Mese: Marzo 2026 Pagina 18 di 34
di Viviana Mazza- Coriee della Sea – 14 Marzo 2026
La minaccia di Trump per sbloccare il transito dallo Stretto: «Abbiamo condotto uno dei più potenti bombardamenti della storia del Medio Oriente»

NEW YORK – «Pochi istanti fa, su mia direzione, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha eseguito uno dei bombardamenti più potenti nella Storia del Medio Oriente e ha completamente annientato ogni obiettivo militare nel gioiello della corona dell’Iran, l’isola di Kharg», ha annunciato il presidente Donald Trump ieri notte sul suo social Truth. Per ora, ha sottolineato Trump, «ho scelto, per ragioni di decenza, di non spazzare via le infrastrutture petrolifere sull’isola. Tuttavia, se l’Iran o chiunque altro dovesse fare qualcosa per interferire con il passaggio libero e sicuro delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz rivaluterò immediatamente la mia decisione».
Una settimana fa, quando Israele aveva colpito 30 depositi di carburante in Iran si era creato il primo vero screzio tra i due alleati nella loro operazione militare congiunta in Iran. Gli israeliani avevano preannunciato l’attacco, ma la sua portata era andata al di là di quanto si aspettavano gli americani. «Al presidente non piace questo attacco, vuole salvare il petrolio, non bruciarlo. E questo ricorda alla gente i prezzi più alti della benzina», aveva detto un consigliere di Trump ad Axios.
Nell’amministrazione Usa c’è il timore che attaccare infrastrutture come quelle petrolifere usate dai civili in Iran possa essere controproducente e possa spingere la popolazione ad appoggiare il regime. Inoltre, colpire gli impianti petroliferi ha un impatto sui mercati e il presidente vuole evitare un ulteriore aumento del prezzo del petrolio , che nel frattempo ha superato i 103 dollari al barile (un aumento del 40% dall’inizio della guerra). L’attacco di ieri notte ha la funzione di avvertimento al regime: la possibilità di colpire gli impianti per il greggio di Kharg è una carta «pesante» che il presidente americano mostra di tenere in mano nel confronto ma spera di non dovere usare.
Poiché uno degli obiettivi principali per Trump in questo momento è lo sblocco del transito petrolifero nello Stretto di Hormuz, senza il quale l’uscita dalla guerra verrebbe vista come una sconfitta americana, il presidente sta cercando di abbattere ogni mezzo militare iraniano che possa minacciare le petroliere e ha annunciato venerdì scorso che la stessa Marina statunitense — se necessario — potrebbe scortarle. Nel frattempo ha anche esortato gli equipaggi delle petroliere ad avere «il coraggio» di attraversare lo Stretto di Hormuz, ripetendo che l’Iran «non ha più una Marina».
Con lo stesso fine, il capo del Pentagono Pete Hegseth ha assicurato ieri che «non ci sono prove chiare» che l’Iran vi abbia piazzato nuove mine nello Stretto. Dall’isola, a 25 chilometri dalla costa iraniana, passa il 90% delle esportazioni di greggio della Repubblica Islamica con una buona quota diretta verso il mercato cinese. Da sempre i suoi impianti rappresentano un segmento strategico, come ricordava Guido Olimpio in un recente articolo in queste pagine, e per questo gli ayatollah hanno cercato di potenziarli ma anche di tutelarli.
Allo stesso tempo Kharg è storicamente stata vista dagli americani come un bersaglio strategico. Già in un’intervista nel lontano 1988 Trump aveva suggerito che bisognava prendere il controllo dell’isola. Al presidente Jimmy Carter fu presentata a novembre 1979 una proposta di intervento per strappare Kharg all’Iran, ma era rimasta sul tavolo.
Nella notte di ieri i bombardieri dell’aeronautica militare statunitense hanno colpito tutti gli obiettivi militari presenti a Kharg, inclusi i depositi di missili e di mine, ha detto un funzionario al New York Times. Trump aveva dichiarato il giorno prima in un’intervista con Fox News Radio pubblicata ieri che una invasione terrestre dell’isola non era «ai primi posti nella lista» delle possibili operazioni militari anche se «potrei cambiare idea». Alcuni hanno visto nell’annuncio di altri 2500 marines e una nave di assalto anfibia un indicatore di una potenziale operazione terrestre, ma un assalto presenta rischi, e la Casa Bianca è consapevole che una parte importante del sostenitori del presidente preme perché gli Stati Uniti escano al più presto da questa guerra.
