BLOG DI P.LIVIO DIRETTORE DI RADIO MARIA

"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

RADIO MARIA NEL TEMPO DEI SEGRETI

〽️🕊️AIUTI PER LE RADIO MARIA AFRICANE IN PARTENZA🌎🕊️〽️

MARIATONA MAGGIO 2026

🟢IN RADIOVISIONE: IL FALSARIO: LA LOTTA QUOTIDIANA CONTRO SATANA – PUNTATA 60


I cavalieri dell’Apocalisse

Di Mattia Ferraresi -Tempi

01 Maggio 2026

Il crociato calvinista Hegseth, il convertito Vance, il cattolico convenzionale Rubio. Le fratture profonde e i conflitti latenti all’interno del mondo cristiano di fronte a un presidente che rivolge sguaiati attacchi contro papa Leone XIV

Le guerre tra cattolici e protestanti che l’America non ha mai combattuto sui campi di battaglia si manifestano oggi in forme nuove. Lo scontro aperto fra Donald Trump e Leone XIV, aggressione al papato con diversi e inquietanti precedenti nel vecchio mondo, ha fatto emergere le fratture profonde e i conflitti latenti nei rapporti all’interno del mondo cristiano in relazione al potere politico. La decisione di Trump di portare lo scontro ai livelli inauditi di trollaggio social, per poi mandare il suo vice, JD Vance, a impartire lezioni di teologia al Vicario di Cristo, hanno fatto riaffiorare dinamiche di scontro teologico-politico nella fase storica in cui i cattolici si sono affermati come dominante forza sociale e politica negli Stati Uniti.

Il cattolicesimo è la singola denominazione cristiana più rappresentata fra la popolazione ed è una presenza dominante nelle istituzioni, dalla Corte suprema al governo, dove oltre il 30 per cento dei membri del gabinetto è cattolico. Nessun presidente aveva indicato tanti cattolici fra i vertici dell’amministrazione. Anche la delegazione di funzionari del Pentagono che nel gennaio scorso ha preparato per il nunzio apostolico negli Stati Uniti un incontro irrituale e assai poco amichevole era composta quasi interamente di cattolici.

La storia di questo intreccio può essere raccontata attraverso tre protagonisti della contesa. Il crociato calvinista Pete Hegseth, segretario del Pentagono e forza propulsiva dietro la guerra in Iran; il convertito Vance, che si opponeva alle avventure militari americane nel mondo e ora si trova costretto a incrociare le lame con il Papa per provare la sua fedeltà a Trump; il cattolico convenzionale Marco Rubio, delegato a qualunque cosa dal presidente, che non perde occasione per segnalare la sua preferenza per lui quando si guarda al futuro.

Il guerriero protestante

Per capire Pete Hegseth occorre conoscere il nome di Douglas Wilson, il suo teocrate di riferimento. Wilson è un pastore presbiteriano di Moscow, Idaho, animatore di un movimento che intende rifondare la civiltà occidentale su basi cristiane riformate e critico fervente della presenza visibile dei cattolici nella vita sociale e politica degli Stati Uniti. È l’architetto di una teologia politica che ha trovato nella vittoria di Trump il suo momento di massima influenza, ed Hegseth è il suo messaggero più potente. La sua retorica religiosa applicata alla guerra – che ha chiaramente ispirato Leone a castigare con crescente chiarezza l’uso strumentale della fede per giustificare le guerre – mescola il linguaggio della crociata e il patriottismo americano. I soldati sono guerrieri per la civiltà cristiana che combattono le forze del male in nome di un ideale in cui Dio e la nazione non si distinguono più. Hegseth ha costruito un’identità pubblica di tipo religioso in cui lui è il campione dell’Occidente cristiano che non si vergogna della propria fede e la rappresenta ovunque, anche sui missili che si abbattono sugli infedeli.

