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Spirito patriottico e politica (censurata) della memoria nella Russia putiniana

di Stefano Caprio – Asia News – 10 Agosto m2025

Si rafforza la censura di pubblicazioni che non rispettano politica statale e proclamazione dei “valori tradizionali”. Una memoria cancellata nel “giogo sovietico”, ogni tentativo di restaurarla confuso e artificioso. Uno degli scopi ideologici del Cremlino è istillare nella popolazione una vera “coscienza russa universale”. Ritorno al passato contenuto fondamentale dello spirito patriottico.

A gennaio di quest’anno era uscito in Russia un libro dal titolo “Alla ricerca dell’antichità russa”, scritto dallo storico trentaseienne Konstantin Pakhaljuk, che dopo una brillante carriera in tante università russe e all’estero è stato infine bollato come “agente straniero” e costretto a riparare in Israele. Il libro è stato subito ritirato dalla vendita dopo la denuncia da parte del movimento ultra-conservatore delle “Quaranta quarantine”, in una fase di censura sempre più rigida di qualunque pubblicazione che non rispetti la politica statale e la proclamazione dei “valori tradizionali”. 

Nel caso specifico il libro è stato accusato di “offesa sacrilega alla nostra Patria”, ma alcune copie hanno comunque raggiunto le biblioteche moscovite, e come ai tempi sovietici si diffonde in forma di samizdat, non più ricopiandolo a matita sottobanco, ma riprendendolo con la videocamera del telefono. Il “sacrilegio” dell’autore russo-israeliano consiste in realtà nel tentativo di chiarire le questioni aperte circa la vera identità russa, al di là delle dichiarazioni formali e altisonanti, che sono state molto ripetute in occasione del recente anniversario del Battesimo della Rus’ di Kiev.

Una domanda cruciale riguarda la “politica della memoria” nella provincia, nelle cento regioni della Federazione russa in cui vivono duecento etnie piccole, grandi e piccolissime. Che cosa in verità “ricordano” le regioni della “grande storia russa”, fino a che punto si identificano con essa? Quanto della “russicità” dipende davvero dalla “antichità russa”? Non senza una buona dose di ironia, Pakhaljuk osserva che gli attuali “Z-patrioti”, i sostenitori della guerra della Russia contro il mondo intero, non sono molto propensi ad approfondire le questioni del passato per evitare incertezze e contraddizioni, e quindi questo compito se lo deve assumere un “agente straniero”, più libero da pregiudizi e schemi mentali.

Lo sguardo dello storico sul “neo-medievalismo” russo non vuole essere solo un “ritorno al passato”, lasciandosi trascinare da nostalgie e modelli idealizzati, alla ricerca delle proprie radici. Konstantin intende ampliare la prospettiva, offrendo una visione della storia russa “de-centralizzata”, che tenga conto di tanti fattori diversi, cosa particolarmente importante nel contesto degli eventi attuali. Uno degli elementi che sollecitano molto la sensibilità sia dei vertici che delle varie popolazioni locali, infatti, è la crescita di un nazionalismo russo radicale a fronte dei vari nazionalismi etnici minori, che si esprimono in tante forme differenti.

Pakhaljuk però non intende confrontare l’etnia russa con le altre, ma si concentra proprio sul livello di “russicità” delle regioni propriamente russe, come le 12 regioni della Russia centrale oltre a Mosca, quelle di Smolensk, Rjazan, Velikij Novgorod, Tver, Vladimir, Brjansk, Ivanovo, Kaluga, Orel, Kostroma, Tula e Jaroslavl. Quale di queste è la più russa, considerando che Mosca è sorta dopo quasi tutte le altre? Lo stesso attributo di “russo” viene collocato accanto a figure sociali, professionali o religiose: il contadino russo, il mercante russo, il nobile russo o il russo ortodosso, e molte di queste definizioni si riferiscono propriamente al territorio, alle storie delle città e dei principati, agli oggetti e alle strutture che esprimono l’anima russa, dai vari Cremlini alle sacre icone, ma è come se sfuggisse alla classificazione proprio “l’uomo russo”.

In buona parte questa memoria è stata cancellata nel “giogo sovietico” del XX secolo, e ogni tentativo di restaurarla appare piuttosto confuso e artificioso, tanto che nella retorica di Stato la “identità russa” sembra sovrapporsi principalmente alla “identità sovietica”, come nel caso dello stesso zar-presidente ed ex-capo del Kgb, Vladimir Putin, e perfino del patriarca Kirill (Gundjaev), anch’egli noto ex-agente del Kgb, a cui sembra spesso ispirarsi più che alle tradizioni ecclesiastiche e liturgiche. Spesso si esaltano nelle ricostruzioni storiche i personaggi che dalla provincia si sono distinti a livello nazionale (sovietico, federale), come i grandi della rivoluzione, Vladimir Lenin che proveniva dalla borghesia meridionale di Simbirsk, per non parlare dell’ebreo ucraino Lev Trotskij o del georgiano Josif Stalin. In fondo, gli zar Romanov avevano perso la purezza genetica russa fin dal Settecento, e l’ultimo imperatore Nikolaj II aveva meno di un decimo di sangue russo.

L’identità russa appare in questa retrospettiva come una forma di provincialismo, vista la diversità etnica dei suoi eroi, di cui l’ultimo vero russo proveniente dalle profondità della Siberia fu il monaco auto-chiamato alle vette dello spirito, Grigorij Rasputin, il cui cognome indica “l’incrocio delle vie”, e a cui si lega quello dell’attuale leader, Vladimir Putin, “uomo della strada”. Proprio per questo uno degli scopi ideologici dell’attuale dirigenza del Cremlino è quello di istillare nella popolazione una vera “coscienza russa universale”, superando le divisioni e il senso di marginalità tipico di un popolo disperso su un territorio sempre pieno di insidie, a meno di dominarlo con una proiezione ancora più vasta e senza confini. Il “vero russo” non sopporta di essere escluso o emarginato, ha bisogno di sentirsi sempre “al centro”.

Nell’ultimo decennio sono stati aperti in Russia oltre un centinaio di musei locali, dedicati non solo alla retorica bellica e agli eroi militari locali, ma anche al desiderio di “iscriversi all’antichità russa”, ribadendo a livello regionale l’ansia di superare l’insignificanza nazionale, federale e globale, magari appellandosi a qualche vaga citazione nei manoscritti delle cronache più vetuste. La città nord-occidentale di Pskov, dove a capo della Chiesa fino a due anni fa c’era lo “storico imperiale” Tikhon (Ševkunov), oggi metropolita di Crimea, esalta i 1.100 anni della sua storia iniziata più di cinquanta anni prima del Battesimo di Kiev, basandosi su una citazione di passaggio della Cronaca di Nestor, dove si afferma che la principessa Olga, nonna di Vladimir il Grande, proveniva dalla Pleskova, identificata con la regione di Pskov. Oppure la città di Jaroslavl nella Russia centrale, dove vive oltre mezzo milione di persone, si fonda sulla leggenda del principe Jaroslav il Saggio, figlio di Vladimir, che sconfisse un orso a mani nude.

