"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Il Papa: la speranza cristiana non è evasione ma decisione di amare anche nel dolore

All’udienza generale Leone XIV si sofferma sull’inizio della passione di Cristo, il suo arresto nell’orto degli Ulivi: la presenza di Dio “si manifesta proprio dove l’umanità sperimenta l’ingiustizia, la paura, la solitudine”, la “vita liberamente offerta per amore non ci può essere tolta da nessuno”

Isabella H. de Carvalho – Città del Vaticano

Gesù rivela che la presenza di Dio si manifesta proprio dove l’umanità sperimenta l’ingiustizia, la paura, la solitudine. Proprio lì, la luce vera è disposta a brillare senza timore di essere sopraffatta dall’avanzare delle tenebre.

È un’esortazione a sperare nell’amore di Cristo anche davanti alle situazioni più difficili, quello che fa Leone XIV nella catechesi pronunciata oggi, 27 agosto, durante l’udienza generale, svoltasi nell’aula Paolo VI. Il Papa si sofferma sull’inizio della passione di Cristo – il suo arresto nell’orto degli Ulivi – tratto dal Vangelo di Giovanni, e sottolinea come l’evangelista “non ci presenta un Gesù spaventato, che fugge o si nasconde” ma “un uomo libero, che si fa avanti e prende la parola, affrontando a viso aperto l’ora in cui si può manifestare la luce dell’amore più grande”. “Nel cuore della notte, quando tutto sembra crollare”, continua il Papa, “Gesù mostra che la speranza cristiana non è evasione, ma decisione”.

Questo atteggiamento è il frutto di una preghiera profonda in cui non si chiede a Dio di essere risparmiati dalla sofferenza, ma di avere la forza di perseverare nell’amore, consapevoli che la vita liberamente offerta per amore non ci può essere tolta da nessuno.

Nella sofferenza, una vita nuova

Il Pontefice riconosce che anche Gesù “prova turbamento” davanti alla sua passione, “di fronte a un cammino che sembra condurre solo alla morte e alla fine”. Ma ha anche “vissuto ogni giorno della sua vita come preparazione a quest’ora drammatica e sublime”, evidenzia il Papa, e quindi non fugge davanti alla tribolazione. Rimane nella convinzione “che solo una vita perduta per amore, alla fine, si ritrova”.

In questo consiste la vera speranza: non nel cercare di evitare il dolore, ma nel credere che, anche nel cuore delle sofferenze più ingiuste, si nasconde il germe di una vita nuova.

Un amore libero, donato

Infatti, evidenzia Leone XIV, Cristo “si consegna” a coloro che lo vogliono arrestare, “non per debolezza” ma per “un amore così pieno, così maturo, da non temere il rifiuto”. E non solo “si lascia prendere” ma si preoccupa anche che le guardie lascino liberi i discepoli, “i suoi amici”, dimostrando, aggiunge, “che il suo sacrificio è un vero atto di amore”. “Non è vittima di un arresto, ma autore di un dono” in cui “si incarna una speranza di salvezza per la nostra umanità: sapere che, anche nell’ora più buia, si può restare liberi di amare fino in fondo”.

Il suo cuore sa bene che perdere la vita per amore non è un fallimento, ma possiede una misteriosa fecondità. Come il chicco di grano che proprio cadendo a terra non rimane solo, ma muore e diventa fruttuoso.

La speranza della nostra fede

“E noi?”, si interroga il Papa durante la catechesi, “quante volte difendiamo la nostra vita, i nostri progetti, le nostre sicurezze, senza accorgerci che, così facendo, restiamo soli”. “La logica del Vangelo è diversa”, ribadisce, “solo ciò che si dona fiorisce, solo l’amore che diventa gratuito può riportare fiducia anche là dove tutto sembra perduto”. “Nel tentativo di seguire Gesù, viviamo momenti in cui siamo colti alla sprovvista e restiamo spogliati delle nostre certezze” ammette Leone XIV, riconoscendo che “sono i momenti più difficili, nei quali siamo tentati di abbandonare la via del Vangelo perché l’amore ci sembra un viaggio impossibile”. Ma anche in questi momenti, Dio rimane vicino:

Questa è la speranza della nostra fede: i nostri peccati e le nostre esitazioni non impediscono a Dio di perdonarci e di restituirci il desiderio di riprendere la nostra sequela, per renderci capaci di donare la vita per gli altri.

Scegliere ogni giorno di amare con libertà

Infine, il Pontefice esorta i fedeli a “scegliere ogni giorno di amare con libertà”. “Impariamo anche noi a consegnarci alla volontà buona del Padre, lasciando che la nostra vita sia una risposta al bene ricevuto – conclude – nella vita non serve avere tutto sotto controllo”.

È questa la vera speranza: sapere che, anche nel buio della prova, l’amore di Dio ci sostiene e fa maturare in noi il frutto della vita eterna.

Il pensiero a Santa Monica

Nei saluti i ai pellegrini di lingua spagnola il Pontefice ha anche ricordato, nella loro lingua, Santa Monica – la cui memoria ricorre oggi – madre di Sant’Agostino, che invece viene festeggiato domani. “Chiediamo al Signore, per intercessione di questi cari santi – seguendo la logica del Vangelo –  di saper amare e donare la vita in modo libero e gratuito, come ha fatto Cristo, nostra speranza”.

Prima dell’udienza generale, Papa Leone ha salutato i pellegrini che hanno seguito l’udienza dagli schermi collocati nel Cortile Petriano, ringraziandoli della loro presenza. A fine udienza è passato di nuovo per il cortile e salutando i presenti ha citato in particolare quelli venuti da Brescia. Ha inoltre ricordato di nuovo le feste di Santa Monica e Sant’Agostino, santi – ha osservato – che ci hanno “chiamato tutti a essere sempre uniti in Cristo”.

