"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 63 di 146

Santa Rosa da Lima


autore: Carlo Dolci anno: 1640-1687 ca. titolo: Santa Rosa luogo: Palazzo Pitti, Firenze

Nome: Santa Rosa da Lima

Titolo: Vergine

Nome di battesimo: Isabel Flores de Oliva

Nascita: 20 aprile 1586, Lima

Morte: 24 agosto 1617, Lima

Ricorrenza: 23 agosto

Beatificazione:
15 aprile 1668, Roma, papa Clemente IX

Canonizzazione:
12 aprile 1671, Roma, papa Clemente X

Luogo reliquie: Basilica e Convento di San Domenico

Fu il primo fiore dell’America meridionale. Nacque da ricchi genitori verso la fine del secolo XVI. Fu veramente una « rosa » che crebbe fra le spine; la vita di lei fu tutta un profumo di celestiali virtù tra eroiche penitenze. Fin da fanciulla si distinse per la pietà e per la docilità ai propri genitori. All’età di cinque anni fece il voto di perpetua verginità, eleggendosi per sposo Gesù Cristo. Appena seppe leggere, per prima cosa lesse la vita di S. Caterina da Siena, che scelse a protettrice e di cui cercò di imitare le virtù.

Cresciuta negli anni, cominciò a fare vita più ritirata. I genitori volevano che si sposasse, ma essa, benché dolente per dover contraddire i genitori, stette ferma nel suo proposito.

Più tardi, meditando le parole del Vangelo: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che hai, dallo ai poveri e vieni e seguimi», si ritirò in un monastero di Domenicane.

In questo nuovo stato di vita, si accrebbe in lei il fervore della carità verso il Signore e attese a vivere nel nascondimento, accettando i lavori più umili e più faticosi, facendo tutto allegramente, come penitenza dei propri peccati.

Questo suo grande amore verso il Signore fu messo a una prova che durò per circa 15 anni, durante i quali ebbe anche a patire persecuzioni da parte di estranei. Ebbe inoltre lo straordinario dono delle nozze mistiche.

In questa lotta, essa andava ripetendo: «Signore, fatemi soffrire di più, purché non mi sia tolto il vostro amore». Passata finalmente la bufera, il Signore la volle consolare, favorendola di molte visioni.

S’intratteneva familiarmente con la sua protettrice S. Caterina da Siena, che le appariva di frequente, e Gesù Cristo in un’apparizione le disse: «O Rosa del mio cuore, tu sei la mia sposa». Ormai Gesù era l’unico suo pensiero e persino durante la notte vegliava pregando.

Gesù, intrattenendosi con lei, le disse: «Preparati: gli sponsali si avvicinano». E il giorno seguente, 24 agosto 1617, tra il pianto delle consorelle, lasciava questa terra per andare incontro allo Sposo Celeste.

Santa Rosa da Lima fu inizialmente sepolta privatamente nel chiostro del convento domenicano di San Domenico a Lima, come lei stessa aveva desiderato, ma in seguito le sue spoglie furono traslate nella chiesa vero e proprio del convento, dove iniziarono a essere oggetto di venerazione divina. Oggi il suo corpo è venerato nella Basilica Domenicana della Madonna del Rosario (nota anche come Convento di Santo Domingo) a Lima, all’interno di una cappella riccamente decorata sotto l’altare, dove riposano anche le reliquie di San Martín de Porres e altri santi peruviani

PRATICA. Bisogna ubbidire prima a Dio che agli uomini.

PREGHIERA. O Dio onnipotente, dispensatore di tutti i beni, che, avendo prevenuta con la rugiada della grazia celeste la beata Rosa, volesti che fiorisse nelle Indie come modello di verginità e di pazienza, da’ a noi tuoi servi che, correndo dietro l’odore delle sue virtù, meritiamo di divenire il buon odore di Cristo.

DIGIUNO A PANE E ACQUA

Il Papa e la perdita del valore del digiuno

di Ferruccio de Bortoli| 22 agosto 2025 – Corriere della Sera – 22 Agosto 2025

Leone XIV ha indetto per oggi una giornata di digiuno e preghiera per la pace. Non è la prima volta che il pontefice incoraggia i fedeli a osservare un precetto che una volta faceva parte della vita quotidiana. Peccato che oggi si parli solo di digiuno intermittente

Leone XIV ha indetto per oggi una giornata di digiuno e preghiera per la pace che per gli stessi cattolici sarà più che simbolica. Ed è questo un serio motivo di tristezza. Non è la prima volta che il pontefice, al pari dei suoi predecessori, incoraggia i fedeli a osservare un precetto che una volta faceva parte della vita quotidiana, e soprattutto popolare, delle famiglie (il venerdì di magro). Si aveva poco eppur si rinunciava a qualcosa perché si dava più importanza a ciò che non si era sicuri di avere tutti i giorni. 

Una sorta di disciplina personale – e in fondo rispettosa dell’importanza del cibo disponibile e del fatto che si dipenda sempre dagli altri – anche al di là del significato religioso. Bruno Forte scrive oggi su Avvenire un intervento che andrebbe letto e riletto anche da chi non crede. Non solo per i suoi profondi riferimenti biblici ma anche e soprattutto per la sua lezione di umiltà. «Si vive assumendo la vita dall’esterno – scrive Forte – e il digiuno volontario ci ricorda che la nostra vita è precaria, viene da altrove ed è destinata altrove». 