Queste storie arcaiche e fantasiose in realtà non corrispondono allo sviluppo effettivo di queste città e queste regioni, la cui attività e presenza storica risale al massimo a 5-600 anni fa, poco più della metà del “millennio cristiano”. La stessa Mosca cominciò a imporsi dopo il 1300, e divenne centro imperiale con Ivan il Terribile a metà del Cinquecento, quando non a caso si era diffusa l’ideologia della “Terza Roma”. Proprio questa definizione, forse la più simbolica di quanto si intende con “identità russa”, indica la volontà di risalire indietro nella storia antica fino agli imperi più gloriosi, evidenziando il complesso d’inferiorità e il continuo risentimento dei russi per essere arrivati sulla scena ormai troppo tardi. Come afferma Pakhaljuk, la “antichizzazione artificiale” è la vera chiave di lettura dei russi di oggi, ma anche dei secoli precedenti, la voglia di essere i primi, i più “tradizionali” e originari dei grandi valori della storia, senza voler ammettere di aver ricevuto tutto dagli altri, sia da Occidente che da Oriente.

In questo modo si svuota di significato anche la reale antichità della Russia, testimoniata da importanti monumenti architettonici come nella grande Novgorod, a Pskov e a Vladimir, o davanti allo splendido Cremlino di Nižnij Novgorod affacciato sul Volga, per certi aspetti più spettacolare anche di quello costruito sulla Moscova a fine Quattrocento nella capitale. Non servono i “miti dorati” per comprendere davvero il valore di queste testimonianze storiche, per non parlare di chiese e cattedrali risalenti all’inizio del secondo millennio, o di quelle erette a Mosca a imitazione dei palazzi veneziani, da architetti e manovali italiani. La vera identità storica si comprende nelle relazioni tra i tanti centri provinciali, da quelli della parte europea più antica fino alle città asiatiche della Siberia, con la dimensione imperiale anch’essa mutevole, dall’antico principato di Kiev (già allora la più estesa nazione in Europa) alla Mosca-Terza Roma e all’impero di San Pietroburgo, imitazione delle capitali europee più prestigiose.

In tutti i musei locali, e nelle narrative sovrapposte della propaganda, si diffonde il culto della “Russia-che-abbiamo-perso”, sublimando con le epoche lontane da rigenerare anche la nostalgia per la grandezza sovietica, vero substrato della coscienza dei russi attuali. E questo considerando che proprio la rivoluzione bolscevica è stato un fenomeno di cancellazione della memoria, in nome di una “ideologia importata dall’Occidente”, come ricorda sempre il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev). Il ritorno al passato è il contenuto fondamentale dello spirito patriottico, che giustifica le repressioni contro gli “agenti stranieri” e la guerra contro la distruzione dei “valori tradizionali”, per esaltare un mondo russo che forse non è mai esistito, almeno non come viene raccontato ai propri infantili cittadini, nelle favole della buonanotte della propaganda di Stato.

Ucraina, l’ossessione di Putin

di Federico Fubini| 9 agosto 2025- Corriere della Sera – 10 Agosto 2025

Guerra e pace. L’incontro con Trump arriva in un momento in cui anche la Russia è stremata, ma meglio non farsi illusioni

La Siberia orientale si estende per sette milioni di chilometri quadrati, quasi il doppio dell’intera Unione europea, con una popolazione di neanche otto milioni di abitanti. Tutto il territorio appartiene alla Russia e anche in questi ultimi anni rimane il più disabitato e fra i più ricchi di risorse al mondo. Nel frattempo, il Cremlino ha mandato oltre un milione di russi a farsi uccidere o ferire gravemente per la conquista (parziale) di un territorio cinquanta volte più piccolo e certamente più povero nell’Ucraina orientale.

Basterebbe questo a dimostrare l’assurdità del progetto di Vladimir Putin. Ma non tutto per il leader russo si misura in chilometri quadrati, in denaro e neppure in vite umane. L’Ucraina, oltre che una nazione per gli ucraini, resta un simbolo per molti in Russia. Mikhail Gorbaciov era convinto che nel referendum per la secessione ucraina dall’Unione sovietica, il primo dicembre 1991, i territori del Donbass e di Kharkiv (allora Kharkov, alla russa) avrebbero votato per restare con Mosca. Sbagliava: il 90% degli ucraini scelse di avere un proprio Paese indipendente rivolto verso l’Europa e in ogni singolo distretto — anche quelli più russofoni — questa si rivelò l’opzione largamente vincente.

Per Boris Eltsin fu il segnale che la Russia non sarebbe riuscita a mantenere l’impero costruito dagli zar e da Stalin, perché non poteva esserci un’unione imperiale imperniata sulla Russia ma senza l’Ucraina. Persino per lui, come per Putin, l’Ucraina era essenziale dell’identità imperiale del Paese. Per questo fu la pietra di volta che, venendo meno, determinò il disfacimento finale dell’Urss. Trentacinque anni dopo Putin vuole farne la prima pietra — non l’unica, né l’ultima — della sua ricostruzione.

Venerdì in Alaska, all’incontro di Putin con Donald Trump, tutto questo conterà terribilmente. Per questo il vertice potrà (forse) portare a una tregua, non alla pace. La guerra è parte integrante del sistema di potere di Putin. Con lui come presidente per ventuno anni dalla fine del 1999, la Russia è stata in guerra per diciannove anni e sono sempre state guerre di aggressione, sfociate in conflitti congelati. Quanto è probabile che il presidente russo cambi approccio proprio ora?

Di certo però esistono alcune ragioni che potrebbero indurre il Cremlino ad accettare una sosta. L’economia russa mostra tutti i segni del quarto anno di guerra, con una spesa militare e dell’apparato repressivo da 172 miliardi di dollari nel 2025 (quasi l’8% del prodotto lordo del Paese). Come osservano gli analisti Alexander Kolyandr e Alexandra Prokopenko, il calo del prezzo del petrolio fa sì che le entrate di Mosca da questa voce fondamentale del bilancio sia un quarto sotto le attese. Il governo si prepara a reagire con un’austerità alla russa: tagli di spesa e nuove tasse sulla popolazione civile (per esempio, sulla registrazione delle auto) allo scopo di salvaguardare il budget dell’esercito e l’industria militare. Sul piano politico non è una strada sostenibile per Putin, a maggior ragione ora che le sanzioni e l’uso intensivo delle risorse produttive del Paese nello sforzo di guerra hanno innescato un’inflazione anch’essa capace di creare malcontento. Non può essere un caso se il governo di Mosca — con un approccio tanto autoritario quanto velleitario — ha appena varato una legge per il controllo dei prezzi alimentari.

C’è poi per Putin il problema del fronte. Gli attacchi permettono ai russi di avanzare, ma a un ritmo lentissimo e al costo di perdite spaventose. Dall’inizio dell’anno l’esercito di Mosca ha conquistato circa lo 0,2% o 0,3% del territorio ucraino — secondo le stime più accreditate — subendo però (almeno) parecchie decine di migliaia di morti e centinaia di migliaia di feriti. Per ora la Russia riesce a generare circa trentamila nuove reclute al mese da gettare nella fornace al posto dei caduti, ma neanche questo è sostenibile. Una generazione dell’esercito professionale è perduta. Alcune regioni russe avevano moltiplicato i bonus d’ingresso fino all’equivalente di oltre trentamila euro sperando di attrarre volontari, poi però li hanno dovuti ridurre per mancanza di fondi.

Putin infine ha interesse a ritrovare un’intesa con Donald Trump. Per lui è un valore in sé. Vuole evitare che il presidente degli Stati Uniti finisca per schierarsi con Kiev, che confermi gli aiuti militari per 28 miliardi di dollari promessi da Joe Biden — come invece Trump ha appena fatto — o che metta davvero in atto sanzioni contro i Paesi disposti a comprare petrolio russo.

