara Maria Zakharova dal ministero degli Esteri russo, il negoziato «avanza». Verso dove? La portavoce si rifà sempre allo «spirito di Anchorage», all’incontro che Trump e Putin ebbero a Ferragosto in Alaska, e accusa l’Europa – al solito – di «boicottare questi sforzi e di vanificare tutti i risultati diplomatici». Secondo Bloomberg, che cita fonti del Cremlino, Mosca vuole soprattutto modifiche sostanziali al piano. Anche il New York Times prevede un rifiuto generale della proposta. In particolare, non s’accettano le capacità militari ucraine (un mese fa, la Russia chiedeva di concedere al nemico un esercito di non più di 600mila soldati), le questioni territoriali e lo status di Zaporizhzhia. Putin insiste con le garanzie su una non-estensione della Nato a Est, con lo status di neutralità dell’Ucraina, con la revoca delle sanzioni e con lo scongelamento dei beni in Europa. Un ritiro militare da alcune regioni non sarebbe escluso, nell’ipotesi d’aree totalmente smilitarizzate. Siamo però alle ipotesi: Putin non s’è pronunciato e i suoi portavoce definiscono «false» le indiscrezioni.

Territori e smilitarizzazione

«Nelle regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson – si legge nel nuovo piano -, la linea di dispiegamento delle truppe è di fatto riconosciuta come linea di contatto. La Russia deve ritirare le sue truppe dalle regioni di Dnipropetrovsk, Mykolaiv, Sumy e Kharkiv. Forze internazionali saranno dispiegate lungo la linea di contatto per monitorare il rispetto dell’accordo». 

È forse la principale novità: americani e ucraini hanno estratto dal cilindro l’idea – già avanzata negli incontri a Miami – d’una «zona economica libera», un’area speciale libera sia dai soldati ucraini che dalle truppe russe. Questo, sul cuore industriale orientale del Paese, è il maggior compromesso accettato da Zelensky. Ma quanto dovrebbero ritirarsi i due contendenti? E dove si schiererebbero i monitor internazionali?

La centrale nucleare

Gli Usa propongono di gestire Zaporizhzhia – la più grande centrale atomica d’Europa, occupata nel 2022 da Putin – in consorzio con l’Ucraina e la Russia, in cui ciascuna parte avrebbe una quota uguale. 

Zelensky invece rilancia una joint-venture solo tra Washington e Kiev, in cui gli americani potrebbero decidere come distribuire la loro quota: anche cedendone una parte a Mosca. Al momento, non c’è alcun consenso. La gestione congiunta coi russi, per Zelensky, è «molto inappropriata e non del tutto realistica».

A che punto è la guerra, intanto

La Russia ha finora respinto qualsiasi richiesta di cessate il fuoco, senza un accordo di conciliazione a lungo termine, sostenendo che una pausa nei combattimenti servirebbe solo all’Ucraina per riarmarsi. Sul campo, l’esercito russo ha accelerato la sua avanzata negli ultimi mesi

Martedì, le forze ucraine hanno annunciato d’essere state costrette a ritirarsi dalla città di Siversk, una delle ultime roccaforti che impediscono alle forze russe di avvicinarsi a Sloviansk e Kramatorsk, le grandi città della regione del Donbass rimaste sotto il controllo ucraino. «La Russia non ha interrotto i suoi brutali bombardamenti sui civili in Ucraina nemmeno nella notte di Natale», denuncia il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha: «Gli attacchi su Odessa hanno ucciso una persona e ne hanno ferite altre due. Un civile è stato ucciso nella regione di Kharkiv e un altro in quella di Chernihiv. Odessa è la città che soffre di più, in questi giorni», la popolazione è senza elettricità, acqua e riscaldamento a temperature gelide. 

Un genocidio, dice Kiev: «Non c’è nessuno scopo militare, solo l’intenzione della Russia di uccidere persone perché sono ucraine». Non se ne esce, insomma, e a Kiev non rimane che sperare in un intervento soprannaturale: «Oggi abbiamo tutti un sogno – confessa Zelensky a proposito del presidente russo -: che possa morire». «Viene da chiedersi», gli risponde piccato il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, se un leader che augura la morte allo Zar «sia in grado di prendere decisioni adeguate a risolvere la situazione con mezzi politico-diplomatici».

