"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Giugno 2026 Pagina 25 di 38

🟢IN RADIOVISIONE: PADRE LIVIO – LA TENTAZIONE – Puntata 22


Barcellona, Papa Leone XIV celebra messa nella Sagrada Familia: «Non possiamo credere in Gesù e fare la guerra»

di Gian Guido Vecchi – Correre della Sera – 10 Giugno 2026

Il pontefice si prepara all’ultima a tappa del suo viaggio spagnolo, le isole Canarie sulla rotta dei migranti dall’Africa

Barcellona –  La croce a quattro bracci al culmine della Torre di Gesù è pensata per proiettare fasci di luce tutt’intorno, «sì, la luce di Cristo brilla nelle tenebre, anche se le tenebre non l’hanno accolta» dice il Papa e la citazione è mirata, Gaudí conosceva bene il prologo del Vangelo di Giovanni e considerava la luce il materiale più prezioso, l’architettura stessa era anzitutto lo sforzo di dare ordine alla luce, come tra le navate della Sagrada Família. 

Per questo Leone XIV richiama le parole di Benedetto XVI, la basilica dell’architetto catalano come «segno visibile del Dio invisibile», e la definisce «una catechesi eloquente fatta di pietre, di colori e di luce», una tradizione che prosegue: «Nella sua saggezza, la Chiesa rinnova così la Biblia pauperum delle antiche cattedrali. In questo tempio d’immagini appare ancor più evidente come l’arte e la bellezza siano eminenti canali di evangelizzazione».

Per questo, nella messa celebrata a cento anni dalla morte di Gaudí, prima di benedire all’esterno la Torre più alta appena completata, il Papa non rinuncia a riassumere ciò che aveva spiegato lunedì al Congresso dei deputati di Madrid, una catechesi in forma di omelia per ripetere l’essenziale: «Non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente prima ancora che nasca. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria». 

La Sagrada Família è colma di fedeli, fuori dalla chiesa migliaia di persone seguono dai maxischermi, sono arrivati pure il re Felipe VI con la regina Letizia, seduti accanto all’altare. Il Papa si prepara all’ultima tappa del suo viaggio spagnolo, le isole Canarie sulla rotta dei migranti dall’Africa, al mattino ha visitato un carcere e quindi, al santuario di Montserrat, reso omaggio alla Madonna patrona della Catalogna «per affidarle, pieno di fiducia nella sua intercessione materna, il mio servizio petrino e la missione della Chiesa nel mondo, che grida chiedendo giustizia e pace». 

Prima di andare alla Sagrada Família, ha risposto alle domande di alcuni bambini, nella chiesa di San Augustí, e parlato con loro anche di calcio: «Da ragazzo giocavo in difesa, non ero un grande goleador…Chi non sa passare la palla, anche se ha talento, non ha ancora capito il gioco. E chi non sa vivere con gli altri e per gli altri, non ha ancora capito la vita».

Nella basilica, «segno di unità e di concordia per tutta la Spagna», Prevost arriva a citare una frase di Gesù riportata da Giovanni: «Se non crederete che Io Sono, morirete nei vostri peccati». Parole che «non sono affatto minacce, né un ricatto» ma «un invito di salvezza», dice: «Davanti alla minaccia del male, il Signore è sempre con noi, sempre per noi». L’opera di Gaudí è «molto più di un monumento», fa notare: «È ancora oggi un cantiere, che ci ricorda come la vita cristiana sia sempre un cammino, perché si tratta di un progetto, che Dio porta a compimento». 

Prima della messa, Prevost è sceso a pregare davanti alla tomba dell’architetto. Fuori dalla cripta, una bambina cieca gli ha spiegato la struttura della chiesa attraverso un modello accessibile al tatto. L’elogio del genio che diventerà beato, nelle parole di un Papa, non potrebbe essere più grande: «Come architetto ardente di fede, il venerabile Antoni Gaudì pensò questi spazi volendo raccontare i misteri della vita del Signore: in tal modo ci ha proposto un pellegrinaggio spirituale, che porta all’incontro con Cristo». 

