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di Paolo Mieli| 22 novembre 2025 – Corriere della Sera – 23 Novembre
Il piano americano per arrivare a una soluzione della guerra in Ucraina è stretto tra provocazioni e tentativi di mediazione internazionale e indifferenti
Il piano di pace per l’Ucraina messo a punto da Steve Witkoff e Kirill Dmitriev è stato probabilmente qualcosa di simile se non proprio una riedizione del turbolento primo incontro tra Donald Trump e Volodymir Zelensky alla Casa Bianca, il 28 febbraio scorso.
Una provocazione destinata forse a smuover le acque, ad accelerare i tempi. Del resto, nessuno ha saputo dar spiegazioni del perché sarebbero stati necessari dieci mesi e una serie infinita di incontri accompagnati da ultimatum americani (regolarmente a vuoto) per partorire una bozza — scritta per giunta in un inglese da traduttore automatico — di quella che sostanzialmente era una riproposizione delle iniziali richieste russe: la resa dell’Ucraina senza alcuna contropartita per Kiev.
Lo scopo di quel piano (anche stavolta con annesso ultimatum) era — a voler essere generosi — quello di minacciare, spaventare Zelensky e con lui l’Europa tutta. Ma Zelensky e i leader europei, ormai avvezzi alle sortite trumpiane, hanno tenuto i nervi a posto. E alla fine Trump ha fatto un’apprezzabile marcia indietro definendo «non definitiva» la bozza di intenti uscita dai cassetti della sua scrivania.
Ieri, a margine del vertice del G20 a Johannesburg, si è tenuta, su invito del presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, una riunione di ritessitura dei «volenterosi» a cui hanno preso parte il leader francese Emmanuel Macron, l’inglese Keir Starmer, il tedesco Friedrich Merz, il canadese Mark Carney e rappresentanti di Norvegia, Giappone, Australia, Finlandia, Irlanda, Paesi Bassi e Spagna. Stavolta era presente anche Giorgia Meloni.
E, pur con toni concilianti nel tentativo di non urtare la suscettibilità del capo di Stato americano, si è deciso di rimettere tutto in discussione considerando il lavoro del tandem Witkoff-Dmitriev un punto di partenza.
Oggi a Ginevra si incontreranno emissari di Stati Uniti, Unione europea e Ucraina per ridefinire l’intera prospettiva con l’intento condiviso di trovare una via d’uscita senza provocare rotture irreparabili con il presidente degli Stati Uniti.
Lo stesso Putin ha accolto senza grande entusiasmo quello che nelle intenzioni dei proponenti americani avrebbe dovuto essere un progetto concordato con lui per interposto Dmitriev.
Come ha notato ieri su queste pagine Marco Imarisio, il quotidiano ufficiale della Russia putiniana, Izvestia, ha scritto che il piano ad ogni evidenza non poteva essere considerato frutto di un «lavoro da professionisti». Per poi aggiungere — quasi irridendolo — che, se Trump riuscirà a convincere il resto dell’Occidente a far propri quei ventotto punti, sarà una cosa «fantastica». Ma se invece Trump fallirà, saranno affari suoi. Mosca non ne farà un dramma. Tanto più che Putin, complice la distrazione di molti «pacifisti» sparsi nell’orbe terracqueo, volentieri prosegue a sganciare bombe su quello che già papa Francesco definiva «martoriato Paese». Provocando con quei missili vittime tra i civili che anche in queste contrade si contano a decine di migliaia. Nell’indifferenza dei supposti amanti della pace, dicevamo.
Ma non del successore di Francesco, papa Leone XIV, che proprio in questi giorni ha lanciato un segnale inequivocabile ricevendo quattro adolescenti ucraini in rappresentanza dei mille (su decine di migliaia «rapiti» dai russi) che una missione iniziata dal cardinale Matteo Zuppi ha contribuito a far tornare alle proprie famiglie.
I ragazzi gli hanno raccontato delle sofferenze che hanno subito nel corso dei programmi di «rieducazione» e di «ricollocamento» in famiglie russe a cui molti loro coetanei su ordine di Putin vengono ancora sottoposti. Ordine che — vale la pena ricordarlo — è all’origine di un mandato di cattura nei confronti di Putin stesso emesso dalla Corte penale internazionale il 17 marzo del 2023.
Inoltre, altro atto significativo da parte del nuovo Pontefice, il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin — ne ha dato notizia il quotidiano della Conferenza episcopale Avvenire — ha celebrato una messa di commemorazione dell’Holodomor, lo sterminio per fame di oltre sei milioni di ucraini perpetrato su disposizione di Mosca tra il 1932 e il 1933.
