"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Aprile 2026 Pagina 32 di 38

Noi, la Pasqua e il capolavoro: ecco perché la fine è un inizio

di Alessandro D’Avenia – Corriere della Sera – 6 Aprile 2026

Le nostre domande davanti alla croce e la nuova bellezza dell’amore assoluto

All’ingresso dell’esposizione della bellissima Crocifissione (1470) del pittore tedesco-fiammingo Hans Memling, abitualmente al Museo civico di Vicenza ma in questo periodo pasquale ospitata come opera-mondo al Museo diocesano di Milano, Nadia Righi, direttrice del museo, ha voluto l’ultima frase pronunciata dall’uomo sulla croce prima di morire e raccolta da Giovanni (19,30): «Tutto è compiuto» (letteralmente: «ha raggiunto la pienezza», potremmo dire: «nulla è andato sprecato, sono felice»). E mentre noi di fronte alla morte diciamo «è finita», qui la fine è un iniziocome l’artista di fronte all’opera compiuta: è finita, ma proprio per questo inizia un’altra vita, la propria, il presente continuo di ciò che non passa proprio perché ha raggiunto la pienezza che vince sul tempo. Infatti «compiere» (latino cum-plere) significa «riempire», una creazione che diventa ri-creazione per chi ne è «capace», cioè ha spazio interiore per essere colmato. Fede o no, l’uomo sulla croce è un capolavoro mai visto: è infatti, come nell’opera di Memling, il soggetto più rappresentato e il simbolo più diffuso al mondo.

Ma aveva ragione Tommaso d’Aquino a dire che Cristo in croce è il culmine della bellezza? Nietzsche che vi vedeva l’esaltazione del brutto, della sconfitta, il trionfo di una morale da sottomessi? Come fa un crocifisso a essere bello? È un’illusione a cui ci ha abituato la grazia dei dipinti? 

Trovo risposta nella Maddalena di Memling che si aggrappa alla croce incarnando la domanda di ogni uomo di fronte alla morte: è finita? Pare di sì, ma quel «tutto è compiuto» stabilisce un canone nuovo di bellezza rispetto a quello classico basato sull’armonia delle parti. Qui c’è un corpo torturato, slogato, insanguinato, tutt’altro che bello. Occorre allora ampliare il campo della bellezza: è quando l’amore si realizza. C’è bellezza, anche senza armonia, dove c’è cura per qualcosa o qualcuno: una pianta secca, una tela bianca, un bambino sporco, un malato solo… E così la «passione», che in questo caso è passione per l’uomo, non consiste nella quantità di sangue sparso ma in quello che diventa vita, come quello dei donatori di sangue: «Nessuno mi toglie la vita, sono io che la do» (Gv 10,18) aveva detto qualche giorno prima l’uomo sulla croce. Come se Tolstoj, talmente innamorato del suo personaggio, decidesse di entrasse nel libro per salvare Anna Karenina dal suicidio, la spingesse via finendo lui sotto il treno. Anna riceve una nuova vita.

Passione

Tutto è compiuto significa passare dalla convinzione che felicità sia allungare la vita a quella in cui felicità è allargare la vita, come sa chiunque la dedichi con «passione» a qualcosa. Tutto è compiuto quando tutto è trasformato in vita, anche a costo della vita. Il primo spettatore di questa forma inattesa di bellezza non è un critico d’arte né un discepolo, ma un crudele soldato romano, che ha appena contribuito alla morte del condannato. Eppure dopo ciò che ha visto (anche lui ha sentito quel «Perdona loro perché non sanno ciò che fanno») dice: «Costui era veramente figlio di Dio». Ha visto qualcosa che un uomo non sa fare: amare i propri carnefici.