Dio è sempre con noi

Raggiungendo poi nella Basilica di San Pietro per salutare i fedeli riuniti lì – sempre in inglese, italiano e spagnolo – Leone XIV ha aggiunto qualche riflessione ispirata alla catechesi pronunciata in precedenza. Ringraziandoli per la pazienza ha evidenziato come l’attesa è segno della presenza dello Spirito. “Tante volte – ha osservato il Papa – nella vita vorremmo ricevere una risposta subito, una soluzione immediata, e per qualche ragione Dio ci fa aspettare, e c’è tanto da imparare”. “Però, come Gesù stesso ci insegna – ha proseguito – bisogna avere quella fiducia che viene solo perché noi sappiamo che siamo figli e figlie di Dio, e che Dio ci dà sempre la grazia”. Quindi Leone XIV ha concluso: “Non sempre ci toglie il dolore, non sempre toglie la sofferenza, ma ci dice che è vicino a noi. Dio è sempre con noi, e bisogna rinnovare questa fede. Dio sta sempre con noi, e per questo siamo felice”. 

Trump ora torna a minacciare sanzioni: «Ma lavora ad affari sull’energia russa». E Mosca avanza ancora

di Lorenzo Cremonesi, da DRUZKIVKA (Donbass)

Gli ucraini ammettono: «I russi sono entrati nella zona di Dnipro»

Gli Stati Uniti sarebbero disposti a fornire risorse di intelligence e coordinamento militare sui campi di battaglia se l’Europa s’impegna seriamente nelle garanzie di sicurezza all’Ucraina del dopoguerra. Secondo il Financial Times, Washington avrebbe anche offerto uno scudo di difesa aerea alla forza europea in modo da scongiurare qualsiasi possibile minaccia russa nel futuro. Se ne starebbe parlando nel quadro dello schieramento di truppe europee in Ucraina a garanzia di sicurezza, così come la «coalizione dei volenterosi» guidata da Francia e Inghilterra ha proposto negli ultimi tempi. 

Nel frattempo Trump starebbe, secondo la Reuters, mettendo a punto una serie di accordi energetici bilaterali per convincere Putin a maggiore flessibilità, se ne era anche accennato nel loro summit in Alaska il 15 agosto. E secondo il Wall Street Journal — in questo quadro — la Exxon sarebbe pronta a tornare in Russia. A fronte delle frenate di Mosca e dell’opposizione di Putin a un prossimo summit con Zelensky, come invece aveva sperato Trump, Washington continua a lavorare per favorire il dialogo, per quanto con il consueto stile del presidente Usa, che ieri ha detto: «Nemmeno Zelensky è totalmente innocente ma ora ci vado d’accordo». 

Poi ha aggiunto: «Riuscirò a farcela» ventilando l’ipotesi di una «guerra commerciale» che sarà «brutta» per la Russia. Nel campo ucraino prevale un diffuso scetticismo. 

Unico segnale indiretto di distensione è stata ieri la decisione del governo di Kiev di permettere agli uomini di età compresa tra i 18 e 22 anni di viaggiare all’estero. 

Dall’inizio dell’invasione russa la cosa non era permessa sino ai 60 anni, anche se la leva resta obbligatoria solo dai 25 anni d’età. Ma tra gli ufficiali sulle prime linee del Donbass resta ferma la convinzione che la guerra sia destinata a continuare. «Putin vuole prendere tutta l’Ucraina e l’unico sistema per fermarlo è con le armi, deve capire che non può batterci. Le risorse russe non sono affatto infinite. Colpire le raffinerie significa metterlo in ginocchio. Abbiamo calcolato che le limitate conquiste territoriali degli ultimi due o tre mesi gli sono costate in media la perdita di 140-150 tra soldati morti, feriti o prigionieri per chilometro quadrato. Sappiamo che non può andare avanti così: necessita di tanti soldi per alzare i salari dei soldati e motivarli, ma, se non vende gas e petrolio, dove trova i fondi?», ci dice Alexiey Jakovenco, 52enne ufficiale della Guardia Nazionale nella cittadina di Druzkivka. Non è il solo a guardare con speranza ai recenti successi riportati dai nuovi droni ucraini a lungo raggio. Anche la stampa americana segnala che gli incendi delle raffinerie nella Russia europea hanno già ridotto del 13 per cento la produzione di carburante e che i limiti imposti a Mosca dall’embargo occidentale dopo l’inizio della guerra nel febbraio 2022 rallentano le riparazioni. 

Nel frattempo i droni ucraini hanno preso di mira parecchi aeroporti, compresi quelli di Mosca, e il sistema ferroviario. Il Wall Street Journal nota che la Crimea occupata dal 2014 e la Siberia hanno iniziato a razionare la distribuzione del carburante. La benzina costa adesso il 45 per cento in più rispetto a gennaio. Per i soldati impegnati sui campi di battaglia la guerra dei droni a lungo raggio si declina nelle continue innovazioni. Una delle più importanti è il cosiddetto Chuika, che scannerizza le lunghezze d’onda impiegate per guidare i droni nemici. 

Sul lato russo, nella zona di Pokrovsk, di recente è arrivato il temutissimo Rubicon, che è il battaglione che si era battuto nel Kursk e impiega il fiore all’occhiello degli ingegneri elettronici di Mosca. Sono stati loro a facilitare le avanzate verso Dobropillia e Pokrovsk. Ieri i russi hanno detto di aver occupato due villaggi nella regione di Dnipropetrovsk. I comandi ucraini hanno negato la conquista dei villaggi ma hanno ammesso l’ingresso nella regione e gli scontri in corso: «È il primo attacco su una scala così larga in questa area», ha detto il comandante Viktor Trehubov. 

