
Programma di Padre Livio – Martedì 7 Aprile 2026
h. 8.50: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)
h. 8.50: PENSIERO SPIRITUAE
I cinque minuti dello Spirito Santo
h. 8.55 – 9.15: ALMANACCO DELLA FEDE
Perché la preghiera ferma la guerra
+ La Madonna ha esortato più volte a pregare per fermare le guerre
+ Un caso particolare è stata la guerra di Bosnia
+ Questo è avvenuta anche in occasione della prima e della Seconda guerra mondiale
+ La Madonna ha spiegato che dietro la guerra c’è l’azione di satana.
+ Satana lo si indebolisce col digiuno e la preghiera
+ Tuttavia questo richiede tempo e perseveranza
+ L’odio e la incredulità rafforzano satana
h. 9.15-9.35: NOTIZIE DAL MONDO
La situazione in Medio Oriente
h. 9.30 – 9.40: VIATICO QUOTIDIANO
Pensieri sulla preghiera (90)
h. 9.40 – 10.05: I SEGRETI DI MEDJUGORJE
32. Gli apostoli di Maria tempo dei Segreti
+ La Madonna ha costituito i suoi apostoli per il tempo dei Segreti
+ La loro spiritualità è approfondita nei messaggi a Mirjana
+ Innanzi tutto questi apostoli sono i Sacerdoti e i Vescovi (I Pastori)
+ Il loro compito è quello di fare da ponte verso il tempo della pace
+ Ad essi si uniscono i laici che hanno risposto alla chiamata
+ Il compito è quello di indicare la salvezza che viene dalla rivelazione di Segreti tre giorni prima
+ Dovranno avere come punto di riferimento il Papa e la Regina della Pace
+ Dovranno essere coraggiosi fino al martirio
+ Dovranno prepararsi nel silenzio e nella preghiera.
h. 10.00: TELEFONATA A PADRE LIVIO
h. 10.05: SENZA DIO NON C’E’ FUTURO
Libro di Padre Livio: Senza Dio non c’è futuro (7 puntata)
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di Fiorenza Sarzanini – Corriere della Sera – 7 Aprile 2026
Il ministro della Difesa e la crisi in Iran: «All’opposizione dico che serve maturità. Trump? Dovrebbe avere collaboratori più coraggiosi: un problema è che nessuno di loro osa contraddirlo»
Ministro Guido Crosetto, siamo di fronte a un nuovo ultimatum di Donald Trump all’Iran. La fine della guerra continua ad allontanarsi?
«Io spero che tutti si rendano conto di quello che stiamo vivendo. È una situazione che non ha precedenti nella storia dei decenni recenti. C’è una somma di criticità che si accumula e si autoalimenta, sempre più difficile da risolvere. E questo pone chi ha voglia di ragionare di fronte alla grande debolezza del multilateralismo, che non ha saputo prendere lezioni da quanto era accaduto nel secolo scorso e non ha consolidato gli anticorpi per ciò che stiamo vivendo ora».
È stata costruita l’Onu.
«Certo, ma l’abbiamo lasciata morire lentamente, le abbiamo fatto perdere ogni capacità di influenza e di ruolo. In uno scenario come quello che stiamo affrontando conta purtroppo per noi soltanto la potenza. Ma non illudiamoci che si possa parlare di potenza tecnologica o economica, quello che davvero stanno facendo contare è la potenza militare. Nonostante quella però il conflitto in Ucraina e quello in Iran dimostrano che a determinare la durata dei conflitti è la capacità di resistenza della parte più debole. Era successo già in Afghanistan, ma anche in quel caso nessuno ha pensato di mettere a frutto l’esperienza. E così si è alimentato il terrorismo fondamentalista».
Che cosa teme ministro?
«Temo che ciò che già è drammatico possa precipitare ancor di più. Perché so che l’umanità ci ha dimostrato che non esiste limite alla follia. Lei pensi che sono esseri umani come noi quelli che hanno deciso che per far finire un conflitto fossero accettabili anche Hiroshima e Nagasaki. Purtroppo continuiamo ad avere armi nucleari e chi non le ha le cerca. Non abbiamo imparato nulla».