Raid americano in Nigeria contro lo Stato islamico. Cosa c’è dietro l’intervento militare

Redazione  26 dic 2025 -IL FOGLIO

L’operazione americana, annunciata da Trump, è avvenuta con il consenso di Abuja. Dall’insurrezione jihadista alle accuse di violenze settarie, l’operazione di Washington si inserisce in una strategia più ampia contro l’Isis

Gli Stati Uniti hanno condotto una serie di attacchi aerei contro obiettivi riconducibili allo Stato islamico nel nord-ovest della Nigeria. L’operazione, annunciata dal presidente Donald Trump, è stata confermata dal Dipartimento della Difesa e dal Comando statunitense per l’Africa (Africom), che ha precisato come l’azione sia avvenuta in coordinamento con le autorità nigeriane e abbia colpito basi jihadiste nello stato di Sokoto, vicino al confine con il Niger.

Secondo quanto riferito da un funzionario militare statunitense, gli attacchi avrebbero coinvolto oltre una dozzina di missili da crociera Tomahawk lanciati da una nave della Marina nel Golfo di Guinea.

Gli obiettivi sarebbero stati due campi operativi di una diramazione dello Stato islamico attiva nella regione, nota come Islamic State-Sahel, responsabile di attacchi contro forze di sicurezza e civili in una zona attraversata da reti jihadiste e gruppi armati locali. Africom ha comunicato che la valutazione iniziale indica l’uccisione di “molteplici” miliziani.

L’annuncio di Trump è arrivato tramite un messaggio sui social media, in cui il presidente ha definito l’azione una “potente e mortale” risposta contro l’Isis, accusando il gruppo di colpire in modo particolare la popolazione cristiana. “Sotto la mia guida, il nostro paese non permetterà al terrorismo islamico radicale di prosperare”, ha scritto Trump sul social Truth. “Avevo già avvertito questi terroristi che se non avessero smesso di massacrare i cristiani, avrebbero pagato un prezzo altissimo, e stasera è successo”.

Nelle scorse settimane, Trump aveva ordinato al Dipartimento della Difesa di preparare opzioni militari per un possibile intervento in Nigeria, sostenendo la necessità di proteggere i cristiani da violenze degli islamisti. Una posizione che ha trovato eco in ambienti conservatori ed evangelici statunitensi. 

Da allora, però, si erano intensificate le azioni violente, come ha sottolineato l’arcivescovo di Lagos, Alfred Adewale Martins, in un intervento pubblicato sull’organo diocesiano The Catholic Herald, che nel suo titolo di copertina parla di “campi di sterminio”. L’arcivescovo afferma che “sembra vi siano persone che stanno deliberatamente cercando di gettare questa nazione nel caos”. 

Il governo nigeriano esclude motivazioni religiose

Le autorità di Abuja hanno più volte contestato la narrazione di una persecuzione sistematica dei cristiani. Il ministro degli Esteri nigeriano, Yusuf Maitama Tuggar, ha confermato alla BBC che l’operazione è stata “congiunta” e pianificata da tempo, sulla base di informazioni di intelligence fornite anche dalla Nigeria. Tuggar ha sottolineato che l’intervento “non ha nulla a che vedere con una particolare religione” e ha parlato di un’azione mirata contro gruppi terroristici.

Una linea ribadita dal ministero degli Esteri nigeriano in una nota ufficiale, nella quale si fa riferimento a una cooperazione strutturata con partner internazionali, inclusi gli Stati Uniti, per contrastare terrorismo ed estremismo violento.

Trump ha recentemente designato la Nigeria come “paese di particolare preoccupazione” per le violazioni della libertà religiosa, una classificazione prevista dalla normativa americana che può aprire la strada a sanzioni.

