Mese: Marzo 2026 Pagina 11 di 34

di Stefano Caprio – Asia News – 22 Marzo 2026
La morte del patriarca che guidava la Chiesa ortodossa della Georgia dal 1977 e il cinquantesimo anniversario della consacrazione episcopale di quello di Mosca: due parabole che vengono esaltate nel “mondo russo” come “eroismo della fede che resiste all’eresia”. Ma rivelano anche la continuità tra la Russia attuale e la stagione staliniana.
In questi giorni vengono ricordate due figure molto caratteristiche dell’ultimo mezzo secolo di storia, nel passaggio dall’Unione Sovietica alla Federazione russa e dall’ateismo di Stato alla rinascita religiosa. Il 17 marzo è venuto a mancare il patriarca della Georgia, Ilja II, che sedeva sul trono ecclesiastico di Tbilisi dal 1977, quando aveva 43 anni, e il 14 marzo è stato festeggiato a Mosca il cinquantesimo anniversario dell’ordinazione episcopale del patriarca di Mosca Kirill, diventato vescovo ausiliare a Leningrado nel 1976, a soli 29 anni, per poi assurgere alla sede patriarcale accanto al Cremlino nel 2009. Dalla collaborazione al regime totalitario di Leonid Brežnev fino al sovranismo tradizionalista di Vladimir Putin, dall’eredità del dittatore georgiano Josif Stalin all’attuale governo filo-russo del Sogno Georgiano, i due patriarchi hanno rappresentato lo stretto rapporto della Chiesa con lo Stato, in qualunque variante della politica dei due Paesi eurasiatici ex-neo-sovietici.
Il corpo del defunto patriarca ortodosso georgiano Ilja II è stato esposto nella cattedrale patriarcale della SS. Trinità di Tbilisi, e il Sinodo riunito sotto la guida del luogotenente patriarcale Šio Mudžiri ha deciso che la cerimonia funebre si terrà il 22 marzo nell’antica cattedrale di Sioni a Tbilisi. Mentre giungono condoglianze anche dall’estero, il teologo Mirian Gamrekelašvili spiega come il katholikos “sia riuscito a conciliare l’autorità personale con la forza istituzionale della Chiesa, creando un culto della sua stessa personalità”.
Nel messaggio di congratulazioni del Sinodo russo a Kirill si afferma che “nelle condizioni non semplici dei nostri giorni, quando il nemico del genere umano semina la divisione e l’odio reciproco, quando con la mente ottenebrata e il cuore indurito il nemico lacera la veste di Cristo [frase della preghiera per la vittoria della Santa Rus’ nella guerra], la fedeltà ai voti episcopali e patriarcali è un’autentica testimonianza dell’eroismo della fede”. Il ministero di Kirill viene esaltato come la resistenza agli scismi, alla superstizione e all’eresia, un’altra citazione presa dal rito russo di consacrazione del vescovo, che risuona secondo le profezie della Terza Roma che salva il mondo, composte per le grandi celebrazioni ai tempi dello zar Ivan il Terribile.
La liturgia per l’anniversario patriarcale ha coinciso anche con la proclamazione del Trionfo dell’Ortodossia, la domenica della quaresima ortodossa che ricorda la vittoria della venerazione delle icone contro gli eretici “iconoclasti” nel IX secolo, uno dei momenti di maggiore affermazione degli ortodossi nei confronti di tutti i nemici. Come la scorsa domenica, questa era la festa liturgica di quando il giovane ieromonaco Kirill (Vladimir Gundjaev) venne consacrato vescovo di Vyborg nella Lavra del santo principe Aleksandr Nevskij a Leningrado, la meta conclusiva del grande Nevskij Prospekt, la spettacolare via centrale della capitale del nord con i grandi palazzi nobiliari e le chiese scenografiche del barocco russo pietroburghese.
Gundjaev era figlio di una guardia del corpo di Stalin, e poco dopo la sua ordinazione sacerdotale era diventato il rettore dell’Accademia Teologica riaperta proprio dal dittatore, subito dopo la vittoria della Grande Guerra Patriottica. Da giovane monaco negli anni Sessanta accompagnava nei viaggi all’estero il metropolita Nikodim (Rotov), il punto di riferimento della Ostpolitik vaticana nei rapporti con la Russia sovietica, con la partecipazione al Concilio Vaticano II in cui si evitò la condanna del comunismo e si aprì un intenso dialogo ecumenico tra Roma e Mosca. Nikodim e Kirill soggiornavano abitualmente al Collegio Russicum di Roma, aperto nel 1931 per tentare una “missione russa” dei cattolici per salvare il cristianesimo dalla persecuzione ateista, e da vescovo e metropolita Kirill ha continuato a frequentare il collegio dei gesuiti fino al periodo conclusivo della storia sovietica, quando le relazioni si interruppero a causa delle rivolte in Ucraina dei greco-cattolici, condannate da Kirill e sostenute invece dal papa polacco Giovanni Paolo II.
