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🔴LIVE🔴 IL FALSARIO: LA LOTTA QUOTIDIANA CONTRO SATANA – PUNTATA 3 – LA POSTA IN PALIO


La storia coloniale dell’impero russo

di Stefano Caprio- Asia News 14 Marzo 2026

Dalla guerre cecene in poi la politica russa dopo il 1991 è una continuazione incondizionata di quanto era rimasto sostanzialmente incompiuto nel XIX secolo: una forma di colonialismo terrestre (a differenze di quello marittimo occidentale) proseguita con la guerra in Georgia nel 2008-2011 e quella in Ucraina dal 2014 ad oggi, utilizzando esattamente gli stessi metodi.

Il colonialismo è comunemente associato agli imperi marittimi – Gran Bretagna, Francia, Spagna – ma esisteva anche un altro modello: un modello terrestre, che si sviluppava senza oceani o territori d’oltremare. Nel corso di diversi secoli, la Russia si espanse a spese dei popoli e delle regioni confinanti, formando un proprio sistema di centro e periferia. Il colonialismo russo può essere considerato una politica continuativa? Quali sono le sue caratteristiche e in che modo si differenzia dalle pratiche imperialistiche occidentali? Il sito Idel. Realii ha discusso di questi temi con Anton Saifullaev, dottore in lettere e docente presso l’Università di Varsavia.

Di origine uzbeka, Saifullaev è direttore dell’iniziativa di studi de-coloniali presso l’Istituto per gli Studi Interculturali dell’Europa Orientale e Centrale, vicedirettore dell’Istituto per l’Europa Centrale di Lublino, in Polonia. È specializzato nella teoria postcoloniale e de-coloniale applicata all’Europa orientale e allo spazio post-sovietico, e le sue competenze appaiono quanto mai necessarie per comprendere il corso attuale degli eventi nello spazio eurasiatico, e non solo.

Egli ricorda che “il colonialismo è un fenomeno abbastanza familiare, esiste nella vita di tutti i giorni, nel nostro vocabolario politico, sociale e culturale quotidiano”. Di solito si associa il colonialismo alla sottomissione, ai grandi imperi che si stabiliscono in territori “meno sviluppati” e iniziano a sfruttarli. In realtà, il colonialismo ha molte versioni e, oltre al consueto colonialismo conquistatore e sedentario (dall’inglese settler colonialism), esistono anche le sue varie manifestazioni e strumenti discorsivi, ad esempio l’orientalismo o il razzismo.

L’orientalismo è una percezione e rappresentazione dell’Oriente nell’Europa occidentale, emersa durante l’Illuminismo e il Romanticismo, caratterizzata da esotizzazione, stereotipi e da una giustificazione intellettuale del dominio coloniale. È un discorso culturale che presenta il Medio Oriente, l’Asia e il Nord Africa come un mondo misterioso, sensuale e tuttavia “arretrato”, in contrasto con l’Occidente razionale. Il colonialismo russo, o russo-sovietico, ha le sue caratteristiche specifiche, come sottolinea Saifullaev, e queste caratteristiche, tra l’altro, sono la ragione per cui l’influenza coloniale della Russia sui territori confinanti, e il suo attuale comportamento globale, sono difficili da comprendere e descrivere all’interno delle categorie tradizionali di analisi coloniale a cui si è abituati.

Nel caso russo, spiega l’esperto, questo colonialismo ha una caratteristica distintiva: è basato sulla terraferma, e questo lo distingue dai grandi colonialismi imperialisti occidentali. Il colonialismo basato sulla terraferma è più strutturale, più incentrato sulla sottomissione, più verticale, perché la logica di questa sottomissione (anche se si tratta soltanto di un aspetto militare o economico) è più esplicita ed evidente. Ad esempio, nell’Europa orientale si basa principalmente sulla conoscenza, sull’ideologia e sulla politica di delimitazione nazionale che esiste ovunque, ma in questo contesto – ad esempio, in Bielorussia, Ucraina o Moldavia – i marcatori razziali o orientali non si applicano. Tutto funziona in modo leggermente diverso.

