Il canto degli angeli in Cielo
Nella notte Santa gli angeli hanno avuto un ruolo meraviglioso, preceduto dall’apparizione dell’angelo a Zaccaria e dall’annunciazione di Gabriele alla Vergine Maria. Quando il Bambino Gesù è venuto alla luce, il Cielo si è spalancato e una moltitudine immensa di angeli ha iniziato a lodare Dio intonando “Gloria a Dio in cielo e sulla terra pace per quelli che egli ama”
Il Cielo si è aperto la moltitudine celeste ha annunciato con gioia ai pastori che era nato il Salvatore del mondo. Le parole del Gloria riconoscono che Dio è il Creatore e noi siamo creature partecipi della sua gloria. La gloria che abbraccia tutti gli angeli avvolge anche i pastori e quindi tutta l’umanità.
L’umanità, a causa del peccato originale, non ha reso gloria a Dio ma lo ha disprezzato per seguire il demonio che ci trascina nella vergogna, nell’obbrobrio, nella paura e nelle tenebre. Le parole degli angeli ritornano continuamente a richiamare gli uomini che hanno abbandonato Dio e sono rivolte più che mai alla nostra generazione che ha rinnegato la fede e la Croce. Le parole del Gloria ci esortano a uscire dalla caverna buia nella quale l’umanità si è rinchiusa illudendosi di mettere se stessa al posto di Dio; in realtà, come sappiamo, l’umanità è diventata schiava del demonio.
Le parole degli angeli risuonino anche oggi, i Cieli si aprano a glorificare Dio e gli uomini tornino a inginocchiarsi davanti al Creatore. Diamo gloria al Verbo che si è fatto carne nel grembo della Vergine Maria, a quel Bambino che ha assunto la natura umana per salvare e redimere tutti gli uomini di tutti i tempi. Gesù Cristo è il Verbo Incarnato, è un uomo vero, ha una natura umana vera che si unisce alla divinità. Accogliendo il Bambino Gesù nel nostro cuore ci uniamo al coro degli angeli e rendiamo gloria a Dio, lo seguiamo, lo lodiamo, lo amiamo sopra ogni cosa.
Dio è veramente quel Bambino che la Vergine ha deposto nella mangiatoia e che viene adorato da Maria, da Giuseppe e dai pastori di Betlemme. Tornando a Dio l’umanità avrà la pace sulla Terra; l’amore vince sull’odio e la pace prevale sulla guerra solo se gli uomini si riappacificano con Dio. Le parole degli angeli diventino per noi una giaculatoria; nel corso della giornata alziamo lo sguardo dell’anima e nel nostro cuore diciamo: Gloria a Dio nell’alto dei Cieli! Glorifichiamo Dio con la nostra vita, così ci sarà veramente la pace in Terra tra gli uomini che Dio ama. L’amore di Dio è eterno, dobbiamo corrispondere a questo amore infinito che possiamo comprendere guardando all’umile mangiatoia in cui il Bambino è venuto alla luce e meditando la Croce, dove il Cristo ha versato il sangue dell’eterna salvezza.
Ritroviamo la pace con Dio attraverso il Sacramento della Confessione e facciamo pace con noi stessi, con i nostri cari e con i nostri amici. Lasciamo che la pace si propaghi e cancelli ogni sentimento di odio e di guerra e prevalga l’amore.
di Luca Foschi, Betlemme
La fragile tregua a Gaza ha dato una boccata d’ossigeno alla città. Il sindaco, cristiano: «L’economia è al collasso, ma diciamo al mondo che ci siamo ancora»
24 dicembre 2025 – Avvenire

Palestinesi in festa nella piazza della Mangiatoia a Betlemme, accanto alla Basilica della Natività/REUTERS
Fino a sera i bambini si rincorrono nella piazza della Mangiatoia, dando con gioia calci a un pallone. Intorno, i carretti degli ultimi ambulanti continuano a esalare i fumi del mais; sotto i portici, i proprietari dei negozi di souvenir si ostinano a restare seduti sulla soglia o chiudono lentamente i battenti. I poliziotti parlano e scherzano, mentre un turista si contorce nel tentativo di cogliere nella stessa inquadratura la compagna, il Presepio, il grande albero di Natale e l’oro silenzioso della Basilica della Natività.