Lei sta parlando di minaccia nucleare, dunque il rischio è reale?
«Non voglio nemmeno pronunciare la parola. Il rischio è la follia e quello che stiamo vivendo è un conflitto dove ad azione corrisponde reazione di un livello superiore».
L’Iran ha finora respinto tutte le proposte degli Stati Uniti. C’è un modo per fermare Trump?
«Trump è il leader di una nazione sovrana e nessuno dall’esterno è in grado di influenzarlo».
Sta pensando a una procedura di impeachment?
«No, non mi pare neppure che i suoi nemici ci pensino. Credo semplicemente che dovrebbe avere collaboratori più coraggiosi. Uno dei problemi di questa presidenza è che nessuno osa contraddire il Capo. L’Iran degli ayatollah, a capo dell’integralismo, anti occidentale, che teneva sotto scacco ogni libertà era un problema di tutti. Con questa guerra decisa in due senza confronto e legittimità internazionale gli hanno fatto un regalo. Su tempi e modi sarebbe stata utile meno approssimazione».
Non crede che anche l’Europa dovrebbe contraddirlo con maggiore convinzione?
«L’Europa fa ciò che può ma non mi pare con successo. Intanto ognuno dovrebbe fare la propria parte. Io rivendico che l’Italia abbia preso una posizione importante e seria quando ha detto di non condividere questa guerra cercando di limitare al massimo i danni».
Crosetto: «Questo attacco è fuori dalle regole del diritto internazionale»
Però lo abbiamo fatto in ritardo. Non ritiene che adesso si possa fare di più come chiede l’opposizione?
«Veramente lei pensa che i rapporti internazionali si gestiscano facendo a gara a chi arriva prima a fare una dichiarazione? L’Italia non è alleata di Trump o Biden, noi siamo alleati degli Stati Uniti. Soltanto chi è stupido può pensare che si possa rompere questa alleanza. Pensiamo a oggi, pensiamo all’Iran che decida di reagire lanciando un razzo contro di noi. Se non ci fosse la difesa della Nato ogni Paese rischierebbe molto di più e sarebbe molto più indifeso».
Trump vuole uscire dalla Nato.
«Non credo e non può farlo. Gli servirebbe il voto del Congresso e dubito che sarebbe favorevole. Potrebbe invece decidere di ritirare i soldati dall’Europa. E questo ci renderebbe più deboli, meno difesi. In questo momento non siamo in grado di reagire tutti insieme sostituendoli».
E dunque secondo lei non c’è nulla da fare?
«Dialogo, attività diplomatica. Trump ha l’agenda dettata dalla volontà di vincere in fretta anche perché dovrà confrontarsi con le elezioni di Midterm. Questa guerra sta mettendo a rischio anche gli Stati Uniti nella loro leadership Mondiale».
Dieci giorni fa avete rifiutato l’uso della base di Sigonella ma c’è il sospetto che in altri casi l’abbiate concesso. Lo negherà in Parlamento?
«Lo negherò certamente perché è falso ma non credo esista sospetto perché non è un tema gestito dalla politica ma militare. Abbiamo l’obbligo di lasciare aperte le basi perché questo prevedono i trattati e perché tutti i governi si sono comportati allo stesso modo, ma abbiamo regole. Sono accordi che non abbiamo sottoscritto noi, se ai nostri predecessori non piacevano avrebbero potuto annullarli o quantomeno metterli in discussione. Non mi risulta che ciò sia avvenuto».
Al termine della sua missione nel Golfo la presidente Giorgia Meloni ha detto che l’Italia potrebbe non avere riserve di energia sufficienti. Esiste un piano per l’emergenza?
«Quel viaggio serve ad assicurarci di essere hub privilegiato per le riserve di quegli Stati che sono sovrani e la cui parola è garanzia assoluta».
L’opposizione ha parlato di viaggio inutile.