La morte diventa vita

Questo è il capolavoro, quando anche la morte diventa vita, solo allora la fine è inizio, come l’opera d’arte compiuta. E qui l’opera è l’amore assoluto finalmente incarnato, visibile, reale. Vedendo un crocifisso non si potrà più dire che un amore così non esiste: l’amore che non ti devi meritare, l’amore che ama senza chiedere nulla, l’amore che smaschera qualsiasi potere violento (politico, religioso, economico, psicologico, fisico…), l’amore che ti vuole esistente chiunque tu sia o qualunque cosa tu faccia, l’amore che non ti fa sentire solo anche quando lo sei, questo amore c’è, è reale. Questo è divino, come diciamo dei capolavori fatti dagli uomini ma in cui si manifesta qualcosa che supera l’uomo. Ecco perché questo è il culmine della bellezza e la croce il simbolo più diffuso al mondo. Infatti il segno della croce, a ben vedere e a farlo bene, mette in linea testa e cuore, l’asse verticale di quel miracolo che è il corpo umano. Il segno della croce unisce la testa e il petto: testa fredda e cuore caldo, e non il contrario, testa calda e cuore freddo, l’uomo sottosopra, distruttore e guerrafondaio. Una testa fredda cerca la verità perché solo la verità rende liberi. Un cuore caldo cerca la vita, ne diventa custode e lotta per farla crescere. Che cosa ami? Quale pezzo di mondo non può fare a meno di te per fiorire? Quando testa e cuore, verità e vita, si allineano, tutto può nascere, perché solo se testa e cuore sono allineati è possibile amare non di quell’egoismo camuffato chiamato indebitamente amore e che resta solo fino a prova contraria. Nel segno della croce dopo l’asse verticale viene infatti quello orizzontale. Prima una spalla e poi l’altra, da dove ha inizio l’azione: braccia e mani aperte fanno più mondo, più vita, come le braccia di Cristo inchiodate da non potersi chiudere a nessuno. Danno, non prendono. 

Per questo amo un crocifisso ligneo del 1600 senza braccia, che arricchisce una chiesetta che visito prima di entrare a scuola, ritrovato tra le macerie di un deposito e restaurato senza aggiungere nuove braccia al posto di quelle perdute: tutte le volte che lo vedo chiedo di affrontare la giornata in modo verticale, allineato, e essere quelle braccia e mani per chi incontrerò e per quel che posso. Non ho mai trovato un simbolo più fecondo di questo, e non per vincere guerre come vuole la leggenda di Costantino o per trovare facili consolazioni in un mondo fantastico, ma per vincere se stessi qui e ora, e fare ciò che la parola «simbolo» significa: unire, mettere insieme (dal greco synballo, il cui contrario è diaballo, dividere, separare, da cui «diabolon», diavolo) carne e spirito, divino e umano, invisibile e visibile, compiuto e incompiuto, cielo e terra, vita e morte, dolore e gioia… Questo è il capolavoro della croce: se esiste l’amore assoluto che mi vuole come sono e dove sono, allora posso andare incontro alla vita senza paura.

Ne ho in mente un esempio concreto nella storia di Gianluigi Rho (ginecologo) e Mirella Capra (pediatra), che nei primi anni ‘70 lasciano Milano e creano un ospedale in Uganda: «“Non l’ho fatto come ripiego e nemmeno come rinuncia, ma come scelta. Sia io sia Mirella avevamo offerte in università e in ospedale, tanto che il mio professore mi dava il tormento ripetendomi che dovevo fare la carriera universitaria, e quando gli dissi che partivo per l’Uganda si lasciò andare a un solo commento: “Un’intelligenza sprecata”. Sorride ripensando al professore e gli replica a distanza: “Non mi interessa, la mia vita non è stata sprecata. Forse abbiamo sbagliato non dando nessuna importanza al profilo economico, la mia pensione è bassa e avrei potuto comprare una casa ai miei figli, sistemarli meglio. Ma gli ho dato altro e, alla fine, rifarei ogni scelta”. Scuote un po’ la testa, mi guarda e dice ancora una frase soltanto: “No, nessun rimpianto, è stata una vita meravigliosa”» (M.Calabresi, Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa). Il Saint Kizito Hospital a Matany ha 284 posti letto, 7 medici, 65 infermieri, 8 ostetriche, 4 fisioterapisti. Visite ambulatoriali a 10 anni fa: 39.352; ricoveri: 10.000; operazioni chirurgiche: 2.089. Bambini nati: 1.416. Mirella e Gianluigi, poco più che 25enni, avevano chiesto per la lista di nozze ciò che serviva a iniziare quell’avventura.