Attraverso il digiuno il credente si riconcilia con Dio – afferma il teologo e arcivescovo di Chieti e Vasto – e forse, aggiungiamo noi, il semplice cittadino, nell’invocare la pace là dove oltre a non mangiare si muore, ci riconcilia con un senso più profondo di comunità

Il digiuno è infine anche una piccola virtù civica. Peccato che se ne parli solo se è intermittente. E si misuri il suo valore solo sulla bilancia. Una società dei consumi (da aumentare) preoccupata più della dieta che della pace.

Beata Vergine Maria Regina


autore: Diego Velázquez anno: 1641-1644 titolo: Incoronazione della Vergine luogo: Museo del Prado, Madrid

Nome: Beata Vergine Maria Regina

Titolo: Regina del cielo e Madre di misericordia

Ricorrenza: 22 agosto

L’undici ottobre 1954, S. S. Pio XII istituì la festa della Regalità di Maria, da celebrarsi ogni anno in tutto il mondo il giorno 31 maggio; fu poi trasferita al 22 agosto, giorno ottavo dell’Assunzione, per sottolineare il legame della regalità di Maria con la sua glorificazione corporea.

Con tale festa il Papa ha voluto sigillare, con la sua autorità, la voce dei monumenti antichi e delle preghiere liturgiche e il senso del popolo cristiano, che attribuirono perennemente alla Vergine la dignità regale.

Non si tratta quindi di una nuova verità proposta al popolo cristiano, perché il fondamento e le ragioni della dignità regale di Maria, abbondantemente espresse in ogni età, si trovano nei documenti antichi della Chiesa e nei libri della sacra liturgia.

Infatti fin dai primi secoli della Chiesa Cattolica il popolo cristiano ha elevato preghiere e inni di lode e di devozione alla Regina del Cielo, sia nelle circostanze liete, sia, e molto più, nei periodi di gravi angustie e pericoli; nè vennero meno le speranze riposte nella Madre del Re Divino, Gesù Cristo; e la fede dí coloro che sempre credettero che la Vergine Maria, Madre di Dio, presiede all’universo con cuore materno, spesse volte fu premiata con grazie elette e divini favori.

Il primo e più profondo motivo della dignità regale di Maria consiste nella sua maternità divina. Poiché Cristo, per l’unione ipostatica è, anche come uomo, Signore e Re di tutta la creazione, così Maria, « la Madre del Signore », partecipa, benché in modo analogo, alla dignità regale del suo Figlio.

A buon diritto quindi S. Giovanni Damasceno scrive: « Maria è veramente diventata la Signora di tutta la creazione, nel momento in cui divenne Madre del Creatore; e lo stesso Arcangelo Gabriele può dirsi l’araldo della dignità regale di Maria ».

La Beatissima Vergine è Regina non soltanto come conseguenza della maternità divina, ma anche per la parte singolare che, per volontà di Dio, ebbe nell’opera della Redenzione. Infatti come Cristo è nostro Signore e Re anche per il fatto che ci ha redenti col suo prezioso Sangue, così Maria, in modo analogo, è pure nostra Regina, perché prese intima parte, come nuova Eva, all’opera redentrice di Cristo, novello Adamo, soffrendo con Lui ed offrendolo all’Eterno Padre.

E’ certo che in senso pieno, proprio e assoluto, soltanto Gesù Cristo, Dio e Uomo, è Re; tuttavia anche Maria, sia come Madre di Cristo Dio, sia come socia nell’opera del Divin Redentore e nella lotta contro i nemici e nel trionfo ottenuto su di essi, partecipa alla sua dignità regale.

Infatti da questa unione con Cristo Re deriva a Lei tale splendore e sublimità da superare l’eccellenza di tutte le cose create: da questa stessa unione con Cristo nasce quella regale potenza per cui Ella può dispensare i tesori del regno del Divin Redentore; infine dalla stessa unione con Cristo ha origine la inesauribile efficacia della sua materna intercessione presso il Figlio e presso il Padre.

Nessun dubbio pertanto che Maria SS. ma sopravanzi in dignità tutta la creazione e abbia su tutti il primato, dopo il suo Figliuolo. Se il mondo oggi lotta senza tregua per assicurare la pace, l’invocazione del regno di Maria è più efficace di tutti i mezzi terreni per ottenere questo scopo.

Pertanto tutti i fedeli cristiani si sottomettano all’impero della Vergine Madre di Dio, la quale mentre dispone di un potere regale, arde di un materno amore.

PRATICA: Magnifichiamo con legittimo orgoglio di figli la regalità di Maria e proponiamo di riconoscere nella Vergine la nostra vera Madre e Regina. Proponiamo di avvicinarci con maggior fiducia al trono di grazia e di misericordia della Regina e Madre nostra, per chiedere soccorso nelle avversità, luce nelle tenebre, conforto nel dolore e nel pianto, e soprattutto per ottenere in terra quella pace che è il pegno della beatitudine eterna del Paradiso.

PREGHIERA: « …Vergine Augusta e Padrona, Regina, Signora, proteggimi sotto le tue ali, custodiscimi, affinché non esulti contro di me satana, che semina rovine, né trionfi contro di me l’iniquo avversario » (S. Efrem).