Forma breve:
Andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 9,1.6-9.13-17.34-38
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.
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di Federico Rampini| 13 marzo 2026 – Corriere della Sera
I mercati internazionali valutano soprattutto il rischio energetico e il suo impatto asimmetrico sulle grandi economie e molti alleati, così come mezza società americana, tifano perché gli Usa perdano.
Gli anni Sessanta e Settanta aiutano a capire meglio questa guerra. L’Iran come il Vietnam, è un conflitto che l’America può perdere politicamente, non militarmente.
Come allora, c’è mezza società americana (almeno) che tifa più o meno apertamente per la sconfitta del proprio paese, con una varietà di motivazioni in cima alle quali metterei questa: considera il proprio presidente una minaccia per la democrazia e per la pace peggiore del regime degli ayatollah.
Nel resto del mondo, idem: molti alleati dell’America tifano perché perda, sia perché condividono la stessa analisi che fa la sinistra americana su Trump (e ne sono ampiamente condizionati), sia perché l’Iran allarga il conflitto sul fronte geoeconomico e i danni globali sono reali. Il regime di Teheran sa di non poter vincere sul terreno militare ma pensa di poter scatenare una catastrofe energetica ed economica globale, che generi pressioni molto vaste su Trump per cessare la guerra.
In questo caso la geoeconomia è dominata dall’asimmetria, perché gli alleati dell’America sono più esposti allo choc energetico di quanto lo sia lei. In questo quadro generale è interessante cercare qualche voce a supporto dell’azione degli Stati Uniti, visto che queste voci sono pressoché introvabili in Europa.
Nel dibattito americano sulla guerra contro l’Iran si stanno sovrapponendo due piani distinti: quello strategico-militare e quello economico globale. Il primo è al centro dell’analisi di Marc Thiessen, editorialista conservatore del Washington Post ed ex consigliere di George W. Bush; il secondo emerge invece da uno studio della società di consulenza geopolitica Eurasia Group, che prova a misurare gli effetti macroeconomici del conflitto. Letti insieme, i due contributi offrono un quadro interessante: mentre nella destra Usa si discute di «vittoria» e di cambio di regime, i mercati internazionali valutano soprattutto il rischio energetico e il suo impatto asimmetrico sulle grandi economie.
Thiessen parte da una polemica politica. I critici di Trump sostengono che la guerra contro l’Iran sia stata avviata senza un obiettivo finale chiaro; alcuni consiglieri della stessa amministrazione temono che il conflitto possa trascinarsi oltre il necessario. Secondo l’analista conservatore entrambe le letture sbagliano bersaglio. A suo giudizio esiste una strategia coerente, e il presidente potrebbe ottenere un risultato storico se avrà la pazienza di non interrompere l’operazione troppo presto.
Il nodo centrale è la definizione della vittoria. Per Thiessen non esiste una sola soglia di successo, ma tre livelli progressivi.
Il primo riguarda l’obiettivo militare più immediato: privare l’Iran della capacità di proiettare forza oltre i propri confini. La campagna militare congiunta tra Stati Uniti e Israele starebbe già producendo effetti notevoli. Le conseguenze operative sono visibili nei numeri. Gli attacchi missilistici iraniani e le operazioni con droni contro obiettivi americani o alleati hanno subito una drastica riduzione. Il punto chiave della strategia non è soltanto distruggere gli arsenali esistenti, ma demolire le infrastrutture industriali e militari che permettono al regime di ricostruirli.
In questa prospettiva la campagna non punta a infliggere una punizione temporanea, ma a neutralizzare in modo duraturo la macchina militare iraniana. Se questo primo obiettivo venisse raggiunto fino in fondo, l’Iran perderebbe gran parte della sua capacità di intimidazione regionale. Non potrebbe più minacciare con missili o droni i paesi vicini, né rifornire di armamenti le milizie alleate nel Medio Oriente. Sarebbe un cambiamento strategico significativo per l’equilibrio della regione. Tuttavia, osserva Thiessen, il risultato sarà fragile se il regime che ha costruito quell’apparato resta al potere.