Questa visione ha conseguenze pratiche nella gestione del Pentagono. Le purghe di ufficiali e funzionari considerati non allineati hanno prodotto attriti con la componente cattolica dell’amministrazione. È diventato ormai pubblico lo scontro con Dan Driscoll, segretario dell’Esercito, e con altri funzionari che sono nell’orbita di Vance, uomini che si riconoscono in un cattolicesimo post-liberale e diffidano dell’ardore calvinista di Hegseth. Per lui, il cattolicesimo romano ha sempre avuto qualcosa di sospetto, configurandosi come autorità che non si ferma ai confini dello Stato.

Il convertito in difficoltà

La storia religiosa di Vance è diventata un fatto politico ed elettorale. La sua conversione al cattolicesimo nel 2019 è stata interpretata ora come percorso spirituale autentico, ora come marketing identitario, ora come esperienza culturale che deriva dall’influenza con Peter Thiel (che non è cattolico ma è stato allievo e amico del cattolico René Girard) e con l’ambiente post-liberale di Patrick Deneen e altri intellettuali convertiti. La sua prima identità pubblica era quella del testimone degli zoticoni degli Appalachi traditi dalle dinamiche della globalizzazione e dimenticati dalla politica. L’autore di Elegia americana sbatteva in faccia alla classe dirigente il suo disprezzo verso milioni di americani bianchi e marginalizzati. La sua conversione al cattolicesimo ha costruito sopra quella base un ulteriore strato di identità, che lo ha reso il portatore di una dottrina politica, il post-liberalismo, che promette di riformare i termini in cui il diritto naturale informa il diritto positivo, cambiando così la relazione fra la fede e la vita pubblica.

Vance ha scelto così di scrivere un secondo libro, per ridefinire il perimetro della sua identità in vista della fase post-Trump, e ha deciso di intitolarlo Communion, un racconto del suo approdo alla fede che si muove dentro il genere editoriale della memorialistica protestante. Il problema è che questa identità è entrata in collisione con la realtà. Vance è la voce critica nell’amministrazione sull’interventismo militare, e con la guerra in Iran si è trovato a difendere una campagna che il Papa ha condannato con parole durissime. La sua risposta teologica a Leone XIV, un convertito di sei anni che spiega al Pontefice come interpretare Agostino e Tommaso, è stata letta da molti cattolici come un atto di arroganza straordinaria. Il cattolicesimo post-liberale che incarna aveva sempre rivendicato l’autonomia della Chiesa dalla politica, mentre lui si è trovato a usare la teologia come arma politica per coprire la sua fedeltà a Trump.

Il “latinos” tra fede e mercato

Marco Rubio è l’erede di un’altra epoca culturale. La sua storia di figlio di esuli cubani e di cattolico “latinos” che ha sperimentato, nel suo percorso di fede, anche altre confessioni e denominazioni, rimandano a un momento che Trump ha molto a cuore, gli anni Ottanta. Era l’era in cui i cattolici americani conservatori hanno forgiato l’alleanza con Ronald Reagan, ammiratore personale e alleato di Giovanni Paolo II nel nome della lotta all’Unione Sovietica, conclusa con l’epocale successo di quella stagione. È il cattolicesimo incarnato da figure come George Weigel, storico convinto che la dottrina sociale e il capitalismo democratico siano profondamente compatibili, oppure di padre Robert Sirico, fondatore dell’Acton Institute, che ha costruito per decenni il ponte teologico tra la fede e il mercato. Questa tradizione ha prodotto think tank e riviste e formato generazioni di funzionari politici. Ha costruito la narrazione secondo cui un cattolico americano poteva essere pienamente fedele a Roma e pienamente fedele al progetto americano, senza dover scegliere.

Il limite di questa tradizione è che funzionava nella misura in cui la politica americana e la Chiesa non entravano apertamente in conflitto. Quando c’era accordo, come sulla Guerra fredda, cattolicesimo e Partito repubblicano andavano senza problemi a braccetto, mentre quando le strade erano in conflitto, come sulla guerra in Iraq, gli esponenti di questa corrente hanno teso a minimizzare l’attrito, appellandosi a giudizi prudenziali su cui si poteva divergere con il Vaticano. Rubio è l’erede diretto di questa filosofia flessibile, ed è per questo che è prezioso per Trump.

