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37 . MARIA MADRE DEI BAMBINI
La Madonna è madre perché ha concepito e generato un bambino. Quel bambino era il Figlio di Dio secondo la sua generazione eterna, ma era vero figlio di Maria secondo la sua generazione umana. L’ha concepito nel suo grembo per opera dello Spirito Santo e, come tutte le mamme, l’ha sentito crescere e persino sussultare nel suo grembo. La natura umana, che il Verbo del Padre ha assunto, era tutta presente nel minuscolo embrione, che si è miracolosamente formato nel momento solenne del “Sì” alla divina maternità della giovinetta di Nazareth. Come tutte le mamme del mondo, Maria ha vissuto trepidante i mesi dell’attesa, nella fede e nella speranza, nella preghiera e nell’abbandono ai disegni di Dio. Ogni figlio che viene concepito è un mistero di amore e di libertà e le madri sanno che il frutto del loro grembo, una volta che si sarà staccato, prenderà il largo per un destino ignoto.
Maria ha dato alla luce il piccolo Gesù, conservando intatta la sua integrità verginale. La verginità di Maria, nel concepimento e nel parto, come in tutto il prosieguo della sua vita, è il segno dell’origine divina di quel bambino, in tutto simile a noi, eccetto il peccato. Maria lo ha tenuto in braccio, lo ha stretto al cuore, lo ha amorevolmente allattato, lo ha contemplato insaziabile, coprendolo di baci. Ogni bambino che nasce nel peccato lascia tuttavia trasparire la tenue luce dell’innocenza originaria. Come sarà stato il volto del piccolo Gesù, dal quale emanava la bellezza divina della luce increata? Nei suoi occhi risplendeva la semplicità e l’umiltà del Dio Altissimo e dal suo sorriso si sprigionava la forza irresistibile dell’amore che accoglie e che si dona. La piccola madre guarda stupita il Figlio di Dio che era sua figlio, in tutto simile a lei. Nessun madre, come Maria, ha potuto vedere riflessa nel viso del suo bambino la sua perfetta immagine.
Maria ha guidato nella crescita il suo bambino come tutte le mamme. Lo splendore della divinità era nascosto sotto le sembianze umili e fragili della nostra umanità. La divina madre lo vedeva svilupparsi sano e forte, “in sapienza età e grazia, davanti a Dio e agli uomini” ( Lc 2,52). L’uomo per crescere ha bisogno del duplice nutrimento del corpo e dell’anima. Anche il Figlio di Dio è umanamente maturato avendo Maria come madre e maestra e Giuseppe come testimone forte e fedele. Colei che ha concepito il Bambino nella fede, lo ha educato avanzando lei stessa nella fede senza mai tentennare. Nel disegno di Dio la maternità e la paternità si realizzano nel medesimo tempo sul piano naturale e su quello soprannaturale. I genitori secondo la carne sono chiamati ad essere i genitori secondo la fede.
La madre di Gesù è anche la madre di tutti i figli di Dio. Nel suo grembo ogni bambino nasce a vita nuova nell’acqua e nello Spirito Santo. I nostri figli, in quanto dono di Dio, sono nel medesimo tempo figli di Maria. Le madri cristiane concepiscono con la gioia di Maria e accompagnano la nuova creatura, che cresce nel loro grembo, con la preghiera e la fiducia. Ogni vita umana è immagine inviolabile del Dio vivente e racchiude in sé un destino di gloria immortale. Ogni bambino che entra nel mondo e che la madre stringe al suo cuore, è un segno che il Creatore non si è stancato del genere umano. Ricevendo il figlio dalle mani di Dio, i genitori cristiani lo mettono sotto la protezione della Madonna, perché lo prenda fra le sue braccia e lo tenga per mano nel cammino insidioso della vita.
Sotto il manto di Maria i nostri bambini sono al sicuro. Insegnamo loro a riconoscere il volto sorridente della madre celeste e a invocarla col dolce nome di Maria. Apriamo gli occhi del loro cuore alla conoscenza dei misteri della fede. Anche i nostri figli cresceranno in sapienza età e grazia come il bambino Gesù.