Dunque per l’uomo del Cremlino questo era il momento di muoversi. Che dopo tre anni e mezzo di guerra il negoziato si tenga con l’80% dell’Ucraina ancora libera, in grado di resistere e governarsi da sé, segnala quanto fosse falsa la retorica riecheggiata anche in Italia. Non è vero che gli aiuti a Kiev non servivano, non è vero che le sanzioni erano inutili, né che per l’Ucraina questa fosse una partita persa in partenza. Anche il sostegno dell’Italia e dell’Europa hanno avuto un peso e un senso.
Non finisce qui, naturalmente. Sembra probabile che in Alaska Putin e Trump trovino un accordo che di fatto conferma, legittima o persino amplia le conquiste russe realizzate fin qui: il 7,2% del territorio ucraino fra il 2014 e il febbraio del 2022 e un ulteriore 12,4% da allora. Per Volodymyr Zelensky, dopo oltre settantamila caduti ucraini in guerra e altri settantamila dispersi — dopo tanto eroismo di milioni di donne e uomini — accettare è impossibile. Ma anche rifiutare lo è, perché Trump lo minaccerà di ritirare armi e intelligence se non lo fa.

Per l’Ucraina e Zelensky potrebbe dunque aprirsi una fase di tormenti interni, con una rivolta nella società contro la tregua ingiusta e nuove elezioni presidenziali in inverno. Mosca allora cercherà di destabilizzare il voto e la vita politica a Kiev. Una fase (forse) finisce in queste settimane, l’ossessione di Putin invece sicuramente no.

Il Donbass, la linea del fronte e la Crimea: quali sono i nodi di un possibile accordo tra Mosca e Kiev

di Marta Serafini – Corriere della Sera – 9 Agosto 2025

A Mosca manca da conquistare il 25 per cento del Donetsk, inoltre il Cremlino sta accumulando droni e missili e sembra determinato a raggiungere altri obiettivi militari e politici

Washington e Mosca – la fonte è Bloomberg – puntano a raggiungere un accordo per l’Ucraina che congelerebbe la situazione sul campo aprendo la strada a un cessate il fuoco e a discussioni tecniche su un accordo di pace duraturo. Questa intesa preliminare prevedrebbe di lasciare alla Russia i territori occupati durante l’invasione e dunque di congelare la linea del fronte. Per il Wall Street Journal, Putin sarebbe disposto a interrompere le ostilità in cambio della regione di Donetsk, una rivendicazione che il presidente russo aveva già presentato sul tavolo insieme come alla Crimea, che le sue forze hanno illegalmente annesso nel 2014. Ma questo richiederebbe l’ordine da parte di Zelensky dalle parti di Lugansk e Donetsk controllate da Kiev, dando alla Russia una vittoria che il suo esercito non è riuscito a ottenere sul campo.  Mosca, d’altro canto, come parte dell’intesa fermerebbe la sua offensiva nelle regioni di Kherson e Zaporizhzhia lungo le attuali linee del fronte.

Tuttavia ci sono molti punti ancora non chiari. Primo, Mosca è pronta a rinunciare a territori che ha occupato, incluso l’impianto nucleare di Zaporizhzhia? Secondo, in passato Washington ha offerto di riconoscere la Crimea come russa e di cedere a Mosca il controllo di parti di altre regioni ucraine, mentre il controllo di Zaporizhzhia e Kherson tornerebbe all’Ucraina. 

Il presidente Trump ha parlato di «swap», scambi territoriali. Ma davvero prevede questo l’accordo che Putin discuterà con Trump in Alaska? Altra questione è il tipo di cessate il fuoco che verrebbe raggiunto: definitivo o temporaneo? Parziale o totale? 

Partendo dal fondo, secondo l’ultimo report dell’Institute for the Study of War (Isw) basato sui report dell’intelligence occidentale, «Putin potrebbe aver sfruttato il suo incontro con Witkoff (la missione preparatoria al faccia a faccia con Trump, ndr) per proporre uno stop agli attacchi a lungo raggio, mossa che consentirebbe alla Russia di accumulare droni e missili a lungo raggio e di riprendere devastanti attacchi su larga scala contro l’Ucraina dopo la scadenza del cessate il fuoco. Questa soluzione ostacolerebbe anche la capacità dell’Ucraina di continuare la sua campagna di attacchi a lungo raggio volta a logorare la base industriale della difesa russa e l’economia di guerra.

Tuttavia – avverte sempre Isw – la Russia ha aumentato significativamente la sua produzione di droni e missili nel 2025, incremento che le ha permesso di aumentare rapidamente le dimensioni dei suoi pacchetti di attacco che lancia contro l’Ucraina. Secondo le stime dell’intelligence militare ucraino (il Gur), la Russia può produrre circa 170 droni di tipo Shahed al giorno, capacità produttiva che potrebbe arriva a 190 droni al giorno entro la fine del 2025. Inoltre Mosca avrebbe accumulato circa 600 missili balistici Iskander-M e 300 missili da crociera Iskander-K, una scorta che durerebbe circa due anni, se la Russia mantenesse l’attuale ritmo di attacchi missilistici contro l’Ucraina. Dunque, a fronte di un ritmo di produzione bellico così alto, è difficile pensare a un cessate il fuoco permanente che salvi davvero vite umane. Ma è più facile ipotizzare uno stop temporaneo e poi una ripresa dei raid su obiettivi civili in vista dell’inverno. 

Fonti del Cremlino hanno recentemente lasciato intendere a Reuters che Putin rimane fedele alla sua richiesta che la Russia occupi tutti e quattro gli oblast di Lugansk, Donetsk, Zaporizhia e Kherson, prima di un cessate il fuoco permanente. L’Isw stima che la Russia non abbia ancora conquistato circa 6.500 chilometri quadrati dell’Oblast’ di Donetsk, ovvero circa il 25% della regione. L’avanzata russa volta ad accerchiare Pokrovsk ha subito un’accelerazione nelle ultime settimane, ma le forze russe hanno trascorso gli ultimi 18 mesi cercando di conquistare un’area di circa 30 chilometri quadrati. Le forze russe stanno combattendo per conquistare Chasiv Yar  dall’aprile 2024, e ci sono voluti 26 mesi per avanzare di 11 chilometri da Bakhmut occidentale a Chasiv Yar occidentale. Le forze russe nelle direzioni di Chasiv Yar e Toretsk stanno minacciando sempre più la punta meridionale della cintura fortificata ucraina nell’Oblast’ di Donetsk a Kostyantynivka. Kostyantynivka si trova a circa 30 chilometri da Slovyansk, la punta settentrionale della cintura della fortezza, e le città nella cintura della fortezza (Kostyantynivka, Druzhkivka, Kramatorsk e Slovyansk) avevano collettivamente una popolazione prebellica di circa 373.000 abitanti. Le forze russe dunque non hanno dimostrato la capacità di conquistare città di queste dimensioni dalla metà del 2022. 

E non solo. Le future operazioni russe per conquistare l’intera area degli oblast di  Zaporizhzhia e Kherson richiederebbero significative operazioni di attraversamento fluviale, che le forze russe hanno storicamente faticato a completare dal 2022. Risultato, l’Armata deve ancora conquistare circa 7.200 chilometri quadrati dell’Oblast di Zaporizhzhia (circa il 26% della regione) e circa 7.000 chilometri quadrati nell’Oblast di Kherson (circa il 26% della regione). La conquista dell’oblast’ di Cherson richiederebbe anche operazioni per attraversare il fiume Dnipro, stabilire un insediamento sulla riva occidentale (destra) del fiume e conquistare la città di Cherson (popolazione prebellica di 275.000 abitanti). 