I giovani

Questo potrebbe far pensare che servano scelte straordinarie, ma straordinario diventa l’ordinario dove noi siamo e creiamo vita con le nostre attitudini, professioni, mestieri, come hanno scritto dei giovani in un testo che mi ha colpito, un commento alla XII stazione della Via Crucis per la loro parrocchia frequentata dai miei genitori: «Tutto è compiuto. Anche noi possiamo sperimentare questa pienezza, pure in mezzo a sconfitte e umiliazioni, se impariamo a lasciarci condurre dall’Amore e non dal bisogno di affermarci e avere successo. Abbiamo paura di amare ed essere amati davvero, di metterci a nudo con tutte le nostre fragilità, di farci carico delle ferite degli altri, di investire tutto in una strada e rinunciare alle altre possibilità. Il “per sempre” ci mette ansia, perché con un impegno così ci sembra di perdere qualcosa, rimanere bloccati, dover sacrificare tutto. Fermo sul legno della croce tu ci ricordi che solo amando fino in fondo potremo sperimentare la pienezza, che solo imparando a rimanere anche quando ci costa sperimenteremo cos’è la vera libertà. Donaci il coraggio di dare tutto, Signore, e di realizzare il nostro “per sempre”. Fa’ che ogni sera prima di andare a letto e al termine della nostra vita possiamo dire con fiducia “Tutto è compiuto”». 

Buona Pasqua.

Mai così tanti cristiani uccisi e perseguitati. Ma nell’equazione umanitarista, non contano

Il nuovo World Watch List di Porte Aperte documenta quasi 5 mila uccisioni in un anno e 388 milioni di fedeli discriminati. Dalla Nigeria alla Corea del Nord, l’emergenza cresce, ma chiese chiuse e stragi faticano a trovare voce pubblica nell’agenda occidentale

di Giulio Meotti 14 GEN 26

Il numero di cristiani uccisi per la loro fede è aumentato ancora una volta, da 4.476 vittime a 4.849 in un anno. Si tratta di tredici cristiani uccisi in media ogni giorno, uno ogni due ore. Numeri dal rapporto World Watch List di Porte Aperte in uscita oggi e che viene presentato nella Sala Caduti di Nassiriya del Senato su invito dell’Intergruppo per la tutela della libertà religiosa dei cristiani nel mondo. Ancora record di persecuzione anticristiana in termini assoluti: mai così intensa in 33 anni di ricerca. Salgono da 380 a oltre 388 milioni nel mondo i cristiani che sperimentano un livello alto di persecuzione e discriminazione a causa della propria fede (un cristiano ogni sette), di cui 201 milioni sono donne o bambine, esposte a violenze sessuali, matrimoni forzati e ostracismi sociali che riducono la fede cristiana a lettera scarlatta. Tra i cento paesi monitorati si conferma l’accelerazione degli ultimi quindici anni e salgono da 13 a 15 i paesi con un “livello estremo”.

