"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Marzo 2026 Pagina 10 di 34

🔴LIVE🔴 LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA – 23/03/2026

🔴LIVE🔴 TUTTI I SEGRETI SI REALIZZERANNO – Catechesi a cura di P. Livio – Puntata 28

LA CLESSIDRA MISSIONARIA PER IL BURUNDI

UNA CLESSIDRA MISSIONARIA PER AIUTARE PER RADIO MARIA BURUNDI,NEL
PAESE PIÙ POVERO DEL MONDO.ATTIVA DA APRILE 2004

Il Burundi è considerato lo stato più povero del mondo, con oltre il 70% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà assoluta.

La povertà è legata all’agricoltura di sussistenza, all’analfabetismo e ai conflitti interni.

Molti i bambini costretti a vivere in strada.

Nonostante questo, la popolazione ha un forte resistenza. Si lotta per superare le difficoltà.
In questo contesto nasce Radio Maria Burundi
il 17 aprile 2004, nel continente africano trasmette in lingua francese, diffonde il messaggio del
Vangelo e della Regina della Pace: promuove la preghiera nel paese e programmi specifici.

Si concentra sull’evangelizzazione, la preghiera la conversione e la scuola basandosi sul volontariato.
E’ attiva nel paese con studi e trasmissioni, soprattutto sostenuta dalla nostra Radio Maria italiana.

Fondata per portare il Vangelo e promuovere pace e riconciliazione nel Paese, fa parte delle radio Maria africane create localmente con alto contenuto tecnologico. Svolge un ruolo cruciale nell’evangelizzazione e nella diffusione della cultura cristiana.

Radio Maria Burundi è stata istituita con lo scopo di diffondere il Vangelo, portando messaggi di pace, concordia e rispetto. E lotta per sopravvivere.
Si inserisce nel contesto delle Radio Maria africane, che sono gestite localmente, mantenendo il carisma originale di Radio Maria.
L’emittente Radio Maria Burundi è attiva nella comunità locale, coinvolgendo giovani e famiglie nelle sue attività.
e’ nota per le sue trasmissioni di preghiera e per seguire eventi importanti, inclusa la visita del Cardinale Pietro Parolin nel paese.

Grazie per aiutarci a portare avanti la sfida di R. Maria Burundi ha bisogno del nostro aiuto per poter vivere e portare avanti la sua missione. Ogni piccolo aiuto e’ un gesto enorme e una benedizione che condividi con noi🙏

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Perché Putin si sente vincitore

diMarco Imarisio| 23 marzo 2026 – Corriere della Sera

Tra propaganda e repressione. Per il presidente russo conta solo il qui e ora. E non gli importa di ottenere una vittoria a un costo talmente alto da risultare quasi equivalente a una sconfitta

«Non vogliamo, non ci prenderete nella vostra rete/Non stiamo, non staremo mai seduti sul vostro Internet». La canzone è affidata a una vecchia gloria della scena musicale russa, dietro di lei una decina di bambini fanno il coro e ballano felici. Nord Corea, stiamo arrivando. E non soltanto da quando il primo canale di Stato si è messo a trasmettere tre volte al giorno, mattina, pomeriggio e sera, il video estratto da una puntata dell’equivalente del nostro vecchio Zecchino d’oro. 

L’uso massiccio della televisione come strumento di propaganda per fare il lavaggio del cervello alla popolazione e indurla a credere negli eventuali benefici di una vita senza il web, tranne quello controllato dal Cremlino, alla cinese, non è certo una novità.

Niente WhatsApp, niente Telegram, niente di niente a Mosca. È un blocco totale che può essere letto in due diversi modi. Il primo riguarda l’eterna diffidenza di Vladimir Putin verso la Capitale, che nella sua visione è un luogo popolato da giovani sediziosi e spie straniere, e il timore conseguente di una improbabile fine alla Khamenei. La seconda interpretazione, avallata da molte ambasciate estere, racconta di una prova generale dell’ennesima torsione dei diritti civili, in vista di una nuova mobilitazione parziale, per trovare altra carne da gettare sul banco della macelleria ucraina.