Tuttavia, gli obiettivi russi non si limitano all’occupazione degli oblast di Luhansk, Donetsk, Zaporizhia e Kherson.  Dichiarazioni di funzionari del Cremlino, incluso Putin, hanno ripetutamente indicato che la Russia ha obiettivi territoriali più espansivi in Ucraina, oltre i quattro oblast. Putin ha recentemente affermato che «tutta l’Ucraina» appartiene alla Russia, funzionari russi posto come obiettivo la conquista della città di Sumy  e funzionari del Cremlino etichettano regolarmente le città di Odessa e Kharkiv come città «russe».  Inoltre il comando militare russo ha impegnato elementi delle sue forze “d’élite” a combattere nell’oblast’ settentrionale di Sumy e ha intensificato gli sforzi per conquistare Kupyansk negli ultimi mesi.  Possibile allora che Putin si accontenti del Donbass e rinunci alle altre rivendicazioni? 

E infine: gli obiettivi di guerra di Putin non si limitano al territorio. Le dichiarazioni del Cremlino continuano a indicare che il presidente russo è determinato a sostituire il governo ucraino democraticamente eletto con un governo fantoccio filo-russo, a ridurre le forze armate ucraine in modo che l’Ucraina non possa difendersi da future aggressioni, ad abolire la politica della porta aperta della NATO e a far modificare la costituzione ucraina per impegnare l’Ucraina alla neutralità. Inoltre Putin sembra altrettanto determinato a distruggere lo Stato, l’identità e la cultura ucraini e a soggiogare il popolo ucraino. Gli sforzi russi per conquistare tutta l’Ucraina attraverso conquiste sul campo di battaglia richiederebbero decenni se l’attuale tasso di avanzamento continuasse, ma la teoria della vittoria di Putin si basa sull’ipotesi che l’Occidente abbandonerà l’Ucraina molto prima di lui. Secondo l’intelligence occidentale, il presidente russo continua a credere che il tempo sia dalla parte della Russia e che la Russia possa sopravvivere all’Ucraina e all’Occidente. 

Dunque la sintesi di Isw è che ll Cremlino resta impegnato in un delicato equilibrio tra il fingere interesse nei negoziati con Trump e il condizionare la società russa ad accettare solo la vittoria completa auspicata da Putin in Ucraina, a prescindere da quanto tempo ci vorrà. 

Certo le dichiarazioni dei leader politici russi sono in gran parte destinate al consumo interno. Ma fanno parte degli sforzi del Cremlino per preparare la società russa al fallimento dei negoziati e alla continuazione della guerra. Dunque la conclusione è che il Cremlino sta creando le condizioni per accusare l’Ucraina di non preoccuparsi della propria popolazione in caso di disaccordo ucraino con le richieste russe nei futuri negoziati e che cercherà probabilmente di usare questa narrativa per spostare la colpa del fallimento dei negoziati sull’Ucraina – non sulla Russia – e per giustificare una guerra prolungata al popolo russo. 

Ucraina-Russia, le notizie in diretta | Trump: «L’incontro con Putin si terrà il 15 agosto in Alaska»

di Redazione Online – Corriere della Sera –  9 Agosto 2025

Le notizie di sabato 9 agosto, in diretta. Il presidente americano: «Troppi morti da una parte e dall’altra, situazione complicata»

Mosca: dopo l’Alaska, prossimo incontro Putin-Trump in Russia

«Il Cremlino si aspetta che, dopo l’Alaska, il successivo incontro tra i presidenti russo e statunitense Vladimir Putin e Donald Trump si svolga in territorio russo». Lo ha dichiarato, riporta l’agenzia Interfax, il consigliere del leader russo Yuri Ushakov, commentando la scelta dell’Alaska come sede del vertice dei capi di Stato di Russia e Stati Uniti del 15 agosto. «Guardando al futuro, dovremmo puntare a far sì che il prossimo incontro tra i presidenti si tenga in territorio russo. L’invito corrispondente è già stato esteso al presidente degli Stati Uniti», ha affermato il portavoce del Cremlino. Quanto alla scelta dell’Alaska come luogo del primo incontro, Ushakov ha detto che «Russia e Stati Uniti sono vicini di casa, confinanti. E sembra del tutto logico che la nostra delegazione attraversi semplicemente lo Stretto di Bering e che un vertice così importante e atteso dei leader dei due Paesi si tenga in Alaska».

1:57 | 09 Agosto

Il Cremlino: «L’Alaska soluzione logica»

Il Cremlino ha confermato che il presidente russo Vladimir Putin e l’omologo statunitense Donald Trump si incontreranno in Alaska per un colloquio venerdì prossimo, definendo la scelta del luogo «abbastanza logica». «La Russia e gli Stati Uniti sono vicini, confinanti», ha dichiarato Yuri Ushakov, consigliere e assistente del Cremlino. «Sembra abbastanza logico che la nostra delegazione debba semplicemente volare attraverso lo Stretto di Bering e che un vertice così importante e atteso tra i leader dei due Paesi si tenga in Alaska».

1:32 | 09 Agosto

Per Putin ritorno negli Usa dopo quasi 10 anni

Con la visita in Alaska (il territorio che gli Usa acquistarono dalla Russia più di un secolo e mezzo fa) Putin tornerà negli Stati Uniti per la prima volta in quasi dieci anni. Risale infatti al settembre 2015 l’ultima visita del leader del Cremlino negli Usa. Putin ora torna per incontrare Donald Trump in Alaska.

L’ultimo incontro fra Putin e un presidente americano è stato invece a Ginevra nel 2021, prima dell’invasione dell’Ucraina, quando incontrò Joe Biden a Ginevra. Putin ha incontrato Trump sei volte durante il primo mandato del presidente americano, mentre ha visto Barack Obama in nove occasioni. Putin e George W. Bush si sono visti invece 28 volte durante i due mandati dell’ex presidente americano, e il leader del Cremlino è stato il primo a chiamarlo dopo gli attacchi dell’11 settembre.

0:56 | 09 Agosto

«L’incontro in Alaska». A Ferragosto

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sul suo social Truth: «L’attesissimo incontro tra me e il presidente russo Putin si terrà venerdì si terrà 15 agosto in Alaska». 

Nell’incontro con i giornalisti alla Casa Bianca il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva accennato, durante la serata dell’8 agosto, a un accordo che comporterebbe «uno scambio di territori... a vantaggio sia dell’Ucraina che della Russia». «Si tratta di un territorio conteso da tre anni e mezzo – ha aggiunto Trump -. Molti russi sono morti, molti ucraini sono morti, quindi stiamo valutando la situazione. Stiamo cercando di recuperarne alcuni e di scambiarne altri. È complicato, in realtà non è affatto facile. Ne recupereremo alcuni, ne scambieremo altri».

0:55 | 09 Agosto

«Stati Uniti, Ucraina e Paesi europei, vertice pre Putin»

Alti funzionari degli Stati Uniti, dell’Ucraina e di diversi paesi europei hanno in programma di incontrarsi questo fine settimana nel Regno Unito per cercare di raggiungere posizioni comuni in vista dell’incontro previsto tra il presidente Trump e il presidente russo Vladimir Putin, hanno riferito ad Axios tre fonti a conoscenza dei piani.

