di Marco Galluzzo -Corriere  della Sera  – 7 Novembre 2026

Ira del ministro per le «falsità» sulle spese della Difesa

ha una scrivania su cui si sommano dossier ogni giorno di più: minacce, attacchi ibridi, notizie da verificare usando strumenti sofisticati. Dagli attacchi sulla circolazione degli aerei a quelli che hanno preso di mira i supermercati, più altre decine di forme subdole di guerra.

I dati di cronaca hanno superato ogni linea rossa. A chi lo va a trovare il ministro della Difesa la mette giù senza sfumature: «La guerra ibrida è il virus che ci riservano questi anni. La chiamo virus perché non si vede ma è pericolosa, infida e difficile da combattere. Anzi, il problema è che le democrazie, finora, non l’hanno realmente contrastata: l’hanno soprattutto subita. Ci siamo limitati a difenderci, a reagire agli attacchi, ma non basta. Perché se lasci a un avversario la possibilità di continuare ad attaccarti, senza riuscire a contrastarlo, prima o poi finirà per farti male».

È un’analisi che contiene una denuncia, che invita non solo il sistema italiano, ma anche la Ue, non solo a contenere gli attacchi ma a fare di più per rispondere, sia che gli hacker siano eterodiretti o meno. Per la prima volta Meloni è stata chiara: «Basta con le polemiche sul bilancio della Difesa, le spese in questo settore proteggono tutti e tutti i settori, anche gli ospedali e il loro funzionamento». E se questa è una verità banale, per la quale all’Università Bocconi è stato dedicato un programma di formazione denominato Shield (equazione: senza un’adeguata Difesa tutto il sistema Paese fa passi indietro), al ministero smentiscono le cifre denunciate da alcuni media.

Il paradosso è che la Difesa si difende dalle critiche quando i dati dimostrano che semmai la denuncia dovrebbe essere inversa. A differenza di altri Stati non ci stiamo difendendo a dovere: siamo passati dall’1,5% di spese in rapporto al Pil sino al 2,1%, al di sotto da ciò che ci chiede la Nato, lontani dai programmi che gli ultimi governi hanno sottoscritto, compreso quello di Giuseppe Conte, cifre che descrivono un aumento solo contabile, facendo rientrare nei parametri Nato i contributi pensionistici dei militari.

Eppure il dibattito registra una sorta di cherry picking di dati senza aderenza con la realtà: che il bilancio sia arrivato a 40 miliardi, spiega la Difesa, non c’entra nulla con la spesa in armamenti, si tratta di una contabilità integrata con il perimetro Nato, in cui vengono calcolati anche i costi delle missioni internazionali di peace keeping, mentre il bilancio in senso stretto si ferma a poco più di 36 miliardi, di cui una grande quota serve a pagare gli stipendi e le spese ordinarie di mantenimento delle Forze armate e la quota residua per investimenti non è solo per armi, ma anche per la guerra ibrida. Sulla scrivania di Crosetto c’è un lungo elenco di spese in «ricerca, innovazione, spazio, cyber, tecnologie digitali, infrastrutture, comunicazioni, sistemi di comando e controllo e capacità a impiego duale». Risorse che non servono a sparare, ma a difendersi da chi ci spara sul web.

Gli esperti la mettono giù così. La saturazione della difesa aerea è una tecnica che consiste nel lanciare un numero elevato di vettori offensivi, simultaneamente, con l’obiettivo di superare la capacità di rilevamento dei sistemi avversari. L’ha usata l’Iran su Israele, quando lanciò centinaia di droni contemporaneamente. «Il principio non è quello di distruggere le difese avversarie ma di metterle sotto pressione, costringendole a impiegare capacità operative superiori a quelle disponibili», spiegano nel governo.

Anche vettori dallo scarso valore economico (droni non armati) possono contribuire a questo risultato, se il loro numero è alto. Lo stesso principio — rivelano fonti dell’intelligence interpellate dal Corriere — può essere applicato alla proliferazione degli allarmi bomba sugli aerei. E se le segnalazioni si rivelano infondate (sempre), la loro moltiplicazione produce effetti concreti e costosi: impegna risorse investigative e operative. Paghiamo un costo anche se gli allarmi sono falsi.

In sintesi, si crea un doppio rischio strategico: saturazione operativa (le autorità sono sovraccaricate) ed erosione della capacità di risposta (difficoltà nel distinguere le minacce reali dalle grida «al lupo, al lupo!»). «Quello che non capisce chi dice che “non siamo in guerra” è che qualcuno è eccome in guerra (ibrida, cioè economica) con noi», viene aggiunto. «Non è necessario colpire un sistema per comprometterne il funzionamento: basta costringerlo a reagire continuamente». Una guerra ibrida quotidiana che ha un costo crescente.