Perché in questo enorme disordine mondiale, una sola cosa appare chiara. Putin non ha mai avuto la minima intenzione di fermare il conflitto. I colloqui di Anchorage, Istanbul e Ginevra, sono stati sabbia da gettare negli occhi di chi strumentalmente finge di credere a una sua volontà di pace, come l’attuale inquilino della Casa Bianca. Quella in Ucraina non è una guerra esistenziale per la Russia. Lo è solo per Putin e i suoi accoliti. Il presidente russo ha bisogno assoluto di quel lembo restante di Donbass per celebrare una vittoria purchessia, con la parata militare sulla piazza Rossa e la consueta glorificazione mediatica. Senza il 20 per cento mancante di un territorio martoriato, spacciare quel risultato come una vittoria dell’attuale ideologia imperialista sarebbe difficile anche per la sua dominante macchina della propaganda.

In questo senso, a quasi un mese dall’inizio della terza guerra del Golfo inaugurata da Usa e Israele, l’unico vincitore appare essere lui, Vladimir Putin. I media occidentali possono provare ad accontentarsi con l’acclarata perdita di peso internazionale dovuta all’ennesimo abbandono di un alleato. Ma i vantaggi immediati che derivano dall’attuale caos sono più importanti. Gli Usa hanno allentato le sanzioni sul petrolio russo, alimentando le speranza del Cremlino di una loro cancellazione totale. Il vertiginoso aumento dei prezzi del greggio porterà un temporaneo sollievo all’economia, che stava davvero cominciando a vacillare, mentre sta mettendo pressione addosso ai nemici europei.

 La recente affermazione di Volodymyr Zelensky, secondo il quale la guerra in Iran sta privando l’Ucraina dei missili necessari per difendersi e contrattaccare, è stata accolta da grida pubbliche di giubilo, per tacere degli insulti quotidiani di Trump all’odiata Nato. «Vale la pena coltivare relazioni e trattare la fine del conflitto ucraino con una amministrazione Usa incapace e inaffidabile?», si chiede l’agenzia statale Ria Novosti nell’editoriale di ieri.

Prima degli affari con Donald Trump, del prestigio internazionale, della possibile recessione globale e del crollo di un fantomatico Nuovo ordine mondiale, viene la necessità di portare a termine la cosiddetta Operazione militare speciale. Un uomo come Putin, isolato dal mondo, ignaro di qualunque nuova tecnologia, che frequenta unicamente i libri di storia, sa bene che l’invasione dell’Ucraina è lo strumento che gli rimane per essere ricordato, per venire citato con grande evidenza in quei manuali. «Lui parla solo con Pietro il Grande e Caterina II», disse un giorno il ministro degli Esteri Sergey Lavrov, il suo più longevo collaboratore, e non stava scherzando.

Per il Cremlino, conta il qui ed ora. Il risultato immediato. Poco importa se la sconfitta, o la vittoria di Pirro, in Ucraina diventerà per la Russia l’equivalente della crisi di Suez del 1956 per la Gran Bretagna e della guerra in Algeria per la Francia, quel momento in cui un’ex potenza imperiale viene obbligata proprio dalla Storia a fare i conti con un ruolo molto ridimensionato, in questo caso soprattutto a causa degli errori e dell’autolesionismo di un uomo che da venticinque anni detiene il potere assoluto. 

A Putin interessa soprattutto allontanare e mascherare il momento in cui lui e il suo Paese dovranno affrontare i propri demoni. E la continuazione della guerra in Ucraina è un presupposto necessario per raggiungere questo obiettivo.