«È un atteggiamento infantile e ridicolo. Io non avrei mai criticato Renzi o Conte se fossero andati per garantire il nostro futuro, anche perché se fossero stati al nostro posto e fossero stati saggi avrebbero dovuto fare esattamente la stessa cosa. Questa cosa di vestire o svestire i panni a seconda se si governa o si è all’opposizione dimostra che la classe dirigente non è adeguata».
C’è il rischio che tutto si blocchi nel giro di un mese?
«È ciò che si teme. Non tutto ma molto».
E cosa pensate di fare?
«I margini di manovra sono inevitabilmente limitati, soprattutto se non si agisce tutti insieme. Questa è l’occasione per dimostrare di essere in linea con i tempi senza limitarsi ad applicare la burocrazia. L’Europa deve capirlo. Ho appena parlato con il mio collega giapponese e con il ministro del Kuwait. La linea deve essere chiara: per sopravvivere non bisogna essere bloccati sulle regole burocratiche fissate in tempi di crescita».
E in Italia?
«Premetto che il mio atteggiamento non deriva dal risultato del referendum ma voglio essere chiaro: maggioranza e opposizione devono deporre le armi, dobbiamo trovare momenti di coesione, collaborare per affrontare una crisi che, come ho detto, non ha precedenti».
Riconoscerà che quanto sta accadendo nel governo non è rassicurante. Dopo le altre dimissioni forzate ora rischia il ministro Piantedosi.
«Sono fatti privati che tali devono rimanere».
La vicenda è stata resa pubblica, il ministro potrebbe essere ricattabile.
«A me non pare affatto che lui sia ricattabile e non capisco perché dovrebbe esserlo. Ripeto sono storie private».
Rimpasto o elezioni anticipate?
«Tenuta. Noi siamo obbligati a reggere perché tutto possiamo permetterci in questo momento, tranne una crisi. Lo direi chiunque ci fosse al governo. Per noi sarebbe più facile e certamente molto più comodo andare alle elezioni anticipate. Invece abbiamo il dovere di gestire la crisi derivata dal conflitto e quindi di rimanere».
Oggi, prima della preghiera del Regina Coeli
Di Antonio Tarallo
Città del Vaticano, lunedì 6 aprile 2026, 12:06 (ACI Stampa).
Lunedì dell’Angelo, il primo di papa Leone XIV. Una giornata solare, un cielo terso. Un clima quasi estivo accoglie i pellegrini giunti in piazza San Pietro. Ore 12, il momento della recita del Regina Coeli, la preghiera alla Vergine Maria durante il tempo pasquale.
Papa Leone XIV si affaccia dalla finestra dello studio del Palazzo Apostolico. Saluta il pellegrini: “Cari fratelli e sorelle, Cristo è risorto! Buona Pasqua! Questo saluto, pieno di stupore e di gioia, ci accompagnerà tutta la settimana. Festeggiando il giorno nuovo, che il Signore ha fatto per noi, la liturgia celebra l’ingresso dell’intera creazione nel tempo della salvezza: la disperazione della morte è tolta per sempre, nel nome di Gesù”.
E continua: “Il Vangelo di oggi ci chiede di scegliere tra due racconti: o quello delle donne, che hanno incontrato il Risorto , o quello delle guardie, che sono state corrotte dai capi del sinedrio”. Le prime, le donne, annunciano “la vittoria di Cristo sulla morte”, mentre le guardie “annunciano che la morte vince sempre e comunque”. Due versioni opposte dello stesso racconto. E nella versione delle guardie, Cristo non è risorto, “ma il suo cadavere è stato rubato” ricorda il pontefice. Da ciò ne scaturisce che “uno stesso fatto, il sepolcro vuoto, sgorgano due interpretazioni: una è fonte di vita nuova ed eterna, l’altra di morte certa e definitiva” precisa papa Leone XIV.
Questo contrasto “ci fa riflettere sul valore della testimonianza cristiana e sull’onestà della comunicazione umana. Spesso, infatti, il racconto della verità viene oscurato da fake news, come si dice oggi, cioè da menzogne, allusioni e accuse senza fondamento. Davanti a tali ostacoli, però, la verità non resta celata, anzi: ci viene incontro, viva e raggiante, illuminando le tenebre più fitte” continua il papa.