Anche questo conta. E non poco. La Chiesa di papa Leone comprende bene che la pace da trovare mentre le guerre sono ancora in corso non può che essere di difficile e lenta costruzione. Come è accaduto tra israeliani e palestinesi, deve iniziare da una sospensione delle ostilità per poi essere edificata giorno dopo giorno lungo un percorso che può richiedere mesi, forse anni.
Dove in ogni momento si potrà avere la più che giustificata impressione che tutto stia andando in frantumi, che non si tratti di vera pace, che si stia tornando al punto di partenza. Questo percorso inevitabilmente lento necessita del coinvolgimento di tutti gli attori dell’area direttamente o indirettamente investita dalla tempesta. Fino al momento in cui siano isolate e messe in condizioni di non nuocere le parti più radicali presenti su tutti i fronti. Quelli — e ce ne sono molti, anche ben dissimulati — che la pace non la vogliono affatto.
di Francesco Battistini – Corriere della Sera – 23 Novembre
La regista e poetessa Cilyk: «Niente patti col diavolo». «Per cosa abbiamo combattuto?» scrive un soldato, che come molti si sente tradito

DAL NOSTRO INVIATO
KIEV – Che cos’ha pensato, ascoltando Volodymyr Zelensky che diceva: ucraini, dobbiamo scegliere? «Che è stata la popolazione a salvare l’Ucraina sull’orlo dell’abisso durante l’invasione e che è importante non dimenticare quanto sia pericolosa l’insoddisfazione della nazione. Che stiamo attraversando un periodo difficile, per uno scandalo di corruzione. Che c’è la pressione esercitata dal piano russo per la resa, mascherato da proposta Usa…».
E quindi, no, a Iryna Cilyk «quel discorso non ha fatto una buona impressione. Soprattutto dove dice che non è il momento di litigare fra noi. In realtà, servono messaggi più trasparenti: l’Ucraina, a differenza della Russia, è un Paese in cui la volontà del popolo rimane la forza trainante».
Regista e poetessa pluripremiata nel mondo, moglie d’uno scrittore (Artem Check) che combatte al fronte, Iryna Cilyk è scettica: «Non credo che questo piano possa essere firmato. Troppo irrealistico. Sì, siamo in una posizione di grande svantaggio, ma non ancora disperati tanto da accettare un patto col diavolo. Non c’è motivo per cui dovremmo tradire la memoria dei nostri caduti. E anche la Russia non è in grado d’imporci tali condizioni: sa che negli ultimi due anni ha occupato meno dell’1% del nostro territorio?».
È un sabato di nebbia e d’anniversari. Coincidenza delle date: si celebrano l’Holodomor e le due rivoluzioni di Maidan. Un giorno, si celebrerà anche questo discorso di Zelensky, che a molti sembra una resa? Il metallo più resistente può alla fine rompersi, dice il presidente, ma le voci di risposta sono cori di no: «Per che cos’abbiamo combattuto?», scrive in un post il soldato Oleksandr K. «Chi potrà mai sgomberare una città come Kramatorsk e darla ai russi?», protesta un sindaco. «Ci hanno rubato le vite e ora anche i soldi», s’indigna l’elettore Anatolii Chernoivan.
Polemiche sparse, unite nel rifiuto della bandiera bianca. Anche Irina è perplessa: «Non so come interpretare la metafora del metallo. Sì, non siamo indomabili, ma non vogliamo nemmeno essere lo scudo metallico dell’Europa, che stiamo coprendo coi nostri corpi. Sono stanca di seppellire i miei amici e parlare della nostra forza d’animo. Questa parola ora mi suona volgare e falsa.
C’è una grande stanchezza collettiva che mina la capacità di resistere. Ma vedo anche un sentimento comune: questo accordo umiliante non può essere firmato. Ci viene offerto di fare pace con lo stupratore, di dargli ciò che ci appartiene di diritto: il territorio, le tombe. E cosa fare della nostra memoria? Come continuare a vivere, sapendo che lo stupratore è rimasto impunito?».
L’Europa traditrice… «Certo, non saremmo sopravvissuti senza l’aiuto europeo, ma siamo frustrati dalla lentezza con cui vengono prese le decisioni. La Russia capisce solo il linguaggio della forza, ma la “coalizione dei volenterosi” è purtroppo indecisa. Un errore. Questo mostro deve essere radicalmente decapitato. E se gli si dà l’opportunità di far crescere nuove teste, il risultato saranno attacchi contro altri Paesi europei». E Trump? «Sono cresciuta coi film americani, l’immagine d’un Paese pronto a lottare per la giustizia. Che ingenua…».