Il segretario di Stato è il cattolico responsabile che sa come non irritare l’America protestante, sa invocare i valori cristiani senza disturbare chi non li condivide. Il suo cattolicesimo non costituisce una minaccia, perché si adatta sui desideri della politica e non protesta quando ci sono frizioni. Non c’è ormai occasione pubblica in cui Trump non esprima in qualche forma la sua preferenza per Rubio nel conflitto elettorale che verrà, e dal punto di vista del tipo religioso-politico che rappresenta, si capisce una ragione più profonda per questa preferenza. Rubio è il tipo di cattolico che l’America non teme, perché ha già interiorizzato la lezione che la nazione impone: la fedeltà al progetto nazionale e alla sua religione civile – un surrogato gnostico del protestantesimo – viene prima di quella a Roma, quando le due entrano in conflitto.

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Il tempo dei Segreti è ormai scaduto

Rev.do Padre Livio,

Lei si applica molto a spiegare ogni giorno i Segreti di Medjugorje ma, da quando se ne parla, sono passati quarantacinque anni e nulla è accaduto di quello che si temeva.

Nel frattempo, Medjugorje si è modernizzata e arricchita e anche i veggenti si sono adattati al clima generale. Non le sembra che, dopo quasi mezzo secolo, sia il caso di cambiare argomento?

La saluto cordialmente.

Nicola da Rimini


Caro Nicola,

Nel descrivere il quadro generale di questo “quasi mezzo secolo” ti è sfuggito un particolare importante. È il fatto che la Madonna continua a scendere dal Cielo sulla terra ogni giorno.  

Perché lo fa secondo te? Il motivo deve essere grave e lo ha anche spiegato: “Satana vuol distruggere la vita, la natura e il pianeta sul quale vivete”. Queste parole sono del Gennaio 1991, ma ora suonano molto più attuali.

Noi però ci siamo stancati e, ignari del pericolo, siamo presto ritornati alla fiera delle vanità. Esattamente come ai tempi di Noè quando gli uomini mangiavano, bevevano, si ammogliavano e si maritavano, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece perire tutti” – (Lc 17,27).

I Veggenti conoscono la data di ogni segreto. Sanno quando il tempo delle prove incomincia e quando finisce. Purtroppo, noi non siamo capaci di aspettare e di perseverare.

Ave Maria

Padre Livio

PENSIERO QUOTIDIANO

La vita senza Dio è come la terra senza il sole

La nuvola nera della secolarizzazione ha coperto gran parte del cielo e gli abitanti della terra ormai hanno smesso di alzare gli occhi in alto, dove trovare uno sbocco al loro desiderio di vita e di felicità.

Aggrovigliati alle cose della terra, per quanto passeggere e ingannatrici, non hanno più tempo di cercare ciò che sta oltre e fino all’ultimo respiro rimangono prigionieri della mondanità.

L’ateismo, più che una negazione di Dio, è divenuto il modo abituale di vivere, ritenuto portatore di felicità e di libertà, mentre la religione è stata declassata a una forma inferiore di esistenza.

In realtà è proprio in questi ambiti disprezzati che si trovano le anime più nobili ed elevate, esempi di una umanità che irradia amore e umiltà in un mondo feroce e spietato.

La eliminazione di Dio dalla propria vita equivale alla rimozione del sole dalla terra, che inevitabilmente diventerebbe una landa desolata e inabitabile. Perché dunque non distruggerla? 

Tuttavia, il sole si può oscurare, ma non si può distruggere. Tu puoi richiuderti in una caverna e affermare che non esiste. Ma basta un piccolo pertugio perché penetri un raggio della sua luce.

La Donna vestita di sole e incoronata di dodici stelle da quasi mezzo secolo scende ogni giorno dal Cielo sulla terra per ridare la luce ai nostri occhi accecati.