E’ Cristo la buona notizia da testimoniare nel mondo: “la Pasqua del Signore è la nostra Pasqua, la Pasqua dell’umanità, perché quest’uomo, che è morto per noi, è il Figlio di Dio, che per noi ha donato la sua vita”.
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Lo guardo poi ai popoli “tormentati dalla guerra, ai cristiani perseguitati per la loro fede, ai bambini privati dell’istruzione. Annunciare in parole e opere la Pasqua di Cristo significa dare nuova voce alla speranza, altrimenti soffocata tra le mani dei violenti”.
Il ricordo, infine, per papa Francesco “che proprio il Lunedì dell’Angelo dello scorso anno ha consegnato la vita al Signore. Mentre facciamo memoria della sua grande testimonianza di fede e di amore, preghiamo insieme la vergine Maria, Sede della sapienza, perché possiamo diventare annunciatori sempre più luminosi della verità”.
Dopo aver cantato la preghiera mariana, ancora due parole di papa Leone XIV: un “grazie alle iniziative promosse in occasione della giornata internazionale dello sport per lo sviluppo e la pace, rinnovando l’appello perché lo sport, con il suo linguaggio universale di fraternità, sia il luogo di inclusione e di pace. Ringrazio quanti in questi giorni mi hanno fatto pervenire espressioni di augurio per la Santa Pasqua. Sono riconoscente soprattutto per le preghiere. Per intercessione della Vergine Maria, Dio ricompensi ciascuno con i suoi doni”. E conclude: “Vi auguro di trascorrere nella gioia e nella fede questo Lunedì dell’Angelo e questi giorni dell’Ottava di Pasqua, in cui si prolunga la celebrazione della risurrezione del Cristo. Perseveriamo nell’invocare il dono della pace per tutto il mondo”.
di Alessandro D’Avenia – Corriere della Sera – 6 Aprile 2026
Le nostre domande davanti alla croce e la nuova bellezza dell’amore assoluto

All’ingresso dell’esposizione della bellissima Crocifissione (1470) del pittore tedesco-fiammingo Hans Memling, abitualmente al Museo civico di Vicenza ma in questo periodo pasquale ospitata come opera-mondo al Museo diocesano di Milano, Nadia Righi, direttrice del museo, ha voluto l’ultima frase pronunciata dall’uomo sulla croce prima di morire e raccolta da Giovanni (19,30): «Tutto è compiuto» (letteralmente: «ha raggiunto la pienezza», potremmo dire: «nulla è andato sprecato, sono felice»). E mentre noi di fronte alla morte diciamo «è finita», qui la fine è un inizio, come l’artista di fronte all’opera compiuta: è finita, ma proprio per questo inizia un’altra vita, la propria, il presente continuo di ciò che non passa proprio perché ha raggiunto la pienezza che vince sul tempo. Infatti «compiere» (latino cum-plere) significa «riempire», una creazione che diventa ri-creazione per chi ne è «capace», cioè ha spazio interiore per essere colmato. Fede o no, l’uomo sulla croce è un capolavoro mai visto: è infatti, come nell’opera di Memling, il soggetto più rappresentato e il simbolo più diffuso al mondo.
Ma aveva ragione Tommaso d’Aquino a dire che Cristo in croce è il culmine della bellezza? O Nietzsche che vi vedeva l’esaltazione del brutto, della sconfitta, il trionfo di una morale da sottomessi? Come fa un crocifisso a essere bello? È un’illusione a cui ci ha abituato la grazia dei dipinti?
Trovo risposta nella Maddalena di Memling che si aggrappa alla croce incarnando la domanda di ogni uomo di fronte alla morte: è finita? Pare di sì, ma quel «tutto è compiuto» stabilisce un canone nuovo di bellezza rispetto a quello classico basato sull’armonia delle parti. Qui c’è un corpo torturato, slogato, insanguinato, tutt’altro che bello. Occorre allora ampliare il campo della bellezza: è quando l’amore si realizza. C’è bellezza, anche senza armonia, dove c’è cura per qualcosa o qualcuno: una pianta secca, una tela bianca, un bambino sporco, un malato solo… E così la «passione», che in questo caso è passione per l’uomo, non consiste nella quantità di sangue sparso ma in quello che diventa vita, come quello dei donatori di sangue: «Nessuno mi toglie la vita, sono io che la do» (Gv 10,18) aveva detto qualche giorno prima l’uomo sulla croce. Come se Tolstoj, talmente innamorato del suo personaggio, decidesse di entrasse nel libro per salvare Anna Karenina dal suicidio, la spingesse via finendo lui sotto il treno. Anna riceve una nuova vita.