Una delle caratteristiche chiave del colonialismo russo è che si manifesta in modo diverso nelle diverse parti del mondo. Gli imperi basati sulla terraferma sono vasti (ad esempio, la Cina o la Russia stessa, che occupa la maggior parte dell’Eurasia) e, di conseguenza, ogni direzione ha la sua strategia specifica. Esiste il cosiddetto colonialismo interno, che, secondo Saifullaev, è “in qualche modo frainteso nel contesto della storiografia russa”. Esso viene inteso nello spazio intellettuale russo in termini di casta ed economia: si presume che “alcuni russi hanno colonizzato altri russi”, ma in sostanza il colonialismo interno non è mai cessato entro i confini dell’impero russo, dell’Unione Sovietica, della Federazione Russa fin dal XVI secolo, interessando i numerosi popoli e gruppi etnici che fanno parte della Russia da più di 500 anni.

La presa di Kazan a metà del XVI secolo ad opera del primo zar Ivan il terribile è stato il punto di partenza dell’espansionismo russo, che presto iniziò a trasformarsi in colonialismo. È interessante notare che questo coincide con l’età delle scoperte a livello mondiale, quindi si potrebbe dire che la Russia seguì alcune delle tendenze globali del XVI secolo, tentando anch’essa di sviluppare e attuare una politica espansionistica, scoprendo nuovi territori e cercando contemporaneamente nuove opportunità economiche. I principali centri dell’ex-impero tataro-mongolo, sia politici che economici, furono sottomessi a Mosca: Kazan, Astrakhan e poi il Khanato siberiano, che aprì la strada verso est.

La politica coloniale all’interno dell’entità che oggi chiamiamo Federazione Russa non è mai cessata, e solo in seguito lo Stato ha iniziato a interessarsene e a introdurre una politica più strutturale, quella che si potrebbe definire politica coloniale e “sedentaria”. Osservando una mappa moderna della Federazione Russa, e del territorio asiatico che comunemente si chiama Siberia, si vede che le città hanno iniziato ad apparire più o meno nello stesso periodo, nel XVII-XVIII secolo, quando lo Stato ha iniziato a penetrare più intensamente in questi territori e a consolidarli attraverso il colonialismo sedentario. La fase successiva è il XIX e l’inizio del XX secolo, quando la politica del colonialismo sedentario è continuata includendo il modello che si è sviluppato notevolmente nell’Unione Sovietica, dove la colonizzazione è stata attuata, tra le altre cose, attraverso il sistema carcerario del Gulag. L’intera infrastruttura economica creata nell’Estremo Nord e nell’Estremo Oriente è stata in gran parte costruita negli anni Venti e Trenta dai prigionieri dei lager.

Guardando alla Russia moderna, le guerre russo-cecene a cavallo del secolo sono assolutamente una storia coloniale. La politica russa dopo il 1991, e le guerre cecene sono state il primo esempio, è una continuazione incondizionata di ciò che era rimasto sostanzialmente incompiuto nel XIX secolo, poi proseguite con la guerra in Georgia nel 2008-2011 e quella in Ucraina dal 2014 ad oggi, utilizzando esattamente gli stessi metodi. Una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha definito la deportazione di bambini ucraini nel suo territorio da parte della Russia un crimine di guerra, mentre i funzionari russi parlano con orgoglio del trasferimento dei bambini dall’Ucraina, per “rieducarli” nello spirito dell’amore per la Russia. Le autorità di occupazione russa nella regione ucraina di Lugansk hanno creato un “catalogo” on-line di bambini ucraini, offrendoli per “adozione” forzata tramite il dipartimento dell’istruzione.