Il metropolita più filo-occidentale e filo-cattolico della storia russa è poi diventato il primo patriarca a incontrare e abbracciare fraternamente il papa di Roma Francesco all’Avana nel 2016, ma allo stesso tempo è stato il primo grande ispiratore del sovranismo religioso dello zar Putin, assecondandolo nella interpretazione aggressiva e apocalittica dell’ultimo ventennio. Il dialogo ecumenico si era interrotto ufficialmente nel 1997, proprio su ispirazione del defunto patriarca georgiano, che all’Assemblea delle Chiese d’Europa convocata a Graz dichiarò che la Chiesa di Tbilisi considerava l’ecumenismo “un’eresia”, posizione assunta poi anche dai russi. Proprio Kirill fece interrompere le trattative che avrebbero dovuto realizzare il primo incontro tra il papa e il patriarca a Vienna dopo il consesso ecumenico, evitando così di essere preceduto dall’allora patriarca Aleksij II, che lui stesso aveva fatto eleggere nel 1990 al posto del metropolita di Kiev, Filaret (Denisenko), iniziando lo scisma con l’Ucraina che ha ispirato la guerra attuale.
Le scelte di politica ecclesiastica di Kirill, formatosi alla scuola del Kgb negli anni brezneviani e nella stessa generazione di Vladimir Putin, hanno attraversato le varie fasi del regime dalla stagnazione brezneviana alla perestrojka gorbacioviana, diventando poi il “metropolita oligarca” negli anni di Boris Eltsin che trafficava in alcolici e sigarette, e infine uno dei grandi ideologi della restaurazione imperiale putiniana. Cinquant’anni di rivolgimenti politici, economici, tecnologici e sociali in Russia e nel mondo intero, ma Kirill è ancora in sella al cavallo patriarcale-imperiale, dimostrazione vivente di un “mondo russo” che si trasforma in continuazione per rimanere sempre uguale a sé stesso, in sospeso tra Oriente e Occidente.
E davvero la Russia di oggi diventa sempre più simile a quella sovietica di Stalin e Brežnev, con le sue interminabili misure repressive che si formulano non soltanto nell’arresto e detenzione dei dissidenti, nella censura ad ogni espressione artistica e culturale, e in questi giorni nella forma più odiosa e insopportabile di imposizione, alle generazioni ormai dipendenti dalle connessioni e dalle applicazioni digitali. Da mesi è in atto la sospensione dell’internet mobile in tutte le regioni della Russia, e ora la misura si applica anche nelle capitali di Mosca e San Pietroburgo e nelle grandi città “per ragioni di sicurezza”. Ancora più urtante per la popolazione è la decisione di bloccare il messenger Telegram, l’unica “finestra di libera comunicazione” ancora a disposizione degli utenti generici e in particolare per i militari al fronte ucraino, che si stanno lamentando in maniera sempre più stizzita.
Come commenta Evgenij Dobrenko, editorialista di Radio Svoboda, “gli storici discuteranno a lungo su come sia stato possibile che la Russia sia giunta alla condizione attuale”, dopo aver vissuto i grandi cambiamenti e lo sviluppo irruente degli anni post-sovietici, sulle ali delle speranze di una vita di libertà e benessere come mai era accaduto nella storia russa, “o forse ce lo siamo soltanto sognato”, si chiede il politologo. Ora invece “ci siamo ritrovati nella solita palude di squallida schiavitù, lealtà ufficiale, autocensura e paura opprimente”. Ricordando diversi eventi, egli afferma che “alcuni indicheranno la sparatoria in parlamento del 1993 come il punto di non ritorno, altri la costituzione super-presidenziale, altri ancora le elezioni truccate, e altri ancora l’errore fatale nella scelta del successore… Mi sembra, tuttavia, che la decisione fatidica che ha determinato l’intero corso della storia russa moderna, sia stata presa proprio nel momento della nascita del nuovo Paese, quando la Federazione Russa si è dichiarata legittima erede dell’Unione Sovietica”.
La scelta di perpetuare l’immagine storica della Russia è stata proprio quella di conservare l’immagine di superpotenza imperiale, ispirata dal Concilio giubilare del 2000 in cui l’ancora metropolita Kirill fece approvare il documento sulla “Dottrina sociale della Chiesa russa”, il vero programma politico del nuovo presidente Putin. La “verticale del potere” putiniana ha quindi eliminato ogni forma di autonomia sociale e politica, asservendo anche gli oligarchi nella lealtà alla politica dello Stato, incarcerando o esiliando coloro che non si assoggettavano. La Russia è stata affidata agli organi di sicurezza e di forza, eredi del Kgb sovietico, unica struttura sopravvissuta al crollo dell’impero insieme alla Chiesa ortodossa.