La Corea del nord rimane stabile al primo posto dei persecutori, dove il mero possesso di una Bibbia può condurre a campi di lavoro o esecuzioni sommarie. Ma è l’ombra dell’islamismo radicale a dominare la classifica. Nelle prime cinque posizioni ci sono tre nazioni fortemente islamiche, “come prova del fatto che l’oppressione islamica rimane una delle fonti principali di intolleranza anticristiana. Somalia, Yemen e Sudan. La Siria è la vera sorpresa di quest’anno, portando il paese dal diciottesimo al sesto posto, unico nuovo ingresso nella top ten. La violenza è aumentata, con 27 cristiani uccisi in un anno e numerosi attacchi contro le chiese. La pressione varia per regione, ma include la chiusura di scuole, l’imposizione della jizya e la propaganda islamica anticristiana. Cresce ancora il punteggio della Nigeria, stabile al settimo posto, confermandosi il mattatoio globale e la nazione dove si uccidono più cristiani al mondo (3.490). Eppure, la Bbc si domanda se davvero “i cristiani siano perseguitati in Nigeria come dice Trump”. Sguinzaglia anche la sua Global Disinformation Unit. Il Pakistan all’ottavo posto è stabile con almeno 24 cristiani uccisi per ragioni legate alla loro fede. L’Iran vede peggiorare la situazione (decimo posto), a causa di un aumento della violenza anticristiana. La pressione è rimasta a livelli estremi in quasi tutte le sfere della vita. “Il governo considera i convertiti iraniani al cristianesimo come una minaccia occidentale tesa a minare l’islam e il regime islamico dell’Iran”.

Eppure, nessun corridoio umanitario, nessuna ong occidentale, niente al Jazeera, nessuna flotilla, nessuna relatrice speciale, neanche una veglia. In Congo, l’Isis massacra migliaia di cristiani, anche nei letti d’ospedale. In Mozambico, intere comunità sono spazzate via. E mentre le proteste pro Palestina martellano ancora le città in Europa e in occidente, non si è sentito di marce “Liberate i cristiani africani”. Nessun sudario da Palazzo Marino, nessun appello di accademici “anticolonialisti” di Bologna, nemmeno l’eco degli hashtag digitali per smantellare il “colonialismo arabo” in Sudan. Anche i governi occidentali, intrappolati in calcoli geopolitici, evitano di alienare alleati strategici dove la persecuzione è estrema ed endemica. Uno su tutti, il caso algerino: tutte e 47 le chiese protestanti sono state chiuse e si stima che oltre il 75 per cento dei cristiani algerini abbia perso il contatto con la comunione. A rischio di carcere, quei cristiani che si riuniscono lo fanno ora segretamente in case private o proprietà commerciali.

I colpevoli sono quasi tutti islamisti e la coscienza dell’occidente funziona solo all’interno di un’equazione familiare: la sofferenza acquista significato se può essere ricondotta al senso di colpa occidentale. Il bambino palestinese e il soldato israeliano, la tenda umanitaria e il fence sionista sono predisposti per una rappresentazione mediatica. E nella teologia postcoloniale, la sofferenza del “Sud del mondo” è soltanto un prodotto del dominio occidentale (mai di quello cinese o russo o islamista) e se il soldato israeliano è sempre un mostro mediatico, il miliziano fulani che brucia villaggi cristiani diventa una “vittima del cambiamento climatico”. Così un singolo incidente di un camion di aiuti umanitari assaltato a Gaza mobilita milioni, mentre migliaia di cristiani africani svaniscono ogni anno nell’angolo cieco dell’umanitarismo.

LUNEDI’ DELL’ANGELO

Il Santo del Giorno a cura di Ermes Dovico – Aprile 2026

Oggi, per la liturgia della Chiesa, è in senso proprio il Lunedì dell’Ottava di Pasqua. Ma tale giorno, in Italia, viene più comunemente chiamato «Lunedì dell’Angelo» e associato, per tradizione, al ricordo dell’annuncio angelico della Risurrezione di Gesù.

Oggi, per la liturgia della Chiesa, è in senso proprio il Lunedì dell’Ottava di Pasqua. Ma tale giorno, in Italia, viene più comunemente chiamato «Lunedì dell’Angelo» e associato, per tradizione, al ricordo dell’annuncio angelico della Risurrezione di Gesù.