 La Nigeria è oggi il paese più pericoloso al mondo per i cristiani, ha denunciato in un’intervista Vicky Hartzler, da giugno scorso presidente della US Commission on International Religious Freedom (Uscirf), organismo bipartisan incaricato di monitorare e promuovere il rispetto della libertà religiosa nel mondo: qui, nel 2023, si è concentrato il 69 per cento di tutti i cristiani uccisi a livello globale, dal 2009 ne sono stati assassinati oltre 50.000. Solo in un attacco a una chiesa cattolica, avvenuto lo scorso giugno, i morti sono stati più di 2.000. Secondo la World Watch List 2025 di Open Doors, 3.100 cristiani sono stati assassinati e 2.830 rapiti in un solo anno. 

Il presidente nigeriano Bola Tinubu ha risposto riaffermando l’impegno del suo governo per la tutela di tutte le comunità religiose e per la collaborazione con partner internazionali nel contrasto ai gruppi armati. La Nigeria è divisa quasi equamente tra le due principali confessioni religiose e i conflitti che attraversano il paese hanno origini e dinamiche differenti a seconda delle regioni.

Nel nord-est della Nigeria, da oltre un decennio, l’insurrezione jihadista di Boko Haram e della sua scissione più recente, l’Islamic State West Africa Province (Iswap), ha causato decine di migliaia di vittime, in larga maggioranza musulmane. Nel nord-ovest e nel centro del paese, invece, la violenza è spesso legata ad attività di banditismo armato, sequestri a scopo di riscatto e scontri tra pastori, in prevalenza musulmani, e comunità agricole, spesso cristiane, per il controllo di terre e risorse idriche.

Una panoramica

L’operazione in Nigeria rappresenta il secondo intervento militare statunitense contro lo Stato islamico in pochi giorni. La settimana scorsa, Washington aveva condotto una vasta serie di raid in Siria, colpendo oltre 70 obiettivi in risposta a un attentato che aveva causato la morte di due soldati americani e di un interprete civile. Nel caso nigeriano, funzionari del Pentagono hanno tuttavia espresso dubbi sull’impatto a lungo termine di attacchi mirati, considerata la natura radicata e frammentata dei conflitti locali.

Nel frattempo, la situazione della sicurezza in Nigeria resta critica. Secondo Acled, nel corso dell’anno più di 12.000 persone sono state uccise da vari gruppi armati, un bilancio che colloca il paese tra quelli con il più alto numero di vittime da violenza organizzata, pur non essendo formalmente in guerra.

 Proprio nei giorni degli attacchi statunitensi, un attentato suicida in una moschea a Maiduguri, nel nord-est, ha provocato numerosi morti e feriti, a conferma di un contesto segnato da instabilità diffusa e minacce multiple.

 In questo quadro, la cooperazione militare tra Stati Uniti e Nigeria appare destinata a proseguire

Forze diverse, sigle e sequestri di massa (che rendono milioni): Nigeria, un teatro complesso

di Guido Olimpio – Corriere della Sera – 25 Dicembre 2025

L’operazione americana scattata la notte di Natale con i raid del Pentagono. Nel Paese coesistono forze diverse e il nemico non è ben delineato

Lo strike americano in Nigeria non rappresenta una sorpresa, risponde ad una strategia della Casa Bianca e si svolge in un teatro complesso dove non sempre il nemico è ben delineato. Ci sono infatti sovrapposizioni, sigle, scissioni, personalismi.

La campagna

Donald Trump aveva promesso un’azione decisa in difesa dei cristiani nigeriani, una campagna presentata come la difesa di una comunità perseguitata dai terroristi islamici. Un messaggio forte che ha l’appoggio della base evangelica del suo elettorato. Tuttavia, molti esperti sottolineano che le violenze colpiscono non solo i cristiani e rappresentano una minaccia che coinvolge altre componenti della nazione. Con punti critici nel nord est e nel nord ovest per quanto riguarda gli islamici mentre sono profondi i contrasti tra clan di agricoltori/allevatori, lotte enfatizzate da questioni etniche.