Uno degli elementi principali dei processi di colonizzazione è l’imposizione della lingua, che non a caso è uno dei fattori più importanti dell’ostilità tra russi e ucraini, a lungo oppressi da processi di russificazione imposti dagli zar e dai sovietici, sfociati quindi in un’emarginazione della lingua russa nell’Ucraina indipendente degli ultimi trent’anni, quella che Mosca chiama “il genocidio del Donbass”. Forti tensioni in questo senso esistono anche in Asia centrale e soprattutto in Kazakistan, il Paese con i maggiori territori russofoni settentrionali, e in misure diverse in tutti gli Stati ex-sovietici, fino ai Paesi baltici.

Eppure la Russia di Putin si presenta come il paladino del “Sud globale” che lotta contro il “colonialismo globalista” del Nord-Occidente globale, per difendere la sovranità dei popoli più deboli. Questo in realtà rimane un’eredità dell’ideologia sovietica, in cui era obbligatorio dichiarare di essere anti-coloniali e anti-razzisti, scaricando sugli occidentali tutte le colpe storiche dell’arretratezza del “Terzo Mondo”. Nel 2022 si è visto chiaramente che la politica russa è in realtà coloniale fino al midollo, e l’invasione dell’Ucraina ha sollevato un tema che per Saifullaev e molti altri commentatori diventerà particolarmente critico in Russia, se e quando finiranno i conflitti armati: la ripresa dell’identità dei “popoli minori”, con il rischio della disgregazione di tutta la Federazione. Dopo la fine dell’Urss e nel corso di questi trentacinque anni non è apparsa in Russia una vera concezione nazionale, e come afferma il metropolita ortodosso Tikhon (Ševkunov), il “padre spirituale” di Putin, “la Russia può essere soltanto imperiale”. Se il decennio eltsiniano si orientava sulla visione globalista, il quarto di secolo putiniano risulta un ibrido tra le tante narrative imperiali zariste e sovietiche, e le azioni militari del colonialismo americano di Donald Trump stanno ulteriormente mettendo a nudo le contraddizioni di questo “mondo russo” sempre incompiuto, incapace di affermare la grandezza del proprio impero, e senza nemmeno la forza di colonizzare sé stesso

Medio Oriente, l’appello di Papa Leone XIV all’Angelus: “Cessate il fuoco!”

Nella meditazione introduttiva Leone XIV ha ricordato che “la fede non è un atto cieco, un abdicare alla ragione” 

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, domenica 15 marzo 2026, 12:14 (ACI Stampa).

Attraverso l’episodio evangelico del cieco nato il Vangelo “ci parla del mistero della salvezza: mentre eravamo nell’oscurità, mentre l’umanità camminava nelle tenebre, Dio ha inviato suo Figlio come luce del mondo, per aprire gli occhi dei ciechi e illuminare la nostra vita”. Lo ha detto Leone XIV, stamane, introducendo l’Angelus domenicale.

“Possiamo dire- ha aggiunto il Papa –  che noi tutti siamo ciechi dalla nascita, perché da soli non riusciamo a vedere in profondità il mistero della vita. Perciò Dio si è fatto carne in Gesù, perché il fango della nostra umanità, impastato  con il respiro della sua grazia, potesse ricevere una nuova luce, capace di farci vedere finalmente noi stessi, gli altri e Dio nella verità.”

“Colpisce il fatto che si sia diffusa l’opinione, presente ancora oggi, secondo cui la fede – ha osservato ancora Papa Leone – sarebbe una specie di salto nel buio, una rinuncia a pensare, cosicché avere fede significherebbe credere ciecamente. Il Vangelo ci dice invece che a contatto con Cristo gli occhi si aprono”.

“Anche noi, guariti dall’amore di Cristo, siamo chiamati – è stato l’invito del Papa – a vivere un cristianesimo dagli occhi aperti. La fede non è un atto cieco, un abdicare alla ragione, una sistemazione in qualche certezza religiosa che ci fa distogliere lo sguardo dal mondo. Al contrario, la fede ci aiuta a guardare dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere e, perciò, ci chiede di aprire gli occhi, come faceva Lui, soprattutto sulle sofferenze degli altri e sulle ferite del mondo”.