Da qui nasce il secondo livello di vittoria: il collasso del regime. Secondo questa interpretazione, la strategia americana non era inizialmente centrata sulla decapitazione politica del regime. L’obiettivo principale era distruggere le difese e la capacità di risposta militare iraniana. Ma una volta ottenuta la superiorità aerea, gli Stati Uniti potrebbero intensificare gli attacchi mirati contro la leadership rimasta. In uno scenario del genere possono emergere divisioni all’interno dell’élite iraniana. Alcuni apparati potrebbero scegliere la resistenza fino all’ultimo, altri negozieranno pur di salvare se stessi e le proprie strutture di potere. Da queste fratture può nascere un governo disposto a rompere con la teocrazia e ad avviare un riavvicinamento con l’Occidente.
Il terzo livello di vittoria, il più ambizioso, chiama in causa la società iraniana. Il rovesciamento del regime non verrebbe imposto solo dall’esterno ma nascerebbe anche dall’interno. Gli iraniani potrebbero tornare nelle piazze e reclamare il controllo delle proprie istituzioni, avviando una transizione politica. Il modello evocato è quello delle rivoluzioni democratiche che alla fine della guerra fredda trasformarono l’Europa orientale. Non necessariamente con un crollo improvviso come la caduta del Muro di Berlino: potrebbe trattarsi anche di una transizione più graduale, guidata da governi provvisori e culminata in un sistema politico scelto dai cittadini. Thiessen riconosce che questo scenario è pieno di incognite.
Il regime può rivelarsi più resistente del previsto; possono emergere conflitti interni o persino una guerra civile. Tuttavia, a suo giudizio il rischio più grave sarebbe interrompere l’operazione prima che il sistema politico iraniano crolli. Se sopravvivesse, anche mutilato, il regime potrebbe interpretare la propria sopravvivenza come una vittoria e continuare la sua sfida all’Occidente.
Mentre negli Stati Uniti si discute di questi obiettivi strategici, i mercati globali osservano l’altra faccia della guerra: quella economica.
Un’analisi dell’Eurasia Group sottolinea che gli investitori stanno scommettendo su un conflitto relativamente breve e con effetti limitati sui flussi energetici del Medio Oriente. Gli operatori finanziari ritengono improbabile una lunga interruzione delle forniture.
In questo scenario di base — che gli analisti stimano con una probabilità intorno al 60 per cento — l’impatto sull’economia mondiale resterebbe contenuto. La volatilità dei prezzi energetici continuerà, ma senza produrre uno choc macroeconomico paragonabile a quello provocato dalla guerra in Ucraina nel 2022.
Il rischio maggiore è quello di una guerra più lunga. Gli analisti attribuiscono circa il 40 per cento di probabilità a uno scenario in cui il conflitto si prolunga e mantiene alta la volatilità dei prezzi del petrolio e del gas. In questo caso si produrrà uno choc di offerta capace di rallentare la crescita economica globale, alimentare l’inflazione e irrigidire le condizioni finanziarie. La distribuzione di questi effetti sarebbe fortemente asimmetrica.
Gli Stati Uniti, grazie alla loro indipendenza energetica, subiscono un impatto macroeconomico limitato. L’aumento dei prezzi della benzina resta un problema politico interno per l’amministrazione Trump, ma il colpo diretto alla crescita economica è vicino allo zero.
Molto diversa è la situazione in Asia e in Europa. Il sistema energetico di queste regioni dipende in larga misura dalle importazioni, e l’Indo-Pacifico assorbe da solo circa l’80 per cento delle esportazioni di petrolio e gas del Golfo. In uno scenario di prezzi energetici più elevati, il rallentamento della crescita può arrivare a sottrarre circa tre quarti di punto percentuale al Pil di molte economie asiatiche.
L’Europa si trova in una posizione analoga, aggravata da altri fattori: debito pubblico elevato, tassi di interesse più alti, inflazione ancora persistente e un dollaro in ascesa che rende più costose le importazioni di energia. In queste condizioni lo choc energetico potrebbe trasformarsi in un fattore di instabilità politica, come spesso accade quando recessione e inflazione colpiscono contemporaneamente.
La guerra iraniana, dunque, presenta un paradosso geopolitico. Sul piano strategico, parte dell’establishment conservatore americano la interpreta come un’occasione storica per smantellare definitivamente la Repubblica islamica. Sul piano economico globale, invece, i costi più pesanti rischiano di ricadere non sugli Stati Uniti ma sugli alleati europei e sulle economie asiatiche.
In quest’ottica secondo Eurasia Group il conflitto potrebbe rafforzare la posizione strategica americana mentre scarica gran parte del prezzo economico sul resto del mondo industrializzato.
13 marzo 2026, 16:35 – modifica il 13 marzo 2026 | 16:41