Il Santo del Giorno a cura di Ermes Dovico – Aprile 2026
Oggi, per la liturgia della Chiesa, è in senso proprio il Lunedì dell’Ottava di Pasqua. Ma tale giorno, in Italia, viene più comunemente chiamato «Lunedì dell’Angelo» e associato, per tradizione, al ricordo dell’annuncio angelico della Risurrezione di Gesù.
Oggi, per la liturgia della Chiesa, è in senso proprio il Lunedì dell’Ottava di Pasqua. Ma tale giorno, in Italia, viene più comunemente chiamato «Lunedì dell’Angelo» e associato, per tradizione, al ricordo dell’annuncio angelico della Risurrezione di Gesù.
Si ricorda cioè tradizionalmente quanto avvenuto al sepolcro il giorno prima, al mattino della domenica (il primo giorno della settimana nel calendario ebraico, quindi il primo giorno dopo la Pasqua ebraica), quando le pie donne – Maria Maddalena, Salome e Maria madre di Giacomo – si recarono al sepolcro con l’intenzione di cospargere di oli aromatici il corpo di Gesù. Arrivate presso la tomba, trovarono il grande masso che la chiudeva rotolato via. Il loro stupore, misto a tremore, si accrebbe quando apparve loro un angelo in vesti sfolgoranti, che si premurò di rassicurarle e diede loro il lieto annuncio: «Non abbiate paura, voi! So che cercate il Crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto». E aggiunse: «Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete» (Mc 16,1-7).
«Oggi siamo nella seconda giornata dell’Ottava di Pasqua. Ieri è stata la solennità di Pasqua, oggi è il lunedì di Pasqua. In Italia c’è la bella tradizione di chiamare questa giornata “Pasquetta”, ma io non voglio parlare di “Pasquetta”. C’è anche un altro nome per indicare questo giorno: il giorno, o la festa “dell’Angelo”», disse Giovanni Paolo II nel Regina Coeli dell’1 aprile 1991, aggiungendo: «È questa una tradizione molto bella che corrisponde profondamente alle fonti bibliche sulla Risurrezione. Ci ricordiamo della narrazione dei Vangeli Sinottici, quando le donne vanno al Sepolcro e lo trovano aperto. Esse temevano di non poter entrare perché la tomba era chiusa da una grande pietra. Invece è aperta e, dall’interno, sentono le parole: “Gesù Nazareno non è qui”. Per la prima volta vengono pronunciate le parole: “È risorto”. Gli evangelisti ci dicono che queste parole sono state pronunciate dagli Angeli».
Secondo il santo polacco, «vi è un profondo significato in questa presenza angelica e in questa proclamazione angelica: come per annunciare l’Incarnazione del Verbo, Figlio di Dio, non poteva essere che un Angelo, Gabriele, così anche per esprimere per la prima volta le parole “è risorto”, la Risurrezione, non era sufficiente un soggetto umano, non era sufficiente una parola umana. Ci voleva un essere superiore, perché per l’essere umano questa verità e le parole che comunicano la verità, “è risorto”, questa verità stessa è così sconvolgente, talmente incredibile, che forse nessun uomo avrebbe osato pronunciarla».
Aggiunse Giovanni Paolo II: «Dopo questo primo annuncio si comincia a ripetere: “Il Signore è risorto e si è rivelato a Pietro, a Simone”, ma il primo annuncio richiedeva un’intelligenza superiore a quella umana. Così questa festa dell’Angelo, almeno io la intendo in questo modo, è un completamento dell’Ottava pasquale. Nelle letture bibliche, nei brani dei Vangeli si legge sempre di questi Angeli, ma la festa italiana sottolinea il momento di questa presenza angelica, non solo la sottolinea, ma spiega anche il perché di questo momento della Risurrezione. Al di sopra dell’umana costatazione che il sepolcro era vuoto, ci voleva un’altra, sovrumana costatazione: “È risorto”
di Redazione Online – Corriere della Sera – 5 Aprile 2026
Il pilota risultava disperso da due giorni in Iran, da quando un caccia F-15 era stato abbattuto. «È ferito ma se la caverà», le parole di Trump
Ferito e nascosto in una fessura in montagna in territorio nemico. Per 36 ore il colonnello aviatore americano disperso ha agito con un unico scopo: evitare di essere catturato dagli iraniani. Con sé solo una pistola, un radiofaro di segnalazione e un dispositivo di comunicazione protetto. Il pilota risultava disperso da due giorni in Iran, da quando un caccia F-15 era stato abbattuto. La missione Usa di salvataggio è stata portata a termine nella notte tra sabato e domenica. In azione sono entrate le forze delle Operazioni speciali degli Stati Uniti: centinaia di uomini, decine di aerei da guerra ed elicotteri, oltre ai mezzi di intelligence.