“Oggi – ha concluso Leone XIV -, a fronte delle tante domande del cuore umano e delle drammatiche situazioni di ingiustizia, di violenza e di sofferenza che segnano il nostro tempo, c’è bisogno di una fede sveglia, attenta e profetica, che apra gli occhi sulle oscurità del mondo e vi porti la luce del Vangelo attraverso un impegno di pace, di giustizia e di solidarietà”.

Dopo aver recitato l’Angelus, Papa Leone XIV è tornato a parlare della situazione in Medio Oriente.

Da due settimane i popoli del Medio Oriente soffrono la violenza della guerra: migliaia di persone innocenti sono state uccise e moltissime altre costrette ad abbandonare le proprie case. Rinnovo – ha detto il Papa –  la mia vicinanza orante a tutti coloro che hanno perso i propri cari negli attacchi che hanno colpito scuole, ospedali e centri abitati”.

“ E’ motivo di grande preoccupazione – ha aggiunto – la situazione in Libano. Auspico cammini di dialogo che possano sostenere le autorità del Paese nell’implementare soluzioni durature alla grave crisi in corso per il bene comune di tutti i libanesi. A nome dei cristiani del Medio Oriente e di tutte le donne  e gli uomini di buona volontà mi rivolgo ai responsabili di questo conflitto: cessate il fuoco! Si riaprano percorsi di dialogo, La violenza non potrà mai portare alla giustizia, alla stabilità e alla pace che i popoli attendono”.

╔•═•-⊰❉⊱•═•⊰❉⊱•═•⊰❉⊱ 🌿LIVE BENEDIZIONE DI P.LIVIO-Quarta Domenica di Quaresima ✝️•═•-⊰❉⊱•═•⊰❉⊱•═•⊰❉⊱

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Mio punto di vista su una sua frase.

Confermo veramente in tutto questa frase molto bella di p. Livio che
dice: “È impressionante questo affresco della storia umana, così come è
vista dal Cielo, dove la Luce e le tenebre, la Verità e la menzogna,
  il Bene e il male si confrontano e si scontrano in un duello globale,
che coinvolge le anime e determina il destino eterno dei singoli e delle
nazioni”. (Tratta da libro: “Non c’è Dio senza futuro)

Si è davvero proprio impressionante!
Il mondo avanza da sempre come se Dio e i suoi figli fossero sempre
stati degli optional sociali.
Ma come potrebbe esistere un mondo senza le varie creature di Dio?
Che mondo sarebbe, quale fine avrebbe? E chi lo ammirerebbe o
valuterebbe?
E’ per questo che molti affreschi nella storia umana sono stati rovinati
dal tempo o dalle persone?
Ma con Dio nessun affresco sarà mai disprezzato o sottovalutato del suo
valore, e ciò anche indipendentemente dallo stato di conservazione!,
e che piaccia o non piaccia l’affresco, ciò ha rilevanza ancor più se si
parla degli esseri umani,
i figli che lui ha creato nella sua mente divina ancor prima di questo
mondo.
Ciò che Dio è capace di gestire e creare, il mondo ne sarà sempre tenuto
ignaro.
E per il bene della vita dei suoi figli, credo che Dio faccia davvero
bene ad agire così, perché solo lui è davvero il vero unico abile
imprenditore umano della storia,
che sa cosa significa saper amare e rispettare anche nel poco!
Tutto il resto….vanità di egoismi umani pagani, da rispettare per
differenti gusti o preferenze delle singole persone, ma spesso vanità di
egoismi più irrealisticamente profani che sacri, e queste sono le
conseguenze del mondo in cui siamo cresciuti, che vede Dio più come
optional che come autentica ancora di salvezza, mondo che porta alla
deriva la dignità più intrinseca dell’uomo, su ogni aspetto che si
vorrebbe considerare.
E poi continuano a chiedersi perché la società è malata e non guarisce!
Io non pregherò mai Dio per essere felice solo nell’eternità, vivendo in
questo mondo lo pregherò sempre per essere felice anche di qua,
poi di ciò che è dell’aldilà, si vedrà e constaterà quando Dio vorrà.