La Russia attuale ricorda una vecchia battuta dei tempi sovietici secondo cui, qualunque cosa si cerchi di costruire, si finisce sempre per ritrovarsi con un fucile d’assalto Kalašnikov. Se uno storico dell’Urss dovesse stilare un elenco delle varie iniziative legislative, proibitive, politiche, ideologiche, educative e culturali adottate in Russia nell’ultimo decennio, e soprattutto negli ultimi quattro anni, e confrontarle punto per punto con le pratiche sovietiche, rimarrebbe sbalordito dalle somiglianze. In sostanza, consapevolmente o inconsapevolmente, il sistema attuale sta ricreando il modello sovietico di governo, istruzione, cultura e così via, quasi a partire dalle cellule staminali. Questo processo “è ormai irreversibile”, commenta Dobrenko, poiché “il Paese ha ripreso un percorso già attraversato e prevedibile”. Basandosi sulla mitologia sovietica della grandezza imperiale, della “giustizia sociale” e di un “senso di profonda soddisfazione popolare”, a malapena ci si ricorda com’era una volta, e non ha più alcun senso ricordare fin dove ha portato. Ancora un anniversario è stato ricordato nei giorni scorsi, quando settant’anni fa, il 25 febbraio 1956, il segretario del partito Nikita Khruscev presentò in seduta segreta del XX Congresso del Pcus la relazione “Sul culto della personalità e le sue conseguenze”, denunciando i crimini di Stalin. Kirill aveva allora 10 anni, e Putin soltanto 4, consacrando poi l’intera vita a restaurare il culto della Russia. Per ricordare quell’evento, nei giorni scorsi è stato radunato il Consiglio superiore storico-militare, presieduto dall’ideologo super-putiniano Vladimir Medinskij, affermando che le repressioni staliniane furono “necessarie per sconfiggere i traditori e le quinte colonne alla vigilia della guerra”, che si è poi conclusa con la grande Vittoria, in questo modo riabilitando Stalin, il patriarca georgiano dell’impero russo
Siegmund Ginzberg – 21 mar 2026
La decapitazione del regime prosegue. Nella Teheran crivellata da droni, bombe e missili, compaiono, dalla notte al mattino, murales freschi che raffigurano i leader martirizzati. Il sacrificio di Hussein, mito fondante, e la scelta di Mojtaba Khamenei
Sembra se la siano proprio cercata. Ali Khamenei sapeva benissimo di essere nel mirino. Sapeva benissimo di non potersi fidare di nessuno, men che meno dei suoi. Al tempo della breve guerra che avrebbe dovuto, anzi a detta di Trump aveva già “totalmente obliterato” le speranze nucleari iraniane, era sparito, aveva interrotto ogni contatto. Poi, alla vigilia di questa nuova guerra, aveva convocato una riunione con i suoi massimi collaboratori nel posto più ovvio, il bunker di casa sua. Come dire: eccomi, mandate i missili.
Ali Larijani, il potentissimo reggente di fatto dell’Iran dopo l’uccisione della guida suprema, si era fatto vedere e intervistare alla testa di un corteo, mentre piovevano missili sulla città. “Noi siamo qui. I loro capi si nascondono sull’isola di Epstein”, aveva dichiarato. Come dire: eccomi, provateci ad ammazzarmi. Detto fatto. Con lui è stato ucciso il nuovo capo dei pasdaran. Di Mojtaba Khamenei non si sa se è vivo o solo mezzo vivo. La decapitazione dei successori continua a ritmo serrato. Al punto che si fatica a tenerne il conto. Sopravvivere è quasi una macchia. Se qualcuno sfugge, o per un po’, il sospetto è che si sia defilato perché è stato lui a tradire gli altri. Se questa decapitazione permanente sia efficace o controproducente è un altro paio di maniche.
Intanto, quel che sorprende è la rapidità con cui, nella Teheran crivellata da droni, bombe e missili, compaiono, dalla notte al mattino, murales freschi che raffigurano i leader martirizzati. Più infaticabili di Banksy e dei suoi seguaci sui muri di Bristol. L’iconologia dei martiri è una tradizione che non si è mai interrotta. Ritratti dei caduti in guerra, le gigantografie dei leader assassinati, hanno proliferato sulle facciate degli edifici, incombono sul reticolo ormai fitto di sovrappassi e cavalcavia che attraversano come cicatrici tutta la città. Sono propaganda tanto scontata da essere diventata “sottofondo invisibile”. Sono onnipresenti. Ma invisibili, per assuefazione, ai presunti destinatari del messaggio. Quanto lo erano diventati, causa eccesso, le statue di Stalin e di Mao, o i magnifici, coloratissimi poster dei tempi della Rivoluzione culturale. Colpivano la fantasia dei visitatori occidentali. Ma non più quella dei cinesi. Che a Teheran ci tengano ancora a rinfrescarli ogni notte potrebbe però essere un ulteriore segno della resilienza del regime.
Più Trump li dà per battuti, sgominati, completamente distrutti, imploranti secondo ogni logica solo di potersi arrendere, più quelli continuano, contro ogni logica, a dar segni di sfida, rispondere colpo a colpo, tirar fuori missili dal cappello. Ci si interroga sulle ragioni della resilienza. Non c’è solo la stranezza per cui i leader massimi iraniani sembrano tenerci proprio ad essere uccisi. Ci sono radici profonde nel modo di sentire iraniano, nella particolare cupezza dello sciismo iraniano.
Miguel de Unamuno aveva chiamato “sentimento tragico della vita” il veder nero che avrebbe portato la Spagna alla gran voglia di autodistruzione della guerra civile. Unamuno sarebbe diventato poi un formidabile interprete del “caballero dalla triste figura”, e del suo scudiero Sancio Panza, che “no es estupido”, dubita continuamente delle panzane di Don Chisciotte, ma continua a seguirlo. Il titolo completo del libro di Unamuno, dei primi del Novecento, era, significativamente: El sentimiento trágico de la vida en los hombres y en los pueblos. Negli uomini e nei popoli.