Ucraina, la via della pace in due mosse. Lo scambio tra territori e sicurezza

di Carlo Cottarelli – Corriere della Sera – 22 Agosto 2025

Servono garanzie ferree per l’Ucraina. Supporto aereo e difesa informatica di Kiev sarebbero il prezzo pagato da Putin. Positivo che gli Stati Uniti siano orientati a contribuire

I primi passi della «via diplomatica» per la risoluzione della guerra iniziata con l’invasione russa dell’Ucraina hanno suscitato commenti contrastanti che rispecchiano l’estrema polarizzazione delle posizioni politiche che ormai prevale per quasi tutte le questioni. Cercherò nelle righe seguenti di fornire invece un giudizio più bilanciato, concentrandomi su tre temi: i protagonisti di questi passi, la sostanza di un possibile accordo e le sue probabili conseguenze. L’inevitabile caveat è che l’incertezza è ancora enorme: si tratta quindi di valutazioni del tutto preliminari. Partiamo dai protagonisti. 

Il regista

Non c’è dubbio che al primo posto, quello del regista, venga Trump. È a lui che si devono gli sviluppi più recenti. Nonostante le modalità a dir poco inusuali del suo procedere, occorre dargli atto che l’attuale percorso diplomatico è merito suo. Era peraltro impossibile che un’iniziativa di pace potesse procedere senza un intervento diretto degli Stati Uniti. Per una volta riconosciamo, però, che un ruolo importante è stato svolto anche dall’Europa. Il fatto che i tre principali Paesi della Ue (Germania, Francia, Italia), sostenuti dalla Commissione, più il Regno Unito, abbiano ribadito il loro fermo e congiunto sostegno all’Ucraina ha probabilmente spostato Trump su posizioni più favorevoli al Paese aggredito rispetto a quelle che avevano caratterizzato le prime settimane della sua presidenza.

La grande assente

Tra i protagonisti, si segnala per la sua assenza la Cina. Gli Stati Uniti non hanno interesse a coinvolgerla. Vedremo come questa assenza influenzerà sui negoziati. Senza poter contare sul sostegno economico cinese, la Russia forse non avrebbe iniziato la guerra. Vedremo se la pace potrà ora essere raggiunta senza coinvolgere quella che è ormai diventata la seconda potenza egemone globale.

I territori

Passo alla sostanza del possibile accordo. È ormai chiaro, per quanto ingiusto possa essere, che la pace potrà arrivare solo al prezzo di una cessione di territori alla Russia che vada oltre la Crimea, con una modalità più o meno formale. Sento già molti sentenziare che lo si sapeva fin dall’inizio che sarebbe finita così e che, quindi, è stato futile per l’Ucraina combattere contro la potenza russa, che l’Occidente ha sbagliato ad armare tale resistenza e che la via diplomatica era l’unica possibile. Si tratta di posizioni estreme, ideologiche e che non guardano alla realtà.

Putin non ha vinto

La realtà è che Putin non ha vinto, perché, come si è capito dalle sue prime mosse durante l’aggressione, il suo obiettivo era l’asservimento dell’Ucraina al suo volere, la sua trasformazione in uno stato vassallo, la fine della sua indipendenza. L’eroica lotta del popolo ucraino, col sostegno dell’Occidente, ha impedito di raggiungere tali risultati. Questo è costato sangue, ucraino e russo, e ne è stato versato abbastanza. Non è la prima volta che la libertà si paga con un alto prezzo, purtroppo.

Le conseguenze

Infine, le conseguenze di un possibile accordo. A qualcuno la cessione di territori alla Russia ricorda la cessione dei Sudeti a Hitler dopo la conferenza di Monaco, cessione cui seguì, mesi dopo, la fine della Cecoslovacchia. Anche questa è una posizione estrema. Ci sono differenze fondamentali. La principale è che la Germania nazista incamerò i Sudeti senza colpo ferire. Più di tre anni di guerra dovrebbero avere convinto Putin che ulteriori mosse espansionistiche sarebbero troppo costose per la Russia. Ciò detto è chiaro che un accordo dovrà essere accompagnato da ferree garanzie sulla sicurezza dell’Ucraina ed è positivo che gli Stati Uniti siano orientati a contribuire a tali garanzie almeno col supporto aereo e di cybersecurity.

Le spese militari

Il prezzo pagato da Putin dovrebbe, a fortiori, scoraggiarlo da intraprendere iniziative espansionistiche anche verso il resto dell’Europa. È per questo che dobbiamo essere grati all’Ucraina per aver contrastato l’invasione. Certo, l’aggressione di Putin richiede che l’Europa aumenti le proprie spese per la difesa. Continuo però a pensare che portare la spesa militare ai livelli previsti dal recente accordo Nato sia eccessivo: il fallimento dell’aggressione russa, nonostante l’enorme squilibrio di popolazione rispetto all’Ucraina, conferma che la Russia è molto meno potente di quanto fosse l’Urss.

Card. Pizzaballa. «Anche in Terra Santa i cuori possono cambiare»

OGGI GIORNATA DI PREGHIERA E DI DIGIUNO PER LA PACE

 «Anche in Terra Santa  i cuori possono cambiare»  QUO-191

21 agosto 2025

di Francesca Sabatinelli – Osservatore Romano – 22 Agosto 2025

Gratitudine per la costante attenzione del Papa e speranza affinché il cuore degli uomini possa cambiare. Il patriarca di Gerusalemme dei Latini, cardinale Pierbattista Pizzaballa, esprime questi suoi sentimenti alla vigilia della giornata di digiuno e di preghiera indetta da Leone XIV per il 22 agosto, giorno in cui si celebra la memoria della Beata Vergine Maria. Un invito rivolto dal Pontefice ai fedeli alla fine dell’udienza generale del 20 agosto, perché si supplichi il Signore affinché «conceda pace e giustizia» a chi soffre a causa dei conflitti armati, con lo sguardo rivolto a Terra Santa e Ucraina.