Laura N.

Ora l’esercito Usa chiede al Pentagono risorse per stare in guerra 100 giorni (e non le 4-6 settimane annunciate): ecco perché

di Giuseppe Sarcina – Corriere della Sera – 15 Marzo 2026

Il Dipartimento alla Difesa dovrà stanziare altre decine di miliardi di dollari che andranno ad aggiungersi agli 11,3 spesi soltanto nei primi sei giorni di guerra

Dateci le «risorse» per far fronte a 100 giorni di guerra. È la richiesta che il Centcom, il Comando centrale delle forze armate americane, con sede in Florida e competenza sull’intera regione del Medio Oriente, ha inviato nei giorni scorsi al Pentagono. I generali che stanno gestendo l’operazione «Epic Fury» chiedono più soldati, più mezzi, più equipaggiamenti. Ciò significa che il Dipartimento alla Difesa dovrà stanziare altre decine di miliardi di dollari che andranno ad aggiungersi agli 11,3 spesi soltanto nei primi sei giorni di guerra.

È un dato che sembra offrire una pista nella confusione permanente creata dagli annunci contraddittori di Donald Trump. Arrivati a questo punto, sondata l’aspra difesa degli ayatollah, i vertici militari americani ritengono che il conflitto potrà continuare almeno per altri tre mesi. Un orizzonte molto più lungo, quindi, delle «quattro-sei settimane», ipotizzate pubblicamente dal presidente. Sempre che la Casa Bianca confermi gli obiettivi di partenza: disarticolare le forze armate degli ayatollah, in particolare la Marina militare; neutralizzare la minaccia missilistica; azzerare la capacità di costruire la bomba atomica.

In questo quadro si comprende meglio perché il Segretario alla Difesa, Pete Hegseth, abbia accolto una sollecitazione più specifica del Centcom, forse la prima di una lunga serie. Così una flottiglia di tre navi, guidata dall’unità anfibia d’assalto «Tripoli», lascerà la base nipponica di Sasebo per fare rotta verso l’Iran. La squadra trasporterà un contingente di 5 mila militari, tra i quali 2.500 marines finora di stanza a Okinawa, sempre in Giappone. Completerà lo schieramento di uno «squadrone», cioè due o tre dozzine di F-35 i più micidiali caccia in dotazione all’Aeronautica.

La spedizione anfibia e la presenza delle truppe scelte dei marines ha subito spinto gli analisti americani a ipotizzare una possibile incursione nell’isoletta di Kharg, già bersagliata dai bombardamenti Usa. Non si esclude, quindi, che Trump stia pensando a occupare stabilmente quel frammento di terra, 22 chilometri quadrati incuneati nella parte alta dello Stretto di Hormuz. Uno snodo vitale per l’Iran, visto che ospita fondamentali infrastrutture petrolifere da cui transita circa l’80-90% del greggio destinato all’esportazione. Certo, le conseguenze geopolitiche di un’operazione simile potrebbero essere devastanti. Gran parte di quel petrolio è acquistato dalla Cina. Trump ha davvero intenzione di mettere un tappo a forniture cruciali per Pechino? Probabilmente punta a sostituirsi agli iraniani, senza alterare il flusso degli idrocarburi in viaggio verso la Cina. O, altro scenario, la mossa americana va interpretata come un pesante avvertimento, forse l’ultimo, per il regime degli ayatollah.

C’è, però, anche un’altra pista complementare. Nelle scorse settimane, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman si sono riuniti ufficialmente più volte nel Consiglio di Cooperazione del Golfo. Inoltre, i contatti informali tra le diverse capitali della regione sono costanti. Le sei monarchie si sono subito trovate d’accordo su un punto: bisogna assolutamente evitare l’allargamento del conflitto; occorre, quindi, limitarsi a difendere il proprio territorio dai missili e dai droni iraniani, senza pianificare alcun contrattacco su Teheran. I monarchi sunniti sono convinti che lo scontro totale con gli ayatollah iraniani avrebbe conseguenze devastanti per il Medio Oriente, l’Europa, l’Asia e gli stessi Usa. Ecco perché anche i Paesi più colpiti, come gli Emirati Arabi, bersaglio di circa il 40% dei droni complessivi lanciati dall’Iran, continuano a incassare, pur avendo a disposizione arsenali iper tecnologici.