Si ricorda cioè tradizionalmente quanto avvenuto al sepolcro il giorno prima, al mattino della domenica (il primo giorno della settimana nel calendario ebraico, quindi il primo giorno dopo la Pasqua ebraica), quando le pie donne – Maria Maddalena, Salome e Maria madre di Giacomo – si recarono al sepolcro con l’intenzione di cospargere di oli aromatici il corpo di Gesù. Arrivate presso la tomba, trovarono il grande masso che la chiudeva rotolato via. Il loro stupore, misto a tremore, si accrebbe quando apparve loro un angelo in vesti sfolgoranti, che si premurò di rassicurarle e diede loro il lieto annuncio: «Non abbiate paura, voi! So che cercate il Crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto». E aggiunse: «Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete» (Mc 16,1-7).

«Oggi siamo nella seconda giornata dell’Ottava di Pasqua. Ieri è stata la solennità di Pasqua, oggi è il lunedì di Pasqua. In Italia c’è la bella tradizione di chiamare questa giornata “Pasquetta”, ma io non voglio parlare di “Pasquetta”. C’è anche un altro nome per indicare questo giorno: il giorno, o la festa “dell’Angelo”», disse Giovanni Paolo II nel Regina Coeli dell’1 aprile 1991, aggiungendo: «È questa una tradizione molto bella che corrisponde profondamente alle fonti bibliche sulla Risurrezione. Ci ricordiamo della narrazione dei Vangeli Sinottici, quando le donne vanno al Sepolcro e lo trovano aperto. Esse temevano di non poter entrare perché la tomba era chiusa da una grande pietra. Invece è aperta e, dall’interno, sentono le parole: “Gesù Nazareno non è qui”. Per la prima volta vengono pronunciate le parole: “È risorto”. Gli evangelisti ci dicono che queste parole sono state pronunciate dagli Angeli».

Secondo il santo polacco, «vi è un profondo significato in questa presenza angelica e in questa proclamazione angelica: come per annunciare l’Incarnazione del Verbo, Figlio di Dio, non poteva essere che un Angelo, Gabriele, così anche per esprimere per la prima volta le parole “è risorto”, la Risurrezione, non era sufficiente un soggetto umano, non era sufficiente una parola umana. Ci voleva un essere superiore, perché per l’essere umano questa verità e le parole che comunicano la verità, “è risorto”, questa verità stessa è così sconvolgente, talmente incredibile, che forse nessun uomo avrebbe osato pronunciarla».

Aggiunse Giovanni Paolo II: «Dopo questo primo annuncio si comincia a ripetere: “Il Signore è risorto e si è rivelato a Pietro, a Simone”, ma il primo annuncio richiedeva un’intelligenza superiore a quella umana. Così questa festa dell’Angelo, almeno io la intendo in questo modo, è un completamento dell’Ottava pasquale. Nelle letture bibliche, nei brani dei Vangeli si legge sempre di questi Angeli, ma la festa italiana sottolinea il momento di questa presenza angelica, non solo la sottolinea, ma spiega anche il perché di questo momento della Risurrezione. Al di sopra dell’umana costatazione che il sepolcro era vuoto, ci voleva un’altra, sovrumana costatazione: “È risorto”

🔴LIVE🔴 NON PRAEVALEBUNT – PUNTATA 31: La preghiera arma invincibile – Catechesi giovanile 2006-2007 di P. Livio

“FATELLI E SORELLE CRISTO E’ RISORTO BUONA PASQUA”

Le 36 ore del colonnello pilota in fuga dagli iraniani: la pistola, il nascondiglio in una fessura tra le montagne, la paura di una imboscata (e un messaggio criptato)

di Redazione Online – Corriere della Sera – 5 Aprile 2026

Il pilota risultava disperso da due giorni in Iran, da quando un caccia F-15 era stato abbattuto. «È ferito ma se la caverà», le parole di Trump

Ferito e nascosto in una fessura in montagna in territorio nemico. Per 36 ore il colonnello aviatore americano disperso ha agito con un unico scopo: evitare di essere catturato dagli iraniani. Con sé solo una pistola, un radiofaro di segnalazione e un dispositivo di comunicazione protetto. Il pilota risultava disperso da due giorni in Iran, da quando un caccia F-15 era stato abbattuto. La missione Usa di salvataggio è stata portata a termine nella notte tra sabato e domenica. In azione sono entrate le forze delle Operazioni speciali degli Stati Uniticentinaia di uomini, decine di aerei da guerra ed elicotteri, oltre ai mezzi di intelligence