Santa Monica


autore: Girolamo Muziano anno: 1580-1590 titolo: Estasi di Ostia luogo: Museo Cerralbo

Nome: Santa Monica

Titolo: Madre di S. Agostino

Nascita: 331, Tagaste, Numidia

Morte: 27 agosto 387, Ostia

Ricorrenza: 27 agosto

Protettrice:
delle madri, delle donne sposate, delle vedove

Luogo reliquie: Basilica di Sant’Agostino

S. Monica, sempre grandemente venerata dalla Chiesa e posta a modello delle madri cristiane, nacque a Tagaste, in Africa nel 331, da famiglia cristiana, nella quale fin dall’infanzia imparò a conoscere e ad amare Iddio. Ebbe anch’essa, come tutti i fanciulli, certi difetti propri dell’età giovanile, come la golosità, che si manifestava in lei con una spiccata tendenza verso il vino, ma ammonita in tempo dai parenti e aiutata dalla grazia ben presto si corresse.

Fatta giovanetta, i suoi genitori la sposarono ad un legionario romano di nome Patrizio, galantuomo, ma pagano di religione. Non si smarrì la Santa, anzi, suo primo pensiero, unendosi al compagno della sua vita, fu di guadagnarlo a Gesù Cristo mediante una vita sottomessa, fatta di rispetto e di amore.

Per questo ella mantenne sempre una condotta irreprensibile, soffrendo pazientemente senza permettersi mai alcun rimprovero. Tanti sacrifici nascosti agli occhi degli uomini, ma manifesti a Dio, Padre di tutti gli uomini, non potevano non essere esauditi e ripagati.

Ed ecco che Monica ebbe la consolazione di vedere il marito, un anno prima della sua morte, abbracciare la fede cattolica, rinunziando ai suoi vizi e passando nella pratica delle virtù il rimanente della vita.

Intanto ella era divenuta madre di tre figli: Agostino, Novigio e una figlia, di cui ignoriamo il nome.

Le cure che la santa madre profuse per la buona educazione dei figli furono certamente grandi; pur tuttavia, Agostino, attirato più dagli amici che lo invitavano al male che dalle raccomandazioni materne, deviò, ponendo così a durissima prova la virtù della sua povera mamma. Ella infatti vedendo il figlio adescato dall’errore e dal vizio, non faceva che elevare al cielo fervorose preghiere, unite a calde lacrime, per impetrarne la conversione. Le sue abbondanti lacrime e fervorose preghiere ottennero la conversione del figlio.

Nel 375 Agostino si trasferì a Cartagine per insegnarvi eloquenza. Nel 383 si imbarcò nottetempo per Roma dove, dopo aver superato una lunga malattia, cominciò ad insegnare eloquenza e retorica. Finché ottenne un posto, tramite il prefetto di Roma Simmaco, a Milano.

A Milano, venne raggiunto dalla mamma, la quale, non considerando le fatiche del viaggio ma solo il bene del figlio, era partita, sola, alla ricerca di lui. Quivi finalmente sarebbero stati appagati i suoi desideri ed esaudite le sue suppliche. Infatti unitasi nel suo apostolato col grande arcivescovo S. Ambrogio che la incoraggiava dicendole: « Non puó andar perduto un figlio di tante lacrime », riuscì con la grazia di Dio a trarre alla fede cattolica Agostino alla fine del 386, che l’anno seguente, ricevette il Battesimo per mano di Ambrogio nella Pasqua del 387 e cominciò una vita santa e feconda di apostolato.

Ringraziato Iddio per tanto favore, Monica e Agostino decisero di prendere la via del ritorno; ma la pia madre, che ormai aveva compiuta la sua missione su questa terra, ad Ostia si ammalò gravemente ed in pochi giorni, felice per la conversione del figlio ottenuta, rese la bell’anima a Dio. Era il 27 agosto dello stesso anno 387.

La tomba di Santa Monica, madre di Sant’Agostino, si trova nella Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio, a Roma, poco distante da Piazza Navona. Le sue reliquie furono traslate da Ostia alla fine del XV secolo e collocate in una cappella apposita alla sinistra del presbiterio, in un sarcofago artistico opera di Isaia da Pisa

PRATICA. Imparino i genitori a vigilare sull’educazione cristiana dei figli e a prodigare ad essi le loro maggiori cure.

PREGHIERA. Dio, consolatore degli afflitti e salvezza di quelli che sperano in te, che misericordioso riguardasti alle pie lacrime della beata Monica per la conversione del figliuolo suo Agostino, donaci per l’intervento d’ambedue di deplorare i nostri peccati e di ottenere il favore della tua grazia.

MARTIROLOGIO ROMANO. Memoria di santa Monica, che, data ancora giovinetta in matrimonio a Patrizio, generò dei figli, tra i quali Agostino, per la cui conversione molte lacrime versò e molte preghiere rivolse a Dio, e, anelando profondamente al cielo, lasciò questa vita a Ostia nel Lazio, mentre era sulla via del ritorno in Africa.

In Donbass, nei bunker della prima linea: «La guerra ormai è una gara a chi innova i droni prima degli altri. E tutti compriamo i componenti dalla Cina»

di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera – 26 Agosto 2025

A Dobropillia, città devastata dall’artiglieria di Mosca. La sfida dei soldati ucraini: noi e i russi usiamo gli stessi pezzi, venduti dai cinesi

DOBROPILLIA (DONBASS) – «Vedi tutti questi droni? Alla fine, quelli che ci guadagnano di più da questa guerra sono i cinesi, vendono sia a noi che ai russi i componenti fondamentali. Tutti compriamo da Pechino». Le frasi del maggiore Sergei — ingegnere e ufficiale 48enne del battaglione di forze speciali «Taifun» incaricato di coordinare le unità dei droni nel Donbass — ci accompagnano nella visita ai loro bunker comando e poi sulla linea del fronte nella cittadina sconvolta dai raid russi di Dobropillia.

Ci arriviamo in circa un’ora e mezza di auto da Kramatorsk su strade dove i genieri ucraini stanno stendendo ragnatele di reti sospese per contrastare i droni nemici. I comandi di Mosca avevano iniziato l’attacco per prendere Dobropillia l’11 agosto e da allora la linea delle trincee sta rapidamente cambiando in tutto il Donbass settentrionale.