Al tramonto Leone XIV esce dalla chiesa per benedire dall’esterno la Torre di Gesù Cristo: «Questa Croce brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città come faro aperto sul Mediterraneo».

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La citazione del giorno – “Siate le mie mani di pace”– n°4

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Il castello di Beaufort

 10 Giugno 2026 

di Roberto de Mattei – Esteri | CR 1954

Pochi conoscevano il nome del castello di Beaufort, nel Libano meridionale, prima che l’esercito dello Stato di Israele ne annunciasse la conquista lo scorso 31 maggio. L’opinione pubblica mondiale ha appreso così l’esistenza di una fortezza crociata che, novecento anni dopo la sua costruzione, continua a rappresentare un significativo baluardo strategico nella guerra in corso in Medio Oriente.

Il castello di Beaufort venne edificato nel 1139 da Folco V d’Angiò, re crociato di Gerusalemme, su una cresta rocciosa a 700 metri di altitudine, per controllare le vie di comunicazione tra la costa fenicia, la Galilea e l’interno della Siria. Esso domina la Valle della Bekaa, tra il Libano e la Siria, che costituiva una frontiera tra il mondo franco e quello musulmano. La sopravvivenza di questo castello nel corso dei secoli ci ricorda innanzitutto che i territori oggi contesi fra Israele e Hezbollah furono terre cristiane. In queste terre visse e versò il suo sangue Nostro Signore Gesù Cristo e da lì si diffuse nel mondo la Chiesa cattolica.

Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, vi rinvenne, tra il 326 e il 328, le reliquie più preziose della Passione e, per suo impulso, sorsero la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme e la Basilica della Natività a Betlemme, che trasformarono la Terra Santa in una delle principali mete di pellegrinaggio della cristianità, contribuendo a fissare nella memoria religiosa la geografia dei luoghi evangelici.

Dopo che nel 638 i seguaci di Maometto conquistarono Gerusalemme, i santuari cristiani continuarono a esistere, ma in condizioni sempre più precarie, finché, nell’XI secolo, i Turchi selgiuchidi, dopo aver invaso la Palestina, ne decretarono la distruzione. Le Crociate, nate per liberare i Luoghi Santi occupati dai musulmani, furono la pagina più luminosa del Medioevo cristiano.

 Dopo la riconquista della Città Santa, nel 1099, nacquero il Regno di Gerusalemme e una serie di Stati crociati sotto la sua sovranità. Questo vasto complesso territoriale comprendeva la Contea di Edessa, corrispondente a porzioni dell’attuale Turchia sud-orientale, della Siria settentrionale e dell’Iraq occidentale; il Principato di Antiochia, esteso sull’odierna regione turca di Hatay e sulla Siria nord-occidentale; la Contea di Tripoli, che occupava gran parte della costa dell’attuale Libano; e il Regno di Gerusalemme, che includeva la maggior parte dell’odierno Israele, i territori palestinesi della Cisgiordania, la fascia costiera di Gaza e ampie zone dell’attuale Giordania occidentale e meridionale. 

Nel loro insieme, gli Stati crociati si estendevano dal Mediterraneo fino all’alto corso dell’Eufrate e dai territori dell’odierna Turchia meridionale fino al Golfo di Aqaba sul Mar Rosso.

L’esistenza del castello di Beaufort ci ricorda non solo l’esistenza del Regno crociato di Gerusalemme, ma anche il fatto che questo territorio si formò in seguito a una “guerra santa” promossa dal Beato Urbano II e dai suoi successori, che furono trentaquattro tra la conquista di Gerusalemme del 1099 e la caduta di San Giovanni d’Acri nel 1291, data convenzionalmente assunta come termine dell’epopea crociata.

 Questa epopea vide straordinarie vittorie cristiane, ma anche gravi insuccessi. Quando apparve all’orizzonte il più temibile nemico che i crociati ebbero mai di fronte in quegli anni, il sultano d’Egitto e di Siria Saladino, i capi crociati si lasciarono trasportare dalle lotte interne, dagli intrighi e dall’ambizione e andarono incontro, nel 1187, alla disastrosa sconfitta di Hattin.