È la Betlemme della vigilia, con la sua luce mite e antica che torna ad affiorare dopo oltre due anni di guerra e oscurità. Ora la piazza si riempie di lingue diverse, di passi, di giornalisti affannati. «Hic de Virgine Maria Jesus Christus natus est», si legge nel cerchio della stella a quattordici punte che indica il luogo della grotta dove nacque il Messia, a poche spanne dallo spazio che ospitò la mangiatoia, sotto l’altare maggiore della Basilica. Johnny, guida turistica locale, si addentra nella simbologia della stella e poi, più prosaicamente, annuncia: «Siete fortunati, qui in condizioni normali è difficile anche farsi fare una foto». Il suo sparuto gruppo di pellegrini è composto da cinesi, sudcoreani, americani. «È il mio quinto lavoro in due anni, temo che passato il Natale sarà tutto finito», aggiunge, mentre aiuta una signora a rialzarsi dalla posa.
È un sentimento che pervade la città, come tutta la Cisgiordania trascinata in un nuovo girone di miseria e di lutto dal conflitto di Gaza e dal conseguente inasprimento dell’occupazione israeliana. Imprigionata dai check-point, privata dei pellegrini, Betlemme è stata per due anni un deserto. La fragile tregua iniziata in ottobre ha però facilitato i movimenti: come una breve pioggia su un terreno arido, ha nutrito l’insopprimibile istinto alla rinascita. Luce, dunque, e ombre.
«Siamo circondati da 134 barriere. L’economia della città, che dipende all’80 per cento dal turismo, è collassata. La disoccupazione ha raggiunto il 65 per cento. Chi può emigra. Ma abbiamo deciso di riaccendere lo spirito del Natale, nonostante le difficili condizioni. Le persone devono poter immaginare un futuro. Voglio che Betlemme mandi il messaggio giusto al mondo: sosteneteci, sostenete la Palestina, la giustizia.
Solo con la giustizia potremo ottenere una pace durevole», spiega ad Avvenire Maher Canawati, il sindaco cristiano della città. Dopo la visita in Vaticano di settembre, papa Leone gli ha inviato una lettera, letta pubblicamente il 6 dicembre, il giorno dell’accensione dell’albero.
«In questi giorni ci sono stati centinaia di turisti, gli alberghi hanno riaperto, i ristoranti hanno ricominciato a lavorare.
L’Autorità Palestinese ci sta aiutando a rendere le strade sicure. Betlemme è viva, abbiamo risposto», afferma Canawati. Oggi la piazza della Mangiatoia ospita parate, canti, danze, una grande festa che culminerà con la Messa di mezzanotte celebrata dal patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, appena rientrato da Gaza.
Uno spettacolo per i betlemiti e per il mondo, per i suoi popoli e i loro governi, chiamati a discernere fra distruzione e giustizia, verità e oblio, redenzione e tenebra, mentre restano spettatori dell’immensa solitudine delle vittime. Nel campo profughi di Aida, alla periferia di Betlemme, una piccola bicicletta prende velocità in discesa; la ruota s’incastra in una crepa dell’asfalto logoro e lo scolaro rovina a terra. Sopraggiungono i compagni, lo rincuorano. Si rialza con una smorfia rigida, sintesi di pianto e orgoglio.
Il Natale arriva anche qui, dove la tendopoli del 1950 è diventata un asfittico labirinto di edifici irregolari, poveri carruggi segnati dai murales di pace e resistenza, circondati dal grande muro di separazione, dalle sue torrette occhiute e da un’area di addestramento dell’esercito israeliano che dista pochi metri dall’ingresso del campo: un grande buco di serratura sovrastato da una chiave, simbolo delle case perdute nella Nakba del 1948 e del mai sopito desiderio di ritorno.