«Abbiamo salvato il membro dell’equipaggio/ufficiale dell’F-15, gravemente ferito e davvero coraggioso, dalle profondità delle montagne dell’Iran. L’esercito iraniano lo stava cercando con insistenza, in gran numero, e si stava avvicinando. È un colonnello molto rispettato». Le prime parole del presidente americano Donald Trump sul suo social Truth.
Trump ha definito il salvataggio un «miracolo di Pasqua». «Il nemico era numeroso e violento. I soccorritori sono stati brillanti, forti, decisi e hanno mantenuto un sangue freddo assoluto», ha raccontato alla Nbc News. Le forze americane avevano già recuperato il primo pilota, mentre il co-pilota è rimasto disperso in una zona montuosa con le forze iraniane che battevano l’area in forze.
E durante un primo tentativo di contatto con gli americani del pilota, da Washington si è temuto che l’Iran l’avesse preso in ostaggio, costringendolo a tentare di attirare le squadre di soccorso statunitensi in un’imboscata. Trump ha infatti raccontato all’emittente israeliana Channel 12 che il militare aveva comunicato tramite un dispositivo criptato «Dio è buono», elemento che aveva rafforzato il sospetto che fosse sotto costrizione. «Abbiamo sospettato che fosse detenuto e costretto a parlare», ha spiegato il presidente, aggiungendo che «ci sono volute diverse ore perché le forze statunitensi stabilissero che il colonnello, essendo una persona religiosa, stava parlando di sua spontanea volontà».
Un alto funzionario dell’amministrazione degli Stati Uniti ha poi raccontato che, prima di localizzare il pilota disperso, la Cia ha usato un «inganno militare», diffondendo la notizia all’interno dell’Iran secondo cui le forze statunitensi lo avevano già trovato e lo stavano trasportando via terra per la sua evacuazione. Il funzionario, che ha parlato in forma anonima per discutere dettagli non ancora resi pubblici, ha sottolineato che la campagna è riuscita a confondere i funzionari iraniani durante le operazioni di ricerca e soccorso. Il pilota è «ferito, ma se la caverà», ha detto infine Trump. Èstato portato in Kuwait per le prime cure.
Una veglia di preghiera per la pace l’11 aprile: il Papa risponde con la preghiera ai venti di guerra. L’appello a deporre le armi. La richiesta di lasciarsi sorprendere dalla resurrezione
Di Andrea Gagliarducci
Città del Vaticano, domenica 5 aprile 2026, 12:13 (ACI Stampa).
Non è un messaggio urbi et orbi di quelli consueti, non c’è la solita lista degli scenari internazionali cui la Santa Sede guarda con attenzione. Leone XIV, per il suo primo messaggio alla città e al mondo del giorno di Pasqua, sceglie la strada della preghiera, dell’annuncio della pace, e annuncia che ci sarà il prossimo 11 aprile una veglia di preghiera per la pace.
Con un messaggio chiaro: “La Resurrezione di Cristo è la via per l’umanità nuova”. Un’umanità di dialogo, perdono, riconciliazione. E un appello chiaro: “Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo”.