Ma, prima di arrivare nel cuore della cittadina che in tre settimane è stata distrutta dai bombardamenti russi per il 40 per cento e dalla quale gran parte dei suoi 28 mila abitanti hanno scelto di sfollare, facciamo tappa nel bunker comando della «Taifun». È stato adattato negli scantinati di alcune palazzine di epoca sovietica e scendendo pochi gradini sottoterra si entra nel laboratorio della guerra del futuro. «Noi disponiamo di droni commerciali manufatti in carbonio dalle ditte ucraine. Qui poi li modifichiamo per le esigenze dei combattimenti: aggiungiamo i dispositivi per agganciare le bombe e mettiamo le batterie al litio potenziate», racconta Sergei.

Attorno a lui ci sono tecnici e ingegneri in maglietta e pantaloncini. Lavorano come fossero in un qualsiasi centro di ricerche, sugli schermi dei computer appaiono paginate di formule matematiche. Ricevete anche droni dagli alleati della Nato? «Sì, ma non servono, si rivelano obsoleti. Ormai siamo noi ucraini a insegnare agli alleati in Europa o negli Stati Uniti le tecnologie della nuova guerra nei cieli. A noi più che altro servono aiuti economici per comprare sul mercato il meglio dell’elettronica», risponde mostrando le batterie superleggere e la componentistica cinesi. Da una serie di scaffali recupera le fibre ottiche e le matasse di cavi che servono per controllare i droni a filo. «Questi funzionano per evitare le interferenze elettroniche russe. I nostri cavi però sono lunghi 15 chilometri, quelli russi arrivano a oltre 25 e loro sono molto bravi nel costruire i meccanismi che paralizzano i nostri telecomandi. La sfida è tutta qui: sapere essere sempre un passo avanti del nemico. Ed è un processo velocissimo. Il meccanismo, l’arma che oggi sembra decisiva, già tra un mese potrebbe rivelarsi superata. Siamo in rincorsa continua».

In questo laboratorio modificano soprattutto droni che valgono tra i 500 e 1.000 dollari. Sono armi usa e getta con un raggio di 10-15 chilometri. Quelle dei russi sono costruite in alluminio, meno sofisticate, ma molto efficaci quando lanciate in grande numero. «Per ogni nostro drone i russi ne sparano dieci; dispongono anche di più uomini da mandare in pattuglia», dice l’ufficiale. Da pochi giorni entrambi gli eserciti stanno lanciando i matka, i droni «madre» che possono volare sino a 50 chilometri di distanza e hanno attaccati alle ali due piccoli «figli» kamikaze. Oggetti costosi: oltre 200 mila euro per un singolo matka: sino ad ora vengono usati con parsimonia.

Verso mezzogiorno percorriamo in jeep gli ultimi 20 chilometri di strada deserta per Dobropillia. «Il nostro mezzo è dotato di jammer per interferire nelle lunghezze d’onda dei droni russi. Ma la tecnica migliore è viaggiare a oltre 150 all’ora, visto che in genere loro non superano i 70», dice l’autista, un trentenne di Dnipro.

Gli ultimi 2-3 chilometri sono assolutamente spettrali. Già dai primi palazzi appare evidente la solita tecnica russa della terra bruciata. Le loro bombe plananti e le artiglierie stanno distruggendo la zona urbana con sistematica ferocia. Le loro pattuglie avanzate sono a quattro o cinque chilometri dal centro. Dobropillia inizia a ricordare gli scenari visti a Bakhmut, Avdiivka, Pokrovsk o Chasiv Yar, le città che hanno già occupato o stanno prendendo.

«C’è da chiedersi dove troverà i soldi Putin per ricostruire. Avrà bisogno di miliardi», osserva il soldato che ci scorta con il mitra puntato verso il cielo, nel caso dell’arrivo di droni.

Ogni tanto passa un civile carico di sacchi di cibo. Acqua e luce sono interrotte, i negozi hanno chiuso e la gente viene aiutata dai soldati. «Noi abbiamo invitato tutti a evacuare, ma tanti anziani preferiscono restare, vivono come topi rintanati nelle cantine», spiega Sergei.

Anche la zona del mercato è stata colpita: sacchi di patate, carote, conserve sono riversi nei vicoli. Si vedono piccioni e cani morti. A un certo punto un ronzio spettrale ci fa correre in un negozio abbandonato. Un anziano passa con la sua bici carica di pacchi. «Non voglio parlare con i giornalisti», sibila ostile. Un’ora dopo il nostro arrivo decidiamo di ripartire.

San Giuseppe Calasanzio


Nome: San Giuseppe Calasanzio

Titolo: Sacerdote

Nome di battesimo: José de Calasanz

Nascita: 9 agosto 1557, Urgel, Spagna

Morte: 25 agosto 1648, Roma

Ricorrenza: 25 agosto

Protettore:
delle scuole

Canonizzazione:
16 luglio 1767, Roma, papa Clemente XIII

Si deve a Giuseppe Calasanzio la prima scuola popolare gratuita e aperta a tutti, a Roma. Calasanzio era il vicario generale della diocesi di Urgel, in Spagna (dove era nato nel 1557). A Roma era approdato al seguito del cardinale Marc’Antonio Colonna in qualità di consulente teologo. Ma a Giuseppe quel ruolo di quasi cavalier servente, sia pure per motivi teologici, andava un po’ stretto, tanto più che l’eminentissimo cardinale era abbastanza cresciuto per badare da solo alla propria formazione culturale.

E così Giuseppe trascorreva il suo tempo romano a visitare basiliche, assorto in lunghe e intense meditazioni, sfoghi di una voglia di vita eremitica che non aveva mai potuto soddisfare; e poi a visitare malati negli ospedali e prigionieri nelle carceri, alla ricerca di una precisa missione nella quale far convogliare tutto il suo impegno.