I movimenti

Da anni agiscono militanti di ispirazione jihadistaeredi del qaedismo e poi associati, in forme diverse, al Califfato. Un recente report statunitense del CTC ha indicato almeno cinque entità. Mahmudawa: guidato da Mallah Mahmuda, presente anche in Niger e in alcune zone del Benin; JAS, fazione nata dalle ceneri di Boko Haram, che continua le sue incursioni in diverse aree; Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico, è ritenuto il gruppo più poderoso; Ansaru, altra costola staccatisi da Boko Haram; Lakurawa, composto da guerriglieri locali ma soprattutto da combattenti provenienti da Stati vicini. Alcuni dei movimenti hanno condotto attentati suicidi in serie, usando anche un alto numero di donne e persino di minori. Tattiche che hanno confermato la ferocia del terrorismo nigeriano.

Il banditismo

Esiste una minaccia multipla: accanto all’offensiva mossa dall’ideologia radicale ci sono le scorrerie di predoni. In alcuni casi queste gang operano insieme ai miliziani, ci sono punti di contiguità, aree grigie dove si mescolano spinte e interessi. Non di rado le fazioni cercano di sfruttare legami territoriali. A questo si aggiunge la piaga dei sequestri di massa, una “economia” parallela che rende milioni ai rapitori.

La regione

Siamo in un quadrante altamente instabile, con gli attacchi continui di qaedisti e Califfato lungo l’intero Sahel. Burkina, Niger, Mali sono le realtà più esposte ma è evidente il tentativo degli estremisti di avanzare verso la costa occidentale del continente. È cambiato anche il contesto internazionale, così come sono mutati i rapporti di alleanza. I francesi sono stati scalzati via dai russi che hanno inviato prima mercenari e poi militari, impegno profondo legato allo sfruttamento minerario. La missione di Mosca, se da un lato ha puntellato i regimi, dall’altro non è riuscita ad allontanare i pericoli. La prova evidente è il Mali sotto assedio. Washington, sotto Trump, ha preferito dedicarsi ad altro. Così il Pentagono ha chiuso una base per droni in Niger ed ha ridotto la presenza nello scacchiere preferendo concentrarsi sulla Somalia dove ha condotto molti raid contro gli Shebab (qaedisti). Ora, però, ha aperto il nuovo fronte nigeriano.

IL MIRACOLO DELLA CONVERSIONE – Catechesi di P. Livio – Puntata 15

Preparazione alla Confessione nel Tempo di Natale

🔴LIVE🔴COMMENTO AL MESSAGGIO DELLA REGINA DELLA PACE DEL 25 DICEMBRE 2025 – a cura di Padre Livio

MEDJUGORJE : L’APPARIZIONE ANNUALE A JAKOV – Santo Natale – 25 DICEMBRE 2025

Nell’ultima apparizione quotidiana del 12 Settembre 1998 la Madonna ha detto a Jakov Colo che avrebbe avuto l’apparizione una volta all’anno, il 25 Dicembre, a Natale. Così è avvenuto anche quest’anno. La Madonna e venuta con il Bambino Gesu tra le braccia. L’apparizione è iniziata alle 14 e 38 ed è durata 8 minuti. La Madonna è venuta con il piccolo Gesù fra le braccia. La Madonna attraverso Jacov ha trasmesso il seguente messaggio:

Cari figli, oggi, in questo giorno di grazia, in modo particolare vi invito all’abbandono totale a Gesù.

Figlioli, offritegli tutte le vostre ferite e dolori, il vostro passato ed il futuro e permettete a Gesù di regnare nelle vostre vite.

Figli miei, soltanto con l’abbandono totale, Gesù si dona alla vostra vita e questo è il dono più grande che potete ricevere.

Pregate per comprendere quanto siete preziosi per Gesù e quanto Lui vi ama.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.

(Con approvazione ecclesiastica)

🔴LIVE🔴I DIECI COMANDAMENTI – di Padre Livio – Puntata 21 – IDOLATRIA E DIVINAZIONE

MESSAGGIO DELLA REGINA DELLA PACE 25 DICEMBRE 2025

MEDJUGORJE: MESSAGGIO DELLA REGINA DELLA PACE – Santo Natale – 25 dicembre 2025

”Cari figli!