Passione
Tutto è compiuto significa passare dalla convinzione che felicità sia allungare la vita a quella in cui felicità è allargare la vita, come sa chiunque la dedichi con «passione» a qualcosa. Tutto è compiuto quando tutto è trasformato in vita, anche a costo della vita. Il primo spettatore di questa forma inattesa di bellezza non è un critico d’arte né un discepolo, ma un crudele soldato romano, che ha appena contribuito alla morte del condannato. Eppure dopo ciò che ha visto (anche lui ha sentito quel «Perdona loro perché non sanno ciò che fanno») dice: «Costui era veramente figlio di Dio». Ha visto qualcosa che un uomo non sa fare: amare i propri carnefici.
La morte diventa vita
Questo è il capolavoro, quando anche la morte diventa vita, solo allora la fine è inizio, come l’opera d’arte compiuta. E qui l’opera è l’amore assoluto finalmente incarnato, visibile, reale. Vedendo un crocifisso non si potrà più dire che un amore così non esiste: l’amore che non ti devi meritare, l’amore che ama senza chiedere nulla, l’amore che smaschera qualsiasi potere violento (politico, religioso, economico, psicologico, fisico…), l’amore che ti vuole esistente chiunque tu sia o qualunque cosa tu faccia, l’amore che non ti fa sentire solo anche quando lo sei, questo amore c’è, è reale. Questo è divino, come diciamo dei capolavori fatti dagli uomini ma in cui si manifesta qualcosa che supera l’uomo. Ecco perché questo è il culmine della bellezza e la croce il simbolo più diffuso al mondo. Infatti il segno della croce, a ben vedere e a farlo bene, mette in linea testa e cuore, l’asse verticale di quel miracolo che è il corpo umano. Il segno della croce unisce la testa e il petto: testa fredda e cuore caldo, e non il contrario, testa calda e cuore freddo, l’uomo sottosopra, distruttore e guerrafondaio. Una testa fredda cerca la verità perché solo la verità rende liberi. Un cuore caldo cerca la vita, ne diventa custode e lotta per farla crescere. Che cosa ami? Quale pezzo di mondo non può fare a meno di te per fiorire? Quando testa e cuore, verità e vita, si allineano, tutto può nascere, perché solo se testa e cuore sono allineati è possibile amare non di quell’egoismo camuffato chiamato indebitamente amore e che resta solo fino a prova contraria. Nel segno della croce dopo l’asse verticale viene infatti quello orizzontale. Prima una spalla e poi l’altra, da dove ha inizio l’azione: braccia e mani aperte fanno più mondo, più vita, come le braccia di Cristo inchiodate da non potersi chiudere a nessuno. Danno, non prendono.
Per questo amo un crocifisso ligneo del 1600 senza braccia, che arricchisce una chiesetta che visito prima di entrare a scuola, ritrovato tra le macerie di un deposito e restaurato senza aggiungere nuove braccia al posto di quelle perdute: tutte le volte che lo vedo chiedo di affrontare la giornata in modo verticale, allineato, e essere quelle braccia e mani per chi incontrerò e per quel che posso. Non ho mai trovato un simbolo più fecondo di questo, e non per vincere guerre come vuole la leggenda di Costantino o per trovare facili consolazioni in un mondo fantastico, ma per vincere se stessi qui e ora, e fare ciò che la parola «simbolo» significa: unire, mettere insieme (dal greco synballo, il cui contrario è diaballo, dividere, separare, da cui «diabolon», diavolo) carne e spirito, divino e umano, invisibile e visibile, compiuto e incompiuto, cielo e terra, vita e morte, dolore e gioia… Questo è il capolavoro della croce: se esiste l’amore assoluto che mi vuole come sono e dove sono, allora posso andare incontro alla vita senza paura.