Santa Teresa Benedetta della Croce


Nome: Santa Teresa Benedetta della Croce

Titolo: Martire

Nome di battesimo: Edith Stein

Nascita: 12 ottobre 1891, Wroclaw, Polonia

Morte: 9 agosto 1942, Campo di concentramento di Auschwitz, Polonia

Ricorrenza: 9 agosto

Tipologia: Festa

Beatificazione:
1 maggio 1987, Germania , papa Giovanni Paolo II

Canonizzazione:
11 ottobre 1998, Roma , papa Giovanni Paolo II

Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) nacque il 12 ottobre 1891, è una delle figure più straordinarie, affascinanti e complesse dello scorso secolo. Fu tra le pochissime donne del suo tempo che poté studiare e insegnare filosofia, inoltrandosi nei sentieri di una ricerca esistenziale, da sempre riservata quasi esclusivamente ai maschi. E lo ha fatto con esiti felicissimi, riuscendo a imporsi, accanto a uno dei grandi maestri della filosofia del Novecento, Edmund Husserl.

Come lei stessa ha confessato, « dall’età di tredici anni fui atea perché non riuscivo a credere nell’esistenza di Dio ». Ma, protesa in una ricerca incessante e radicale della verità, impegnata nella soluzione dei grandi problemi della vita, non poteva non imbattersi nella verità di Dio, un Dio che in Gesù mette in gioco tutto per gli uomini, che non si arresta neppure di fronte al dolore e alla morte.

La verità di Dio sta proprio nel suo affermarsi attraverso la debolezza della croce e della morte. La scoperta che, in Gesù, Dio ha condiviso con noi tutto, fa nascere quell’abbandono in lui che caratterizza la vita di quanti sanno che, dalla venuta di Gesù in poi, Dio non ha mai abbandonato l’uomo.

Queste certezze hanno illuminato la vita di Edith Stein, nata a Breslavia nel 1891. Ultima di sette fratelli di un’agiata famiglia ebrea, ha percorso con successo il ciclo di studi, occupandosi soprattutto di psicologia e di ricerca filosofica nell’università della sua città natale e poi in quelle di Gottinga e di Friburgo, come allieva prima e assistente poi del celebre filosofo Edmund Husserl. Quando nel 1917 si laureò, aveva già al suo attivo una serie di studi importanti che le avrebbero aperto le porte della carriera accademica. Ma successero alcuni fatti che diedero alla sua vita una svolta radicale.

Il pensiero di Dio, che un tempo neppure la sfiorava, cominciò a insinuarsi prepotentemente nella sua vita, sulla spinta anche di alcuni avvenimenti. Nella prima guerra mondiale moriva un professore che lei stimava molto. Fu un grande dolore per tutti, soprattutto per la moglie, la quale, anziché crollare sotto il peso di quel dramma, trovò nel rapporto con Dio la forza di iniziare una nuova vita. Edith ne fu profondamente colpita. « Fu il mio primo incontro con la croce » – scriverà ricordando il fatto – « e con la forza che essa comunica in chi la porta ».

La ricerca della verità la condusse verso la verità di Dio. Nel 1921 il cammino di avvicinamento giungeva alla conclusione. Ospite di un’amica, fu da questa invitata a scegliersi un libro tra i molti di cui era fornita la sua biblioteca. Edith allungò la mano a caso e ne estrasse uno alquanto voluminoso: era l’autobiografia di santa Teresa d’Avila. Lo lesse d’un fiato. « Chiudendolo ha poi scritto mi sono detta: questa è la verità ».

S. Teresa aveva sintetizzato in un motto la sua fede: « Dio basta ». Edith lo fece suo. L’approdo al cattolicesimo avvenne il giorno di capodanno del 1922, quando ricevette il battesimo. La sua scelta di farsi cattolica la mise in vivace contrasto con la madre, che era molto legata alla religione ebraica. Dopo la conversione, Edith insegnò nel collegio delle domenicane di Speyer e viaggiò molto in Germania e all’estero. Nel 1932 insegnò pedagogia a Miinster. Ma il regime nazista aveva già cominciato a discriminare gli ebrei, costringendoli a lasciare l’insegnamento. Gli eventi infausti accelerarono un proposito che la Stein aveva già maturato, quello di dedicarsi alla vita contemplativa. E così, lasciandosi alle spalle una prestigiosa carriera, si annullava nell’anonimato nel Carmelo di Colonia, con il nome di Teresa Benedicta a Cruce.

Il Carmelo è una grande scuola di umiltà. Edith dovette mettere da parte i suoi libri per dedicarsi come le altre sorelle alle faccende domestiche: si adeguò alle esigenze della vita comune con gioia, per seguire Gesù anche nelle quotidiane umili cose. Nel 1938 con la professione perpetua decideva di essere per sempre carmelitana.

L’odio contro gli ebrei intanto divampava in Germania. La presenza di Edith, pur sempre ebrea nonostante la conversione al cristianesimo, nel Carmelo di Colonia costituiva un pericolo per le sue consorelle. Si trasferì allora in Olanda, nel Carmelo di Echt, dove si dedicò allo studio della figura e dell’opera di san Giovanni della Croce, grande riformatore, assieme a santa Teresa d’Avila, della vita carmelitana.

Nel 1940 i tedeschi invasero l’Olanda, l’odio contro gli ebrei cominciò a mietere vittime anche lì. Edith dovette appuntare sull’abito monastico la stella gialla che la segnalava come ebrea. E non fu la sola delle umiliazioni. I tempi s’erano fatti duri. « Sono contenta di tutto » – scriveva; « solo se si è costretti a portare la croce in tutto il suo peso, si può conquistare la saggezza della croce ».

Il 2 agosto 1942 i tedeschi irruppero nel Carmelo, prelevarono Edith, assieme alla sorella Rosa, fattasi anche lei carmelitana, e le avviarono al campo di raccolta di Westerbork, da dove il 7 agosto venne deportata ad Auschwitz: lì, in uno dei lager più tristemente noti per l’insana crudeltà dell’uomo, forse un paio di giorni dopo, finiva assieme alle altre compagne di sventura nelle camere a gas e poi nel forno crematorio.

Un ebreo scampato allo sterminio, che fu testimone delle ultime ore di Edith, ha descritto la sua serenità, la calma, l’incessante prodigarsi per gli altri, preda della disperazione e dello sconforto. Si occupava soprattutto delle donne: le consolava, cercava di calmarle, le aiutava; si prendeva cura dei figli di quelle mamme che, impazzite dal dolore, li abbandonavano. « Vivendo nel lager in un continuo atteggiamento di disponibilità e di servizio » – scrive il testimone – « rivelò il suo grande amore per il prossimo ».

Ebrea per nascita, cristiana per scelta, dopo un lungo cammino di ricerca e di approfondimento dei vari aspetti della conoscenza, portando ai più alti livelli le istanze spirituali delle due religioni, ha poi volato alto nei cieli della mistica, ed è diventata esempio affascinante e trascinante per quanti, laici e credenti di varie religioni, cercano la verità con amore tenace e coraggioso.

Papa Giovanni Paolo II l’ha proclamata beata nel duomo di Colonia il 1° maggio 1987 e santa l’11 ottobre 1998, nella basilica di San Pietro a Roma, e poi l’ha anche dichiarata patrona d’Europa.

MARTIROLOGIO ROMANO. Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith) Stein, vergine dell’Ordine delle Carmelitane Scalze e martire, che, nata ed educata nella religione ebraica, dopo avere per alcuni anni tra grandi difficoltà insegnato filosofia, intraprese con il battesimo una vita nuova in Cristo, proseguendola sotto il velo delle vergini consacrate, finché sotto un empio regime contrario alla dignità umana e cristiana fu gettata in carcere lontana dalla sua terra e nel campo di sterminio di Auschwitz vicino a Cracovia in Polonia fu uccisa in una camera a gas.