È una scelta che pone il Papa e la Santa Sede dalla parte di tutti. Non nega la preoccupazione per gli scenari geopolitici, ma semplicemente non mette la Santa Sede in condizione di prendere una posizione politica.
Il messaggio di Pasqua, per Leone XIV, è prima di tutto spirituale, perché si parte dalla conversione dell’uomo. E così, il Papa dà la sua impronta alla diplomazia della Santa Sede, che lui stesso ha definito secondo il criterio della verità nel suo primo incontro con il corpo diplomatico dopo l’elezione, e che oggi diventa parte di un lavoro più silenzioso e dietro le quinte, dove il Papa non si espone, ma propone, aiuta e dà indirizzo. Ricorda che Gesù ha vissuto la via del dialogo fino alla fine, in un messaggio indirizzato al mondo con chiarezza. Mette in luce che la forza di Gesù è prima di tutto non violenta. Denuncia che ci siamo abituati alla violenza.
Leone XIV prima di tutto dà l’annuncio della resurrezione. “La Pasqua – dice – è una vittoria: della vita sulla morte, della luce sulle tenebre, dell’amore sull’odio”. Ma si tratta di “una vittoria a carissimo prezzo” perché “il Cristo ha dovuto morire e morire su una croce, dopo aver subito una ingiusta condanna, dopo essere stato schernito e torturato e aver versato tutto il suo sangue”, e “come vero Agnello immolato, ha preso su di sé il peccato del mondo, e così ci ha liberati tutti, e con noi anche il creato dal dominio del male”.
Gesù vince la morte grazie alla potenza di “Dio stesso, Amore che crea e genera, Amore fedele fino alla fine, Amore che perdona e riscatta”, perché “Cristo nostro re vittorioso ha combattuto e vinto la sua battaglia con l’abbandono fiducioso alla volontà del Padre, al suo disegno di salvezza”.
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Gesù, nota Leone XIV, “ha percorso fino alla fine la via del dialogo, non a parole ma nei fatti: per trovare noi perduti si è fatto carne, per liberare noi schiavi si è fatto schiavo, per dare la vita a noi mortali si è lasciato uccidere sulla croce”.
Leone XIV sottolinea che “la forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta”, simile a “a quella di un cuore umano che, ferito da un’offesa, respinge l’istinto di vendetta e, pieno di pietà, prega per chi lo ha offeso”.
Ed è questa “la vera forza che porta la pace all’umanità, perché genera relazioni rispettose a tutti i livelli: tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, le nazioni. Non mira all’interesse particolare, ma al bene comune; non vuole imporre il proprio piano, ma contribuire a progettarlo e a realizzarlo insieme agli altri”.
Afferma Leone XIV: “Sì, la risurrezione di Cristo è il principio dell’umanità nuova, è l’ingresso nella vera terra promessa, dove regnano la giustizia, la libertà, la pace, dove tutti si riconoscono fratelli e sorelle, figli dello stesso Padre che è Amore, Vita, Luce”.
Perché “con la sua risurrezione il Signore ci mette ancor più potentemente di fronte al dramma della nostra libertà”, e così “davanti al sepolcro vuoto possiamo riempirci di speranza e di stupore, come i discepoli, o di paura come le guardie e i farisei, costretti a ricorrere a menzogna e sotterfugio pur di non riconoscere che colui che era stato condannato è davvero risorto”.
Leone XIV chiede di lasciarsi stupire dalla luce di Cristo, di lasciarsi “cambiare il cuore dal suo immenso amore per noi”.
Leone XIV celebra la Messa della mattina di Pasqua. La richiesta di pace. La necessità di portare un canto di speranza per le strade del mondo
Di Andrea Gagliarducci
Città del Vaticano, domenica 5 aprile 2026, 10:55 (ACI Stampa).
Il mandato di Leone XIV ai cristiani per la Pasqua è quello di portare la speranza operata dalla Pasqua in tutto il mondo, perché “la Pasqua è la nuova creazione operata dal Signore risorto, è un nuovo inizio, è la vita finalmente resa eterna dalla vittoria di Dio sull’antico avversario”.