«Siamo grati di questa attenzione al tema della pace sul quale il Papa è ritornato molto spesso, quasi sempre — sono le parole del porporato ai media vaticani — è un tema molto delicato, per noi molto sentito. Non è la prima volta che ci impegniamo a fare giornate preghiera e digiuno, anche nel passato sono state fatte ed è l’unica cosa che in questo momento possiamo fare: pregare e digiunare, per mantenere l’attenzione rivolta a Dio, è l’unica cosa che possiamo fare in questo momento perché cambi il cuore degli uomini».

Alla preghiera, è però la preoccupazione di Pizzaballa, non ci si deve affidare come se fosse «una formula magica che risolve i problemi». La preghiera serve per cambiare i cuori, l’avvicinarsi in altro modo finirebbe per creare «solo frustrazione». La preghiera, è l’indicazione del patriarca, serve ad aprire i cuori in un contesto di odio e di rifiuto dell’altro come quello creato in questo momento dalla guerra e dalla mancanza di pace, «il cuore invece deve rimanere sempre aperto alla fiducia, al desiderio di fare il bene, di costruire il bene. Ed è questa la forza della preghiera, soprattutto in Terra Santa, dove riconoscere l’altro è quasi impossibile in questo momento».

Preghiera e digiuno daranno quindi forza anche a chi vive in un luogo devastato da morte e da violenza, dove la parola pace sembra non trovare più terreno. «Non trova terreno nelle istituzioni — prosegue il cardinale — non lo trova nelle grandi organizzazioni, siano esse politiche e ahimè anche religiose, ma trova terreno tra tante persone, movimenti, gruppi associazioni e singoli che non accettano questa deriva. La preghiera serve anche per creare questo legame con le persone di tutte le fedi che, nonostante tutto, vogliono ancora però credere che il cuore dell’uomo, anche in Terra Santa, può cambiare».

La giornata di domani confermerà che «Cristo non è assente da Gaza», come disse lo stesso Pizzaballa durante la conferenza stampa con il patriarca ortodosso di Gerusalemme, Teofilo III, lo scorso 22 luglio, di ritorno dalla visita alla comunità cristiana di Gaza dopo il bombardamento sulla chiesa cattolica della Sacra Famiglia. «Conoscendo la comunità — spiega ancora — posso dire che la loro forza viene proprio dalla preghiera, dalla forza di resistere dentro a quella situazione terribile. Siamo alla vigilia di non sappiamo cosa, non sappiamo cosa accadrà con questa occupazione che è iniziata, cosa accadrà a noi, ai nostri vicini, a tutti. Ma la loro forza nel resistere, nel cercare di aiutare tutti nonostante tutto, nel portare il cibo, nel distribuire le medicine ecco, questa forza viene proprio dalla preghiera e dal quel loro stare insieme che solo la preghiera può dare». Si pregherà domani in Terra Santa, i fedeli pregheranno per loro stessi e per i loro vicini, perché la pace prevalga, perché si metta fine alla preoccupazione che non abbandona mai nessuno, perché non si può non esserlo per quello che potrà accadere a Gaza, conclude il porporato: «Le informazioni che riceviamo dai territori sono confuse, non vi è stato un diretto ordine di evacuazione, però i combattimenti si avvicinano sempre più alla nostra zona, le zone limitrofe alle nostre sono state evacuate quindi siamo lì, in attesa di capire cosa fare».

FARE TEOLOGIA CON UN PO’ DI FANTASIA

SECONDA PUNTATA DELLE CRONACHE DI NARNIA

Mosè, legislatore, profeta e condottiero

21 Agosto 2025 ore 11:58

di Roberto de Mattei CR  1912

Mosè, legislatore e guida del popolo di Israele nel tempo dell’Esodo, è una delle figure più importanti e venerate della storia. La sua vita comincia nel XV secolo a. C, in un periodo di oppressione per gli israeliti che, dopo essersi stabilitisi in Egitto, erano stati ridotti in schiavitù dal faraone. Temendo l’aumento della popolazione ebraica, il faraone ordinò la morte di tutti i neonati maschi ebrei. La madre di Mosè, Iochabed, per salvarlo, lo depose in una cesta di papiro e lo affidò alle acque del Nilo. Il bambino fu trovato da una principessa, figlia del faraone, che lo adottò e lo allevò nella corte egiziana. Mosè fu educato in maniera regale, formandosi in tutte le discipline, senza mai dimenticare però le sue radici.

A circa quarant’anni, fuggì dall’Egitto dopo aver ucciso un egiziano che maltrattava un ebreo. Rifugiatosi nella terra di Madian, sposò Sephora, figlia di un sacerdote locale, da cui ebbe due figli. Un giorno, mentre pascolava il gregge nei pressi del monte Horeb, avvenne la grande manifestazione divina che lo trasformò in un condottiero. Da un roveto, che ardeva senza consumarsi, Dio gli parlò, rivelandogli il proprio nome e affidandogli la missione di liberare il popolo d’Israele: «Io sono Colui che sono e dirai ai figli di Israele: Colui che è mi mandò a voi» (Esodo 3, 14).