Anche oggi – quando Dio mi ha permesso di portarvi fra le mie mani Gesù bambino, il re della pace, affinché Lui vi colmi con l’ardore dell’amore e della pace, perché ogni cuore sia simile al Suo cuore in questo tempo di grazia – siate coraggiosi difensori dell’amore del vostro Dio, affinché Lui vi doni la Sua pace in questo tempo di grazia.

Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

(Con approvazione ecclesiastica)

h. 21.00 in diretta su Radio Maria – Facebook – blogdipadrelivio.it – YouTube (in differita)

Lettura del Messaggio e Commento di Padre Livio

Leone XIV, urbi et orbi di Natale: “Cristo Nostra Speranza rimane sempre con noi”

Il primo urbi et orbi di Leone XIV, “Gesù nostra pace, perché ci libera dal peccato e ci indica la via per uscire dai conflitti”. La responsabilità via della pace

Leone XIV, Natale 2025 | Leone XIV, Urbi et Orbi, Natale 2025, Loggia delle Benedizioni, Basilica Vaticana, 25 dicembre 2025 | Daniel Ibanez / EWTN

Di Andrea Gagliarducci

Città del Vaticano, giovedì 25 dicembre 2025, 12:24 (ACI Stampa).

Dalla Terrasanta la cui sofferenza ha ascoltato e toccato con mano fino all’Asia del Sud colpita da calamità naturali. Dalle tensioni tra Cambogia e Tailandia fino agli appelli per un’Europa che si ricordi cristiana e un’America Latina nel mezzo dei problemi sociali e politici, con una menzione speciale per la martoriata ucraina. Nel suo primo urbi et orbi del giorno di Natale, Leone XIV, come tutti i pontefici, guarda al mondo intero, rinnova l’appello di pace, e ricorda che Cristo “nostra speranza rimane sempre con noi”, anche dopo l’Anno Santo che volge al termine, sottolineando che la via della pace è prima di tutto “la responsabilità”.

Leone XIV ha raggiunto la Loggia delle benedizioni dopo un passaggio in piazza, in papamobile, per salutare le 3 mila persone che si erano radunate lì per la Messa, e che sono quasi triplicate mentre si avvicinava il momento della benedizione urbi et orbi, fino ad un numero di 26 mila persone notificato dalla Sala Stampa della Santa Sede, nonostante la leggera pioggia.

Con Leone XIV, tornano anche le piccole tradizioni del Natale, come gli auguri che il Papa proclama dalla Loggia delle Benedizioni in varie lingue, a testimonianza dell’universalità della Chiesa. Il Papa fa gli auguri in italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, polacco, arabo e persino in cinese, prima di concludere con gli auguri in latino, che resta ancora la lingua della Chiesa. Dieci lingue, poi la preghiera dell’Angelus e quindi la benedizione.  

Leone XIV guarda prima di tutto al dato storico. Nota che “il Figlio di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, non viene accolto e la sua culla è una povera mangiatoia per gli animali”. Perché  “il Verbo eterno del Padre, che i cieli non possono contenere ha scelto di venire nel mondo così. Per amore ha voluto nascere da donna, per condividere la nostra umanità; per amore ha accettato la povertà e il rifiuto e si è identificato con chi è scartato ed escluso”.

La vita del Figlio di Dio è caratterizzata dalla scelta – nota il Papa – “di non far portare a noi il peso del peccato, ma di portarlo lui a noi, di farsene carico”. Ma se questo lo poteva fare solo il Figlio di Dio, noi possiamo “assumerci ciascuno la propria parte di responsabilità”, perché, come diceva Sant’Agostino – dice il Papa agostiniano – “Dio, che ci ha creato senza di noi, non può salvarci senza di noi”, cioè “senza la nostra libera volontà di amare”.

“Chi non ama non si salva, è perduto”, afferma Leone XIV. La via della pace è “la responsabilità”, perché “se ognuno di noi – a tutti i livelli –, invece di accusare gli altri, riconoscesse prima di tutto le proprie mancanze e ne chiedesse perdono a Dio, e nello stesso tempo si mettesse nei panni di chi soffre, si facesse solidale con chi è più debole e oppresso, allora il mondo cambierebbe”.