La guerra non è finita, Iryna lo sa: «Mio marito è diventato soldato nel 2015: ha già trascorso più di 5 anni a difendere il Paese. Tutti combattiamo o aspettiamo chi combatte. Ho seppellito amici, le mie amiche sono diventate giovani vedove, conosco persone catturate dai russi e torturate, molti menomati. Siamo tutti cambiati molto. Ma abbiamo smesso d’avere paura, viviamo le nostre vite, mentre qualcuno brucia vivo nel suo appartamento. Sono stupita dalle persone, la loro capacità di superare il dolore con un umorismo nero, di sacrificarsi per il bene degli altri. Ci sono ancora molte persone così. E quindi no, non siamo ancora pronti a firmare patti col diavolo»
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44. Gesù Cristo unico Redentore e Mediatore
Essere cristiani significa credere che Gesù è il Figlio di Dio fatto uomo. Questo è il cuore della fede, senza il quale il cristianesimo sarebbe una variante dell’ebraismo e dell’Islam.
Proprio per questo motivo i cristiani professano che solo Gesù è il Redentore del genere umano e l’unico Mediatore di salvezza fra Dio e gli uomini.
Nessun cristiano oserebbe adorare la Madonna e attribuire a Lei ciò che è proprio di suo Figlio, cioè la divinità, che è solo di Colui che è il Verbo eternamente generato dal Padre.
Questa è la fede di ogni cristiano comune, che ha saputo proteggerla dal vento modernista, che nega la divinità di Gesù Cristo, facendo di Lui un profeta come ce ne sono nelle varie religioni.
La prima creatura a credere nella divinità di Gesù Cristo è stata la Vergine Maria, nello stesso momento dell’Incarnazione, quando il Verbo si è fatto carne nel suo grembo immacolato.
Maria è la Madre della fede perché ha creduto che il Bambino da Lei concepito per opera dello Spirito Santo è il Figlio di Dio.
Maria ha perseverato nella fede tutta la sua vita, in particolare ai piedi della Croce, quando ha detto ancora una volta il suo “sì” alla volontà del Padre.
In questo modo Maria ha cooperato in un modo unico e irripetibile all’opera della Redenzione, divenendo Mediatrice di grazia fra noi e suo Figlio.
Il cristiano è esortato dalla Chiesa a unirsi a Maria nella sua professione di fede, cooperando con Lei all’opera della Redenzione.
Seguendo Gesù con Maria il cristiano cammina sicuro, al riparo dagli sbandamenti dagli errori nei quali è facile cadere, quando la presunzione oscura la vista e permette al “nemico” di tendere le sue insidie.

BENEDETTO XVI AI GIOVANI DELLA DIOCESI DI ROMA E DEL LAZIO – PIAZZA SAN PIETRO, 6 APRILE 2000
“Dio o c’è o non c’è. Ci sono solo due opzioni. O si riconosce la priorità della ragione, della Ragione creatrice che sta all’inizio di tutto ed è il principio di tutto – la priorità della ragione è anche priorità della libertà – o si sostiene la priorità dell’irrazionale, per cui tutto quanto funziona sulla nostra terra e nella nostra vita sarebbe solo occasionale, marginale, un prodotto irrazionale – la ragione sarebbe un prodotto della irrazionalità.
Non si può ultimamente “provare” l’uno o l’altro progetto, ma la grande opzione del Cristianesimo è l’opzione per la razionalità e per la priorità della ragione. Questa mi sembra un’ottima opzione, che ci dimostra come dietro a tutto ci sia una grande Intelligenza, alla quale possiamo affidarci.
Ma il vero problema contro la fede oggi mi sembra essere il male nel mondo: ci si chiede come esso sia compatibile con questa razionalità del Creatore. E qui abbiamo bisogno realmente del Dio che si è fatto carne e che ci mostra come Egli non sia solo una ragione matematica, ma che questa ragione originaria è anche Amore.
Se guardiamo alle grandi opzioni, l’opzione cristiana è anche oggi quella più razionale e quella più umana. Per questo possiamo elaborare con fiducia una filosofia, una visione del mondo che sia basata su questa priorità della ragione, su questa fiducia che la Ragione creatrice è amore, e che questo amore è Dio”.