In quest’inquieto ricercare si imbatté spesso, soprattutto nel quartiere di Trastevere, in torme di bambini e ragazzetti senza istruzione, senza dignità, malconci e abbandonati a se stessi, che tiravano a campare ricorrendo a mille sotterfugi, primi passi verso le vie della delinquenza e del vizio. Quei ragazzetti riuscivano a scucire a qualche anima pia e generosa un tozzo di pane, una minestra, un vecchio vestito, ma non trovavano nessuno che offrisse loro, con la scuola e l’istruzione, la possibilità di togliersi definitivamente dalla brutta strada. Alle scuole romane, tutte private, poteva accedere solo chi aveva un genitore con la borsa stipata di baiocchi, così come solo i figli di benestanti potevano sostenere le spese di frequenza nelle scuole comunali, che molte libere città del nord avevano istituito.

In Giuseppe, alla ricerca di un qualcosa di forte e importante da fare, quella dolente realtà aprì spiragli luminosissimi: se voleva che le cose cambiassero doveva fare qualcosa. Cominciò interessando alla causa sacerdoti e laici disposti a condividere la sua passione; assieme a loro si mise poi a dare lezioni gratuite a quei poveri ragazzi. Alla fine riuscì a raggruppare un bel numero di signori che trovarono straordinario poter impegnare in quel versante nuovo della carità cristiana la propria vita. E così, insieme alla prima scuola popolare, ponevano la prima pietra di una nuova congregazione, i Fratelli delle scuole pie, detti anche scolopi, i quali ai tre classici voti di povertà, obbedienza e castità, ne aggiunsero un quarto che li impegnava all’istruzione dei ragazzi.

Quella del Calasanzio fu un’idea vincente e le sue scuole in brevissimo tempo si diffusero in tutta Italia e poi anche in Germania, in Boemia, in Polonia e altrove. Ma il successo fu per lui fonte di innumerevoli guai e dolori. «Se il grano non muore…», diceva Gesù nel Vangelo. E così l’opera dell’ex vicario di Urgel doveva morire per mettere solide radici. Alcuni discepoli e confratelli, intriganti e pieni di ambizioni e di malanimo, lo accusarono di incapacità, lo diffamarono, lo calunniarono sperando di toglierselo di torno. E ci riuscirono.

La Santa Sede inviò a dirimere la questione un «visitatore» prevenuto e poco intelligente: Calasanzio finì arrestato e sottoposto a sfibranti interrogatori. Alla conclusione dell’inchiesta Innocenzo X degradava l’Ordine delle scuole pie a semplice e ininfluente confraternita. Il Calasanzio vide nella persecuzione un disegno provvidenziale di Dio: «Sarebbe follia — diceva — preoccuparsi delle cause seconde, che sono gli uomini, e non vedere la causa prima, cioè Dio, che invia questi uomini per il nostro maggior bene».

Ma anziché arrendersi all’apparente fallimento, si rimboccò le maniche e ricostruì l’intera opera sotto forma di congregazione religiosa e con le medesime finalità della precedente, cioè l’istruzione dei ragazzi. Giuseppe Calasanzio non fece in tempo a vedere la sua opera affermata e consolidata: morì infatti nel 1648, a novantuno anni, con il cuore ancora ferito dalle tristi vicende che lo avevano coinvolto, ma mormorando parole di perdono e di fiducia. La sua santità venne ufficialmente riconosciuta nel 1767.

MARTIROLOGIO ROMANO. San Giuseppe Calasanzio, sacerdote, che istituì scuole popolari per la formazione dei bambini e dei giovani nell’amore e nella sapienza del Vangelo, fondando a Roma l’Ordine dei Chierici regolari Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie.

Papa Leone XIV, la fede è autentica quando diventa un criterio per le nostre scelte

La riflessione prima della preghiera dell’Angelus a mezzogiorno

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Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano, domenica 24 agosto, 2025 12:15 (ACI Stampa).

” Perché Gesù dice che la porta della salvezza è stretta?” E’ la domanda che Papa Leone XIV propone per la riflessione sul Vangelo di oggi prima della preghiera mariana dell’ Angelus. “Il Signore non vuole scoraggiarci. Le sue parole, invece, servono soprattutto a scuotere la presunzione di coloro che pensano di essere già salvati, di quelli che praticano la religione e, perciò, si sentono già a posto. In realtà, essi non hanno compreso che non basta compiere atti religiosi se questi non trasformano il cuore: il Signore non vuole un culto separato dalla vita e non gradisce sacrifici e preghiere se non ci conducono a vivere l’amore verso i fratelli e a praticare la giustizia”.

La provocazione del Vangelo “mentre a volte ci capita di giudicare chi è lontano dalla fede, Gesù mette in crisi “la sicurezza dei credenti”. Non basta “professare la fede con le parole, mangiare e bere con Lui celebrando l’Eucaristia o conoscere bene gli insegnamenti cristiani. La nostra fede è autentica quando abbraccia tutta la nostra vita, quando diventa un criterio per le nostre scelte, quando ci rende donne e uomini che si impegnano nel bene e rischiano nell’amore proprio come ha fatto Gesù” che “ci ha amati fino ad attraversare la “porta stretta” della Croce”. E se Lui è la misura della nostra fede è “Lui è la porta che dobbiamo attraversare per essere salvati, vivendo il suo stesso amore e diventando, con la nostra vita, operatori di giustizia e di pace”.

Si tratta di “compiere scelte faticose e impopolari, lottare contro il proprio egoismo e spendersi per gli altri, perseverare nel bene laddove sembrano prevalere le logiche del male, e così via”. Ma poi “scopriremo che la vita si spalanca davanti a noi in modo nuovo, e, fin d’ora, entreremo nel cuore largo di Dio e nella gioia della festa eterna che Egli ha preparato per noi”.

Nei saluti il Papa ha parlato della “popolazione di Cabo Delgado, in Mozambico, vittima di una situazione di insicurezza e violenza che continua a provocare morti e sfollati. Mentre faccio appello a non dimenticare questi nostri fratelli e sorelle, vi invito a pregare per loro ed esprimo la speranza che gli sforzi dei responsabili del Paese riescano a ristabilire la sicurezza e la pace in quel territorio”.