Leone XIV sottolinea: “Gesù Cristo è la nostra pace prima di tutto perché ci libera dal peccato e poi perché ci indica la via da seguire per superare i conflitti, tutti i conflitti, da quelli interpersonali a quelli internazionali. Senza un cuore libero dal peccato, un cuore perdonato, non si può essere uomini e donne pacifici e costruttori di pace”.

E con la grazia di Gesù “possiamo e dobbiamo fare ognuno la propria parte per respingere l’odio, la violenza, la contrapposizione e praticare il dialogo, la pace, la riconciliazione”.

La panoramica dello “stato del mondo” comincia con il saluto a “tutti i cristiani, in modo speciale quelli che vivono nel Medio Oriente”. Il Papa ricorda il suo viaggio in Libano, dice di aver ascoltato le paure dei cristiani che vivono là e di “conoscere bene il loro sentimento di impotenza dinanzi a dinamiche di potere che li sorpassano”.

Leone XIV invoca “giustizia, pace e stabilità” per Libano, Palestina, Israele e la Siria. Affida al principe della pace “tutto il continente europeo”, chiedendo allo stesso tempo di “continuare a ispirarvi uno spirito comunitario e collaborativo, fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia, solidale e accogliente con chi si trova nel bisogno”.

Leone XIV invita a pregare “in modo particolare per il martoriato popolo ucraino: si arresti il fragore delle armi e le parti coinvolte, sostenute dall’impegno della comunità internazionale, trovino il coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso”, ma chiede anche “pace e consolazione per le vittime di tutte le guerre in atto nel mondo, specialmente di quelle dimenticate; e per quanti soffrono a causa dell’ingiustizia, dell’instabilità politica, della persecuzione religiosa e del terrorismo”.

Leone XIV guarda ai conflitti in Sudan, nel Sud Sudan, in Mali, in Burkina Faso e in Repubblica Democratica del Congo (ma senza menzionare la difficile situazione in Nigeria). Cita in modo particolare la situazione ad Haiti, facendo appello perché “cessi ogni forma di violenza nel Paese e possa progredire sulla via della pace e della riconciliazione”.

Quindi, si sofferma sull’America Latina, chiede che “quanti hanno responsabilità politiche” nel subcontinente siano ispirati “perché, nel far fronte alle numerose sfide, sia dato spazio al dialogo per il bene comune e non alle preclusioni ideologiche e di parte”.

Il Papa poi porta attenzione sul Myanmar, prega per “un futuro di riconciliazione” nel Paese, che “ridoni speranza alle giovani generazioni, guidi l’intero popolo birmano su sentieri di pace e accompagni quanti vivono privi di dimora, di sicurezza o di fiducia nel domani”.

Al Principe della Pace, Leone XIV chiede “che si restauri l’antica amicizia tra Tailandia e Cambogia e che le parti coinvolte continuino ad adoperarsi per la riconciliazione e la pace”, e gli affida anche “le popolazioni dell’Asia meridionale e dell’Oceania, provate duramente dalle recenti e devastanti calamità naturali, che hanno colpito duramente intere popolazioni”.

Ma se la responsabilità è la via della pace, allora va rinnovato “con convinzione il nostro impegno comune nel soccorrere chi soffre”, perché “nel farsi uomo, Gesù assume su di sé la nostra fragilità, si immedesima con ognuno di noi”.

E allora Gesù si immedesima “con chi non ha più nulla e ha perso tutto, come gli abitanti di Gaza; con chi è in preda alla fame e alla povertà, come il popolo yemenita; con chi è in fuga dalla propria terra per cercare un futuro altrove, come i tanti rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo o percorrono il Continente americano; con chi ha perso il lavoro e con chi lo cerca, come tanti giovani che faticano a trovare un impiego; con chi è sfruttato, come i troppi lavoratori sottopagati; con chi è in carcere e spesso vive in condizioni disumane”.


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