Piazza San Pietro gremita, decorata come tradizione da fiori olandesi, per la prima Pasqua da pontefice di Leone XIV. È una giornata di sole dopo giorni di tempo incerto, un nuovo inizio con la primavera che finalmente fa capolino in una Roma ancora assonnata dalla veglia pasquale e in un mondo intorno che sembra in bilico.
Ma Pasqua è resurrezione, e Leone XIV lo mette in chiaro subito all’inizio dell’omelia. “La creazione intera – esordisce il Papa – risplende oggi di nuova luce, dalla terra si leva un canto di lode, esulta di gioia il nostro cuore: Cristo è risorto dalla morte e, con Lui, anche noi risorgiamo a vita nuova!” E, aggiunge, “questo annuncio pasquale abbraccia il mistero della nostra vita e il destino della storia e ci raggiunge fin dentro gli abissi della morte, da cui ci sentiamo minacciati e a volte sopraffatti. Esso ci apre alla speranza che non viene meno, alla luce che non tramonta, a quella pienezza di gioia che niente può cancellare: la morte è stata vinta per sempre, la morte non ha più potere su di noi!”
Leone XIV lo concede: non è un messaggio “facile da accogliere”, di fronte a un potere della morte che “ci minaccia fuori”. E ci minaccia “dentro di noi, quando la zavorra dei nostri peccati ci impedisce di spiccare il volo; quando le delusioni o le solitudini che sperimentiamo prosciugano le nostre speranze; quando le preoccupazioni o i risentimenti soffocano la gioia di vivere; quando proviamo tristezza o stanchezza, quando ci sentiamo traditi o rifiutati, quando dobbiamo fare i conti con la nostra debolezza, con la sofferenza, con la fatica di ogni giorno, allora ci sembra di essere finiti in un tunnel di cui non vediamo l’uscita”.
Ma ci minaccia anche “fuori di noi”, quando vediamo la morte “presente nelle ingiustizie, negli egoismi di parte, nell’oppressione dei poveri, nella scarsa attenzione verso i più fragili. La vediamo nella violenza, nelle ferite del mondo, nel grido di dolore che si leva da ogni parte per i soprusi che schiacciano i più deboli, per l’idolatria del profitto che saccheggia le risorse della terra, per la violenza della guerra che uccide e distrugge”.
L’invito del Papa è “ad alzare lo sguardo e allargare il cuore”, perché ci rendiamo conto che “il sepolcro di Gesù è vuoto, e perciò in ogni morte che sperimentiamo c’è anche spazio per una nuova vita che sorge”.
Insomma, “il Signore è vivo e rimane con noi. Attraverso fessure di risurrezione che si fanno spazio nelle oscurità, Egli consegna il nostro cuore alla speranza che ci sostiene: il potere della morte non è il destino ultimo della nostra vita. Siamo orientati una volta per sempre verso la pienezza, perché in Cristo risorto anche noi siamo risorti”.
Leone XIV invita a ricordare che “nel Cristo risorto una nuova creazione è possibile ogni giorno”, e infatti l’evento della risurrezione avviene – lo dice il Vangelo di Giovanni – “il primo giorno della settimana”, e dunque “il giorno della risurrezione di Cristo ci rimanda così alla creazione, a quel primo giorno in cui Dio creò il mondo, e ci annuncia, nello stesso tempo, che una vita nuova, più forte della morte, adesso sta spuntando per l’umanità”.
Conclude Leone XIV: “La Pasqua è la nuova creazione operata dal Signore Risorto, è un nuovo inizio, è la vita finalmente resa eterna dalla vittoria di Dio sull’antico Avversario. Di questo canto di speranza oggi abbiamo bisogno. E siamo noi, risorti con Cristo, che dobbiamo portarlo per le strade del mondo”.