Le nazioni hanno i loro miti fondatori, i loro eroi. Quello dell’Iran sciita non è un conquistatore, un vincitore. Non è carismatico. Non è un liberatore. Non è neanche un profeta. E’ un perdente. Una vittima. Un leader il quale, pur accerchiato da forze militarmente soverchianti, pur dopo aver perso in battaglia tutti i suoi comandanti, pur ridotto alla sete e alla fame, rifiuta di arrendersi. Preferisce farsi uccidere, piuttosto che fare atto di sottomissione.
La leggenda si intreccia alla storia. E come succede spesso, anche in questo caso poté più la leggenda che la storia. Nel 680 si erano già succeduti diversi califfi alla testa dell’islam quando Hussein, nipote di Maometto, figlio di sua figlia Fatima e del suo genero Ali, rifiutò di dichiarare fedeltà al califfo di Damasco, Yazid. Hussein era in viaggio, con la famiglia e una scorta armata verso l’oasi di Kufa, dove i suoi avevano fomentato una rivolta contro Yazid. La notizia del fallimento della rivolta raggiunse Hussein a metà cammino. La carovana fu intercettata presso Karbala da un esercito del califfo. Gli tagliarono le vie di ritirata, i rifornimenti, persino l’accesso all’acqua. Si narra che uno dei suoi luogotenenti fosse riuscito a raggiungere l’Eufrate, ma rifiutò di bere, perché i suoi compagni rimasti accerchiati non potevano dissetarsi. La battaglia era impari: poche decine di uomini (la leggenda dice 72) contro migliaia. Hussein fu ucciso con tutti i suoi. La sua testa portata a Damasco con le donne e i bambini fatti prigionieri.
Il sacrificio di Hussein a Karbala è il mito fondante dell’islam iraniano. Lo si insegna ai bambini e si tramanda di generazione in generazione
Il sacrificio di Hussein a Karbala è il mito fondante dell’islam iraniano. E’ profondamente radicato nella psiche nazionale. Lo si insegna ai bambini sin dalla più tenera età. E’ più che semplice nazionalismo. E’ un culto della sofferenza subita dal leader a nome di tutta la sua comunità. La favola si tramanda di generazione in generazione. Il culto è capillare. Non c’è vetrina, non c’è casa in cui non ci sia un santino, un’immagine di Hussein il martire, bello e rifulgente come un Cristo giovane, o insanguinato e morente ai piedi del suo cavallo, o addirittura con una scimitarra conficcata in testa. Ashura, il decimo giorno del mese di Muharram, il giorno detto di Ashura in cui si svolse il massacro di Karbala (quest’anno ricorre il 25 giugno), è la ricorrenza più sacra per l’islam sciita. E’ un po’ come la fuga dall’Egitto per gli ebrei, la Pasqua per i cristiani. La narrazione ha una forza che supera qualsiasi cosa sia avvenuta nella realtà storica, persino qualsiasi cosa sia tramandata dai testi sacri.
Una specificità iraniana è la truculenza e la cupezza. Tra i molti colori delle bandiere dell’islam, il verde, il rosso, una per tribù, preferiscono il nero. Così come neri, in segno di lutto, sono i turbanti dei discendenti diretti di Maometto. Ancora oggi è tradizione celebrare l’Ashura (il decimo giorno) con processioni in cui i fedeli si autoflagellano a sangue, talvolta con catene e punta di flagello taglienti, lamentando il martirio dell’imam Hussein. Quella iraniana è l’unica cultura islamica ad aver fatto culto dell’immagine umana, altrimenti proibita dal Corano, e aver fatto arte teatrale del martirio. Il tazieh, dal termine arabo “condoglianza”, è una rappresentazione teatrale, un reenactment del dramma di Karbala, che fa il paio, per popolarità e resilienza, con i Mistery plays e le Passioni medievali europee. E’ una via crucis drammatizzata all’estremo, in cui lo spettatore viene coinvolto emotivamente. Non solo dalla fiction cinematografica, come ne La passione di Cristo di Mel Gibson (film del 2003, anno di guerre di vendetta per l’attentato alle Torri gemelle). Nell’Oberammergauer Passionsspiele bavarese, che tanto piaceva a Hitler, l’accento è sul realismo collettivo, sulla violenza esasperata, partecipata da attori e spettatori. Dal 1600 in poi l’intera popolazione del villaggio di Oberammergau, che era stato quasi annientato dalla peste, recita la passione di Cristo e rivive con odio l’accanimento degli ebrei nei confronti del condannato. I nazisti ne andavano matti. Ovvio: giustificava lo sterminio.
Una specificità iraniana è la cupezza. Ancora oggi è tradizione celebrare l’Ashura con processioni in cui i fedeli si autoflagellano a sangue
Un grande regista iraniano, Abbas Kiarostami, ha dato del tazieh, spettacolo cui assisteva sin da quando era bambino, un’interpretazione cinematografica memorabile. La sua cinepresa non si fissa tanto sul palcoscenico, quanto sulle reazioni degli spettatori. Uomini, donne, bambini riuniti per la festa cambiano atteggiamento mano mano che la rappresentazione si addentra nella dolorosa vicenda. I sorrisi si spengono nel momento in cui Hussein, circondato nel deserto, manda ad attingere acqua dal vicino Eufrate per la sua gente assetata da giorni, e arriva a pregare i suoi nemici di salvare almeno i bambini. Gli spettatori cessano di bere il tè, smettono di sbucciare i pistacchi e le loro guance si rigano di lacrime. Ho rivisto pubblicata da qualche parte in questi giorni una foto del fotografo iraniano Morteza Nikoubazl Nur scattata nel 2023, in occasione del 44esimo anniversario della rivoluzione iraniana. E’ tristissima. Mostra una bambina in ciador, una scolaretta con gli occhiali, che sotto lo sguardo di un gigantesco murale di Khamenei ritratto su uno sfondo di fiori, con una mano imbraccia un missile di cartone, evidentemente costruito nell’ora d’arte a scuola, con l’altra fa il segno V di vittoria.