di Gian Guido Vecchi, inviato a Lampedusa, Redazione Online- Corriere della Sera
Una visita di tre ore e mezza con il pensiero al dramma dei migranti. Papa Leone arriva a Lampedusa, a 13 anni esatti dal suo predecessore (Francesco si recò nell’Isola l’8 luglio 2013)

10:23 | 04 Luglio
Il Papa: «Il mondo di oggi e di domani sia più umano, per tutti»
dal nostro inviato Gian Guido Vecchi
Al campo sportivo, dove celebrerà la messa, il Papa saluta il sindaco di Lampedusa, Filippo Mannino, Sindaco di Lampedusa, e dice: «Ringrazio tutti voi per la vostra accoglienza! Il fatto che abbiate voluto intitolare il Molo Favaloro a Papa Francesco è segno del legame che il mio Predecessore ha stabilito con la vostra comunità e con i fratelli e le sorelle migranti: il Papa vi è stato vicino in questo tempo per voi molto impegnativo. E oggi sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia». Quindi aggiunge: «Non sono venuto a fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione. Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, per tutti».
10:20 | 04 Luglio
Un bimbo regala al Papa la palla di carta che ha ricevuto quando arrivò a Lampedusa: «Soero renda felice altri bambini»
dal nostro inviato Gian Guido Vecchi
Leone XIV ha raggiunto la Porta d’Europa, il monumento di Mimmo Paladino, tenendo per mano due bambini figli di migranti. Poi sale sugli scogli, c’è vento, la papalina volta via ma lui continua a scalare la scogliera finché arriva nel punto più alto, da solo, e guarda il mare.
Alla porta d’Europa, un bambino migrante ha letto e dato al Papa un biglietto scritto di suo pugno: «Caro Papa, sono super emozionato di incontrarti! 10 anni fa la mia storia è iniziata qui a Lampedusa. Ero da solo e avevo perso tutto, soprattutto la mia mamma. Mi dicono che ho smesso di piangere solo quando mi hanno dato un pallone fatto di carta, da quel giorno il pallone è rimasto nel mio cuore e io non ho mai smesso di giocare. Spero tanto che questa palla che ti regalo possa arrivare a un altro bambino e farlo felice proprio come me. Grazie. Leo».
9:59 | 04 Luglio
Molo Papa Francesco, approdo di speranza e umanità
Al Molo Favaloro, Papa Leone benedice la targa che intitola il molo a Papa Francesco. Il braccio di cemento oggi è diventato un simbolo di tutte le vite salvate da Lampedusa in questi anni. Leone ha sostato sul monumento dedicato a Bergoglio. La targa recita «Molo Papa Francesco, luogo di approdo, speranza, umanità».
Subito dopo Prevost ha saluto alcuni migranti, circa venti, ospitati nell’hotspot, con diversi operatori della Croce Rossa che li assistono.
«Ci ha incoraggiato e benedetto – ha raccontato uno dei migranti dell’hotspot di Lampedusa – sono molto emozionato e contento di questo incontro».
9:54 | 04 Luglio
La sosta al molo dove sbarcano i superstiti
Il Papa è arrivato in auto e ha sostato qualche minuto al molo Favarolo, dove arrivano i superstiti. L’ultimo sbarco è avvenuto ieri sera, diciassette persone salvate dalla Guardia costiera. Nell’hotspot di Contrada Imbriacola, nell’interno dell’isola, sono passate in questi anni 182 mila persone. Oggi ospita 114 migranti.
9:44 | 04 Luglio
L’immagine simbolo del viaggio
La mano destra appoggiata su un lato della Porta d’Europa: è l’immagine simbolo che sta già facendo il giro del mondo, della visita di Papa Leone a Lampedusa. Prevost dopo aver sostato sulla «soglia» per qualche istante, con lo sguardo verso il mare, ha attraversato la Porta simbolo dell’Isola di Lampedusa, che affaccia sul Mare Mediterraneo. Poi da solo si è incamminato su uno scoglio nel suo punto più alto e ha guardato l’orizzonte. Un’immagine intensa e commovente. Con il vento è volata via la papalina.
9:38 | 04 Luglio
Alla Porta d’Europa con i figli dei migranti
Leone XIV ha raggiunto la Porta d’Europa, il monumento di Mimmo Paladino, tenendo per mano due bambini figli di migranti. Poi sale sugli scogli, c’è vento, la papalina volta via ma lui continua a scalare la scogliera finché arriva nel punto più alto, da solo, e guarda il mare
9:33 | 04 LuglioIl Papa prega sulle tombe dei migranti
Nel cimitero di Cala Pisana, Leone XIV si è fermato a pregare sulle tombe dei migranti morti in mare nel cimitero dei senza nome.A segnare le loro sepolture, delle croci ricavate dal legno
delle barche naufragate. Leone XIV si è fermato in particolare davanti alla tomba di Yuossef, un bimbo di sei mesi della Guinea. Alla fine del 2020 viaggiava con la madre diciassettenne su un barcone naufragato al largo dalla Libia, a quattro miglia marine dall’isola, i soccorritori lo trovarono in mare ma morì assiderato prima di raggiungere l’ospedale.