Mosè tornò in Egitto e, insieme al fratello Aronne, affrontò il faraone chiedendo la liberazione degli israeliti. Al rifiuto del sovrano, Dio colpì l’Egitto con dieci piaghe profetizzate da Mosè. L’ultima, la morte dei primogeniti, portò infine il faraone a concedere la partenza degli ebrei dall’Egitto. Quando il faraone cambiò idea e li inseguì con il suo esercito, Dio aprì il Mar Rosso permettendo al popolo di Israele di attraversarlo, e poi richiuse le acque sui suoi nemici, inabissandoli nel mare. Allora Mosè e i figli d’Israele cantarono questo cantico al Signore: «Voglio cantare al Signore, perché ha trionfato splendidamente; cavallo e cavaliere ha gettato nel mare. Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza. Egli è il mio Dio: lo voglio lodare, il Dio di mio padre: lo voglio esaltare. Il Signore è un guerriero, Signore è il suo nome, I carri del faraone e il suo esercito li ha scagliati nel mare, i suoi combattenti scelti furono sommersi nel Mar Rosso. Gli abissi li ricoprirono, sprofondarono come pietra» (Es, 15, 1-18).

Dopo la fuga, Mosè guidò il popolo ebraico nel deserto verso il monte Sinai. Qui si verificò uno dei più prodigiosi interventi della storia sacra. Dio consegnò a Mosè i Dieci Comandamenti, suggellando, con queste prescrizioni il patto sancito con il popolo di Israele. I comandamenti promulgati da Dio furono scritti su due tavole di pietra: i primi tre, che riguardano i nostri doveri verso di Lui, sulla prima tavola; gli altri sette, che riguardano i nostri doveri verso gli uomini, sulla seconda. Tutta la storia sacra svoltasi fino a questo punto: la creazione, la caduta dell’uomo, la promessa del Redentore, il diluvio, la confusione delle lingue, la vocazione di Abramo, la storia di Isacco, di Giacobbe, di Giuseppe, le piaghe d’Egitto, la liberazione di Israele, il passaggio del Mar Rosso, sono come una prefazione al Decalogo, in particolare a questa prima parola: «Io sono il Signore, tuo Dio!», sulla quale si basa tutta la legge divina, scrive René-François Rohrbacher nel primo volume della sua Storia universale della Chiesa  (1842).

Il viaggio di Mosè verso la Terra Promessa durò quarant’anni, segnato da prove, mormorazioni e ribellioni del suo popolo. Mosè agì come guida, intercessore e giudice, portando le richieste e le colpe degli israeliti davanti a Dio. I Padri della Chiesa hanno visto in lui, per questo ruolo di legislatore e mediatore, una prefigurazione di Cristo. Dopo aver condotto il popolo fino ai confini di Canaan, Mosè contemplò dal monte Nebo, oggi in Giordania, la Terra Promessa, ma non vi entrò, come Dio gli aveva annunciato. Morì a 120 anni e fu sepolto in un luogo sconosciuto.

Sul Monte Sinai, scrive san Gregorio di Nissa, Mosè venne introdotto ai più alti misteri, quando Dio gli presentò la complessa costruzione del Tabernacolo: un tempio la cui bellezza e varietà non possono essere facilmente descritte. Comprendeva un ingresso a colonne, tendaggi, lampadari, un altare dei sacrifici e nell’interno un santuario inaccessibile. Dio ordinò a Mosè di riprodurre in un edificio materiale innalzato dagli uomini il Tabernacolo da lui visto in cielo, usando i più preziosi e più splendidi materiali che potesse trovare. «Ecco gli dice il Signore, tu farai tutto secondo il modello che ti fu mostrato sul monte» (Es 25, 9).

Nella stessa visione, Dio rivelò a Mosè anche i paramenti destinati al Sommo Sacerdote. Si trattava di vesti ricche di significato simbolico, in cui ogni dettaglio non era solo ornamento, ma richiamo alle virtù spirituali necessarie a chi era chiamato al sacerdozio.

Le tavole della Legge, scritte da Dio stesso, vennero deposte dentro l’Arca dell’Alleanza, una cassa di legno di acacia, rivestita d’oro all’interno e all’esterno, che fu collocata nel Santo dei Santi del Tabernacolo, come segno visibile del patto stabilito tra Dio e il popolo eletto. C’è uno stretto rapporto tra la legge mosaica racchiusa nei Dieci Comandamenti, e il Tabernacolo, prefigurazione della Chiesa fondata da Cristo, fonte di tutte le grazie che santificheranno il mondo fino alla fine dei tempi. Il culto che Dio prescrisse al suo popolo sul Sinai consisteva principalmente nell’osservanza della sua legge. «E ora, o Israele, che cosa ti chiede il Signore tuo Dio, se non che tu lo tema, che tu cammini nelle sue vie, che tu lo ami, che tu lo serva con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, e che tu osservi i comandamenti e le cerimonie che oggi ti prescrivo, affinché tu sia felice» (Deut. 10, 12). Ciò significa che non c’è culto autentico senza l’osservanza della Legge divina.