San Domenico di Guzman

San Domenico di Guzman

autore: Gaspar de Crayer anno: 1655 titolo: San Domenico luogo: Museo del Prado

Nome: San Domenico di Guzman

Titolo: Sacerdote e fondatore dei Predicatori

Nome di battesimo: Domenico di Guzmán

Nascita: 1170, Calaruega, Spagna

Morte: 6 agosto 1221, Bologna

Canonizzazione:
13 luglio 1234, Roma, papa Gregorio IX

Luogo reliquie: Basilica patriarcale di San Domenico

Nato a Calaruega in Spagna nel 1170, da Felice Guzman e Giovanna di Asa, fu subito consacrato al Signore dalla madre sua, la quale aveva già visto in sogno che il figlio era destinato dal Signore a compiere cose grandi nella Chiesa. Appena ne fu capace, la pia Giovanna si prese cura di istruirlo nelle verità cristiane, e Domenico mostrava quanto grande fosse già fin d’allora la sua intelligenza e la sua pietà.

A quattordici anni fu inviato all’Università di Valenza, da dove uscì con la laurea in retorica, filosofia e teologia. Divenuto sacerdote e sentendosi inclinato a una vita piuttosto ritirata dal secolo, entrò fra i Canonici Regolari di S. Agostino, dedicandosi alla conversione degli eretici Albigesi, ma dopo tante fatiche, visto che quello scoglio era troppo duro per essere spezzato da un uomo solo, meditò d’istituire un ordine di uomini religiosi i quali accoppiassero agli esercizi di pietà lo studio delle scienze ecclesiastiche per dedicarsi specialmente alla predicazione: pregò molto il Signore affinché gli manifestasse la sua divina volontà. Finalmente comunicò il suo disegno ai vescovi della Linguadoca, e tutti unanimemente approvarono; sedici missionari che già con lui faticavano lo seguirono e così l’ordine fu iniziato a Tolosa nel 1215.

Fondato a Prouille un monastero di religiose e un Terz’Ordine, si recò a Roma per ottenere l’approvazione per i nuovi religiosi. La sua istituzione venne così sanzionata nel 1216 assieme alle sue sagge costituzioni, ed il granello di senapa seminato nel fecondo campo della Chiesa, non tardò a dare i suoi copiosi frutti, poiché, ancor vivente, egli ebbe la consolazione di vedere fiorire in molte regioni d’Europa numerosi conventi da lui medesimo fondati. Gli Albigesi si convertirono, gran parte del clero si unì alla santa crociata, e fra i Cristiani si notò presto un forte risveglio.

La principale gloria di S. Domenico è però quella di aver divulgato la bella devozione del S. Rosario. Mentre egli predicava nella Linguadoca per la conversione degli eretici, vedendo che gran parte delle sue fatiche riuscivano vane, ricorse all’intercessione della SS. Vergine: e Maria SS. gli ispirò la recita di 150 Avemaria intercalate da 15 Pater e dalla considerazione di 15 misteri di nostra santa religione. Domenico ed i suoi figli con il Rosario riuscirono a convertire gli ostinati Albigesi; S. Pio V ottenne la celebre vittoria di Lepanto sui Turchi, e tutti i Santi che seguirono ebbero dal Rosario le più belle vittorie sul demonio.

Il santo patriarca, dopo aver compiuto in Roma l’ufficio di maestro del Sacro Palazzo, percorse ancora una volta la Spagna e la Francia, lasciando in esse il profumo delle sue virtù e fondando diversi monasteri: ritornò quindi in Italia per terminare i suoi ultimi giorni nel bacio del Signore. Spirò a Bologna circondato dai suoi religiosi il 6 agosto 1221.

Il corpo di San Domenico di Guzmán fu inizialmente sepolto dietro l’altare della piccola chiesa conventuale di San Nicolò delle Vigne, che sorgeva al posto dell’attuale Basilica a lui dedicata. Nel 1233 la sua salma fu riesumata dal beato Giordano di Sassonia, deposta in una cassa di cipresso e posta in un semplice sarcofago marmoreo dietro l’altare di una cappella laterale. Solo nel 1267 i suoi resti vennero collocati in un monumento più solenne — l’Arca di San Domenico, realizzata da Nicola Pisano e collaboratori — e traslati nella cappella a lui dedicata nella Basilica, dove ancor oggi riposa.

San Domenico di Guzmán fu canonizzato da Papa Gregorio IX il 13 luglio 1234 nella Cattedrale di Santa Maria Assunta a Rieti. Proprio il Pontefice, già cardinale Ugolino, firmò la Bolla papale Fons Sapientiae per decretarlo santo.

Il processo di canonizzazione, avviato nel 1233 e guidato da Giordano di Sassonia, durò circa 13 anni (1221–1234) prima della proclamazione ufficiale.

PRATICA. Col Rosario anche noi vinceremo tutte le nostre difficoltà.

PREGHIERA. O Signore, che ti sei degnato illuminare la tua Chiesa mediante le dottrine ed i meriti del Beato Domenico confessore, concedici, per sua intercessione, ch’essa non venga privata degli aiuti temporali, e sempre più progredisca nelle vie dello spirito.

Trasfigurazione del Signore


autore: Raffaello Sanzio anno: 1520 titolo: Trasfigurazione luogo: Pinacoteca Vaticana, Città del Vaticano

Nome: Trasfigurazione del Signore

Titolo: Gesù rivela ai tre discepoli diletti il Corpo del Vero Uomo

Ricorrenza: 6 agosto

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Festa

Il Divin Redentore Gesù aveva già predicato per due anni il Vangelo dell’amore per tutta la Palestina, e si era già scelti i dodici Apostoli, ma la Buona Novella non era ancora stata compresa che in piccola parte: i suoi discepoli medesimi restavano ancora dubbiosi e tiepidi.

Per confermare nella fede almeno i più amati fra gli Apostoli, prese con sè Pietro, Giacomo e Giovanni, li condusse sulla cima del Tabor ed innanzi ad essi si trasfigurò. Il suo viso divenne risplendente come il sole e le sue vesti candide come la neve. Ed apparvero Mosè ed Elia che conversavano con lui. Pietro allora prese la parola e disse a Gesù: « È bene per noi lo star qui; se vuoi facciamo qui tre tende: una per Te, una per Mosè ed una per Elia ». Mentre ancora parlava una lucida nuvola li avvolse e da essa si udì una voce che diceva: « Questo è il mio Figliuolo diletto nel quale mi sono compiaciuto: ascoltatelo ». Udendo tale voce i discepoli caddero bocconi a terra e furon presi da gran timore, ma Gesù, accostatosi a loro, li toccò dicendo : « Levatevi e non temete »; ed essi alzati gli occhi non videro che Gesù. Egli poi nello scendere dal monte ordinò di non parlare a nessuno di quella visione, prima che il Figliuol dell’Uomo fosse risuscitato dai morti.



Questo bellissimo tratto del Santo Vangelo è preso da S. Matteo, ma lo si trova pure in S. Luca ed in S. Marco. Gesù prende con sè, e vuole testimoni della sua gloria: Pietro, il discepolo dal cuore ardente e generoso fino all’eroismo; colui che pochi giorni prima era stato costituito capo della Chiesa. Giacomo, il fratello di Giovanni, impetuoso e fedele che voleva sedere alla destra di Gesù, per cui si disse disposto a bere lo stesso calice amaro della passione. Giovanni, prediletto perchè il più giovane ed il più innocente. Tutti e tre li vedremo in seguito seguire il Maestro nell’Orto degli Ulivi, recarsi per primi al sepolcro, predicare con zelo ardente la fede, e dare la vita per il loro Maestro.