Un pensiero particolare per l’Ucraina: “Venerdì scorso, 22 agosto, abbiamo accompagnato con la nostra preghiera e con il digiuno i fratelli e le sorelle che soffrono a causa delle guerre. Oggi ci uniamo ai nostri fratelli ucraini i quali, con l’iniziativa spirituale “Preghiera Mondiale per l’Ucraina”, chiedono che il Signore doni la pace al loro martoriato Paese”.

E nel giorno della festa nazionale dell’Ucraina, che si celebra oggi, 24 agosto, Leone XIV ha inviato un messaggio al presidente Volodymyr Zelensky assicurando la sua “preghiera per il popolo ucraino che soffre a causa della guerra, in particolare per tutti coloro che sono feriti nel corpo, per coloro che hanno subito la perdita di una persona cara e per coloro che sono stati privati delle loro case”.

“Con il cuore ferito dalla violenza che devasta la vostra terra, mi rivolgo a voi”, scrive il Pontefice, invocando Dio perché consoli quanti sono provati dalle conseguenze del conflitto, rafforzi “i feriti” e conceda “il riposo eterno ai defunti”. Il Papa implora, inoltre, l’Onnipotente affinché muova i cuori delle persone di buona volontà” e “il clamore delle armi taccia” cedendo “il posto al dialogo” e aprendo “la strada della pace per il bene di tutti”. “Affido la vostra nazione alla Beata Vergine Maria, Regina della Pace”, conclude Leone XIV.

Il messaggio del Pontefice è stato pubblicato dal presidente Zelensky in un post nel proprio account X. 

San Bartolomeo


autore: Pompeo Batoni anno: 1749 titolo: Martirio di San Bartolomeo luogo: Museo Nazionale di Palazzo Mansi, Lucca

Nome: San Bartolomeo

Titolo: Apostolo

Altri nomi: Natanaele

Nascita: I sec, Cana, Galilea

Morte: I sec, Albanopolis, Caucasia

Ricorrenza: 24 agosto

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Festa

L’apostolo S. Bartolomeo era galileo e probabilmente pescatore come la maggior parte degli Apostoli. Scelto da Gesù, Natanaele, il suo nome originario, ebbe anch’egli la felice sorte di nutrire l’anima sua delle parole di vita che uscivano dal labbro benedetto del Divin Maestro per tutto il tempo della sua predicazione, e di essere testimonio dei suoi miracoli.

Insieme con gli altri Apostoli, predicò il Vangelo nella Giudea, operando miracoli e cacciando i demoni dagli ossessi. Nel giorno di Pentecoste ricevette egli pure la pienezza dello Spirito Santo, dopo di che annunziò intrepidamente il S. Vangelo agli Ebrei e soffrì come gli altri Apostoli obbrobri e battiture per amore di Gesù Cristo.

Rigettato dai Giudei, S. Bartolomeo si portò prima nella Libia, poi nell’Arabia, nelle Indie Orientali e nell’Armenia Maggiore. La sua parola, congiunta ad una vita mortificata e allo spirito di preghiera, operò un bene immenso.

Celebre è specialmente la conversione del re Polimio e della regina sua consorte. Però tanto zelo eccitò la gelosia e il furore degli idolatri, i quali, spinti da odio diabolico, tramarono contro di lui. Per meglio riuscire nel sacrilego intento, attirarono dalla loro parte il fratello del re, Astiage, che incatenato il santo Apostolo lo condannò ad essere scorticato vivo.

Mentre essi compivano quest’opera, San Bartolomeo scongiurava il Signore perché volesse perdonare ai suoi carnefici. I manigoldi, dopo avergli tolta la pelle, lo decapitarono.

Il corpo del santo Apostolo venne seppellito in Albanopoli, ove restò fino a quando l’imperatore Ottone II lo fece trasportare a Roma. Le reliquie del santo giunsero a Lipari nel 264 durante l’episcopato di sant’Agatone, ma nel IX secolo furono in parte disperse dagli arabi. Nel 410 furono trasferite a Maypherkat, poi nel 507 l’imperatore Anastasio I le portò a Dara, in Mesopotamia. Riapparvero a Lipari nel 546 e nell’838 a Benevento, dove furono custodite con grande cura.

Nel 983 l’imperatore Ottone II assediò la città per ottenerle e, dopo un inganno con il corpo di san Paolino di Nola, riuscì a portarne almeno una parte a Roma, deponendole nella basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina. Rimane incerta l’effettiva provenienza di queste reliquie e se ad ottenerle fu Ottone II o il successore Ottone III. Tuttavia, tra X e XI secolo il culto dell’apostolo crebbe notevolmente a Roma, segno probabile della presenza di autentiche reliquie. Le ricognizioni romane avvennero nel 1157 e due volte nel XVI secolo dopo le piene del Tevere.

PRATICA. Tutte le avversità, quando si mettono a confronto dei premi eterni che per esse ci saranno resi, non sono che ragnatele, ombra e fumo (S. Giovanni Crisostomo).

Leone XIV: nessun popolo può essere costretto all’esilio forzato

Ricevendo in udienza una delegazione del Chagos Refugees Group, il Papa ricorda le sofferenze e la determinazione soprattutto delle donne chagossiane per la rivendicazione pacifica dei propri diritti. I popoli, anche più piccoli e deboli, ricorda il Papa, vanno rispettati dai potenti nella loro identità. Invita poi a guardare al futuro, confidando nella grazia del perdono

Vatican News

Tutti i popoli, anche i più piccoli e i più deboli, devono essere rispettati dai potenti nella loro identità e nei loro diritti, in particolare il diritto di vivere nelle proprie terre; e nessuno può costringerli a un esilio forzato.