Il Decalogo, che Dio diede a Mosè nel Vecchio Testamento e che Gesù Cristo perfezionò nel Nuovo, costituisce il perfetto codice della Legge naturale e divina. I Dieci Comandamenti sono incisi nella coscienza di ogni uomo, ma sono oggetto della fede cristiana perché Dio li ha rivelati a Mosè sul Monte Sinai. Essi rappresentano una luce nell’oscurità del nostro tempo e noi veneriamo Mosè come legislatore, profeta e condottiero. 

Le mire di Putin e i suoi inganni: quelle trappole sulla strada verso la pace

di Federico Fubini – Corriere della Sera – 21 Agosto 2025

Lo «zar» cercherà di trascinare le trattative per settimane e mesi dopo aver strappato a Trump la concessione più subdola: nessuna tregua.

Mettetevi nei panni di Vladimir Putin. Avete scatenato un’invasione tre anni e mezzo fa puntando una fila di blindati lunga 60 chilometri contro Kiev. Volevate conquistare il sistema politico dell’Ucraina (“denazificarlo”) e mettere il Paese alla vostra mercè (“smilitarizzarlo”). Avete innescato una battaglia così violenta che dopo un mese non una sola casa delle periferie della capitale investite dall’attacco – Hostomel, Irpin, Bucha – era integra.

E avete fallito: dopo un mese, le vostre truppe si sono ritirate. Allora avete concentrato gli attacchi sulla parte orientale dell’Ucraina. In tre anni e mezzo avete speso le vite di 250 mila o più russi, oltre a un numero di feriti che ormai si avvicina al milione: una quindicina di volte più di quanti l’Unione sovietica ne avesse persi in Afghanistan negli anni ’80, avvicinando la propria dissoluzione. Avete speso 500 miliardi di dollari non in educazione, sanità o tecnologie per la Russia, ma in distruzione del Paese vicino. Per sostenere un simile sforzo siete piombati nell’isolamento e nelle sanzioni dei Paesi avanzati e avete dovuto mettervi nelle mani della Cina. Ormai è Pechino che vi detta i termini: compra il vostro gas e petrolio al prezzo che decide da sé, vi impone di usare lo yuan, vi colonizza sul piano industriale. La Russia aveva sempre avuto una tradizione di camion pesanti, i gloriosi Kamaz. Quest’anno invece le vendite di camion russi in Russia sono giù del 50%, mentre i camion cinesi hanno catturato quasi il 70% del mercato. Ed è solo un esempio.

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Volevate ricostruire un impero, vi ritrovate nei panni del vassallo di un altro impero. Ma cosa avete ottenuto per questo prezzo? L’Ucraina non è «denazificata» (niente cambio di governo), in compenso è «militarizzata» molto più di prima. Certo, avete conquistato il 12% del Paese, oltre al 7% che occupavate già il 24 febbraio del 2022; ma quel territorio ha bisogno di investimenti per centinaia di miliardi di dollari per tornare a essere vivibile. E una parte importante della popolazione se n’è andata: in alcune aree occupate metà degli abitanti sono fuggiti, in altre il 95%; nel complesso si stima che dei 10 milioni di abitanti dell’Ucraina orientale potrebbe esserne rimasta poco più della metà. Avete combattuto ferocemente per una landa desolata.

Se la Russia fosse una democrazia, anche autoritaria, il potere di Putin sarebbe in pericolo. Un leader che ha commesso una serie così catastrofica di errori — lasciamo stare per ora i crimini — non potrebbe restare. Ma la Russia non è una democrazia. Tutto questo deve mettere in guardia gli occidentali, ora che si apre una fase vitale dei negoziati. Putin non è sazio, non può uscire dalla guerra così: chiederà la levata delle sanzioni, qualche forma di riconoscimento delle proprie pretese sulla Crimea e il resto dei territori occupati; soprattutto, resisterà a qualunque forma di garanzia di sicurezza per l’Ucraina che sia credibile ed efficace.

Putin farà di tutto per trascinare la trattativa «di pace» per settimane e mesi, dopo aver strappato a Donald Trump la concessione più subdola: nel frattempo, non occorre nessuna tregua. A quel punto getterà ancora più uomini nel tritacarne per cercare di piegare a proprio favore la situazione sul terreno, quindi per far pesare quest’ultima ai tavoli di pace. Spererà che le democrazie, mentre negoziano, si concentrino sulle trattative e non nel sostegno militare all’Ucraina. Ovviamente Putin non vuole incorrere nelle ire di Trump e metterà massima cura nel camuffare il fatto che l’unico ostacolo al congelamento del conflitto è lui. Quanto a Trump, ha messo a disposizione la copertura aerea americana in un sistema di garanzie di sicurezza per Kiev. Ha detto che profonde tutto questo impegno solo perché vuole «andare in paradiso», o magari gli basterebbe anche il Nobel per la Pace. Eppure Putin sembra averlo incantato e avviluppato nelle sue spire su due punti essenziali. Non solo ha la pretesa di poter continuare ad attaccare selvaggiamente mentre tratta all’infinito un ipotetico accordo di pace; c’è anche l’altra pretesa, che le presunte «garanzie di pace» ricalchino quelle del fallito negoziato di Istanbul del 2022: un certo numero di Paesi, fra cui la Russia e la Cina, avrebbe ciascuno un diritto di veto sulla difesa dell’Ucraina in caso di attacco.

In pratica l’aggressore, Putin stesso, avrebbe diritto di paralizzare qualunque garanzia a favore dell’aggredito. La sua strategia ormai è chiara: attaccare perché nessuno gli chiede più una tregua e nel frattempo porre richieste impossibili che prolunghino il negoziato di «pace». Probabilmente conta ancora su un anno di energie finanziarie, economiche, industriali e demografiche della Russia, prima che lo sforzo di guerra obblighi anche il Cremlino a una pausa. La fase più drammatica comincia ora.