«Abbiamo salvato il membro dell’equipaggio/ufficiale dell’F-15, gravemente ferito e davvero coraggioso, dalle profondità delle montagne dell’Iran. L’esercito iraniano lo stava cercando con insistenza, in gran numero, e si stava avvicinando. È un colonnello molto rispettato». Le prime parole del presidente americano Donald Trump sul suo social Truth.

Trump ha definito il salvataggio un «miracolo di Pasqua». «Il nemico era
numeroso e violento. I soccorritori sono stati brillanti, forti, decisi e hanno mantenuto un sangue freddo assoluto», ha raccontato alla Nbc News. Le forze americane avevano già recuperato il primo pilota, mentre il co-pilota è rimasto disperso in una zona montuosa con le forze iraniane che battevano l’area in forze. 

E durante un primo tentativo di contatto con gli americani del pilota, da Washington si è temuto che l’Iran l’avesse preso in ostaggio, costringendolo a tentare di attirare le squadre di soccorso statunitensi in un’imboscata. Trump ha infatti raccontato all’emittente israeliana Channel 12 che il militare aveva comunicato tramite un dispositivo criptato «Dio è buono», elemento che aveva rafforzato il sospetto che fosse sotto costrizione. «Abbiamo sospettato che fosse detenuto e costretto a parlare», ha spiegato il presidente, aggiungendo che «ci sono volute diverse ore perché le forze statunitensi stabilissero che il colonnello, essendo una persona religiosa, stava parlando di sua spontanea volontà».

Un alto funzionario dell’amministrazione degli Stati Uniti ha poi raccontato che, prima di localizzare il pilota disperso, la Cia ha usato un «inganno militare», diffondendo la notizia all’interno dell’Iran secondo cui le forze statunitensi lo avevano già trovato e lo stavano trasportando via terra per la sua evacuazione. Il funzionario, che ha parlato in forma anonima per discutere dettagli non ancora resi pubblici, ha sottolineato che la campagna è riuscita a confondere i funzionari iraniani durante le operazioni di ricerca e soccorso. Il pilota è «ferito, ma se la caverà», ha detto infine Trump. È stato portato in Kuwait per le prime cure.

🔴LIVE🔴 IL FALSARIO: LA LOTTA QUOTIDIANA CONTRO SATANA – PUNTATA 24

Leone XIV annuncia all’Urbi et Orbi: “Una veglia per la pace a San Pietro l’11 aprile”

Una veglia di preghiera per la pace l’11 aprile: il Papa risponde con la preghiera ai venti di guerra. L’appello a deporre le armi. La richiesta di lasciarsi sorprendere dalla resurrezione 

Di Andrea Gagliarducci

Città del Vaticano, domenica 5 aprile 2026, 12:13 (ACI Stampa).

Non è un messaggio urbi et orbi di quelli consueti, non c’è la solita lista degli scenari internazionali cui la Santa Sede guarda con attenzione. Leone XIV, per il suo primo messaggio alla città e al mondo del giorno di Pasqua, sceglie la strada della preghiera, dell’annuncio della pace, e annuncia che ci sarà il prossimo 11 aprile una veglia di preghiera per la pace.

Con un messaggio chiaro: “La Resurrezione di Cristo è la via per l’umanità nuova”. Un’umanità di dialogo, perdono, riconciliazione. E un appello chiaro: “Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo”.

È una scelta che pone il Papa e la Santa Sede dalla parte di tutti. Non nega la preoccupazione per gli scenari geopolitici, ma semplicemente non mette la Santa Sede in condizione di prendere una posizione politica.