Sono parole importanti, pronunciate in francese, quelle che il Papa rivolge alla delegazione dell’associazione Chagos Refugees Group ricevuta stamani, 23 agosto, in Vaticano e impegnata nella restituzione delle Isole Chagos alla Repubblica di Mauritius. Una vicenda conclusasi nel maggio 2025 con la firma da parte del Regno Unito di un trattato che prevede la cessione dell’arcipelago al Paese africano e il mantenimento di una base militare statunitense sull’isola Diego Garcia, nell’Oceano Indiano. Per il Pontefice si tratta di “un segno incoraggiante” che ha una “forza simbolica sulla scena internazionale”.

Un passo significativo

Leone XIV ricorda poi l’incoraggiamento di Papa Francesco  ad andare avanti nelle trattative, nel corso di un incontro del giugno 2023, ed esprime la sua soddisfazione per l’intesa raggiunta, “un passo significativo – afferma – verso il vostro ritorno a casa”. “Ringrazio tutte le persone delle parti coinvolte che, aprendo il loro cuore, hanno compreso la sofferenza del vostro popolo e sono giunte a questo accordo”. Dialogo e rispetto delle decisioni del diritto internazionale, auspicate già da Francesco al suo ritorno dalle Mauritius, che hanno “potuto finalmente porre rimedio a una grave ingiustizia”

Rendo omaggio alla determinazione del popolo chagossiano, e in particolare a quella delle donne, nella rivendicazione pacifica dei propri diritti.

Il Papa con una delegazione del Chagos Refugees Group (@Vatican Media)

Guarire dalle ferite

L’auspicio del Papa è che il ritorno “avvenga nelle condizioni migliori possibili”, assicura l’impegno e il contributo, soprattutto spirituale, della Chiesa locale, presente anche “nei giorni di prova”.

Questi anni di esilio hanno causato molte sofferenze tra voi. Avete conosciuto la povertà, il disprezzo e l’esclusione. Possa il Signore, nella prospettiva di un futuro migliore, guarire le vostre ferite e concedervi la grazia del perdono verso quanti vi hanno fatto del male.  Vi invito a guardare risolutamente al futuro.

Una lunga vicenda

L’arcipelago delle Isole Chagos, situato nell’Oceano indiano, è territorio britannico d’Oltremare dal 1965, anno in cui le Isole Mauritius accettarono di separarsene in cambio dell’indipendenza. Divenne un avamposto strategico quando, da lì a pochi anni, nacque la base statunitense di Diego Garcia, coinvolta negli anni ’70 nelle operazioni militari in Vietnam e in seguito in Afghanistan e Iraq. In totale furono circa duemila le persone costrette all’esilio per consentire la costruzione della base militare. La vicenda nel corso del tempo è arrivata davanti a molte Corti britanniche, nel 2019 una sentenza non vincolante della Corte internazionale di giustizia definì «illegale» il mantenimento della sovranità sull’arcipelago da parte del Regno Unito. Nello stesso anno l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato a larga maggioranza la richiesta al Regno Unito di restituire l’arcipelago alle Isole Mauritius, e nel 2021 anche il Tribunale marittimo dell’ONU si è espresso a favore della restituzione. Iniziati i negoziati nel 2022, la firma di un trattato avvenuta quest’anno ha posto fine alla questione.

All’ Aventino a Roma un leone per Papa Leone XIV

L’omaggio al Pontefice dell’ Ordine di Malta e Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea.

Di Redazione

Città del Vaticano, giovedì 3 luglio, 2025 16:00 (ACI Stampa).

Un leone per Papa Leone omaggio dell’Ordine di Malta e della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea.

Nel cuore dell’Aventino, un maestoso leone in bronzo dell’artista Davide Rivalta è stato collocato nei giardini della Villa Magistrale del Sovrano Militare Ordine di Malta, in un dialogo silenzioso tra arte, natura e spiritualità.

Il leone, in posizione eretta, è visibile attraverso il celebre “buco della serratura” di Piazza dei Cavalieri di Malta, allineato alla cupola di San Pietro: una visione iconica di Roma che si arricchisce di un nuovo elemento di significato.

Grazie alla collaborazione con la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma e alla disponibilità della sua Direttrice, Renata Cristina Mazzantini, l’Ordine ha potuto ottenere in prestito uno dei celebri Leoni in bronzo di Rivalta, due dei quali sono già esposti sotto il porticato del Cortile d’Onore del Quirinale.

Avvicinando l’occhio al “buco della serratura” del grande portale decorato da Giovan Battista Piranesi nel 1765, si potrà ora ammirare non solo il profilo della Cupola, ma anche – ai suoi piedi – la figura vigile di un Leone: una presenza solenne e discreta che vuole essere un omaggio silenzioso e reverente a Sua Santità il Papa “qui sibi nomen imposuit Leonem Decimum Quartum.

“Il leone parla senza ruggire,” ha dichiarato Fra’ John T. Dunlap, Gran Maestro del Sovrano Ordine di Malta. “E nella sua nobile immobilità ci ricorda la forza silenziosa che protegge, serve e contempla: una forza che è al cuore della nostra missione.”

Il progetto espositivo è stato voluto dal Gran Maestro e realizzato a cura dell’Ambasciata del Sovrano Ordine presso la Santa Sede.

Davide Rivalta, bolognese classe 1974 è uno scultore italiano noto per le sue monumentali rappresentazioni animali, realizzate prevalentemente in bronzo, alluminio e fibra di vetro. Le sue opere raffigurano leoni, gorilla, lupi, bufali e altri animali in atteggiamenti solenni e silenziosi, sospesi tra realismo e presenza simbolica. Le sue creature invadono spazi pubblici e istituzionali – cortili, piazze, giardini – senza retorica, ma con intensità espressiva e profonda eleganza.