San Pio X

Titolo: Papa

Nome di battesimo: Giuseppe Melchiorre Sarto

Nascita: 2 giugno 1835, Riese

Morte: 20 agosto 1914, Roma

Ricorrenza: 21 agosto

Beatificazione:
3 giugno 1951, Roma, papa Pio XII

Canonizzazione:
29 maggio 1954, Roma, papa Pio XII

Giuseppe Sarto nacque a Riese, presso Treviso, il 2 giugno 1835, da Giovanni Battista Sarto e da Margherita Sanson, poveri, ma ottimi coniugi, cari a tutti per il loro spirito di carità. Era il primogenito di dieci figli. Ricevette i primi insegnamenti religiosi in seno alla famiglia, dove la virtù era tradizionale.

All’età di 9 anni « Bepi » fa alla mamma una cara confidenza: Vuole essere prete!… L’inaspettata rivelazione è accolta con un sussulto di gioia e una pena a stento dissimulata. Troppo onore per la famiglia Sarto! Ma, e i mezzi?… « Occorre confidare – pensò l’ottima madre – se Dio lo vuole sacerdote ci fornirà i mezzi necessari ». Nel novembre del 1850 entrò nel Seminario di Padova e il 18 settembre del 1858 fu ordinato sacerdote a Castelfranco Veneto e il giorno seguente celebrò la Prima Messa Solenne nella nativa Riese, dove era stato battezzato e aveva ricevuto la Prima Comunione.


Fu Cappellano a Tombolo, Parroco a Salzano e poi Canonico e Cancelliere della Curia di Treviso. Ma tanto fu lo zelo e la competenza dimostrata nell’esplicare le mansioni affidategli, che Leone XIII lo elesse il 24 nov. 1884 Vescovo di Mantova, quindi Vescovo di S. Apollinare di Roma e in seguito Cardinale e Patriarca di Venezia. Lo Spirito Santo lo voleva però Capo Supremo di tutta la Chiesa. Morto infatti Leone XIII, il 4 agosto 1903 il Cardinal Sarto veniva eletto Papa col nome di Pio X.

Sulla Cattedra di Pietro Pio X fece delle riforme che rimarranno indelebili nella storia del Pontificato, dalla riforma della Musica Sacra, alla codificazione del diritto canonico ad encicliche sul catechismo, sull’Immacolata Concezione, contro la Massoneria, alla riorganizzazione dell’Azione Cattolica. La riforma più importante fu quella di portare ai 7 anni l’età della Prima Comunione, che fino allora si faceva in età molto più avanzata Decreto Quam singulari Christus amore sulla comunione ai fanciulli. (Decreto “Quam singulari Christus amore” sulla comunione ai fanciulli.) I giansenisti superstiti inorridirono; i modernisti mormorarono. Ma Pio X era sicuro di non sbagliare, e non cedette.

A mezzo secolo di distanza l’eresia modernista, che funestò in quel tempo la Chiesa, non è ormai che un ricordo. I suoi fautori pretendevano adeguare la Chiesa ai tempi moderni, e riuscirono a fare molti adepti anche tra le file del clero. L’enciclica « Pascendi dominicis » fece l’effetto di una bomba, che schiantò definitivamente l’eresia modernista. 

Pio X fu sensibile a molti altri gravi problemi sociali, politici ed economici del suo tempo, tra cui il socialismo, problema aperto dalla “Non expedit” di Pio IX; la separazione francese fra Stato e Chiesa, i problemi sindacali esistenti in alcuni stati europei; l’avvicinarsi della guerra mondiale, o com’egli diceva, « il guerrone ». Gemeva, implorava la pace; ma la voragine s’aprì inesorabilmente. « Poveri figli miei, poveri figli miei sospirava nell’agonia… Offro la mia vita… Milioni di uomini che muoiono… Io avrei voluto evitare, ma non ho potuto… ». Egli può considerarsi la prima e più illustre vittima della guerra mondiale.

Siate forti! Non si deve cedere… Si deve combattere, non con mezzi termini, ma con coraggio; non di nascosto, ma in pubblico; non a porte chiuse, ma a cielo aperto!

Nelle prime ore del 20 agosto 1914 si sparse pel mondo la ferale notizia: Sua Santità Pio X s’era spento serenamente in Cristo all’una e 15 di quella notte, in seguito a broncopolmonite. Il mondo cristiano, quantunque aspettasse di momento in momento il triste annunzio, fu colto da doloroso stupore. Anzi, parve sprofondare in un abisso di tenebre più dense, quando lo spegnersi dell’unico faro di luce, che irradiava dal Colle Valicano, allontanò sempre più la speranza della pace. 

Pio X fu un grande Santo, oltre che per le virtù proprie del suo sacerdozio, per aver fatto risplendere attorno a sé le virtù strettamente evangeliche della povertà e della carità. Evidentemente queste due virtù sono assai care a Dio e ottengono molti favori, se il postulatore della causa di Pio X si trovò imbarazzato nello scegliere, tra i tanti miracoli attribuiti a lui, i due richiesti dai canoni per la finale glorificazione.