La trasfigurazione pone Gesù al di sopra di Mosè ed Elia, le due figure preminenti dell’Ebraismo. Diverse montagne sono state identificate come il sito della Trasfigurazione; per esempio, il Monte Hermon. Il Monte Tabor è più vicino al centro delle attività di Gesù, e quindi il Vescovo Cirillo di Gerusalemme scrisse nell’anno 348 che preferiva il Monte Tabor al Monte Hermon. Così il Monte Tabor fu accettato come il sito della trasfigurazione di Cristo.



PRATICA. Il Padre sul Tabor ha proclamato: «Questo è il mio Figlio diletto, lui ascoltate ». Ascoltiamo questo Maestro Divino quando ci parla per mezzo della Chiesa o dei suoi ministri.

PREGHIERA. Dio, che nella gloriosa Trasfigurazione del tuo Unigenito hai confermato i misteri della fede con la testimonianza dei padri e, con voce partita da nube luminosa, hai meravigliosamente proclamata la perfetta adorazione dei figli, concedici, propizio, di poter divenire coeredi del Re della gloria e partecipi della sua medesima gloria.

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San Giovanni Maria Vianney


Nome: San Giovanni Maria Vianney

Titolo: Sacerdote

Nome di battesimo: Jean-Marie Baptiste Vianney

Nascita: 8 maggio 1786, Dardilly, Francia

Morte: 4 agosto 1859, Ars-sur-Formans, Francia

Ricorrenza: 4 agosto

Protettore:
sacerdoti, parroci

Beatificazione:
8 gennaio 1905, Roma, papa Pio X

Canonizzazione:
31 maggio 1925, Roma, papa Pio XI

San Giovanni Maria Vianney

Dardilly, piccolo paesello della diocesi di Lione, fu la patria del santo Curato. La sua famiglia si dedicava ai lavori agricoli, e Giovanni medesimo, quando fu giunto all’età di sette anni, dovette aiutare il fratello maggiore nei campi. Ma in quella buona casa regnava l’amor di Dio e del prossimo.

Quanta pietà aveva il nostro piccolo Vianney nei suoi primi anni di età, e quale devozione alla Vergine! Lo dirà poi, quando sarà sacerdote e confessore: «Io non conoscevo il male, lo conobbi più tardi, dalle labbra dei penitenti».

Dopo qualche anno Giovanni dovette recarsi a Ecully da sua zia. Anche qui era la Provvidenza che lo guidava: in questa casa, dalle mani di don Balley, sfuggito alla terribile persecuzione, riceve la prima Comunione. Dopo sei anni sente nell’anima il desiderio ardente di farsi sacerdote; egli vorrebbe subito seguire la divina chiamata, ma per un po’ ne è impedito dai lavori campestri. In questo tempo però si esercita nella grammatica latina sotto il buon Balley e impara a recitare il Rosario; senonché la chiamata alle armi interrompe gli studi.

Dopo 14 lunghi mesi di perplessità e di fatiche, viene quasi miracolosamente rimandato a casa, e don Balley si incarica di farlo accettare in seminario.

Quante difficoltà trova il povero Giovanni negli studi! Ma egli è costante, prega la SS. Vergine e, per la sua pietà, viene ammesso agli ordini sacri il 9 agosto 1815.

Sacerdote, viene eletto come vicario di Ecully e poi mandato parroco ad Ars. Trovò quella parrocchia completamente abbandonata e subito si diede a risanarla dai corrotti costumi. Il suo zelo, la sua eroica penitenza, la sua profonda umiltà, la sua ardente carità, in poco tempo avevano cambiato quel popolo: la chiesa era frequentata, i fedeli si accostavano spesso ai Sacramenti ed i vizi lasciavano il posto alle virtù. In qualsiasi momento i fedeli si recassero alla parrocchia, trovavano il loro Curato in chiesa.

Il confessionale era il suo luogo ordinario di abitazione e non passarono molti anni che Ars divenne la mèta degli uomini più eminenti: persone di stato, letterati e vescovi si recavano dal santo Curato per ricevere i suoi illuminati consigli.

Fu ammirabile nella devozione a Maria, al Rosario, all’Eucaristia: queste furono le sorgenti della sua efficacia sulle anime. Il demonio, però, non mancò di mettere a dura prova la virtù del Santo. Ma tutto ciò non fece che irrobustire il suo spirito.

Estenuato dalle fatiche, macerato dai digiuni e dalle penitenze, il 4 agosto 1859 terminò i suoi giorni nel bacio del Signore. Ma dal cielo il suo apostolato si perpetua con l’esempio della sua vita e delle sue virtù.

Oggi il suo corpo, incorrotto, è custodito all’interno della basilica di Santa Filomena di Ars-sur-Formans.

PRATICA. Facciamo oggi un atto di carità.

PREGHIERA. Onnipotente e misericordioso Iddio, che rendesti illustre per lo zelo apostolico il beato Giovanni Maria, concedici che a suo esempio ed intercessione possiamo guadagnare a Cristo le anime dei fedeli e raggiungere con essi la gloria dell’eternità.

MARTIROLOGIO ROMANO. Memoria di san Giovanni Maria Vianney, sacerdote, che per oltre quarant’anni guidò in modo mirabile la parrocchia a lui affidata nel villaggio di Ars vicino a Belley in Francia, con l’assidua predicazione, la preghiera e una vita di penitenza. Ogni giorno nella catechesi che impartiva a bambini e adulti, nella riconciliazione che amministrava ai penitenti e nelle opere pervase di quell’ardente carità, che egli attingeva dalla santa Eucaristia come da una fonte, avanzò a tal punto da diffondere in ogni dove il suo consiglio e avvicinare saggiamente tanti a Dio.

Papa Leone, la «prima» tra i giovani: «Siete il sale della terra, la luce del mondo»

di Ester Palma – Corriere della Sera – 4 Agosto 2025

Prevost, che non ha ancora compiuto 70 anni, può contare su una prestanza fisica che i suoi predecessori delle Giornate mondiali della gioventù (Gmg) avevano perso da tempo, per età e malanni vari

Papa Leone XIV

Forse non ha la personalità esplosiva di Giovanni Paolo II, la sapienza teologica profondissima di Benedetto XVI e neanche la spontaneità di Francesco (o forse scopriremo in lui tutte queste doti col tempo): ma papa Leone XIV, mite, schivo e schietto, ha saputo subito farsi amare dal milione di giovani arrivati a Roma per il loro Giubileo.

La sua prima vera uscita «di popolo» è stata indimenticabile: ha affascinato tutti fin dai primi momenti, dopo il percorso di mezz’ora in papamobile in cui non ha mai smesso di salutare e benedire i ragazzi entusiasti, col suo sorriso quasi timido con cui sembrava volerli abbracciare uno per uno.

Ma il primo Papa americano li aveva già conquistati martedì sera, con la discesa in piazza San Pietro dopo la messa di benvenuto. È stata una sorpresa, il giro in papamobile e il saluto dall’altare non erano in programma: «Siete sale della Terra, luce del mondo, il vostro entusiasmo lo hanno ascoltato fino alla fine del mondo», ha scandito nelle tre lingue che usa abitualmente (inglese, spagnolo e italiano) ai 120 mila ragazzi assiepati anche su via della Conciliazione.

C’è da dire che Leone XIV ha dalla sua una prestanza fisica che i suoi predecessori delle Giornate mondiali della gioventù (Gmg) avevano perso da tempo, per età e malanni vari. Non ha ancora compiuto 70 anni (li farà a settembre, il 14) ed è quindi relativamente giovane per essere un Papa.