Tazieh, autoflagellazioni, recite rituali si tenevano regolarmente nell’Iran che ho conosciuto ai tempi della cacciata dello Scià. Sono proseguite ai tempi della guerra in cui Saddam Hussein bersagliava Teheran con i suoi missili Hussein (così nominati non in onore della persona del dittatore iracheno, ma in sfregio alla figura sacra agli iraniani del loro primo martire). Continuano imperterrite ai giorni nostri. Si svolgono per strada, nei cortili delle moschee, nelle scuole coraniche o nei teatri circolari in cui la scena si svolge al centro, non a un estremo della sala. Gli stessi in cui si tengono le esibizioni tradizionali degli uomini forti, dei muscolosi giocolieri dalle grandi mazze. Anche questo culto dei muscoli ha una sua corrispondenza speculare in occidente, nei ring del wrestling americano, tutto spettacolo, tutta scena, ma poco sangue.
Il mito fondatore del cristianesimo è la tortura e crocifissione di un uomo, che soffre come soffrono gli uomini in carne ed ossa, anche se lui non è solo uomo, è al tempo stesso Dio. La principale ricorrenza è la nascita, cosa anch’essa umanissima. Seguita, ma a distanza, dalla resurrezione, che invece non lo è. La principale ricorrenza ebraica è Pesach, la liberazione dall’oppressione egiziana, il passaggio del Mar rosso. O almeno è tale nei miei ricordi d’infanzia, perché è una festa completamente laica, una serata di narrazione, canti, cena e festa in famiglia che non comporta andare al tempio o la presenza di ministri del culto. Non c’è forse popolo che non sia stato preso di mira, pestato, nei secoli, quanto il popolo ebraico. Hanno cercato di sterminarli e di costringerli alla conversione, a un cambio forzato di regime, anzi, peggio, di identità. E quelli, duri, ostinati, a resistere.
C’è stato persino chi, nel tentativo di rintracciare le origini dei rituali dell’Ashura sciita ha addirittura ipotizzato che siano stati influenzati dalla tradizione ebraica. “In ogni generazione si leverà qualcuno che cercherà di sterminarci… In ogni generazione ciascuno deve considerarsi come se fosse uscito dall’Egitto”, recita la Haggadah (il racconto) di Pesach. “Come se in ogni luogo fosse Karbala dinanzi ai miei occhi e ogni momento fosse Ashura”, recita la tradizione sciita. Pesach però non è una celebrazione di sofferenza, di martirio, ma di festosa vittoria su un tiranno, il Faraone, incomparabilmente più forte e più potente. Non è celebrazione della vendetta, e nemmeno promessa o minaccia di vendetta. E’ una festa in allegria. Non è celebrazione del lutto. Gli ebrei non celebrano eventi luttuosi, nemmeno il più luttuoso di tutti, l’Olocausto. Celebrano semmai i massacri sventati. La cifra è il ricordo, non la vendetta.
Quella conclusasi a Karbala era una delle tante guerre per la successione che hanno insanguinato tutti gli imperi, a ogni latitudine e a ogni epoca. E’ all’origine della separazione tra le due principali branche dell’islam, gli sciiti che sono 200 milioni, e non vivono solo in Iran, e i sunniti, che sono un miliardo e mezzo. Nel millennio e mezzo trascorso, hanno continuato a odiarsi, e spesso ad ammazzarsi. Era cominciata già molto prima di Karbala. E non era finita a Karbala. Non contrapponeva musulmani ad ebrei, e ancora nemmeno musulmani a crociati, ma tribù musulmane ad altre tribù musulmane, anzi cordate di famiglia ad altre cordate di famiglia. Ali, il genero a cui Maometto aveva affidato, secondo la leggenda, la guida dell’islam dopo la propria scomparsa (molti storici insistono invece che non scelse successori), fu ucciso con una spada avvelenata. Non dai nemici, ma dal sicario di un clan prima suo alleato, e poi divenuto rivale.
