Chiesa cattolica | CR 1975

Il giudizio che il mondo dimentica

4 Novembre 2026 di don Ľubomír Urbančok

Gli uomini lo seppellivano come un uomo degno di venerazione. Dal feretro, però, si levò una voce: «Per il giusto giudizio di Dio sono stato condannato».

Così culmina un’antica tradizione certosina sui funerali dello studioso parigino Raimondo Diocrès, un canonico ritenuto un uomo pio, ai quali avrebbe assistito san Bruno. Durante le esequie, il defunto avrebbe parlato tre volte: dapprima annunciando di essere stato accusato, poi giudicato e infine condannato. L’uomo al quale si rendeva l’ultimo omaggio avrebbe così annunciato ai presenti, secondo questo racconto, la propria dannazione.

Il racconto, riportato nelle antiche cronache della tradizione certosina (ad esempio, Acta Sanctorum Octobris, Tomus III, Antverpiae 1668, pp. 538–539), viene spesso indicato come l’origine della decisione di san Bruno di abbandonare il mondo e di fondare questo venerabile ordine. Esso richiama il mistero del cuore umano, che soltanto Dio conosce e che può rimanere completamente nascosto agli occhi del mondo. Gli uomini vedono soltanto la posizione sociale e le apparenze, mentre Dio conosce ogni intenzione del cuore e ogni grazia rifiutata.

Nella commemorazione di tutti i fedeli defunti e durante la sua ottava, quando visitiamo le tombe dei nostri cari, questa verità riguarda ciascuno di noi. La Chiesa ci invita a pregare per i defunti e, nello stesso tempo, a ricordare la nostra fine. Anche la nostra vita giungerà al suo compimento e compariremo davanti a Cristo. Il tempo che ci rimane per convertirci è noto soltanto a Dio.

Negli ultimi decenni, parlare delle realtà ultime è diventato, purtroppo, qualcosa di sgradito. Si diffonde la tendenza, anche negli ambienti che si professano credenti, a presentare la morte dell’uomo come un ritorno alla casa del Padre. Un atteggiamento opposto a quello dei santi, che pensavano con grande timore al momento in cui, nell’istante della propria morte, sarebbero comparsi davanti a Dio per rendere conto della loro amministrazione. Anche la partecipazione dei bambini ai funerali è ormai considerata un tabù. Proprio nell’età in cui sono più ricettivi alle verità fondamentali della vita, i genitori spesso li lasciano a casa con il telefono in mano o davanti al televisore, mentre partecipano senza di loro al funerale di una persona cara o di un familiare.

Che persino le preghiere per i defunti vengano considerate una sorta di retaggio del passato è testimoniato dal crescente disinteresse nel far celebrare sante Messe in suffragio delle loro anime. Se infatti non esiste alcuna sofferenza del purgatorio, perché dedicare tempo ed energie alla Messa? E, peggio ancora, perché perdere tempo a pregare per le loro anime? Dopotutto, sentiamo che ci sono vicini, comunichiamo direttamente con loro.

L’insegnamento del Catechismo della Chiesa Cattolica rimane tuttavia chiaro: «Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre» (CCC 1022).

Un’antica pratica spirituale, le cui radici risalgono già ai Padri della Chiesa, era il frequente ricordo della morte. Essa si fonda sulle parole della Sacra Scrittura: «Ricordati della tua fine e non cadrai mai nel peccato» (Sir 7,36). Proprio queste parole del Siracide erano presenti agli occhi di molti autori spirituali, a cominciare dai Padri del deserto, come chiave della loro vita spirituale. Il ricordo della morte è un dono di Dio, un grande dono della grazia. San Giovanni Climaco afferma: «Come il pane è il più necessario di tutti gli alimenti, così il ricordo della morte è la più necessaria di tutte le opere» (Giovanni Climaco, Scala del Paradiso, sesto gradino, «Sul ricordo della morte»).

 Il ricordo della morte ci incoraggia al combattimento spirituale e all’impegno quotidiano per la santità. Ci aiuta a sopportare serenamente problemi e difficoltà. Ci rende saldi nella preghiera. Questo ricordo non permette allo spirito di allentare la vigilanza, al corpo di abbandonarsi alla pigrizia e alla mente di cadere nel torpore. Deve però rimanere entro un sano orizzonte spirituale: deve condurre alla crescita spirituale, senza sfociare nella disperazione. San Giovanni Climaco spiega che una retta meditazione sulla morte si manifesta nell’indifferenza verso le cose create, nella rinuncia alla propria volontà e nella piena accettazione della volontà di Dio. Poniamoci dunque, in conclusione, una domanda: vivo in modo da essere pronto a comparire davanti a Dio già oggi?

Sant’Alfonso Maria de Liguori dedicò alla preparazione alla morte un’intera opera, l’Apparecchio alla morte, pubblicata nel 1758. Il sottotitolo esprime efficacemente l’intento dell’autore: considerazioni sulle massime eterne, utili a tutti per meditare e ai sacerdoti per predicare. Il ricordo della morte conduce il lettore all’esame di coscienza, alla conversione e alla fiducia nella misericordia divina. Ci si prepara a morire bene imparando a vivere cristianamente.

«Esaminate dunque, fratello mio, se ora tenete attaccato il cuore a qualche cosa di terra, a quella persona, a quell’onore, a quella casa, a quei danari, a quella conversazione, a quegli spassi; pensate che non siete eterno. L’avete da lasciare un giorno, e forse presto. […]

Offerite da ora tutto a Dio, pronto a privarvene, quando a Lui piace. Se volete morir rassegnato, bisogna che da ora vi rassegniate in tutti gli accidenti contrari, che vi possono accadere, e vi spogliate degli affetti alle cose della terra. […]

Se non avete eletto ancora lo stato di vostra vita, eleggetevi quello stato che vorreste aver eletto, quando sarete in morte, e che vi farà fare una morte più contenta. Se poi già l’avete eletto, fate quel che vorreste aver fatto allora nel vostro stato. Fate come ogni giorno fosse l’ultimo di vostra vita, ed ogni azione l’ultima che fate, l’ultima orazione, l’ultima confessione, l’ultima comunione» (Apparecchio alla morte, considerazione X, punto III).

Vergine Maria, Madre di Misericordia, tu sei il rifugio dei peccatori e la stella nel cammino verso l’eternità. Ottienimi la grazia di non dimenticare mai le realtà ultime e di vivere sempre nel timore del giusto giudizio di Dio. Intercedi per me, affinché eviti il peccato, faccia penitenza per le mie colpe e percorra la via della santità con fiducia nella misericordia divina. Il tuo amore e la tua protezione materna mi conducano alla felicità della vita eterna in cielo.