9:13 | 04 Luglio
La visita al cimitero di Lampedusa
Papa Leone è il primo leader mondiale a recarsi al cimitero di Lampedusa, dove si ospitano anche gli invisibili. Uno spazio del camposanto è riservato ai migranti: una quindicina di croci, senza nomi o numeri. Spicca però quella del piccolo Youssef Ali Kanneh, originario della Guinea, inghiottito dalle acque ad appena sei mesi di vita. Di fronte a un disegno con l’arcobaleno, una fotografia senza cornice e una dedica in inglese: «Perché così presto figlio mio? Mamma e papà ti ameranno per sempre».
Migranti, appello all’Europa: «Risponda a una chiamata epocale»
dal nostro inviato Gian Guido Vecchi
«Da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee». Leone XIV celebra la Messa nel campo sportivo di fronte al porto di Lampedusa, come Francesco tredici anni fa. Nel frattempo altre trentaquattromila persone sono affogate nel Mare Nostrum. E l’omelia di Prevost è anzitutto un richiamo al Vecchio Continente:
«Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado – in quest’area – di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa».
L’omelia di Prevost segue la parabola evangelica del Buon Samaritano, un uomo aggredito e lasciato mezzo morto, un sacerdote un levita che passano oltre, il samaritano che si ferma e lo soccorre. «I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di “passare oltre”».
A Tenerife, il mese scorso, si era rivolto agli scafisti: «Convertitevi». Ecco, «qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti», fa notare il pontefice: «Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso. Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità».
Il Papa ricorda che «gli Apostoli hanno navigato nel Mediterraneo e sperimentato l’ospitalità degli abitanti delle sue isole e delle sue coste, da millenni crocevia di civiltà». Sillaba: «Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto».
Il centro della parabola è che «prossimi ci si fa, prossimo si diventa». Purtroppo, considera, «in ogni tempo non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri, negando così – persino davanti alla sofferenza e alla morte – la comune origine in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano e la chiamata all’amore senza limiti: è tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione».
Perché «non c’è amore di Dio senza amore del prossimo, e non c’è prossimo se io non mi avvicino. Fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere davanti al dolore altrui – come ha fatto Gesù – significa entrare nel movimento dell’amore, quello in cui Dio si è rivelato».
Leone XIV ringrazia la gente di Lampedusa, parla del «miracolo della compassione» che hanno saputo mostrare, volontari, associazioni, istituzioni, Guardia Costiera, amministratori, e ancora «grazie ai diaconi, ai preti, alle religiose, ai medici, agli psicologi, agli educatori, grazie alle forze di sicurezza e a tutti coloro che, con o senza il dono della fede, hanno scelto di amare insieme».
Prevost richiama la «civiltà dell’amore prospettata dai miei santi predecessori Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II», dice: «L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata. Come il Samaritano, possiamo cambiare programma e direzione. Più del Samaritano abbiamo risorse e opportunità per dare concretezza storica alla speranza».
Così il pontefice scandisce: «Nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza, anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio, oppure custodire la logica della pace con verità, sobrietà, prossimità, cura».
Alla Messa ci sono migliaia di persone, altre migliaia sono arrivate qui in vacanza. «Come dicevo a Tenerife, anche a Lampedusa la cultura dell’accoglienza ha una vocazione turistica, che – purtroppo – può sentirsi minacciata dalle rotte migratorie e svilupparsi nell’indifferenza, o persino in contrapposizione ai loro aspetti drammatici. Per molti, infatti, vacanza è solo distrazione, leggerezza, spensieratezza. Allora sembra che si debba innalzare un muro invisibile fra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri.
Abbiate l’audacia di pensare diversamente. Poco a poco, con creatività, riuscirete a far sì che chiunque trascorre un periodo, anche di riposo, su quest’isola, possa diventare più umano misurandosi con la vostra carità, con ciò che il mare vi ha insegnato, con gli incontri che vi hanno educato. C’è autentico riposo, infatti, dove il senso della vita è ritrovato; e vero benessere quando l’economia è giusta e fraterna. In questa economia la cura per il creato e l’amicizia sociale si saldano in una sintesi di cui l’umanità è oggi alla ricerca».