Le scuole, i centri educativi, le Ong organizzano attività culturali e ludiche per bambini e adolescenti, coinvolgendoli nel colore della festa natalizia, oltre il grigiore del cemento. «Siamo qui da 77 anni, in uno spazio ormai senza regole. L’esercito israeliano entra quando vuole, terrorizza, arresta. Nessuno riesce a proteggerci, né l’Autorità Palestinese né la comunità internazionale.
Ma dobbiamo preservare la nostra umanità: continuiamo a resistere come se l’occupazione non ci fosse. Non possiamo vivere nella paura. Loro fanno il loro peggio, noi il nostro meglio. Loro distruggono, noi creiamo», spiega nel suo ufficio Abdel Fattah Abu Srour, fondatore di al-Rowwad, centro culturale che ha scelto teatro, musica e danza come forme di resistenza nonviolenta.
Negli ultimi mesi il centro ha dovuto destinare molte energie alla distribuzione di beni di prima necessità: fra i settemila abitanti, la disoccupazione supera il 75 per cento. Abu Srour chiama sumud la natura profonda dell’animo palestinese: perseveranza, capacità di sopportazione, resistenza ostinata. Un altro esempio vive nella selva di souvenir e articoli religiosi del Nativity Store, situato a «cinque metri da dove è nato Gesù», racconta con entusiasmo Rony Tabash, erede di una lunga tradizione.
«Mio nonno ha aperto il negozio nel 1927, fra poco saranno cento anni. Tre generazioni», dice in un italiano limpido, con un’allegria che si attenua solo quando ricorda che ormai da Betlemme non emigrano più singoli individui, ma famiglie intere. La storica bottega coinvolge venticinque artigiani e non si è arresa a quattro anni di pandemia e guerra. «Nell’ultimo periodo mio padre è stato malato, ma ogni giorno mi diceva: vai, Rony, apri il negozio. Anche se c’è la guerra, anche se non c’è nessuno. Apri la porta, aprila alla speranza. Abbiamo bisogno del mondo per resistere, ma senza di noi questo posto diventerà un museo. Ce lo ha insegnato Gesù: siamo noi la pietra viva».
Il Papa nell’omelia della Messa delle Notte di Natale: “La luce divina che si irradia da questo Bambino ci aiuta a vedere l’uomo in ogni vita nascente”

Di Marco Mancini
Città del Vaticano, mercoledì 24 dicembre 2025, 22:55 (ACI Stampa).
Papa Leone XIV ha presieduto questa sera nella Basilica Vaticana, per la prima volta nel suo pontificato, la Messa della Notte di Natale.
“In questa notte – ha esordito il Papa nell’omelia, citando la Scrittura -il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. Oggi – ha aggiunto Papa Leone – “viene Colui senza il quale non saremmo stati mai. Vive con noi chi per noi dà la sua vita, illuminando di salvezza la nostra notte. Non esiste tenebra che questa stella non rischiari, perché alla sua luce l’intera umanità vede l’aurora di una esistenza nuova ed eterna. È il Natale di Gesù, l’Emmanuele”.
“Nel Figlio fatto uomo – ha osservato – Dio non ci dona qualcosa, ma Sé stesso. Nasce nella notte Colui che dalla notte ci riscatta: la traccia del giorno che albeggia non è più da cercare lontano, negli spazi siderali, ma chinando il capo, nella stalla accanto. Il chiaro segno dato al mondo buio è infatti un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia.
Per trovare il Salvatore, non bisogna guardare in alto, ma contemplare in basso: l’onnipotenza di Dio rifulge nell’impotenza di un neonato; l’eloquenza del Verbo eterno risuona nel primo vagito di un infante; la santità dello Spirito brilla in quel corpicino appena lavato e avvolto in fasce. È divino il bisogno di cura e di calore, che il Figlio del Padre condivide nella storia con tutti i suoi fratelli.