Gli sciiti si chiamano così da shiat Ali, il partito di Ali, cioè della famiglia di Ali. Capita ancora nelle migliori famiglie, e non solo in Oriente, che la successione sia una questione di famiglia. Il figlio di Ali, Hussein, il martire di Karbala, fu ucciso perché non riconosceva il califfo, cioè il capo della sua religione. Uno studio densissimo dell’islamista dell’Università di Bristol, Toby Mathiessen, The Caliph and the Imam. The Making of Sunnism and Shiism (Oxford University Press 2023) racconta per filo e per segno, in quasi mille pagine comprese note e bibliografia, le infinite giravolte dei rapporti tra sciiti e sunniti nei tredici secoli trascorsi da Karbala. Niente è scontato come vorrebbero le tradizioni di fazione. Individuare un filo diritto di continuità è impossibile. Guai a chi pensa si possa semplificare. I califfi sunniti si scannano tra di loro per il potere, talvolta addirittura cambiano setta confessionale per convenienza. Altrettanto volatili sono le strategie dei leader sciiti. Capita che i vincitori vincano e poi si pentano di aver vinto. Come il saudita Mohammed Bin Salman, per il quale l’ayatollah Khamenei era fino a qualche anno fa “il nuovo Hitler del medio oriente”. E ora potrebbe arrivare alla conclusione che sarebbe stato meglio trovare un modus vivendi con l’Iran. “Caos, missili e droni che volano tutt’attorno, campi, porti e impianti petroliferi che vanno a fuoco è proprio l’ultima cosa che Mbs avrebbe voluto”, dice chi se ne intende.
La successione per via ereditaria farebbe orrore a Khamenei padre. Ma quando Trump ha detto di disapprovare Mojtaba, non c’è stata scelta
Che i leader della shia iraniana si succedano di padre in figlio, per diritto ereditario, avrebbe fatto orrore a Khomeini (che dopotutto aveva rovesciato una monarchia ereditaria, quella dello Scià), e anche al suo successore Khamenei. L’uno e l’altro si erano guardati bene dall’indicare come successori i propri figli. L’idea che a succedere a Khamenei padre fosse il figlio faceva storcere il naso anche ai maggiorenti del regime. Larijani, uno dei papabili, si era dichiarato contrario. C’è chi sostiene che ammazzarlo sia stato un favore fatto ai puri e duri. Quelli che lo osteggiavano perché laico e non ayatollah, forse perché troppo intellettuale (si era laureato con una tesi su Kant e l’illuminismo), perché troppo spregiudicato e pragmatico. Temevano diventasse l’Andropov del cambio di regime in Iran, il capo del Kgb che spiana la strada a un Gorbaciov.
Era stato Donald Trump a combinare il guaio. Quando dichiarò che il successore di Khamenei avrebbe dovuto avere la sua approvazione, e disse che Khamenei figlio, Mojtaba, non gli andava bene. Era come dirgli: non avete altra scelta che eleggere Mojtaba. Una nomination al contrario, che ha finito col bloccare le alternative e a zittire, sgomentare, confondere persino l’opposizione agli ayatollah. Un invito alla perpetuazione del regime, altro che al cambio di regime!
La statua del Cristo s’innalza sul Jabal al-Salib, il Monte della Croce, nella valle della Bekaa, presso la città cristiana di El Qaa, confinante con la Siria.
Una testimonianza di fede e di amore : gli abitanti di El Qaa hanno voluto esprimere la loro gratitudine al Salvatore per la Sua protezione.
Il monumento del Cristo ha un’altezza di 15 metri e attende la realizzazione di una chiesa alla sua base.



di Marta Serafini – Corriere della Sera – 23 Marzo 2026
Tra i tank che hanno combattuto la guerra del Golfo e militari che non fanno una licenza da due anni
DALLA NOSTRA INVIATA
FRONTE DI ZAPORIZHZHIA – Sul comodino, due barattoli di integratori e una bomba a mano. La neve si è sciolta da poco e il campo base degli incursori della 225esima è ancora immerso nel fango ma la temperatura sta salendo. «Abbiamo respinto gli assalti del nemico per tutto l’inverno. Ne abbiamo uccisi in media 20/30 al giorno».
Butta il fucile per terra Anton. E si toglie il giubbetto anti-proiettile. Ha 22 anni e il fisico di un lottatore pronto a spezzarti un braccio solo con lo sguardo. Sta preparando lo zaino per il corso di addestramento da testa di cuoio. «I russi ………..hanno i giubbetti anti-proiettile talmente pesanti con le piastre di ferro che quando li attacchiamo se li tolgono per scappare. E poi non hanno rispetto di sé stessi. Molti di loro non sanno nemmeno perché e dove stanno combattendo».
Anton è volontario. Sopra la branda ha appeso la bandiera americana e la scritta God Bless America. La testa, ancora quella di un ragazzo che crede forte e giusto siano sinonimi.
Il suo comandante, Serhii, è poco più grande. Passa a salutare. Si accende la sigaretta elettronica e racconta: «Per giorni i russi hanno provato a infiltrarsi sul fronte di Huliapole. Ma ci siamo difesi». Spiega che ora usano nuove tattiche. «Entrano in gruppi di tre o quattro carichi di munizioni e razioni. Noi li chiamiamo i soldati usa e getta: i comandanti sanno che li uccideremo. Poi arrivano gli altri che raccolgono tutto e vanno avanti, magari piantano una bandiera per pochi secondi solo per mandare il video a Mosca buono solo per la propaganda. Ma sono mesi che di corpi speciali russi sul fronte non ne vediamo, hanno finito gli uomini migliori e non riescono a tenere i territori che conquistano».
Tra i prigionieri, la lista degli stranieri si allunga. «Africani qui non ne abbiamo ancora visti. Ma nel Kursk era pieno». Una cosa però i russi la sanno fare bene. «La loro divisione di dronisti, la Rubikon, ci ha dato filo da torcere. Noi siamo più forti. Ma i loro piloti sono bravi, purtroppo, e sanno usare bene la fibra ottica».
Fronte sud est, il fronte dimenticato, quello che ha fatto la differenza. Secondo gli esperti, sebbene i combattimenti più intensi si concentrino nel Donbass, il suo destino è cruciale. È qui, nella regione che la Russia rivendica dopo i referendum farsa illegali del 2022, che la città di Zaporizhzhia, polo industriale e logistico di 700.000 abitanti, ora rischia la testa.
Un azzardo che potrebbe ribaltare il tavolo negoziale a favore di Mosca.
Lo sa il generale Sirsky, il capo di stato maggiore ucraino. Lo sa il presidente Zelensky. Lo sa Putin. Ma lo capisce Trump? E se ne rendono davvero conto gli europei mentre litigano e mentre il presidente ungherese Viktor Orbán tiene tutti bloccati?)
La strada che parte da Zaporizhzhia è costellata da case distrutte e villaggi fantasma. La sagoma della Zaporizhstal, una delle acciaierie più grandi di Europa, si prende mezzo orizzonte mentre il fumo nero copre il sole dell’alba. È il fumo della fabbrica. Due giorni fa alla stessa ora era il fumo di un grad, un missile caduto contro il centro logistico della posta. E ormai a Zaporizhzhia chi dorme più. «C’è un’aria strana. Tanti movimenti di soldati in città. Io ho paura», ci racconta un amico.
Qualche chilometro più a sud est, in direzione di Huliapole, il vice sergente Anton è al telefono vicino al suo Bradley, tank statunitense di cui tanto si è discusso ai tavoli diplomatici. «Quando ce lo hanno portato nel 2023 era color sabbia. Questo bestione ha fatto la Guerra del Golfo. Aveva ancora attaccate le patch degli americani. Lo abbiamo dovuto ridipingere e riadattare al terreno ucraino». Da quando c’è Trump alla Casa Bianca però le cose sono cambiate. «Rischiamo che ce lo richieda indietro», scherza Anton. Ma non troppo. «L’anno scorso ce ne sono arrivati 10, 3 erano inutilizzabili. E se non ci danno nuovi rifornimenti non so come riusciremo a tenere il fronte, questa primavera».
Per la prima volta dal 2022 – ha detto Zelensky – l’Ucraina ha liberato più territorio di quanto ne abbia perso, grazie a una serie di operazioni di contrattacco sul fronte meridionale. Il presidente in persona si è congratulato con gli uomini per essere riusciti a sopravvivere all’inverno peggiore degli ultimi dieci anni. E per aver resistito. Ma non solo. A febbraio, le forze ucraine hanno effettivamente condotto operazioni di contrattacco nella zona in cui il confine orientale dell’oblast di Zaporizhzhia incontra la vicina Dnipropetrovsk, area in cui le forze russe sono entrate per la prima volta alla fine dell’estate.
Nonostante i successi, l’umore della squadra di Anton non è alle stelle. Nessuno degli uomini fa una licenza da oltre un anno. «E chi lo difende il fronte se ce ne andiamo? Speriamo per Pasqua». Anton e i suoi sono scampati alla morte così tante volte che non se lo ricordano nemmeno più. «Come quella volta che eravamo in 16 su un blindato che al massimo ne porta 9, c’erano feriti, sangue dappertutto», dicono mentre lo sguardo un po’ si accende. Mostrano le ferite del carro come se fossero le loro. «Guardi qui, proiettili frammentati, questa una mina. Ma questo carro ci ha salvato decine di volte», raccontano mentre le sigarette finiscono in bocca una dopo l’altra.
Anton ha 37 anni, non ha una famiglia. Spera un giorno di farsene una. «La mia ragazza è anche lei nell’esercito. Lavora in amministrazione». Prima della guerra faceva il muratore e aveva un’auto che aveva ribattezzato Dobby come il personaggio di Harry Potter. Poi l’hanno richiamato, e ora comanda la squadra di uomini e il «suo» Bradley.
È vice sergente ma presto dovrebbe passare di grado. «Spero mi porti fortuna e che arrivi la telefonata, la sto aspettando proprio ora».
Kiev ha inviato sul fronte sud Est unità delle sue forze d’assalto e le migliori brigate come la 225esima: grandi reparti specializzati in operazioni offensive al diretto comando del generale Sirsky. È qui che arriva il flusso maggiore di uomini mobilitati.
Nella maggior parte dei casi, è vero che questi reggimenti d’assalto sono riusciti a stabilizzare le linee ucraine, ma in alcune aree, come il villaggio di Ternuvate, le forze russe sono riuscite a infiltrarsi dietro le linee ucraine, a trincerarsi e, così facendo, ad ampliare la già vasta zona grigia contesa.
All’orizzonte, le matasse di filo spinato si srotolano lungo le trincee di difesa. Vengono tutte dalla Polonia, arrivano al fronte via treno. Poi squadre di civili le sistemano, così come montano le reti anti drone che ormai proteggono tutte le strade del fronte. «Sono uomini che accettano di lavorare in cambio dell’esenzione della leva», spiega Oleksey, press officer della 225esima. I campi che un tempo erano granaio dell’Europa sono ormai una distesa infinita di denti di drago e fortificazioni.