Leone XIV esorta: “Corriamo allora come Maria di Magdala, annunciamolo a tutti, portiamo con la nostra vita la gioia della risurrezione, perché dovunque aleggia ancora lo spettro della morte possa splendere la luce della vita. Cristo, nostra Pasqua, ci benedica e doni la sua pace al mondo intero!”
di Gian Guido Vecchi-Corriere della Sera – 5 Aprile 2026
Anno 30, 9 aprile, Gerusalemme: all’alba alcune donne si recano al sepolcro di un uomo ucciso sulla croce due giorni prima, Gesù di Nazareth. Da quel che accade – e dal loro racconto, riportato per iscritto la prima volta 27 anni dopo, da Paolo di Tarso – scaturisce il cristianesimo. Cosa sappiamo, di quel giorno?
CITTÀ DEL VATICANO – Efeso, primavera dell’anno 57. Nella città che più di cinque secoli prima aveva visto fiorire Eraclito, il filosofo del Lógos, è arrivato un ebreo della diaspora, nato a Tarso in Cilicia, che si chiama come il primo re di Israele, Saul, e insieme porta il nome da cittadino romano di Paolo, un uomo immerso nella cultura ellenistica e capace di scrivere in un greco straordinario, di espressività rara.
Poco più di vent’anni prima, tra il 33 e il 35, è sulla strada verso Damasco che «katelémphthen», racconterà lui stesso, «fui afferrato» o «conquistato» da Cristo, l’istante narrato da Luca negli Atti degli apostoli: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». E ora, in quella città dell’Asia Minore affacciata sull’Egeo, Paolo di Tarso scrive una lunga lettera alla comunità cristiana di Corinto, divisa e litigiosa.
È un testo assai lungo e di importanza capitale dal punto di vista storico, religioso e culturale. Perché quello scritto, che nel canone del Nuovo Testamento sarà registrato come la Prima Lettera ai Corinzi, contiene la più antica professione di fede cristiana: «Vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto: Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e fu sepolto. È risorto il terzo giorno secondo le scritture e apparve a Cefa e quindi ai Dodici…».
Il kérygma
È il kérygma, l’ «annuncio» che racchiude il cuore del cristianesimo, proprio quell’evento che i fedeli celebrano nel giorno di Pasqua: la risurrezione di Gesù di Nazaret.
La Prima Lettera ai Corinzi, dal punto di vista storiografico, ci mostra come fin dall’inizio i cristiani abbiano creduto che Gesù fosse risorto: non ci sono state mitizzazioni o elaborazioni nei secoli successivi. Tanto più che lo stesso Paolo precisa: «A voi, infatti, ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto». Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, nel suo Gesù di Nazaret, notava che insomma non sono parole di Paolo ma «tutto ciò fa parte della prima catechesi che egli, come convertito, ricevette forse ancora a Damasco, una catechesi, però, che nel suo nucleo era partita indubbiamente da Gerusalemme e quindi risaliva agli anni trenta», poco dopo la crocifissione, «una vera testimonianza delle origini». Ma cos’era accaduto, perché credessero a una cosa così inaudita?
Le donne al sepolcro
Il racconto della risurrezione è contenuto nei quattro Vangeli. Il più antico è quello di Marco, composto tra il 65 e il 70. La teoria più accreditata tra gli studiosi è quella cosiddetta delle «due fonti»: in origine ci sarebbe stata una raccolta scritta di lóghia o «detti» di Gesù e un testo primitivo di Marco, cui avrebbero attinto Matteo e Luca. I Vangeli di Marco, Matteo e Luca sono detti «sinottici» perché così simili da poter essere abbracciati «insieme» (syn) con un solo «sguardo» (ópsis). Il Vangelo di Giovanni sarebbe stato scritto alla fine del I secolo, ultimo in ordine cronologico, ma mostra fonti indipendenti e secondo alcuni studiosi risale a una tradizione ancora più antica.
Tutti e quattro i testi, comunque, raccontano che furono le donne a trovare il sepolcro vuoto. E già questa è una cosa straordinaria, come ha spiegato il cardinale biblista Gianfranco Ravasi nella sua Biografia di Gesù: «Le donne, secondo il diritto semitico, non erano abilitate a testimoniare in modo giuridico valido».