Ne ho in mente un esempio concreto nella storia di Gianluigi Rho (ginecologo) e Mirella Capra (pediatra), che nei primi anni ‘70 lasciano Milano e creano un ospedale in Uganda: «“Non l’ho fatto come ripiego e nemmeno come rinuncia, ma come scelta. Sia io sia Mirella avevamo offerte in università e in ospedale, tanto che il mio professore mi dava il tormento ripetendomi che dovevo fare la carriera universitaria, e quando gli dissi che partivo per l’Uganda si lasciò andare a un solo commento: “Un’intelligenza sprecata”. Sorride ripensando al professore e gli replica a distanza: “Non mi interessa, la mia vita non è stata sprecata. Forse abbiamo sbagliato non dando nessuna importanza al profilo economico, la mia pensione è bassa e avrei potuto comprare una casa ai miei figli, sistemarli meglio. Ma gli ho dato altro e, alla fine, rifarei ogni scelta”. Scuote un po’ la testa, mi guarda e dice ancora una frase soltanto: “No, nessun rimpianto, è stata una vita meravigliosa”» (M.Calabresi, Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa). Il Saint Kizito Hospital a Matany ha 284 posti letto, 7 medici, 65 infermieri, 8 ostetriche, 4 fisioterapisti. Visite ambulatoriali a 10 anni fa: 39.352; ricoveri: 10.000; operazioni chirurgiche: 2.089. Bambini nati: 1.416. Mirella e Gianluigi, poco più che 25enni, avevano chiesto per la lista di nozze ciò che serviva a iniziare quell’avventura.
I giovani
Questo potrebbe far pensare che servano scelte straordinarie, ma straordinario diventa l’ordinario dove noi siamo e creiamo vita con le nostre attitudini, professioni, mestieri, come hanno scritto dei giovani in un testo che mi ha colpito, un commento alla XII stazione della Via Crucis per la loro parrocchia frequentata dai miei genitori: «Tutto è compiuto. Anche noi possiamo sperimentare questa pienezza, pure in mezzo a sconfitte e umiliazioni, se impariamo a lasciarci condurre dall’Amore e non dal bisogno di affermarci e avere successo. Abbiamo paura di amare ed essere amati davvero, di metterci a nudo con tutte le nostre fragilità, di farci carico delle ferite degli altri, di investire tutto in una strada e rinunciare alle altre possibilità. Il “per sempre” ci mette ansia, perché con un impegno così ci sembra di perdere qualcosa, rimanere bloccati, dover sacrificare tutto. Fermo sul legno della croce tu ci ricordi che solo amando fino in fondo potremo sperimentare la pienezza, che solo imparando a rimanere anche quando ci costa sperimenteremo cos’è la vera libertà. Donaci il coraggio di dare tutto, Signore, e di realizzare il nostro “per sempre”. Fa’ che ogni sera prima di andare a letto e al termine della nostra vita possiamo dire con fiducia “Tutto è compiuto”».
Buona Pasqua.
Il nuovo World Watch List di Porte Aperte documenta quasi 5 mila uccisioni in un anno e 388 milioni di fedeli discriminati. Dalla Nigeria alla Corea del Nord, l’emergenza cresce, ma chiese chiuse e stragi faticano a trovare voce pubblica nell’agenda occidentale
di Giulio Meotti 14 GEN 26
Il numero di cristiani uccisi per la loro fede è aumentato ancora una volta, da 4.476 vittime a 4.849 in un anno. Si tratta di tredici cristiani uccisi in media ogni giorno, uno ogni due ore. Numeri dal rapporto World Watch List di Porte Aperte in uscita oggi e che viene presentato nella Sala Caduti di Nassiriya del Senato su invito dell’Intergruppo per la tutela della libertà religiosa dei cristiani nel mondo. Ancora record di persecuzione anticristiana in termini assoluti: mai così intensa in 33 anni di ricerca. Salgono da 380 a oltre 388 milioni nel mondo i cristiani che sperimentano un livello alto di persecuzione e discriminazione a causa della propria fede (un cristiano ogni sette), di cui 201 milioni sono donne o bambine, esposte a violenze sessuali, matrimoni forzati e ostracismi sociali che riducono la fede cristiana a lettera scarlatta. Tra i cento paesi monitorati si conferma l’accelerazione degli ultimi quindici anni e salgono da 13 a 15 i paesi con un “livello estremo”.