Preme lo zar alle porte del Vecchio continente. E preme ancora più forte mentre il mondo è distratto.
Roman, capitano della 225esima Foto di Matteo Placucci)
«Miniamo ogni giorno». Roman è un geniere. Ha 38 anni, prima della guerra faceva il mobiliere. È stato richiamato. L’anno scorso Kiev e tutti gli stati europei che confinano con la Russia sono usciti dalle convenzioni anti mine data la necessità di proteggere i loro confini. Roman ha le mani grandi e sporche di grasso. Non si toglie nemmeno il giubbetto e inizia a raccontare: «Noi usiamo le Ozem-72, mine anti uomo a frammentazione. Ma non basta. I loro soldati sono così tanti, ne mandano così tanti a morire qui. I russi sono come gli zombie. E noi siamo stanchi di uccidere zombie»

32. MARIA MADRE CHE PERDONA
Quale madre non è disposta a perdonare i suoi figli? Lo fa anche quando hanno commesso le colpe più gravi e le hanno inflitto i più cocenti dispiaceri. Ciò che la addolora di più è quando i figli non tornano a casa, perché si vergognano di quello che hanno fatto o perché temono di non essere accolti. Una madre aspetta impaziente che il figlio si penta e, dopo gli sbandamenti, ritorni da lei che sempre lo aspetta a braccia aperte. La Madonna è una madre che il Salvatore ci ha donato proprio nel momento in cui sulla croce invocava dal Padre il perdono per gli uomini che non sanno quello che fanno. Gesù ha voluto che sua madre si prendesse cura di una umanità lontana per attirarla al suo cuore. Maria ha ricevuto da Gesù la missione di andare a cercare i lontani, per riportarli nella sicurezza e nella pace della casa dei figli di Dio. Il suo cuore materno trepida per ogni suo figlio che si perde nei labirinti del male e non si dà pace finché non lo abbia riportato al sicuro sotto il suo manto materno.
La Madonna è una madre esigente e non c’è da meravigliarsi se chiede ai suoi figli il massimo che possano dare. Non fanno così anche le madri terrene? Non sognano forse per i loro figli i traguardi più ambiziosi? Non era questo che la madre dei figli di Zebedeo aveva chiesto a Gesù? (cfr Mt 20,20). Maria conosce il destino di gloria che Dio ha preparato per ogni uomo ed esorta ognuno dei suoli figli a raggiungerlo, senza risparmio di sofferenze e fatiche. Nel medesimo tempo conosce la nostra fragilità esistenziale e le nostre debolezze congenite. Sa che siamo canne sbattute dal vento, che si piegano senza opporre resistenza. Sa che siamo bambini presuntuosi, che si avventurano su terreni infidi, dove il leone ruggente si aggira in cerca di chi divorare. Sa che siamo facili prede per la serpe ingannatrice, al cui sibilo siamo pronti ad accorrere e a farci inghiottire.
Maria si addolora per i nostri sbandamenti, ma non si scandalizza, neppure per i più gravi. Lei, che è senza peccato, conosce il mistero del male del quale siamo infettati. E’ consapevole del fascino sinistro che la seduzione esercita sul cuore umano. Trepida quando varchiamo il confine della fragilità, per camminare sul terreno della malizia e della connivenza col nemico. La Madre è al corrente di tutto ciò che noi facciamo lontano da Lei. Ci vede più di quanto noi non vediamo noi stessi. La spada del dolore la trafigge quando siamo passarti a ingrossare le file di coloro che crocifiggono il Figlio. Eppure non dispera e ci attende. Qualsiasi cosa abbiamo fatto, è pronta ad accoglierci e a perdonarci. Se Giuda si fosse rifugiato da Lei, invece di cercare l’albero della disperazione, lo avrebbe accolto come un figlio.
Il perdono della Madonna per i suoi figli che si perdono sulle vie del male è incondizionato. E’ infinitamente più grande di ogni loro colpa. Il suo cuore materno non potrebbe respingere neppure i peccatori più incalliti. Il suo sguardo compassionevole vede quelli più lontani e nascosti e intercede per loro. Nessuno si deve sentire dimenticato e tanto meno disprezzato. La Madre è pronta ad accogliere e ad abbracciare ogni peccatore che abbia il coraggio di decidere la via del ritorno. Il pentimento sincero è tutto ciò che la Madre ci chiede. Lei, ai piedi della croce, ha cooperato col Figlio all’opera della redenzione, ottenendoci il perdono dei peccati. Le sue lacrime lavano le nostre sporcizie e il suo cuore ci riscalda, comunicandoci coraggio e speranza.
L’abbraccio della Madre ci dà la sicurezza del perdono da parte di Dio. Il nemico, dopo averci trascinato nel fango, non si rassegna a perdere la preda. Insinua la diffidenza, il dubbio e la sfiducia nella divina misericordia. Stretti al cuore di Maria, noi siamo certi che ogni peccato ci è stato per davvero perdonato e che l’amore del Padre celeste è più grande delle nostre miserie.
Vangelo
Io sono la risurrezione e la vita
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 11,1-45
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui. Parola del Signore. Forma breve: Gv 11, 3-7.17.20-27.33b-45 Dal Vangelo secondo Giovanni In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.
Parola del Signore