Ad Hattin, presso il lago di Tiberiade, i crociati caddero nella trappola abilmente predisposta da Saladino. Per costringere l’armata del Regno di Gerusalemme ad abbandonare la forte posizione di Sephoria, ricca d’acqua e favorevole alla difesa, Saladino attaccò Tiberiade. L’esercito cristiano si mise allora in marcia sotto il caldo estivo, mentre la cavalleria leggera musulmana lo tormentava incessantemente con incursioni e manovre di disturbo, impedendogli di raggiungere le sorgenti e di rifornirsi d’acqua. Quando i crociati giunsero esausti presso Hattin, la battaglia era ormai in gran parte perduta e il loro esercito venne quasi completamente annientato. Nel 1191 cadde anche il castello di Beaufort, ultimo e prestigioso avamposto del sistema difensivo crociato verso l’entroterra siriano.

 La causa più profonda della sconfitta dei crociati non fu soltanto di ordine militare. Essa risiedeva nella perdita di quella purezza d’intenzione e di quella tensione spirituale che erano state all’origine della loro epopea. La tradizione cristiana insegna che Dio non abbandona coloro che confidano in Lui, ma che spesso permette le sconfitte quando gli uomini si allontanano dalla loro vocazione e fanno affidamento esclusivamente sulle proprie forze. Perciò il vescovo Guglielmo di Tiro, testimone e cronista delle Crociate, scriveva in quel tempo parole che fanno riflettere:

 «Presso di noi sono venuti meno, secondo il lamento del profeta, “il consiglio al saggio, l’istruzione al sacerdote, la visione al profeta” (Geremia, 18, 18b); ora fra noi è così del sacerdote come del popolo (Osea, 4, 9) , in modo che a noi è possibile adattare le parole del profeta, “la testa è tutta piagata, il cuore tutto sfatto; dalla pianta dei piedi alla testa non v’è niente che sia sano in noi” (Isaia, 1, 5b-6). Si è ormai giunti in quei tempi in cui non siamo in grado di tollerare né i nostri vizi né i loro rimedi; perciò, a causa dei nostri peccati i nemici sono divenuti più forti, e noi, che tanto frequentemente avevamo l’abitudine di riportare con gloria la palma trionfando sui nemici, ora, privati della grazia divina, riportiamo quasi in ogni scontro il risultato peggiore».

Ma la storia ci trasmette anche un altro insegnamento. Chi vuole vincere una guerra deve saper scegliere il terreno sul quale combattere e non lasciarsi trascinare dal nemico nel luogo e nei modi da lui stabiliti. Questo principio vale non soltanto per le battaglie militari, ma anche per gli scontri religiosi, culturali e morali che attraversano ogni epoca della storia umana. Spesso la vittoria appartiene a chi conserva la lucidità necessaria per non abbandonare le proprie posizioni essenziali e per non farsi dettare l’agenda dall’avversario.

In questa prospettiva, il castello di Beaufort diviene il simbolo di quel «castello interiore» che ciascuno è chiamato a custodire. Esso rappresenta la fortezza dell’anima, la fedeltà ai propri princìpi, la vigilanza sulle proprie convinzioni e sulla propria vita spirituale. Difendere questo castello significa esercitare la prudenza, perseverare nel bene e non cedere alle pressioni esterne o alle debolezze interiori. Affidando infine alla Divina Provvidenza l’esito della battaglia, l’uomo compie tutto ciò che è nelle sue possibilità e trova nella fede la forza per resistere e per vincere. 

Pomeriggio insieme con Roberta: La fede insegnata ai figli (18)

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In Cielo c’è una gioia senza fine