Nello stesso tempo, però, sauditi, emiratini e tutti gli altri hanno cominciato a fare pressione sugli Stati Uniti: dovete riaprire al più presto lo Stretto di Hormuz e riportare in sicurezza la navigazione delle petroliere. Secondo gli arabi, sarebbero sufficienti blitz mirati. Un diplomatico del Golfo si sarebbe rivolto più o meno in questi termini agli interlocutori occidentali: qui non è in gioco solo il greggio, quella è la superficie della questione. A questo punto bisogna capire se a Teheran verrà concessa la possibilità di ricattare il resto del mondo, manovrando a suo piacimento il traffico di merci fondamentali.

Altre realtà, invece, spingono per riprendere il filo del dialogo con la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei. La Turchia sembra più avanti di tutti. Nei giorni scorsi, i diplomatici di Recep Tayyip Erdogan avrebbero già incontrato le controparti di Teheran.

🔴LIVE🔴 NON PRAEVALEBUNT – PUNTATA 9: La fede in pericolo – Catechesi giovanile 2006-2007 di P. Livio


🔴LIVE🔴 IL FALSARIO: LA LOTTA QUOTIDIANA CONTRO SATANA – PUNTATA 2 – IL REGNO DEI CIELI LO SI CONQUISTA COMBATTENDO


Papa Leone XIV si trasferisce nell’Appartamento papale del Palazzo Apostolico

Dopo oltre 10 mesi il Papa lascia la sua abitazione a Palazzo del Sant’Uffizio 

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, sabato 14 marzo 2026, 16:41 (ACI Stampa).

Nel pomeriggio di oggi Papa Leone XIV prenderà possesso dell’appartamento nel Palazzo Apostolico, trasferendosi, con i suoi più stretti collaboratori, negli spazi a disposizione dei suoi predecessori. Lo ha comunicato nel pomeriggio la Sala Stampa della Santa Sede.

Dopo oltre 10 mesi dalla sua elezione dunque Leone XIV lascia il suo appartamento al Palazzo del Sant’Uffizio e si trasferisce in quella che è stata a lungo la casa dei Pontefici, usanza abolita nel marzo del 2013 da Papa Francesco che – come è noto – preferì abitare fin dal primo giorno del suo pontificato a Casa Santa Marta.

Differenziandosi da Papa Francesco – che aveva scelto non di soggiornare mai nella residenza estiva di Castel Gandolfo – Papa Leone XIV ha ripristinato anche questa abitudine. La scorsa estate il Papa ha soggiornato a Villa Barberini, e successivamente ha deciso di trasferirsi quasi ogni settimana a Castel Gandolfo dal lunedì sera al martedì sera

L’appartamento papale è stato sottoposto a un lungo e accurato restauro, essendo stato disabitato dalla fine del pontificato di Papa Benedetto XVI, conclusosi il 28 febbraio 2013. L’ultima ristrutturazione risaliva alla primavera del 2005, dopo la morte di Papa Giovanni Paolo II e prima che Benedetto XVI prendesse possesso della sua nuova residenza.

Oltre alle camere da letto, l’Appartamento è composto anche da uno studio privato per il Papa, dalla cui finestra ogni domenica si affaccia per la recita dell’Angelus , la sala da pranzo e ovviamente la cappella privata, dove i Papi erano soliti celebrare la Messa all’inizio di ogni giornata.

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Insieme a Papa Leone XIV vivranno nell’appartamento papale del Palazzo Apostolico sicuramente i suoi due segretari, il peruviano Monsignor Edgard Iván Rimaycuna Inga e l’italiano Don Marco Billeri.

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