☕IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕

LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Programma di Padre Livio – Lunedi 23 Marzo 2026

h. 8.50: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)

h 8.50: PENSIERO SPIRITUALE

h. 9.00: EDITORIALE

La Madonna esorta a non temere il futuro

h. 10.00: TUTTI I SEGRETI SI REALIZZERNNO (28)


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🔴LIVE🔴 NON PRAEVALEBUNT – PUNTATA 17: Il Cristianesimo e le Religioni orientali


🔴LIVE🔴 IL FALSARIO: LA LOTTA QUOTIDIANA CONTRO SATANA – PUNTATA 10


«Usa e Israele stanno vincendo la guerra»: la svolta di Al Jazeera sull’Iran

di Federico Rampini| 22 marzo 2026

Corriere della Sera

L’emittente basata in Qatar ha sempre avuto una linea filo-palestinese e anti americana. Ma un editoriale sostiene ora che quella di Washington è una strategia lucida: eliminare la minaccia iraniana

Gli esperti di Medio Oriente sono colpiti dalla svolta di Al Jazeera: un editoriale autorevole apparso sul suo sito sostiene che l’America e Israele stanno vincendo contro l’Iran. Questo network televisivo è il più importante del mondo, in lingua araba. Ha un’influenza notevole sulle élite e le opinioni pubbliche delle nazioni musulmane. Ha sempre avuto una linea editoriale pro-palestinese, anti-israeliana, e di conseguenza quasi sempre anti-americana. Di proprietà della famiglia reale del Qatar, Al Jazeera viene considerato il «braccio mediatico» dell’emiro Al Thani (il cognome, condiviso da vari membri della famiglia, è lo stesso anche per il primo ministro, il ministro della Difesa e tanti altri). Tutti gli osservatori ritengono che quell’editoriale su Al Jazeera, firmato da un autorevole esperto locale di geopolitica, strategia e dottrine militari, è stato non solo autorizzato ma sollecitato dall’emiro. 

La novità è di rilievo. Il Qatar ha sempre mantenuto una posizione di grande ambiguità, per non dire complicità, verso il regime degli ayatollah in Iran. Anche per ragioni geoeconomiche evidenti: Iran e Qatar condividono praticamente lo stesso giacimento di gas, uno dei più grandi del mondo, e devono trovare un modus vivendi per sfruttarlo. Perciò il Qatar si è sempre destreggiato fra i suoi rapporti con i potentati arabi sunniti del Golfo e il potente vicino sciita; ha ospitato a lungo i capi politici di Hamas, finanziandoli generosamente (peraltro con il beneplacito di Netanyahu, e degli americani fin dai tempi di Obama). A volte la politica estera del Qatar si è avvicinata così tanto all’Iran da scatenare tensioni gravi con i vicini arabi.

Perché questa sterzata di Al Jazeera, all’improvviso? La spiegazione sta nella scelta dell’Iran di attaccare militarmente il Qatar, non solo prendendo di mira la base militare americana che ospita (la più grande di tutto il Medio Oriente) ma anche infrastrutture energetiche e zone civili della capitale Doha. Quell’offensiva – così come accade con gli Emirati – sta compattando la coalizione araba a fianco degli Stati Uniti.

La lettura di Al Jazeera è istruttiva. Per non omettere alcun dettaglio ve ne propongo qui la traduzione integrale. Titolo: «La strategia USA-Israele contro l’Iran sta funzionando. Ecco perché». Firmato: Muhanad Seloom, docente di Politica internazionale e Sicurezza al Doha Institute for Graduate Studies.

«Due settimane dopo l’inizio dell’operazione Epic Fury, la narrazione dominante si era già stabilizzata: Stati Uniti e Israele sarebbero entrati in guerra senza un piano. L’Iran starebbe reagendo in tutta la regione. I prezzi del petrolio salgono, il mondo rischia un nuovo pantano mediorientale. Senatori americani parlano di errore strategico. I media elencano le crisi. I commentatori prevedono una guerra lunga. Questo coro è forte e, in parte, comprensibile. La guerra è brutta, e questa ha imposto costi reali a milioni di persone in Medio Oriente, compresa la città in cui vivo.

Ma questa narrazione è sbagliata. Non perché i costi siano immaginari, ma perché i critici stanno misurando le variabili sbagliate. Stanno contabilizzando il prezzo della campagna, ma ne ignorano il bilancio strategico. Se si osserva ciò che è accaduto ai principali strumenti di potere dell’Iran — il suo arsenale di missili balistici, l’infrastruttura nucleare, le difese aeree, la marina e la rete di comando dei proxy, le milizie che combattono guerre per procura — il quadro non è quello di un fallimento americano. È quello di una degradazione sistematica, per fasi, di una minaccia che le precedenti amministrazioni avevano lasciato crescere per quattro decenni.

Scrivo da Doha, dove i missili iraniani hanno fatto scattare gli allarmi e Qatar Airways ha iniziato voli di evacuazione. Ho vissuto quattro anni di guerra a Baghdad. Ho lavorato per il Dipartimento di Stato americano e ho consigliato agenzie di difesa e intelligence in diversi paesi. Non ho interesse a fare propaganda di guerra. Ma ho dedicato la mia carriera accademica a studiare come gli Stati autorizzano l’uso della forza, e ciò che vedo nella campagna attuale è un’operazione militare riconoscibile che procede per fasi identificabili contro un avversario la cui capacità di proiettare potenza sta crollando in tempo reale.

 I lanci di missili balistici iraniani sono diminuiti di oltre il 90%, passando da 350 il 28 febbraio a circa 25 il 14 marzo. Anche i droni mostrano lo stesso andamento: da oltre 800 il primo giorno a circa 75 il quindicesimo. Le cifre variano nei dettagli, ma convergono nella tendenza. Centinaia di lanciatori sono stati resi inutilizzabili. Secondo alcune stime, l’80% della capacità iraniana di colpire Israele è stato eliminato. Le capacità navali iraniane — motoscafi d’attacco, mini-sottomarini, mine — vengono distrutte. Le difese aeree sono state neutralizzate al punto che gli Stati Uniti volano con bombardieri non stealth sopra l’Iran, segnale di dominio aereo quasi totale.

La campagna ha attraversato due fasi: la prima ha neutralizzato le difese aeree, decapitato il comando e ridotto le infrastrutture di lancio. La seconda, in corso, colpisce l’industria della difesa e i siti produttivi. Non è bombardamento casuale: è una strategia per impedire la ricostruzione. L’Iran è ora di fronte a un dilemma: se usa i missili residui, espone i lanciatori; se li conserva, rinuncia a esercitare pressione. È una forza in declino, non in espansione».

«L’Iran era arrivato al 2026 con 440 kg di uranio arricchito al 60%, sufficiente per più armi nucleari. Era a meno di due settimane dalla produzione di materiale fissile per una bomba. La campagna ha colpito Natanz e reso inutilizzabile Fordow. Gli impianti necessari a ricostruire la capacità di arricchimento vengono sistematicamente distrutti. Si può discutere se la diplomazia fosse stata esaurita. Ma l’alternativa implicita dei critici — continuare a tollerare l’avanzata nucleare — è la politica che ha prodotto la crisi. I limiti dell’azione militare esistono: le conoscenze non si distruggono, e le scorte di uranio restano. Ma questi sono argomenti per una strategia diplomatica post-bellica, non contro la campagna».

«La chiusura dello Stretto di Hormuz domina le critiche. Ma è anche un’arma che si consuma: il 90% del petrolio iraniano passa da lì. Bloccandolo, l’Iran colpisce sé stesso e aliena la Cina, suo principale partner. Più dura il blocco, più aumenta l’isolamento. Nel frattempo, le capacità navali iraniane vengono distrutte quotidianamente. La questione non è se lo stretto riaprirà, ma quando e con quale capacità residua iraniana».

«L’escalation regionale viene vista come segno di fallimento. In realtà indica il contrario. La rete iraniana funziona su livelli di controllo. La campagna li ha colpiti tutti: la morte di Khamenei ha eliminato il vertice, la struttura dei Pasdaran è stata decapitata. Gli attacchi dei proxy sono risposte pre-autorizzate: segno di un sistema che anticipa la propria distruzione. I gruppi continueranno a colpire, ma in modo disordinato e sempre più costoso politicamente per i paesi ospitanti. Hezbollah è indebolito, le milizie irachene isolate, gli Houthi meno coordinati».

«La critica più forte è che manchi un “endgame”. La retorica di Trump ha contribuito alla confusione. Ma l’obiettivo è chiaro: disarmare strategicamente l’Iran, impedendogli di proiettare potenza. Non si tratta di occupare Teheran, ma di creare le condizioni per una soluzione duratura. Il problema è che la diplomazia non ha ancora raggiunto la fase militare».

«I costi sono reali: oltre 1.400 civili morti, danni economici globali, vittime americane. Ma i critici ignorano i costi dell’inazione: un Iran nucleare, capace di chiudere Hormuz e controllare la regione. 

Dopo 17 giorni, il leader supremo è morto, le capacità militari sono devastate, la rete di proxy frammentata. La guerra è imperfetta, la comunicazione politica confusa, il piano post-bellico incompleto. Ma la strategia — misurata sui risultati militari — sta funzionando».

Papa Leone XIV, Gesù ci invita ad uscire dagli spazi angusti dei sepolcri dell’egoismo

Non possiamo restare indifferenti davanti alla sofferenza di così tante persone vittime inermi dei conflitti

Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano , domenica 22 marzo 2026, 12:15 (ACI Stampa).

Il racconto della risurrezione di Lazzaro, ci invita “a liberare i nostri cuori da abitudini, condizionamenti e modi di pensare che, come macigni, ci chiudono nei sepolcri dell’egoismo, del materialismo, della violenza, della superficialità. In questi luoghi non c’è vita, ma solo smarrimento, insoddisfazione e solitudine”. Papa Leone XIV lo ha detto nella riflessione prima della recita della preghiera dell’Angelus alle dodici di oggi.

Dalla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico il Papa ha commentato il Vangelo che oggi viene proposto nella liturgia con il racconto della Resurrezione di Lazzaro “Nell’itinerario quaresimale, questo è un segno che parla della vittoria di Cristo sulla morte e del dono della vita eterna, che riceviamo con il Battesimo”.

Il Papa prosegue citando Sant’Agostino, e dice che la Grazia del Cristo Risorto “illumina il mondo che sembra in continua ricerca di novità e di cambiamento, anche a costo di sacrificare cose importanti – tempo, energie, valori, affetti – come se fama, beni materiali, divertimenti, relazioni effimere, potessero riempirci il cuore o renderci immortali.

 È il sintomo di un bisogno di infinito che ciascuno di noi porta in sé, la cui risposta però non può essere affidata a ciò che passa. Niente di finito può estinguere la nostra sete interiore, perché noi siamo fatti per Dio e non troviamo pace finché non riposiamo in Lui”.

Gesù ci sprona ad “uscire, rigenerati dalla sua grazia, da tali spazi angusti, per camminare nella luce dell’amore, come donne e uomini nuovi, capaci di sperare e amare sul modello della sua carità infinita, senza calcoli e senza misura”.

Dopo la preghiera il Papa parla dello “sgomento” per la situazione delle regioni lacerate da guerra e violenza “non possiamo rimanere in silenzio davanti alla sofferenza di così tante persone vittime inermi di questi conflitti. Ciò ferisce l’intera umanità”. Uno scandalo per tutta la famiglia umana e un grido al cospetto di Dio. Il Papa chiede di perseverare nella preghiera perché cessino le ostilità e si aprano cammini di pace fondati sul dialogo e il rispetto della dignità.

Oggi pomeriggio in san Pietro che oggi è chiesa stazionale si rinnova il rito di antichissima tradizione della Chiesa romana nel periodo quaresimale dell’ostensione della Reliquia

Maggiore del “Volto Santo”. L’appuntamento è alle 18:00, durante il canto delle litanie, i fedeli percorreranno le navate della Basilica. Dalla loggia della Veronica vi sarà l’ostensione della reliquia del Volto Santo (Velo della Veronica). Seguirà, all’Altare della Cattedra, la Celebrazione eucaristica.

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