Il 29 maggio 1954, anno Mariano, a meno di quarant’anni dalla sua morte, Pio X fu solennemente elevato alla gloria degli altari da Pio XII. Il suo motto che egli attuò scrupolosamente in tutto il suo Pontificato fu « Instaurare omnia in Christo», cioè rinnovare ogni cosa in Cristo.

PRATICA. Compiamo sempre con fine soprannaturale i doveri del nostro stato.

PREGHIERA. O Dio, che per difendere la fede cattolica e per restaurare ogni cosa in Cristo, hai riempito di celeste sapienza e di fortezza apostolica il Sommo Pontefice San Pio X, concedici propizio di seguire i suoi insegnamenti e i suoi esempi per meritare il premio eterno.

L’invito a Mosca, linee rosse e dicerie sul vertice Putin-Zelensky

Micol Flammini – 19 ago 2025 – IL FOGLIO

Trump è fiducioso: si farà. Il Cremlino invece prende tempo. Resoconti discordanti e intenzioni della Russia su un incontro che la Casa Bianca crede imminente

La telefonata fra Donald Trump e Vladimir Putin è durata 40 minuti. Il presidente americano l’ha conclusa soddisfatto, dichiarando di essere riuscito nell’obiettivo di preparare un vertice con il capo del Cremlino e il  presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Putin  ha affidato al suo consigliere per la politica estera, l’ex ambasciatore a Washington Yuri Ushakov, il  resoconto della telefonata. Trump ha scritto che ci sarà prima un bilaterale tra i leader di Russia e Ucraina, poi un trilaterale in sua presenza. 

Putin ha fatto dire a Ushakov che Mosca è disponibile a un incontro tra le  delegazioni russa e ucraina, con la possibilità di alzare il livello della rappresentanza. Non alludeva alla presenza dei presidenti.

Come spesso accade nelle conversazioni fra Trump e Putin sembra che i due prendano parte a telefonate diverse. Trump ha detto che l’incontro avverrà entro fine agosto; alle sue affermazioni, sono seguite  valanghe di dichiarazioni, indiscrezioni, tiri a indovinare su dove si possa tenere un bilaterale tanto complesso. Due fonti vicine alla telefonata, non si sa se tanto vicine da essere nelle stanze dei presidenti, hanno rivelato all’Afp che da parte di Putin ci sarebbe anche stata una proposta: faremo l’incontro a Mosca.

 Un metodo comprovato dalla diplomazia russa è fare offerte talmente strampalate ed eccessive da forzare la controparte a rifiutare. Secondo le fonti che hanno parlato con l’Afp, Zelensky avrebbe risposto negativamente all’offerta di un incontro a Mosca e se davvero Putin ha proposto la capitale della Federazione russa, sapeva  che il presidente ucraino avrebbe rifiutato: non si tengono i negoziati nel paese aggressore e, inoltre, chi garantirebbe la sicurezza di Zelensky, che a inizio dell’invasione del 2022 i sabotatori russi presenti a Kyiv volevano uccidere?

La motivazione ucraina a resistere è stata anche sostenuta dalla figura di Zelensky che, anziché fuggire, scelse di rimanere in Ucraina nonostante le intelligence alleate lo avvertissero del rischio per la sua vita.

 Per Putin, Zelensky è il nemico, e ha più volte detto che uno degli obiettivi della sua operazione militare speciale è liberare l’Ucraina dalla sua leadership da denazificare. Ammesso che l’offerta di andare a Mosca ci sia stata davvero, il presidente ucraino non  avrebbe potuto  accettare di essere ricevuto al Cremlino. Il Kommersant ha fatto una lista di tutti i possibili luoghi di incontri. Gli europei hanno proposto Ginevra, anche Roma è tornata fra le  opzioni, ma il giornale russo ha citato, oltre a Mosca: Budapest, Istanbul e Minsk. 

Al telefono con  Trump, Putin probabilmente  non ha rifiutato né accettato.  E’ stato Sergei Lavrov a far capire la posizione di Mosca. Il ministro degli Esteri russo ha il ruolo di ridimensionare le situazioni. Non lusinga, non blandisce.

Oltre all’abbigliamento nostalgico  – si è presentato in Alaska, venerdì scorso, con indosso una felpa con la scritta Cccp (Urss) – il ministro veste i panni del duro, diplomaticamente parlando. Lavrov ha chiarito: l’incontro fra Putin e Zelensky deve essere “preparato con estrema attenzione” – non è un “no”, ma un “vedremo”; se Kyiv si allineasse all’occidente, “le basi del riconoscimento dell’Ucraina come stato indipendente sparirebbero”.

La seconda affermazione significa che l’adesione di Kyiv alla Nato o all’Unione europea continuano a essere linee rosse per Mosca che quindi rifiuta le migliori garanzie di sicurezza per il paese che ha attaccato. 

Uno degli obiettivi di Putin in Alaska era fare in modo che il presidente americano tornasse a fare pressione su Zelensky e ad accusare gli ucraini di non essere pronti alla pace.

Secondo l’analista russa Tatiana Stanovaya, Putin ha già messo sul tavolo le sue condizioni, impone che vengano soddisfatte prima di concedere un vertice a Zelensky. Per Zelensky, invece, l’incontro è necessario per parlare dei territori ucraini occupati.

Il Cremlino prende tempo, finge di negoziare e tiene in vita l’incontro fantasma su cui si sommano speranze, dicerie, speculazioni e ambizioni trumpiane. 

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