La Corea del nord rimane stabile al primo posto dei persecutori, dove il mero possesso di una Bibbia può condurre a campi di lavoro o esecuzioni sommarie. Ma è l’ombra dell’islamismo radicale a dominare la classifica. Nelle prime cinque posizioni ci sono tre nazioni fortemente islamiche, “come prova del fatto che l’oppressione islamica rimane una delle fonti principali di intolleranza anticristiana. Somalia, Yemen e Sudan. La Siria è la vera sorpresa di quest’anno, portando il paese dal diciottesimo al sesto posto, unico nuovo ingresso nella top ten. La violenza è aumentata, con 27 cristiani uccisi in un anno e numerosi attacchi contro le chiese. La pressione varia per regione, ma include la chiusura di scuole, l’imposizione della jizya e la propaganda islamica anticristiana. Cresce ancora il punteggio della Nigeria, stabile al settimo posto, confermandosi il mattatoio globale e la nazione dove si uccidono più cristiani al mondo (3.490). Eppure, la Bbc si domanda se davvero “i cristiani siano perseguitati in Nigeria come dice Trump”. Sguinzaglia anche la sua Global Disinformation Unit. Il Pakistan all’ottavo posto è stabile con almeno 24 cristiani uccisi per ragioni legate alla loro fede. L’Iran vede peggiorare la situazione (decimo posto), a causa di un aumento della violenza anticristiana. La pressione è rimasta a livelli estremi in quasi tutte le sfere della vita. “Il governo considera i convertiti iraniani al cristianesimo come una minaccia occidentale tesa a minare l’islam e il regime islamico dell’Iran”.
Eppure, nessun corridoio umanitario, nessuna ong occidentale, niente al Jazeera, nessuna flotilla, nessuna relatrice speciale, neanche una veglia. In Congo, l’Isis massacra migliaia di cristiani, anche nei letti d’ospedale. In Mozambico, intere comunità sono spazzate via. E mentre le proteste pro Palestina martellano ancora le città in Europa e in occidente, non si è sentito di marce “Liberate i cristiani africani”. Nessun sudario da Palazzo Marino, nessun appello di accademici “anticolonialisti” di Bologna, nemmeno l’eco degli hashtag digitali per smantellare il “colonialismo arabo” in Sudan. Anche i governi occidentali, intrappolati in calcoli geopolitici, evitano di alienare alleati strategici dove la persecuzione è estrema ed endemica. Uno su tutti, il caso algerino: tutte e 47 le chiese protestanti sono state chiuse e si stima che oltre il 75 per cento dei cristiani algerini abbia perso il contatto con la comunione. A rischio di carcere, quei cristiani che si riuniscono lo fanno ora segretamente in case private o proprietà commerciali.
I colpevoli sono quasi tutti islamisti e la coscienza dell’occidente funziona solo all’interno di un’equazione familiare: la sofferenza acquista significato se può essere ricondotta al senso di colpa occidentale. Il bambino palestinese e il soldato israeliano, la tenda umanitaria e il fence sionista sono predisposti per una rappresentazione mediatica. E nella teologia postcoloniale, la sofferenza del “Sud del mondo” è soltanto un prodotto del dominio occidentale (mai di quello cinese o russo o islamista) e se il soldato israeliano è sempre un mostro mediatico, il miliziano fulani che brucia villaggi cristiani diventa una “vittima del cambiamento climatico”. Così un singolo incidente di un camion di aiuti umanitari assaltato a Gaza mobilita milioni, mentre migliaia di cristiani africani svaniscono ogni anno nell’angolo cieco dell’umanitarismo.