Il re delle tenebre sa che i suoi giorni sono contati e che il suo regno sta per andare in rovina. Affrettarti dunque ad uscire dalla trappola in cui sei stato attirato e ritorna a una vita illuminata dal sole.

☕️IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕️

LO SCAPOLARE  PER ABBREVIARE IL PURGATORIO

autore: Nicolas Mignard anno: 1644 titolo: La Vergine consegna uno scapolare a San Simone Stock luogo: Museo Calvet, Avignone

Nome: San Simone Stock

Titolo: Sacerdote

Nome di battesimo: Simon Stock

Nascita: 1165 circa, Aylesford, Inghilterra

Morte: 16 maggio 1265, Bordeaux, Francia

Ricorrenza: 16 maggio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Nacque ad Aylesford nel 1165 circa, Simone Stock scelse di entrare a far parte dell’Ordine Carmelitano. Fu proprio in quest’ordine che riuscì ad ottenere l’importante carica di priore generale ed oggi è considerato il protettore dei Carmelitani.

Secondo alcune testimonianze Simone Stock, all’età di soli dodici anni, decise di ritirarsi sotto una quercia come eremita, dopo essersi allontanato dalla casa in cui viveva con i genitori. Questo episodio fu molto importante perché spiega l’origine del nome. Stock potrebbe derivare infatti dalla lingua inglese antica e potrebbe significare tronco d’albero.

La scelta di entrare a far parte dell’Ordine Carmelitano fu presa da Simone Stock dopo un pellegrinaggio in Terra Santa. Per portare a compimento questo desiderio, egli decise di terminare i suoi studi a Roma e di diventare un sacerdote. La carica di priore generale dell’ordine gli fu assegnata nel 1247 ed a lui si deve la riforma della regola dei Carmelitani, che con lui diventò un ordine mendicante.

Il culto di San Simone Stock prese piede nel XV secolo, quando nei Paesi Bassi iniziò a diffondersi una testimonianza – ritrovata su un antico documento – di una visione della Madonna che lo stesso Simone Stock avrebbe avuto durante una serata di preghiera intensa alla Vergine Maria. Durante la visione la Madonna gli rivelò il privilegio che avrebbero avuto coloro che sarebbero morti con lo scapolare indosso: il sabato successivo alla data della loro morte non avrebbero più sofferto le pene del purgatorio.

Morì nel 1265, durante una visita al convento carmelitano di Bordeaux.

🟢 LIVE 🟢 MARIATONA PER RADIO MARIA CON PADRE LIVIO E PADRE ALEKSEJ – DIRETTORE DI RADIO MARIA UCRAINA ~ IN RADIOVISIONE SU DIGITALE TERRESTRE al CANALE 789

Ucraina, attacchi più in profondità dopo lo stop alle armi Usa: così Kiev guadagna terreno (mentre Trump sperava di fermarla)

di Federico Fubini – Corriere della Sera – 12 Maggio 2026

Sono oltre 160 i bersagli raggiunti in territorio russo in un anno tra cui un grattacielo a Mosca

All’ultimo attacco su Tuapse, quando le colonne di fumo si vedevano dallo spazio e cadeva una pioggia nera di petrolio, le autorità hanno finalmente chiuso le scuole. Video dei passanti mostrano il greggio in fiamme che scorre in strada, mentre la macchia oleosa sul Mar Nero davanti alla città si allargava a quattro chilometri quadrati. L’aria era carica di gas cancerogeni da evaporazione di benzene. 

Tuapse è un porto russo che ospita una raffineria del gruppo statale Rosneft e i droni ucraini ne hanno colpito le infrastrutture quattro volte da metà aprile. Non è un caso isolato in Russia. Terminali dell’export petrolifero, depositi di fertilizzanti e altre raffinerie sono stati centrati nelle ultime settimane a Primorsk sul Baltico (da lì parte il 40% dell’export russo di greggio) e a Perm (a oltre mille chilometri dal confine ucraino) ed è stato colpito persino un grattacielo di Mosca attorno al quale avrebbe delle proprietà l’ex presidente Dmitry Medvedev. 