Il fatto che gli evangelisti attribuiscano alle donne la scoperta della tomba vuota, insomma, sembra avvalorare la storicità del loro racconto: avessero inventato, si sarebbero scelti altri testimoni.
Dopo Pesach
Gesù morì crocifisso il 7 aprile dell’anno 30, un venerdì. Per i Vangeli sinottici l’ultima cena, giovedì sera, corrispondeva alla cena pasquale: la sera di giovedì iniziava Pesach, la Pasqua ebraica che sarebbe durata tutto il venerdì fino al tramonto.
La cronologia del Vangelo di Giovanni fa invece slittare tutto di un giorno – la Pasqua corrisponde al sabato – ed è ritenuta più affidabile dagli studiosi. Il biblista statunitense John P. Meier, nella sua monografia su Gesù Un ebreo marginale, ha ricostruito con acribia la questione.
Prima del processo vero e proprio davanti a Ponzio Pilato, nel pretorio romano, quel venerdì Gesù era stato interrogato in casa del sommo sacerdote Caifa, davanti al sinedrio. Ed è storicamente difficile, per non dire impossibile, che questo possa essere accaduto in un giorno di festa. Nel Vangelo di Giovanni, del resto, si legge che le autorità giudaiche non entrarono nel pretorio «per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua». Significa che Pesach non era ancora iniziata e quell’anno corrispondeva a Shabbat: dal tramonto di venerdì al tramonto di sabato, come si evince da Giovanni.
Le donne si recano al sepolcro l’indomani.
Anno 30, 9 aprile
Le donne o la donna, secondo le versioni.
È l’alba del 9 aprile dell’anno 30. Marco scrive che, passato il sabato, furono «Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome» a «comprare olii aromatici per andare a imbalsamare Gesù» e a trovare rotolato via il masso che chiudeva il sepolcro. Matteo parla di «Maria di Magdala e l’altra Maria». Luca scrive di «donne» in generale e poi nomina «Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo». Giovanni scrive solo di Maria Maddalena.
Sarà lei la prima a vederlo ed esclamare in ebraico, nel racconto di Giovanni: «Rabbunì!», ovvero «Maestro!» Comunque sia, la scoperta dell’alba dopo il sabato – quello che secoli più tardi sarà chiamato giorno del Signore: domenica – è scandita da due momenti: la pietra ribaltata e, dentro il sepolcro vuoto, l’angelo che annuncia la risurrezione.
Nel racconto di Marco, il «giovane vestito d’una veste bianca» pronuncia quel verbo fatale: eghérte, «è risorto».
L’immagine del Cristo che sia leva dalla tomba, come nel celebre affresco di Piero della Francesca, è in realtà apocrifa: i Vangeli tacciono sul momento della risurrezione. Come si sarebbe potuto descrivere, del resto? La domanda più importante, comunque, è un’altra: ma che significa, davvero, «risorto?»
Cadavere rianimato o vita nuova?
È ancora Joseph Ratzinger a spiegare con chiarezza di che si tratta, dal punto di vista teologico, per un cristiano.
Non si parla di un ritorno alla vita biologica per poi morire di nuovo, come Lazzaro, «se nella risurrezione di Gesù si fosse trattato soltanto del miracolo di un cadavere rianimato, essa non ci interesserebbe affatto».
Qui c’è qualcosa di affatto diverso: «L’evasione verso un genere di vita totalmente nuovo, verso una vita non più soggetta alla legge del morire e del divenire, ma posta al di là di ciò – una vita che ha inaugurato una nuova dimensione dell’essere uomini». Questo è il «salto di qualità»: riguarda tutti, «o è un avvenimento universale o non è».
La Pasqua celebra l’evento essenziale del cristianesimo, quello senza il quale crolla tutto, diceva San Paolo: «Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la nostra fede».
Benedetto XVI ha scritto: «La fede cristiana sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti. Se si toglie questo, la fede cristiana è morta».
…Ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte. L’angelo disse alle donne: “Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto