"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Autore: Padre Livio Pagina 48 di 155

☕IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕

🔴LIVE VIDEO🔴LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Loading the player...

📖TESTI E DOCUMENTI 📑  

BEATO ROSARIO LIVATINO IL GIUDICE UCCISO DALLA MAFIA

Son state portate a Corviale nella periferia di Roma, le reliquie del Beato Rosario Livatino, il Giudice ucciso dalla mafia a soli 38 anni. Chi era questo Magistrato, Martire cristiano, che teneva in una mano il Codice e nell’altra il Vangelo?

Beato Rosario Angelo Livatino Laico, martire 21 settembre (e 29 ottobre)

Canicattì, 3 ottobre 1952 – tra Canicattì e Agrigento, 21 settembre 1990 Rosario Angelo Livatino nasce a Canicattì, in provincia e diocesi di Agrigento, il 3 ottobre 1952, unico figlio di Vincenzo, funzionario dell’esattoria comunale di Canicattì, e di Rosalia Corbo. Negli anni del liceo studia intensamente, inoltre s’impegna nell’Azione Cattolica. Si laurea in giurisprudenza a Palermo nel 1975. A ventisei anni, nell’estate del 1978, fa il suo ingresso in Magistratura. Dopo il tirocinio presso il Tribunale di Caltanissetta, il 29 settembre 1979 entra alla Procura della Repubblica di Agrigento come Pubblico Ministero. Per la profonda conoscenza che ha del fenomeno mafioso e la capacità di ricreare trame, di stabilire importanti nessi all’interno della complessa macchina investigativa, gli vengono affidate delle inchieste molto delicate. E lui, infaticabile e determinato, firma sentenze su sentenze: è entrato ormai nel mirino di Cosa Nostra. Il 21 settembre 1990 mentre sta percorrendo, come fa tutti i giorni, la statale 640 per recarsi al lavoro presso il Tribunale di Agrigento, viene raggiunto da un commando di quattro sicari e barbaramente trucidato. L’Italia scopre nel suo sacrificio l’eroismo di un giovane servitore dello Stato che aveva vissuto tutta la propria vita alla luce del Vangelo. La sua beatificazione è stata celebrata nella cattedrale di San Gerlando ad Agrigento, il 9 maggio 2021, sotto il pontificato di papa Francesco. I suoi resti mortali sono venerati presso la cappella della sua famiglia, nel cimitero di Canicattì, mentre la sua memoria liturgica cade il 29 ottobre, giorno anniversario della sua Cresima. 

 «Ragazzino» fu il termine con cui Francesco Cossiga, Presidente della Repubblica, definì quel tipo di magistrato che, a suo dire, non poteva seguire indagini impegnative come quelle contro la mafia e il traffico di droga, per la giovane età e inesperienza. Non voleva assolutamente essere  un complimento, tanto che poi dovette smentire di averlo detto riferendosi al giudice Rosario Livatino.

Di «piccolo giudice» parlò invece la professoressa Ida Abate, che a lui insegnò greco e latino, ma si riferiva, più che alla statura fisica, comunque minuta, alla “piccolezza” secondo il Vangelo: la sua statura morale, per lei, era infatti fuori discussione.

Rosario Angelo Livatino arriva da Canicattì, che per alcuni equivale un po’ alla “fine del mondo” (italiano) o, perlomeno, ad un posto imprecisato e geograficamente confuso. Nasce il 3 ottobre 1952 e viene battezzato il 7 dicembre dello stesso anno, nella chiesa madre della cittadina, dedicata a san Pancrazio, primo vescovo di Taormina e martire. Si rivela subito eccezionale per intelligenza e applicazione negli studi, che gli consentono, a neppure 23 anni, di laurearsi con lode in giurisprudenza e subito dopo in scienze politiche.

Entra in magistratura, il sogno della sua vita e come sostituto Procuratore al tribunale di Agrigento, si occupa delle più delicate indagini antimafia oltreché di criminalità comune, mettendo le mani nella “tangentopoli siciliana” e inevitabilmente approdando alla mafia agrigentina.  Presta poi servizio presso il Tribunale di Agrigento quale giudice a latere della speciale sezione misure di prevenzione e molto probabilmente è proprio questo delicato incarico a decretare la sua fine.

Inflessibile, coerente, assolutamente ininfluenzabile, non aderisce a club od associazioni, non rilascia dichiarazioni e rarissimi sono i suoi interventi pubblici. Tutto concentrato sul suo lavoro, se lo porta anche a casa, per studiare le cause su quella sua scrivania, dove spiccano un crocifisso e un Vangelo, che, da come troveranno evidenziato e con annotazioni a margine, deve essere molto consultato.

«La giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità», scrive ed è facile capire da dove abbia preso spunto, così come non è difficile immaginare da dove abbia attinto che «il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto di amore se è giustizia vera, e viceversa se è amore autentico».

La giornata del giudice Livatino, oltreché nutrita di Vangelo, è intessuta di preghiera: inizia sempre con una sosta nella chiesa di San Giuseppe ad Agrigento, davanti al Tabernacolo; è una chiesetta fuori mano, in cui può pregare in incognito. Anche per la Messa domenicale sceglie una chiesa dove può passare inosservato, perché la sua non è una fede esibita, ma concreta. Riceve la Cresima da adulto, il 29 ottobre 1988: segue il catechismo insieme ai ragazzi delle medie, senza per questo farsi problemi né dare sfoggio di cultura.

«Il giudice deve offrire di se stesso l’immagine di una persona seria, equilibrata, responsabile. L’immagine di un uomo capace di condannare, ma anche di capire», scrive, ed è esattamente quanto cerca di fare per «dare alla legge un’anima», nel continuo sforzo di essere giusto nel condannare ma attento a non confondere la persona con il reato, scegliendo sempre secondo giustizia, anche se, come scrive, «scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare… (Ma) è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio: un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio».

È sua la scelta, malgrado gli inviti bonari a “lasciar perdere”, di far parte del collegio chiamato a decidere sulla confisca dei beni a quattro presunti mafiosi agrigentini, potenti ed “intoccabili” capifamiglia di Canicattì e così gli tendono un agguato il 21 settembre 1990, sulla superstrada che normalmente percorre, sempre senza scorta, per andare in ufficio: lo rincorrono per la scarpata lungo la quale si da alla fuga, uccidendolo con sei colpi mortali e  quello di lupara finale, come per lasciare la firma con la loro arma preferita. Grazie ad una testimonianza oculare, in pochissimo tempo, mandanti ed esecutori vengono identificati, arrestati e condannati all’ergastolo.

Morte di mafia, quella del giudice Livatino, ma non casuale, piuttosto logica conseguenza di un impegno per la legalità, che porta san Giovanni Paolo II a definire lui e gli altri uccisi dalla mafia «martiri della giustizia e indirettamente della fede».

Il Papa, proprio dall’incontro con i suoi genitori, prende l’ispirazione per la sua celebre condanna biblica della mafia nella Valle dei Templi di Agrigento, assolutamente non prevista ma stimolata dall’esempio di Rosario, al quale è attribuita una frase particolarmente profonda: «Al termine della vita non vi sarà chiesto se siete stati credenti ma se siete stati credibili».

Sulla sua “credibilità” di magistrato e di cristiano ha indagato la Chiesa: la diocesi di Agrigento ha seguito la prima fase della causa di beatificazione e canonizzazione dal 21 settembre 2011 al 3 agosto 2017: tale inchiesta diocesana è stata però volta a indagare vita, virtù e fama di santità del Servo di Dio.

Con l’inizio della fase romana è stato nominato un nuovo postulatore nella persona di monsignor Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro-Squillace, che aveva già contribuito, nella stessa veste, a far dimostrare il martirio in odio alla fede di don Giuseppe Puglisi, portando alla sua beatificazione.

Il 16 ottobre 2019 la Congregazione delle Cause dei Santi ha scritto al nuovo postulatore per richiedere l’istruzione di un’inchiesta suppletiva “super martyrio”, per completare il lavoro della commissione storica e ascoltare i circa venti nuovi testimoni, ma anche per riascoltare quelli già escussi, facendo riferimento esplicito alle circostanze della morte. È quindi stata realizzata la “Positio super martyrio”, presentata nel 2020.

Il 21 dicembre 2020, ricevendo in udienza il cardinal Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui veniva riconosciuto il martirio di Rosario Livatino. La sua beatificazione è stata celebrata il 9 maggio 2021 nella cattedrale di San Gerlando ad Agrigento, nella Messa presieduta dal cardinal Semeraro come delegato del Santo Padre.

Le spoglie del giudice riposano presso il cimitero di Canicattì, nella tomba di famiglia. La sua memoria liturgica, invece, cade il 29 ottobre, giorno anniversario della sua Cresima.

Autore: Gianpiero Pettiti ed Emilia Flocchini

Il 21 settembre 1990, memoria di S. Matteo apostolo, è una giornata calda ma non afosa, tipica del mite autunno siciliano. Sono le otto, il giudice Rosario Livatino riordina alacremente i fascicoli processuali. Gesti preparatori, gli stessi di ogni mattina. Mancano appena due settimane al suo trentottesimo compleanno.

Alle 8.30 sta percorrendo, come fa tutti i giorni, la statale 640 per recarsi al lavoro presso il Tribunale di Agrigento. Sullo scorrimento veloce Agrigento-Caltanissetta viene raggiunto da un commando e barbaramente trucidato.

Un’ondata di commozione in quei giorni percorse allora il nostro Paese, nell’apprendere la sua storia dalle pagine dei giornali. L’Italia avrebbe scoperto nel sacrificio del “giudice ragazzino” l’eroismo di un giovane servitore dello Stato che aveva vissuto tutta la propria vita alla luce del Vangelo.

Nato a Canicattì (Agrigento) il 3 ottobre 1952, figlio unico di Vincenzo e Rosalia (il padre è avvocato, figlio a sua volta di avvocati), il piccolo Rosario è un bambino mite, silenzioso, dolcissimo, dai grandi occhi scuri e vellutati. I suoi giochi preferiti: macchinine e soldatini; e poi c’è a riempirgli assai presto le giornate la passione precoce per la lettura. Un’infanzia serena, la sua, vissuta nella semplicità e nel decoro di una famiglia borghese, appartata e schiva, che lo segue con attenzione e tenero affetto.

Negli anni del liceo Livatino è il ragazzo che scendeva di rado a fare ricreazione per restare in classe ad aiutare qualche compagno in difficoltà. Aperto ai bisogni degli altri, ma riservato su di sé, studia intensamente, inoltre s’impegna nell’Azione Cattolica.

(…)Per il liceale affascinato da Dio arriva infine il giorno fatidico della scelta: che cosa farà da grande? E non ha alcun dubbio: farà il giudice.

Nel ‘78, a ventisei anni, può coronare il suo sogno. Sulla propria agenda quel giorno scrive con la penna rossa, in bella evidenza: «Ho prestato giuramento; da oggi sono in Magistratura». E poi, a matita, vi aggiunge: «Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige».

Livatino avverte infatti in maniera molto forte il problema della giustizia e lo assume ben presto come una vera missione. Il dramma del giudicare un altro essere umano, di dover decidere della sua sorte, non è cosa da poco per chi senta profondo in sé il tarlo della coscienza unito a un sincero senso di carità.

Sono valori che riecheggiano pure nella «Christifideles Laici» (1988), sulla vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo, laddove si può anche leggere che «la carità che ama e serve la persona non può mai essere disgiunta dalla giustizia»  (§ 42).

Ma come si fa, noi ci chiediamo, ad esercitare il diritto in Sicilia? Qui lo Stato è da sempre percepito – e sempre lo sarà – come “straniero”. La verità, si dice, ha sette teste. Come afferrarla? E come riuscire a farla trionfare nell’isola dai mille volti, l’isola “plurale” secondo la bella e calzante definizione di Gesualdo Bufalino?

È con questa difficile realtà che il giovane magistrato, fresco di laurea e di entusiasmo, dovrà fare i propri conti molto presto.

Il 29 settembre 1979 Livatino entra alla Procura della Repubblica di Agrigento come Pubblico Ministero. Dopo l’iniziale apprendistato, le prime inchieste importanti. È abile, intelligente, professionale; comincia a diventare un punto di riferimento per i colleghi della Procura.

Da Canicattì tutte le mattine raggiunge la sede del Tribunale, ad Agrigento, una manciata di chilometri percorsi con la sua utilitaria. Prima di entrare in ufficio, la visita puntuale alla chiesa di S. Giuseppe, vicino al Palazzo di Giustizia, dove si ferma a pregare; quindi, il lavoro indefesso al Tribunale fino a sera inoltrata.

Nell’aula delle udienze aveva voluto un crocefisso, come richiamo di carità e rettitudine. Un crocefisso teneva inoltre anche sul suo tavolo, insieme a una copia del Vangelo, tutto annotato: segno che doveva frequentarlo piuttosto spesso, almeno quanto i codici, strumenti quotidiani del suo lavoro.

(…)Il suo sincero senso del dovere messo al servizio della giustizia ne fa una specie di missionario: il “missionario” del diritto. Per la profonda conoscenza che ha del fenomeno mafioso e la capacità di ricreare trame, di stabilire importanti nessi all’interno della complessa macchina investigativa, gli vengono affidate delle inchieste molto delicate. E lui, infaticabile e determinato, firma sentenze su sentenze: è entrato ormai nel mirino di Cosa Nostra.

Domanda che gli venga affidata una difficile inchiesta di mafia perché è l’unico tra i sostituti procuratori di Agrigento a non avere famiglia: con fiducia totale si affida nelle mani di Dio («Sub Tutela Dei», annota nella sua agenda).

Ma Rosario non era un eroe: faceva semplicemente il suo dovere. E lo faceva coniugando le ragioni della giustizia con quelle di una incrollabile e profondissima fede cristiana.

«Impegnato nell’Azione Cattolica, assiduo all’eucaristia domenicale, discepolo del crocifisso», sintetizzò nell’omelia delle esequie mons. Carmelo Ferraro, fotografandolo con pochi rapidi tratti. Uomo di legge, uomo di Cristo.

(…) Da quando Rosario non c’è più, lei non ha smesso un solo giorno di girare l’Italia in lungo e in largo, recandosi nelle scuole, ma anche in televisione, dovunque insomma la chiamassero per parlare del “suo” giudice. È la professoressa Ida Abate, che fu sua insegnante di latino e greco al liceo classico.

Sull’allievo scomparso ha speso fiumi di parole, ha scritto molte lettere e testimonianze. È stata poi incaricata dal Vescovo di Agrigento, monsignor Ferraro, di raccogliere le voci, i racconti, le dichiarazioni di quanti conobbero in vita Rosario, così da poter dare inizio a quel lungo e complesso iter che lo ha successivamente portato sugli altari.

Ottenuto il nulla osta da parte della Santa Sede l’11 maggio 2011, la diocesi di Agrigento ha quindi dato inizio alla sua causa di beatificazione e canonizzazione. Il processo diocesano è stato aperto a il 21 settembre 2011 e si è concluso il 3 ottobre 2018, per la verifica dell’eroicità delle virtù. Si è poi resa necessaria, nel 2019, un’inchiesta suppletiva, per verificarne il martirio in odio alla fede.

Il 21 dicembre 2020 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto sul suo martirio, mentre la beatificazione si è svolta il 9 maggio 2021 nella cattedrale di Agrigento. Il 29 ottobre, giorno anniversario della sua Cresima, è la data stabilita per la sua memoria liturgica.

(…) Di Rosario molte cose si sono conosciute solo dopo la sua morte. Della sua carità, del suo amore per gli ultimi, per i poveri. Il custode dell’obitorio ricordava allora con le lacrime agli occhi tutte le volte che lo aveva visto pregare accanto al cadavere di individui di cui egli ben conosceva la fedina penale, pregiudicati in cui si era imbattuto svolgendo il suo lavoro di sostituto procuratore al Tribunale di Agrigento, e ai quali aveva pure applicato la legge, ma che non per questo cessavano di essere suoi fratelli in Cristo nella sventura.

«Uno dei martiri della giustizia e indirettamente della fede», ha detto di lui Giovanni Paolo II il 9 maggio del 1993, ricevendo in udienza privata i genitori e la professoressa Abate, durante la sua visita pastorale in Sicilia.

La lezione morale che ci trasmette è quella di un testimone radicale della Giustizia, che in essa credeva profondamente, come progetto di fede e come esercizio di carità.

Autore: Maria Di Lorenzo

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale sull’invito della Regina della pace a pregare per i pastori

Cari amici,

la Madonna ha fatto diverse richieste urgenti e pressanti riguardo le intenzioni di preghiera. La prima riguarda coloro che non conoscono l’amore di Dio, i non credenti. Per loro la Madonna ha chiesto che ci siano della anime che si dedichino proprio a questo tipo di preghiere. Per queste anime Lei avrà una cura particolare per colmarle di grazie per questa grande opera di carità per la salvezza delle anime di chi si è chiuso a Dio e che quindi rischia la perdizione eterna.

L’altra richiesta di preghiera che la Madonna ha portato avanti consecutivamente per sei/sette anni nei messaggi a Mirjana, è quella per i sacerdoti. Poche volte la Madonna ha utilizzato il termine “sacerdoti” preferendo “pastori” che comprende tutta la gerarchia della Chiesa (sacerdoti, vescovi, il Papa). Alla fine del messaggio del 2 del mese la Madonna per alcuni anni ha invitato a pregare per i pastori e ha accompagnato questa esortazione con una motivazione diversa. Attraverso queste motivazioni della preghiera per i pastori, la Madonna ci ha descritto chi sono, ci ha detto tante volte che Gesù li ha scelti e che senza la loro benedizione non possiamo fare nulla. Sono i pastori che ci danno i Sacramenti, che sono la fonte della grazia.

Vi invito a pregare con tutto il cuore per i vostri pastori, perché mio Figlio li ha scelti
(messaggio del 2 agosto 2011)
Pregate per coloro che mio Figlio ha scelto, cioè i vostri pastori
(messaggio del 2 febbraio 2012)
Figli miei, non potete andare avanti senza pastori. Che ogni giorno siano nelle vostre preghiere
(messaggio del 2 maggio 2012)
Figli miei, mio Figlio vi ha donato i pastori: custoditeli, pregate per loro
(messaggio del 2 maggio 2013)
Pregate per i vostri pastori, affinché un raggio della grazia di Dio illumini le loro vie
(messaggio del 2 febbraio 2014)
Io sono sempre accanto ai vostri pastori e prego che siano sempre per voi un esempio di umiltà
(messaggio del 2 luglio 2014)
Figli miei, chiedete sempre e soltanto la benedizione di coloro
le cui mani mio Figlio ha benedetto, ossia dei vostri pastori

(messaggio del 2 ottobre 2016)
Figli miei, come Madre vi dico: non potete percorrere la via della fede e seguire mio Figlio senza i vostri pastori
(messaggio del 2 luglio 2019)

In tutti questi messaggi la Madonna ci descrive la grandezza della vocazione sacerdotale e ci ricorda che Suo Figlio ha fondato la Chiesa proprio sull’ordine sacerdotale. Questa è la Chiesa di Cristo, non ce n’è un’altra. La Chiesa è quella fondata sui pastori.

La Regina della pace ci ha anche ricordato che nel tempo dei Segreti, quindi nel tempo della grande persecuzione alla Chiesa, i pastori saranno in prima linea.

Ancora una volta vi invito alla preghiera per i vostri pastori. Con loro trionferò
(messaggio del 2 ottobre 2010)

La Madonna ha scelto i veggenti ma anche la parrocchia e l’ha condotta modellandola sulle Sue indicazioni. La parrocchia di Medjugorje è un punto d’arrivo per numerosissimi sacerdoti del mondo. A Medjugorje la Madonna ha puntato l’attenzione a preparare la Chiesa alla grande battaglia spirituale.

Cari amici, accogliamo l’invito materno della Regina della pace, preghiamo per i pastori affinché possano vincere con Lei e il Cuore Immacolato di Maria possa trionfare.

Da “La Lettura cristiana della cronaca e della Storia”

🔴LIVE VIDEO🔴LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Loading the player...

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale sulla deriva spirituale

Cari amici,

vorrei approfondire l’affermazione più sconvolgente che la Regina della pace ha fatto negli ultimi mesi, cioè che l’umanità ha scelto per la morte. Sicuramente la prima interpretazione è legata ai fatti di cronaca che sono sotto gli occhi di tutti: quest’anno appena trascorso l’umanità ha scelto per la guerra. Avendo l’umanità scelto per la guerra e avendo eliminato il tabù delle armi nucleari, siamo portati alla conclusione che ha fatto la Madonna ovvero che l’umanità ha deciso per la morte.

Tuttavia, non è questa l’unica interpretazione, bisogna accompagnarla a un’altra. La Madonna vuole dirci che negli ultimi decenni l’umanità ha costruito un mondo senza Dio e che la situazione spirituale attuale è proprio quella della morte.

Benedetto XVI ha fatto un’acuta analisi della modernità, ovvero del pensiero dominante nel mondo. Secondo la visione della vita moderna, il Cristianesimo sarebbe superato, non sarebbe reale né conforme alla realtà quindi non solo sarebbe emarginata, ma rabbiosamente cancellata. La visione del mondo vera, matura, degna di un uomo che ha come strumento di conoscenza infallibile la scienza, dice che Dio non c’è, il mondo è eterno, viene dal caso ed è esso stesso una divinità di cui gli uomini sono l’espressione. Questa è la modernità. Benedetto XVI dice che anche nei Paesi di antica cristianità, che grazie al Cristianesimo hanno costruito istituzioni liberali (che rispettano quindi la libertà di pensiero e di parola), la modernità viene imposta e quindi il Cristianesimo viene ritenuto superato. L’imposizione è subdola, avviene attraverso i mass-media, la scuola, ecc… Nel medesimo tempo, cresce l’intolleranza nei confronti di altre visioni della vita e arriverà fino a leggi e applicazioni delle stesse che cancellino ogni traccia cristiana. Questa è l’analisi di Benedetto XVI; indubbiamente cresce l’intolleranza nei confronti del messaggio cristiano, fino a volerlo cancellare e perseguitare quelli che credono in Gesù Cristo Figlio di Dio e Redentore del mondo.

La Regina della pace da molti anni ha costatato l’attuale situazione: «L’Occidente ha incrementato il progresso, ma senza Dio, come se non fosse Lui il Creatore» (messaggio del 30 ottobre 1981); successivamente ha detto più volte e in modo chiaro che per il mondo nuovo senza Dio non c’è né gioia, né futuro, né salvezza eterna.

La Madonna dice che siccome l’umanità ha deciso che Dio non c’è e che non c’è la salvezza in Gesù Cristo, ha decretato per la sua stessa morte. Si tratta della morte fisica e spirituale. Negando Dio, l’umanità ha decretato la sua perversione, la sua degradazione, la sua disperazione e quindi il suo fallimento totale.

Vediamo chiaramente che l’umanità degradata dal punto di vista spirituale (pensiamo soltanto allo sterminio degli innocenti, alle ingiustizie, alle depravazioni sessuali…) sprofonda nella sporcizia, nella menzogna, nella prepotenza.

Se vedessimo il mondo come lo vede Dio, ci sarebbe da rabbrividire. L’inferno ha preso dimora su questa terra. Il male domina nel cuore degli uomini, la realtà è raggelante. Se non ci fosse quella diga di bene di timorati di Dio che ferma questa ondata di male che con l’ateismo imposto dove andremmo a finire? Alla deriva totale e immediata!

Quali conquiste ha portato la modernità? Forse la felicità è racchiusa in uno smartphone?

Guardate alla situazione del mondo di oggi, frutto della modernità e del rifiuto di Dio. Il rifiuto di Dio ha comportato il regno di satana, l’inferno su questa terra.

Nel quotidiano, nel proprio ambito familiare e sociale, ciascuno faccia la sua parte nel contrastare i messaggi sbagliati, menzogneri e devianti che satana cerca di diffondere nelle menti, soprattutto dei più giovani.

La Verità deve schiacciare la menzogna, il bene deve prevalere sul male, la luce deve contrastare le tenebre perché è certo che il futuro è di Dio e di chi lo ama.

Da “La Lettura cristiana della cronaca e della Storia”

🔴LIVE VIDEO🔴LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Loading the player...

☕IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕

☕IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale sulla profonda identità della Religione cristiana

Cari amici,

se dovessimo dire che cos’è la religione Cristiana rispetto a tutte le altre religioni, risponderemmo che – a differenza delle altre religioni che sono la ricerca del senso della vita e di Dio – il Cristianesimo è una religione dove Dio viene a cercare noi. Il Cristianesimo è una religione divina, rivelata.

Il Cristianesimo è una divina rivelazione che si è manifestata nella sua pienezza nell’Incarnazione del Figlio di Dio fatto uomo. Il dogma centrale del Cristianesimo è la divinità di Gesù Cristo, mentre le altre religioni sono la ricerca di Dio da parte dell’uomo.

Siamo agli antipodi: le religioni umani sono ascendenti (cercano Dio), il Cristianesimo è discendente (Dio cerca l’uomo). Tuttavia, c’è un’espressione molto più semplice per definire il Cristianesimo nella sua profonda identità: il Cristianesimo è l’unica religione filiale. Significa che il Cristianesimo ha come centro della sua nascita il fatto che il Padre ha inviato il Figlio in questo mondo e lo ha inviato proprio con l’evento dell’Incarnazione per cui la natura umana è stata assunta dal Figlio e Gesù stesso è Figlio di Dio eternamente generato dal Padre ma nella sua umanità vive questa filiazione.  Difatti la preghiera di Gesù come uomo è quella di rivolgersi al Padre.

In tanti episodi del Vangelo, in particolare il discorso durante l’Ultima Cena, Gesù si rivolge sempre al Padre. Ecco l’essenza del Cristianesimo: è una religione filiale perché il Figlio si fa uomo per far sì che noi diventiamo per grazia figli di Dio.

Il Verbo si è fatto carne e rende partecipi della sua divinità e della sua filiazione. Gesù è il Figlio eternamente generato dal Padre che si fa uomo e rende partecipi noi del suo essere Figlio.

Noi, attraverso la natura umana di Gesù, diventiamo figli di Dio. Siamo figli nel Figlio, quindi dobbiamo vivere una religione filiale.

La Madonna inizia ogni suo messaggio con “Cari figli”. Ovviamente è un’espressione materna ma è una maternità che le viene donata dal Figlio sulla Croce come dono della Redenzione.

Come dono della Redenzione Gesù ci ha dato Maria, sua Madre. Maria è la Madre di Dio, quel Bambino da Lei generato è il Figlio di Dio. Attraverso il Figlio possiamo avere accesso al Padre ma attraverso la Madre possiamo avere accesso al Figlio.

Il Figlio di Dio fatto uomo è l’unico mediatore fra Dio e l’umanità, ma la maternità di Maria è una maternità intermedia fra noi e il Figlio. Maria ci dona il Figlio e ci porta a Lui.

Quando gli Apostoli hanno chiesto di insegnare loro una preghiera, Gesù ha insegnato il Padre Nostro. Gesù distingue, nel Vangelo, fra “Padre mio” e “Padre nostro”. “Padre mio” significa che solo Lui è il Figlio eternamente generato che si è fatto uomo e quindi può rivolgersi al Padre in un modo unico, assoluto. Quando Gesù insegna il Padre Nostro lo fa in rapporto al suo atteggiamento filiale. L’essenza della Seconda Persona della Santissima Trinità è di essere generato, di essere Figlio. Quello che il Verbo è nella Santissima Trinità lo è anche nella sua umanità. Gesù è il Figlio di Dio fatto uomo, la sua umanità un atteggiamento filiale. La preghiera di Gesù, quindi, è una preghiera filiale perché si rivolge al Padre come Figlio eternamente generato: “Padre mio”.

Gesù, però, ci insegna il Padre Nostro per accomunarci a Lui nel rivolgerci al Padre come Suoi figli, ben sapendo che la nostra filiazione è una “adozione”, siamo figli partecipi, attraverso il Verbo Incarnato, della divina natura.

Dobbiamo riscoprire il nostro rapporto con il Padre. La Madonna ci insegna a rivolgerci a Dio Santissima Trinità ma anche personalmente al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo che sono tre persone uguali ma distinte. Ognuna di esse è un tu. Il Padre è un tu che genera, il Figlio è un tu eternamente generato, lo Spirito Santo è il loro amore. Possiamo rivolgerci a ciascuno di loro nella preghiera, tenendo sempre presente che ognuno è relativo agli altri.

Con le mani giunte e il cuore aperto rivolgiamoci a Dio come i figli al Padre e pronunciamo con amore le bellissime parole della preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato

Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Amen

Da “La Lettura cristiana della cronaca e della Storia”

Pagina 48 di 155

Radio Maria ETS - Via Milano 12, 22036 Erba (Co) - CF 94023530150

Privacy policy