Il messaggio di Pasqua, per Leone XIV, è prima di tutto spirituale, perché si parte dalla conversione dell’uomo. E così, il Papa dà la sua impronta alla diplomazia della Santa Sede, che lui stesso ha definito secondo il criterio della verità nel suo primo incontro con il corpo diplomatico dopo l’elezione, e che oggi diventa parte di un lavoro più silenzioso e dietro le quinte, dove il Papa non si espone, ma propone, aiuta e dà indirizzo. Ricorda che Gesù ha vissuto la via del dialogo fino alla fine, in un messaggio indirizzato al mondo con chiarezza. Mette in luce che la forza di Gesù è prima di tutto non violenta. Denuncia che ci siamo abituati alla violenza.  

Leone XIV prima di tutto dà l’annuncio della resurrezione. “La Pasqua – dice – è una vittoria: della vita sulla morte, della luce sulle tenebre, dell’amore sull’odio”. Ma si tratta di “una vittoria a carissimo prezzo” perché “il Cristo ha dovuto morire e morire su una croce, dopo aver subito una ingiusta condanna, dopo essere stato schernito e torturato e aver versato tutto il suo sangue”, e “come vero Agnello immolato, ha preso su di sé il peccato del mondo, e così ci ha liberati tutti, e con noi anche il creato dal dominio del male”.

Gesù vince la morte grazie alla potenza di “Dio stesso, Amore che crea e genera, Amore fedele fino alla fine, Amore che perdona e riscatta”, perché “Cristo nostro re vittorioso ha combattuto e vinto la sua battaglia con l’abbandono fiducioso alla volontà del Padre, al suo disegno di salvezza”.

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Gesù, nota Leone XIV, “ha percorso fino alla fine la via del dialogo, non a parole ma nei fatti: per trovare noi perduti si è fatto carne, per liberare noi schiavi si è fatto schiavo, per dare la vita a noi mortali si è lasciato uccidere sulla croce”.

Leone XIV sottolinea che “la forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta”, simile a “a quella di un cuore umano che, ferito da un’offesa, respinge l’istinto di vendetta e, pieno di pietà, prega per chi lo ha offeso”.

Ed è questa “la vera forza che porta la pace all’umanità, perché genera relazioni rispettose a tutti i livelli: tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, le nazioni. Non mira all’interesse particolare, ma al bene comune; non vuole imporre il proprio piano, ma contribuire a progettarlo e a realizzarlo insieme agli altri”.

Afferma Leone XIV: “Sì, la risurrezione di Cristo è il principio dell’umanità nuova, è l’ingresso nella vera terra promessa, dove regnano la giustizia, la libertà, la pace, dove tutti si riconoscono fratelli e sorelle, figli dello stesso Padre che è Amore, Vita, Luce”.

Perché “con la sua risurrezione il Signore ci mette ancor più potentemente di fronte al dramma della nostra libertà”, e così “davanti al sepolcro vuoto possiamo riempirci di speranza e di stupore, come i discepoli, o di paura come le guardie e i farisei, costretti a ricorrere a menzogna e sotterfugio pur di non riconoscere che colui che era stato condannato è davvero risorto”.

Leone XIV chiede di lasciarsi stupire dalla luce di Cristo, di lasciarsi “cambiare il cuore dal suo immenso amore per noi”.


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Leone XIV: “La Pasqua è la nuova creazione operata dal Signore risorto”

Leone XIV celebra la Messa della mattina di Pasqua. La richiesta di pace. La necessità di portare un canto di speranza per le strade del mondo

Di Andrea Gagliarducci

Città del Vaticano, domenica 5 aprile 2026, 10:55 (ACI Stampa).

Il mandato di Leone XIV ai cristiani per la Pasqua è quello di portare la speranza operata dalla Pasqua in tutto il mondo, perché “la Pasqua è la nuova creazione operata dal Signore risorto, è un nuovo inizio, è la vita finalmente resa eterna dalla vittoria di Dio sull’antico avversario”.