Solo nel 2025 Kiev stima di aver raggiunto 160 bersagli, oltre a decine di altri negli ultimi mesi. Tecnicamente, a colpire sono piccoli droni di legno con 50 chili di esplosivo. O missili Flamingo della compagnia ucraina Fire Point, con carichi da oltre una tonnellata. O i Ruta della Dedalus olandese, da 250 chili.

Ma la novità è politica, perché per la prima volta l’Ucraina è libera di colpire in territorio russo dove e quando lo giudica necessario. Sono saltati i limiti, perché è saltata la tutela americana che fino a pochi mesi fa imbrigliava le risposte di Kiev al Cremlino. 

Donald Trump ha talmente sbilanciato la «mediazione» a favore della Russia, è arrivato così lontano nel privare Kiev di qualunque tipo di aiuti, che ha perso presa sull’Ucraina. Per la prima volta la Casa Bianca non riesce più a condizionare il modo in cui il governo di Kiev combatte. E la differenza si vede.

Negli anni di Joe Biden, l’amministrazione metteva a disposizione di Kiev circa cento miliardi di dollari l’anno e armi letali a condizioni precise. Gli ucraini non dovevano colpire i porti russi dell’export di petrolio — Novorossiysk sul Mar Nero, Ust Luga e Primorsk sul Baltico — per non far salire il prezzo del barile. Non dovevano utilizzare sulla Russia i missili americani Atacms — almeno fino a quando soldati nordcoreani sono entrati in guerra a fianco di Mosca — per non trascinare gli Stati Uniti nella crisi. Dovevano difendersi, ma non contrattaccando.

Trump è stato più drastico. La sua prima mossa è stato il taglio di ogni finanziamento all’Ucraina oltre un anno fa. Quindi in agosto scorso ha rimesso i vincoli sull’uso degli Atacms che Biden aveva fatto saltare dopo l’arrivo dei soldati nordcoreani. Infine, sotto pressione nella guerra del Golfo, Trump ha interrotto anche le vendite ai governi europei di quantità limitate di intercettori destinati a Kiev. Per gli ucraini, fino a un anno fa, questo era lo scenario di un incubo: pur di scongiurarlo erano arrivati a offrire al presidente degli Stati Uniti tutte le risorse del Paese con l’accordo sui minerali. 

Ma ora è successo, l’aiuto americano non c’è più. E non solo l’Ucraina è ancora in piedi, ma si scopre di poter essere efficace anche senza. I Flamingo della Fire Point di Kiev portano cariche esplosive cinque volte più vaste degli Atacms della Lockheed Martin. L’intelligence da satellite viene fornita sempre più spesso dalla Francia e sempre meno dagli americani. La diffidenza verso la Casa Bianca ormai è tale, dati i suoi rapporti con il Cremlino, che gli Stati Uniti vengono sistematicamente tagliati fuori dalle riunioni riservate fra emissari di Kiev, Parigi, Londra, Berlino, Stoccolma, Varsavia, Copenaghen e Helsinki.

i nuovi attacchi agli snodi logistici del nemico in Russia producono effetti sul campo. L’Institute for the Study of War stima da immagini via satellite che l’esercito di Mosca segna un arretramento netto di 116 chilometri quadrati nell’ultimo mese: con l’eccezione di febbraio scorso, non accadeva da tre anni. Nel 2026, in media, il ritmo a cui i russi avanzano si è ridotto da dieci a meno di tre chilometri al giorno. Così, nel cercare di aiutare PutinTrump ha finito per liberare le mani dell’Ucraina perché ne ha perso il controllo politico. E mai da ottant’anni l’America aveva contato così poco in Europa.

Pensieri sui Vangeli Festivi: Ascensione del Signore – di Padre Livio

Pagina 126 di 1279

Radio Maria ETS - Via Milano 12, 22036 Erba (Co) - CF 94023530150

Privacy policy