La luce divina che si irradia da questo Bambino ci aiuta a vedere l’uomo in ogni vita nascente. Per illuminare la nostra cecità, il Signore ha voluto rivelarsi da uomo all’uomo, sua vera immagine, secondo un progetto d’amore iniziato con la creazione del mondo”.
“Finché la notte dell’errore oscura questa provvidenziale verità, allora – ha detto ancora il Papa citando Benedetto XVI -non c’è neppure spazio per gli altri, per i bambini, per i poveri, per gli stranieri. Così attuali, le parole di Papa Benedetto XVI ci ricordano che sulla terra non c’è spazio per Dio se non c’è spazio per l’uomo: non accogliere l’uno significa non accogliere l’altro. Invece là dove c’è posto per l’uomo, c’è posto per Dio: allora una stalla può diventare più sacra di un tempio e il grembo della Vergine Maria è l’arca della nuova alleanza”.
“Ammiriamo- è l’invito di Leone XIV-, la sapienza del Natale. Nel bambino Gesù, Dio dà al mondo una vita nuova: la sua, per tutti. Non un’idea risolutiva per ogni problema, ma una storia d’amore che ci coinvolge. Davanti alle attese dei popoli Egli manda un infante, perché sia parola di speranza; davanti al dolore dei miseri.
Egli manda un inerme, perché sia forza per rialzarsi; davanti alla violenza e alla sopraffazione Egli accende una luce gentile che illumina di salvezza tutti i figli di questo mondo.
“Mentre un’economia distorta – ha ammonito il Papa nell’omelia – induce a trattare gli uomini come merce, Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona. Mentre l’uomo vuole diventare Dio per dominare sul prossimo, Dio vuole diventare uomo per liberarci da ogni schiavitù. Ci basterà questo amore, per cambiare la nostra storia? La risposta viene appena ci destiamo, come i pastori, da una notte mortale alla luce della vita nascente, contemplando il bambino Gesù.
Sopra la stalla di Betlemme, dove Maria e Giuseppe, pieni di stupore, vegliano il Neonato, il cielo stellato diventa «una moltitudine dell’esercito celeste». Sono schiere disarmate e disarmanti, perché cantano la gloria di Dio, della quale la pace è manifestazione in terra: nel cuore di Cristo, infatti, palpita il legame che unisce nell’amore il cielo e la terra, il Creatore e le creature”.
“Ora che il Giubileo – ha concluso il Pontefice – si avvia al suo compimento, il Natale è per noi tempo di gratitudine e di missione. Gratitudine per il dono ricevuto, missione per testimoniarlo al mondo. La contemplazione del Verbo fatto carne suscita in tutta la Chiesa una parola nuova e vera: proclamiamo allora la gioia del Natale, che è festa della fede, della carità e della speranza.
È festa della fede, perché Dio diventa uomo, nascendo dalla Vergine. È festa della carità, perché il dono del Figlio redentore si avvera nella dedizione fraterna. È festa della speranza, perché il bambino Gesù la accende in noi, facendoci messaggeri di pace. Con queste virtù nel cuore, senza temere la notte, possiamo andare incontro all’alba del giorno nuovo”.
Prima di iniziare la Messa, Papa Leone – che per la prima volta dall’inizio del pontificato ha indossato la fascia bianca con il suo stemma papale ricamato – si era recato sul sagrato della Basilica per salutare e benedire i fedeli che non sono potuti entrare all’interno per seguire la Messa.
“La Basilica di San Pietro – ha detto il Papa – è molto grande, ma purtroppo non è abbastanza grande da accogliere tutti voi. Tante grazie per essere venuti qui questa sera. Vogliamo celebrare insieme la festa di Natale. Gesù Cristo che è nato per noi ci porta la pace, ci porti l’amore di Dio”.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,1-5.9-14
In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Parola del Signore
Preparazione alla Confessione nel Tempo di Natale