Le cose importanti della vita sono la salvezza della nostra anima, raggiungere la méta del Paradiso, mettere a fuoco la parte finale della nostra vita che deve essere un’accelerazione verso il Cielo, una purificazione. Dobbiamo puntare ad andare direttamente in Paradiso. La Madonna ha detto che se sapessimo cos’è il purgatorio faremmo di tutto per evitarlo. Umilmente, nella nostra pochezza e miseria, chiediamo a Dio di purificarci e santificarci. Il ladrone, una persona che non segue i Comandamenti, essendosi pentito con grande fede, nel momento della sua morte in croce, Gesù gli disse: “Oggi sarai con me in Paradiso”.    
Il Catechismo della Chiesa Cattolica descrive il Paradiso in modo un po’ diverso dal solito. Viene descritto come un luogo di gioia e felicità, nella pienezza dell’amore. Il Paradiso è un rapporto profondo con Cristo con il quale diventiamo figli nel Figlio. È un rapporto intimo con la Santissima Trinità con la quale entriamo nell’amore trinitario. La gioia del Paradiso è un rapporto interpersonale mediante Cristo, con il Padre e lo Spirito Santo. Diventiamo, così, partecipi della Comunione eterna dell’amore.     
Il Catechismo della Chiesa Cattolica, descrive il Paradiso dal punto di vista esistenziale, come compimento di quel desiderio di amore infinito che abbiamo nel cuore, molto diverso dalla felicità materiale con cui altre religioni lo dipingono. È la partecipazione alla vita trinitaria, alla comunione eterna dell’amore.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che: “Coloro che muoiono nella grazie e nell’amicizia di Dio e sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo.” Per andare in Paradiso bisogna morire in grazia di Dio che è santificante e in un rapporto di amicizia filiale. Bisogna essere purificati non solo nei peccati gravi, ma anche nelle colpe più leggere. Tale purificazione avviene compiendo opere buone attraverso l’offerta della nostra sofferenza e dolore. Se siamo purificati entriamo in comunione con Cristo e viviamo per sempre con Lui. Questa è la descrizione più profonda e intima del Paradiso. Siamo intimamente uniti al Figlio, mediante la sua Santa umanità, siamo perfettamente uniti alla seconda Persona della Santissima Trinità e entriamo così nella comunione trinitaria. Il Catechismo continua citando: “Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono “così come egli è” (1 Gv3,2), “faccia a faccia” (1 Cor. 13,12)”. Passando dalla mediazione di Cristo possiamo vedere Dio così com’è. Senza intermediari o strumenti di passaggio possiamo vedere Dio faccia a faccia.        
“La gioia consiste in una comunione di vita e di amore con la SS. Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i santi.” Non ci può essere una gioia più grande di questa, perché è la comunione eterna dell’amore. È la gioia della comunione d’amore con Dio e con tutte le sue creature. Conosceremo per nome tutti gli angeli e tutti Santi. Avremo molto tempo da impiegare nelle conoscenze reciproche.
La veggente Vicka ha raccontato la sua testimonianza del paradiso quando è stata portata dalla Madonna insieme al veggente Jakov. Racconta di aver visto questo grande spazio luminoso dove ci sono le persone che camminano, cantano e pregano, con vesti di diversi colori. Sono rappresentazioni rese possibili agli occhi umani e la Gospa nel descriverle disse di guardare come erano felici le persone. “Con la sua morte e resurrezione Cristo ci ha aperto il Cielo. “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1 Cor. 2,9).” Il Paradiso va al di là di ogni nostra concezione, rappresentazione e immaginazione. Facciamo di tutto per andarci, impostando la nostra vita come un pellegrinaggio verso il Cielo da compiere giorno per giorno, con semplicità, gioia e perseveranza.

I Segreti di Medjugorje

59. Il tempo dei Segreti è una scelta fra Dio e satana

Crediamo che gli eventi dei Segreti siano di guerra e persecuzione alla Chiesa. Pensiamo che lo scenario di guerra del terzo Segreto di Fatima sia collocato in una guerra fra Oriente e Occidente. Sembra essere anche confermato dalle rivelazioni di Civitavecchia, perché nei Messaggi che hanno testimoniato i Gregori, la Madonna avrebbe parlato di una guerra fra Oriente e Occidente. Umanamente parlando vista l’alleanza di ferro che c’è tra Russia e Cina, che tutt’ora con Trump sussiste con l’Europa, c’è la possibilità che emerga un conflitto tra queste due fazioni. Proseguendo questa guerra, entrando nel tempo dei Segreti, si trasformerà radicalmente, perché si manifesterà il fattore soprannaturale della rivelazione dei tre giorni prima.