Le rivincite della Cina

di Federico Rampini| 22 agosto 2025- Federico Rampini – Corriere della Sera – 23 Agosto 21925

Sembra vincere la partita che sta ridisegnando gli equilibri, nonostante l’opacità del regime. Ma serve cautela

Qualora si arrivi a un accordo in Ucraina, Putin fa sapere che nel futuro dispositivo di sicurezza vuole truppe cinesi. L’India, allarmata per i dazi minacciati da Trump, fa le prove di un disgelo con Xi Jinping. La più grossa società americana di microchip per intelligenza artificiale, Nvidia, ha supplicato la Casa Bianca di poter esportare in Cina e alla fine ha ottenuto il permesso, pagando una tassa del 15%. Sono tre segnali di una rinnovata centralità della Repubblica Popolare, gigante da 1,4 miliardi di abitanti, e seconda economia del pianeta. Nella partita commerciale è l’unico grande a non aver ancora raggiunto un accordo con gli Stati Uniti. È anche l’unico ad avere minacciato serie ritorsioni, con l’embargo sulle terre rare, un ricatto così efficace che Trump ha rinunciato ai superdazi, e di proroga in proroga le due superpotenze stanno ancora negoziando (l’ultima sospensione dei dazi da parte della Casa Bianca offre tre mesi di tempo).
Questo quadro dà l’impressione che la Cina sia al momento l’unico vincitore, in una partita complicata che ridisegna gli equilibri macroeconomici e geopolitici.

Torna ad affacciarsi lo scenario di un «secolo cinese». La Pax Americana verrebbe gradualmente sostituita da un altro ordine globale, con la Cina al centro, nuove gerarchie e nuove regole, ispirate al grande disegno della Belt and Road Initiative, quelle Vie della Seta del terzo millennio che avvolgono il pianeta in un reticolato di infrastrutture fisiche e digitali, un sistema in cui «tutte le strade portano a Pechino». Un ruolo speciale verrebbe svolto dai Brics, l’associazione dei Paesi emergenti nata un po’ per caso all’inizio del millennio e cresciuta per progressivi allargamenti fino a diventare una sorta di alternativa al G7. Anche la decisione di inseguire gli Stati Uniti sulla strada degli stablecoin, verso una moneta digitale della banca centrale, rientra nel progetto cinese di offrire un’alternativa alla centralità del dollaro. L’emergere di questo nuovo ordine era nei piani da tempo, era anche nella logica delle cose — visto il declino dell’Occidente almeno in termini relativi, come peso demografico ed economico — ma l’accelerazione finale l’ha data Trump con i suoi strappi verso il protezionismo, le azioni unilaterali, gli sgarbi agli alleati, il nazionalismo di America First.
L’ultimo numero della più autorevole rivista americana di geopolitica, «Foreign Affairs», contiene un’analisi che trasuda ammirazione per il progresso scientifico-tecnologico della Cina, addita a modello la sua strategia di politica industriale varata dieci anni fa da Xi Jinping («Made in China 2025»), esorta Washington a imparare come si costruiscono complessi eco-sistemi per accelerare l’innovazione e promuovere la leadership di interi settori industriali. Essendo espressione di un establishment globalista e anti-trumpiano, il pensiero dominante su «Foreign Affairs» è che la Cina rischia di essere il modello vincente perché Washington fa tutte le scelte sbagliate.

Il passaggio dalla centralità americana ad un mondo sinocentrico però non è scontato. Gli scenari troppo «perfetti» nascondono sempre qualche difetto. Una cautela generale dovremmo applicarla quando parliamo di potenze autoritarie: investono molte risorse nella propaganda e quindi ci appaiono invincibili perché così vogliono sembrare. Hanno stabilità perché è tipica di sistemi senza alternanza e senza pluralismo. La storia insegna che la loro solidità ci appare totale fino al momento in cui entra in crisi, di colpo e spesso senza un preavviso.
Nonostante l’opacità del regime, ne sappiamo abbastanza per dire che l’elenco dei punti deboli cinesi è lungo. Sul piano esterno, per cominciare. La Cina ha dei limiti enormi di soft power, più i paesi le sono vicini più sono allarmati dalla sua prepotenza militare: Giappone, Corea del Sud, Filippine, Vietnam, per non parlare di quella Taiwan che come «provincia ribelle» viene predestinata all’annessione con le buone o le cattive. L’India può cercare un disgelo a fini tattici per accrescere il proprio potere negoziale verso Trump, ma nei fatti considera la Cina come la rivale strategica più pericolosa; e la recente visita di Xi in Tibet ha ravvivato preoccupazioni antiche.

A livello globale la Cina ha costruito una formidabile macchina da guerra per il dominio industriale del pianeta, la cui forza è l’altra faccia della sua debolezza: trainata dalle esportazioni, l’economia cinese è «condannata» a rovesciare eccedenze di produzione sui mercati altrui, con effetti distruttivi. Per questo non è mai decollata l’ipotesi di un’alleanza Ue-Cina contro i dazi di Trump, anzi nell’accordo fra Washington e Bruxelles ci sono delle chiare disposizioni anti-cinesi.

Ma è soprattutto all’interno della Repubblica Popolare che bisogna scrutare per ravvisare i problemi. Il miracolo della politica industriale di Pechino non è un inedito: ha copiato il modello del Giappone, poi emulato da altri dragoni asiatici, all’insegna del dirigismo statale, aiuti e sussidi pubblici, sovvenzioni all’export, protezionismo occulto e forme di autarchia. In Giappone fece faville per trent’anni e poi si schiantò, per tante ragioni a cominciare dal fatto che i pianificatori perfetti, onniscienti e onnipotenti, non appartengono a questo mondo. Sorvolo sui problemi più noti come declino demografico, crisi immobiliare, alta disoccupazione giovanile, bassa produttività nei settori tradizionali. Il tallone d’Achille più micidiale è politico. Xi deve preparare la sua successione, non ha un delfino designato. In passato, ai tempi di Mao Zedong e poi di Deng Xiaoping, la Cina comunista non seppe gestire queste successioni in modo pacifico, indolore, e senza ribaltamenti strategici traumatici. Questo include la politica estera.

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