Piazza San Pietro gremita, decorata come tradizione da fiori olandesi, per la prima Pasqua da pontefice di Leone XIV. È una giornata di sole dopo giorni di tempo incerto, un nuovo inizio con la primavera che finalmente fa capolino in una Roma ancora assonnata dalla veglia pasquale e in un mondo intorno che sembra in bilico.

Ma Pasqua è resurrezione, e Leone XIV lo mette in chiaro subito all’inizio dell’omelia. “La creazione intera – esordisce il Papa – risplende oggi di nuova luce, dalla terra si leva un canto di lode, esulta di gioia il nostro cuore: Cristo è risorto dalla morte e, con Lui, anche noi risorgiamo a vita nuova!” E, aggiunge,  “questo annuncio pasquale abbraccia il mistero della nostra vita e il destino della storia e ci raggiunge fin dentro gli abissi della morte, da cui ci sentiamo minacciati e a volte sopraffatti. Esso ci apre alla speranza che non viene meno, alla luce che non tramonta, a quella pienezza di gioia che niente può cancellare: la morte è stata vinta per sempre, la morte non ha più potere su di noi!

Leone XIV lo concede: non è un messaggio “facile da accogliere”, di fronte a un potere della morte che “ci minaccia fuori”. E ci minaccia “dentro di noi, quando la zavorra dei nostri peccati ci impedisce di spiccare il volo; quando le delusioni o le solitudini che sperimentiamo prosciugano le nostre speranze; quando le preoccupazioni o i risentimenti soffocano la gioia di vivere; quando proviamo tristezza o stanchezza, quando ci sentiamo traditi o rifiutati, quando dobbiamo fare i conti con la nostra debolezza, con la sofferenza, con la fatica di ogni giorno, allora ci sembra di essere finiti in un tunnel di cui non vediamo l’uscita”.

Ma ci minaccia anche “fuori di noi”, quando vediamo la morte “presente nelle ingiustizie, negli egoismi di parte, nell’oppressione dei poveri, nella scarsa attenzione verso i più fragili. La vediamo nella violenza, nelle ferite del mondo, nel grido di dolore che si leva da ogni parte per i soprusi che schiacciano i più deboli, per l’idolatria del profitto che saccheggia le risorse della terra, per la violenza della guerra che uccide e distrugge”.

L’invito del Papa è “ad alzare lo sguardo e allargare il cuore”, perché ci rendiamo conto che “il sepolcro di Gesù è vuoto, e perciò in ogni morte che sperimentiamo c’è anche spazio per una nuova vita che sorge”.

Insomma, “il Signore è vivo e rimane con noi. Attraverso fessure di risurrezione che si fanno spazio nelle oscurità, Egli consegna il nostro cuore alla speranza che ci sostiene: il potere della morte non è il destino ultimo della nostra vita. Siamo orientati una volta per sempre verso la pienezza, perché in Cristo risorto anche noi siamo risorti”.

Leone XIV invita a ricordare che “nel Cristo risorto una nuova creazione è possibile ogni giorno”, e infatti l’evento della risurrezione avviene – lo dice il Vangelo di Giovanni – “il primo giorno della settimana”, e dunque “il giorno della risurrezione di Cristo ci rimanda così alla creazione, a quel primo giorno in cui Dio creò il mondo, e ci annuncia, nello stesso tempo, che una vita nuova, più forte della morte, adesso sta spuntando per l’umanità”.

Conclude Leone XIV: “La Pasqua è la nuova creazione operata dal Signore Risorto, è un nuovo inizio, è la vita finalmente resa eterna dalla vittoria di Dio sull’antico Avversario. Di questo canto di speranza oggi abbiamo bisogno. E siamo noi, risorti con Cristo, che dobbiamo portarlo per le strade del mondo”.

Leone XIV esorta: “Corriamo allora come Maria di Magdala, annunciamolo a tutti, portiamo con la nostra vita la gioia della risurrezione, perché dovunque aleggia ancora lo spettro della morte possa splendere la luce della vita. Cristo, nostra Pasqua, ci benedica e doni la sua pace al mondo intero!”

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