Il Segno sulla montagna sarà tale da chiamare persone da ogni parte del mondo, le quali si inginocchieranno, ma molti non crederanno. Il tempo dei primi tre Segreti sarà molto lungo. In questo ambito, soprattutto a causa del terzo Segreto, dividerà il mondo in due parti, non più fra Oriente e Occidente, ma fra quelli che credono che il Segno è soprannaturale, che viene da Dio, e quelli che non credono nella soprannaturalità e si polarizzano nella sponda opposta con il maligno. È soprattutto a causa del Segno sulla montagna che ci sarà un cambio di guerra. La guerra sarà tra la Madonna e satana. La Chiesa avrà, anch’essa, una divisione: la Chiesa mariana con il Papa autentico, che riconoscerò il Segno soprannaturale; e la chiesa modernista che si schiera col mondo senza Dio. Con il terzo Segreto c’è questa metamorfosi della guerra che vedrà una divisione del mondo e della Chiesa. I flagelli dal quarto al decimo Segreto, riguarderanno soprattutto la Chiesa: la persecuzione da parte degli abitanti della Terra contrapposti ai cittadini del Cielo che seguono la Madonna.

Nella guerra fra la Regina della pace e satana, l’umanità deve decidere da che parte stare. Tutto questo è un modo di operare divino che chiama la gente alla conversione e alla responsabilità. Un Segno sulla montagna inspiegabile, durevole, indistruttibile, inspiegabile metterà in subbuglio il mondo. Anche se gli Stati cercheranno di contrastare il Segno, i fedeli si metteranno in cammino ugualmente.

Nel tempo dei Segreti la guerra sarà fra chi crede in Dio e chi non ci crede. Coloro che sono nei territori dei Segreti devono scegliere tre giorni prima se credere e mettersi in salvo oppure venire travolti dagli eventi. È una divisione dell’umanità di carattere spirituale. Questo è un atto di grande misericordia perché dà la possibilità di salvarsi a coloro che per vari motivi sono fuori dall’ambito della fede, dell’informazione, della salvezza. Credendo a ciò che verrà detto dalla Madonna attraverso un rappresentante della Chiesa tutti possono salvarsi.

Questo è il piano divino che fa irruzione nella Storia umana. Il tempo dei Segreti è una cosa molto seria. Dato che conosciamo l’Apocalisse dobbiamo dedicarci a quest’opera di messa a fuoco nel momento in cui si rivela nella società. Man mano che l’Apocalisse si attua la Chiesa deve essere quella che la rivela, agisce e guida l’umanità.

Siamo di fronte a qualcosa di straordinario e serio, che non può essere rimosso. La Chiesa conosce già i Segreti di Fatima e non si possono rimuovere. Sarà lo Spirito Santo a portare la Chiesa agli appuntamenti nel tempo dei Segreti. Il nostro compito è quello di pregare e di dare il nostro contributo di fede e testimonianza perché è chiaro che, quanto più testimoniamo questa grazia della presenza di Maria e del suo piano di salvezza, tanto più aiutiamo la Chiesa a prendere consapevolezza e decisioni coraggiose con le quali vincerà la battaglia in nome di Maria.

Dio ha predisposto tutto in modo meraviglioso e noi dobbiamo cercare di vivere, di essere protagonisti e non voltare le spalle per dedicarsi alle vanità. Il piano di Dio è salvifico, è meraviglioso, vale la pena impegnarsi fino in fondo. Noi siamo la Chiesa, testimoniamo la Chiesa di Cristo, la salvezza, il Paradiso presente nei nostri cuori qui su questa Terra.

Il tempo dei Segreti è una scelta fra Dio e satana, non fra Oriente e Occidente. La Profezia dei tre giorni prima confermerà i mariani nella fede. Per loro sarà la prova della presenza salvifica della Madonna. Sarà loro compito tendere la mano agli incerti e ai lontani dalle fede. Nel medesimo tempo la profezia dei tre giorni prima è un invito per i non credenti. I non credenti sono in pericolo, ma hanno a disposizione una insperata ancora di salvezza. Tuttavia, l’indurimento del cuore porta inevitabilmente alla rovina.

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