Dei Pontefici più recenti solo Wojtyla aveva meno anni di lui quando fu eletto, a «soli» 58. Certo, siamo lontani dal «record» di Giovanni XII, arrivato sul soglio pontificio nel lontanissimo 955 a soli 18 anni e vissuto soltanto altri 9: e comunque Joseph Ratzinger diventò Benedetto XVI a 78 anni e Francesco ne aveva già 76. Il Papa cui Prevost si ispira tanto da prenderne il nome, Leone XIII, fu eletto a 68 anni, ma visse fino a 93, diventando uno dei Pontefici più longevi della storia.

Da buon americano poi, papa Prevost è sempre stato uno sportivo. Ha praticato a un buon livello amatoriale il tennis, tanto da considerarlo una sorta di metafora della vita: dopo la sua elezione ha raccontato che gli ha insegnato ad «accettare la sconfitta, riconoscere i propri limiti e rialzarsi con fede». Ma è anche appassionato di baseball e calcio e in rete circolano foto che lo ritraggono a cavallo.

Già durante la processione del Corpus Domini, lo scorso giugno, sui social si sono letti commenti ammirati per la sua «camminata» dalla basilica di San Giovanni a quella di Santa Maria Maggiore, paludato nei pesanti paramenti sacri e tenendo ben alto l’ostensorio. Il tutto in una giornata in cui a Roma la temperatura toccava i 40 gradi.

Né Benedetto, né Francesco avrebbero potuto dare prova di una simile resistenza fisica. Ma a volte a un Papa può non servire: tutti ricordano alla Gmg del 2000 Giovanni Paolo II, già molto provato dal Parkinson e dalle patologie che l’avrebbero ucciso meno di 5 anni dopo, infiammare il cuore e l’anima dei suoi (2 milioni di) ragazzi battendo il tempo dei canti sulla sedia e agitando le braccia sullo stesso loro ritmo.

Dal punto di vista strettamente spirituale, da agostiniano e canonista, Leone XIV ha puntato fin dall’inizio sulla fede, pura e semplice, senza fronzoli o «sbandamenti». La fede nella croce di Cristo, come quella giubilare che ha portato, sempre sorridendo, appena sceso dalla papamobile verso l’enorme palco, col sottofondo musicale del coro della Diocesi di Roma. E forse i ragazzi hanno capito che non si trattava di una semplice «coreografia», sebbene nei secoli la Chiesa cattolica abbia sempre puntato sulla «scenografia» dei riti. Come l’altra immagine da ricordare, immortalata da migliaia di cellulari: lui in mozzetta rossa e stola, inginocchiato davanti all’ostensorio, nel silenzio quasi surreale di Tor Vergata.

I ragazzi di Tor Vergata e quegli sguardi luminosi di chi ha sete di verità

di Susanna Tamaro – Corriere della Sera – 3 Agosto 2025

La Giornata mondiale della Gioventù ci ha aperto una finestra su un mondo che credevamo perso. Il tempo dello scrolling ossessivo sullo smartphone sembrava aver reso impossibile l’attenzione e i silenzi, e invece no

Che sorpresa il milione di ragazzi presente l’altra sera a Tor Vergata! Un Papa ancora poco conosciuto e una società in cui la presenza della Chiesa sembra essere ormai svaporata, faceva immaginare un ben altro esito. E che dire dei loro sguardi? Sguardi straordinariamente vivi e commossi, uno diverso dall’altro, come se la clonazione estetica imposta dai media non avesse mai attecchito nelle loro vite. Lo spirito del tempo — che è quello dello scrolling ossessivo e annoiato — sembrava aver reso ormai impossibile quel lungo tempo di attenzione, immobilità e silenzio che ha accompagnato l’adorazione eucaristica. Eppure è accaduto. Era come se tutta l’enorme spianata trattenesse il fiato, fissando emozionata il Santissimo che riverberava di luce dalla sua teca d’oro sull’altare.

Questa visione mi ha riportato agli anni della mia tormentata adolescenza, quella degli anni ’70, impregnati di un fanatismo ideologico che difficilmente lasciava scampo. Nata in una famiglia super laica, in una città laicissima come Trieste, covavo delle domande nel mio cuore a cui nessuno sembrava capace di rispondere. Una tra tutte: cosa rendeva una vita davvero degna di essere vissuta? Così a 16 anni, in autostop, avevo raggiunto Assisi. Lì sapevo che c’era stato un ragazzo inquieto come me che si era ribellato ai fanatismi del suo tempo, consegnandosi a una dimensione di libertà che trovava affascinante. E che cosa cercano i cuori inquieti, se non questo? Una libertà che non sia il tutto poter fare, ma il tutto poter leggere in una dimensione più grande. Un saper leggere che ci impedisce di venire trascinati via dalla, a volte inestricabile, complessità dei nostri giorni.

Ma mentre la mia generazione doveva destreggiarsi con furori ideologici partoriti nel Novecento — furori che hanno portato ovunque dolore e morte e la cui impronta è ancora visibile in sottotraccia nella nostra società — la generazione attuale si trova a vivere la più grande transizione antropologica dell’umanità. Non si tratta di un cambiamento di costumi ma di una vera e propria modifica nello sviluppo del cervello. L’uso eccessivo dello smartphone riduce infatti, specie nei bambini e negli adolescenti, il volume cerebrale, soprattutto nelle regioni subcorticali, quelle regioni che aiutano a regolare il comportamento e a controllare le emozioni. I tanti troppi episodi di insensata violenza giovanile ci parlano proprio di questa incapacità di controllo

Per riuscire a sfuggire a questa pericolosa e inquietante deriva, bisogna forse tornare a contemplare il meraviglioso albero dell’evoluzione. Il nome zoologico che ci definisce è l’homo sapiens sapiens. Guardandosi in giro, in questi tempi di devastanti guerre e odi di ogni tipo, è abbastanza difficile trovare appropriata questa espressione. Eppure, in quel sapiens si nasconde proprio la chiave di volta. Sapiens deriva dalla parola latina sapere, di origine indoeuropea, che significa: avere sapore, essere saggio. La differenza tra un cibo sciapo e uno salato la conosciamo tutti. Il nostro tempo vive nel culto del sapere, ma il sapere che ci viene proposto è propriamente tecnico e scientifico, slegato da ogni realtà più sottile. Dante ci ricorda invece che la sapienza è uno dei sette doni dello Spirito Santo. Non si tratta quindi qualcosa da acquisire con un programma, ma di una misteriosa emanazione che nasce dal cuore.

Quegli occhi luminosi e attenti ci parlano di una generazione che, nonostante sia cresciuta nell’ignavia educativa e tra cascami del nichilismo novecentesco, ha ancora una sete inestinguibile di verità, di bellezza e di costruzione di rapporti capaci di resistere all’usura del tempo, anche imparando a rinunciare a qualcosa — come ha detto la ragazza che ha posto una delle tre domande a papa Leone — perché la vita dell’uomo acquisisce senso non nel consumo ma nella costruzione che richiede, a volte, scelte difficili. La natura umana è forte e coraggiosa e, quando attinge alle sue risorse, non ha bisogno di droghe, pillole o corsi di resilienza.

Nel Giubileo della Speranza la visione di questo milione di ragazzi ci ha aperto una finestra su un mondo che credevamo perso per sempre. Il mondo di chi ha sete, ed è capace di mettersi in cammino alla ricerca dell’acqua che disseta. Forse quello che corrode la nostra società opulenta è proprio quella di non comprendere la grande arsura che la attraversa.

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