autore: Simon Vouet anno: 1626 titolo: Santa Cecilia luogo: Museo di Arte Blanton, Austin
Nome: Santa Cecilia
Titolo: Vergine e martire
Nascita: II Secolo, Roma
Morte: 22 novembre 230, Roma
Ricorrenza: 22 novembre
Luogo reliquie: Basilica di Santa Cecilia in Trastevere
Sotto l’impero di Alessandro Severo era stata proibita ogni persecuzione contro i cristiani e la Chiesa godette un periodo di tranquillità e di pace. Ma a turbare il mite gregge di Cristo sorse presto il tristo prefetto di Roma, Almachio.
Essendosi assentato l’imperatore dalla capitale, egli ne approfittò per sfogare il suo odio contro i cristiani scatenando contro di loro una terribile persecuzione.
Fra le sue vittime più illustri, va ricordata Santa Cecilia, nobilissima vergine romana. Nacque ella da ricchissima famiglia alle falde del Gianicolo, e quivi fra agi e comodità fu educata dai più rinomati maestri di Roma.
Fattasi segretamente cristiana, andava ogni giorno più distaccando il suo cuore dalle cose terrene.
Costretta a sposarsi, durante le feste del matrimonio, mentre tutti l’attorniavano per festeggiarla e cantavano inni pagani, essa in cuor suo cantava un cantico di amore al suo mistico e vero sposo, Gesù Cristo. Quando fu sola con Valeriano gli disse: «Sappi che io sono cristiana e già da molto tempo ho consacrato a Gesù tutto il mio cuore… Egli solo è il mio sposo, e tu devi rispettare il mio corpo, perché io ho sempre vicino a me un Angelo del Signore che mi custodisce e mi difende».
Valeriano rispose: «Io crederò a quanto mi dici e farò quello che tu desideri, se potrò vedere questo Angelo che ti custodisce». E Cecilia: «Nessuno può vedere l’Angelo del Signore, se non è battezzato. Va’ dunque dal santo vescovo Urbano, fatti istruire nella religione cristiana, fatti battezzare, e poi ritorna e vedrai quanto desideri».
Valeriano andò, si fece istruire ed il Vescovo Urbano, vedendo le sue buone disposizioni e la mirabile trasformazione che la grazia aveva operato in lui, lo battezzò.
Ritornato presso la sua santa sposa, entrando nella stanza, vide un Angelo di bellissimo aspetto, che teneva in mano due corone intrecciate di rose e di gigli. A tale vista Valeriano comprese che una di quelle corone era preparata per lui se fosse rimasto sempre fedele a Gesù Cristo.
Quindi non solo promise di custodire intatta la purezza della sua castissima sposa, ma si fece ferventissimo cristiano ed istruì e fece battezzare anche suo fratello Tiburzio. Continuava intanto la persecuzione: Valeriano ed il fratello Tiburzio furono decapitati, mentre Cecilia fu condannata a morire asfissiata nella sua stessa camera da bagno.
I soldati eseguirono l’ordine, ma aperta la camera dopo un giorno e una notte trovarono la Santa sana e salva come se avesse respirata aria purissima. Comandò allora Almachio che un littore le troncasse il capo. Andò il littore, vibrò ben tre colpi, ma non riuscì a staccare completamente la testa dal busto, per cui terrorizzato si allontanò lasciando la Santa in una pozza di sangue.
I fedeli accorsi, raccolsero con pannolini il sangue della Martire, come preziosa reliquia e soccorsero Cecilia che visse ancora tre giorni, pregando ed incoraggiando gli astanti ad essere forti nella fede.
Finalmente, consolata dal Papa Urbano a cui donò la propria casa affinchè fosse trasformata in chiesa, placidamente spirò, e andò a cantare eternamente le lodi al suo amato sposo Gesù.

10. MARIA MADRE PREMUROSA
In quale occasione una madre manifesta la sua premura per i propri figli? Senza dubbio quando cadono ammalati. Allora moltiplica le sue attenzioni e le sue tenerezze, per alleviare le sofferenze e per affrettarne la guarigione. E quando un figlio è in difficoltà, non solo lo tiene per mano, ma lo prende in braccio e se lo stringe al cuore. Non tralascia nulla finché non lo rivede sano e forte affrontare il duro cammino della vita. La strada che conduce all’eternità è aspra e stretta (Mt 7,14). Quando la fatica paralizza le gambe si è tentati di fermarsi e di guardare indietro. Gli assalti del male colpiscono e sfiancano. Le ferite sanguinano e indeboliscono. La tentazione di tornare indietro si fa sempre più forte. Sono molti quelli che la incominciano e pochi quelli che perseverano fino alla fine.
Gesù stesso ha avuto bisogno delle premure di sua Madre. Durante i tre anni della sua vita pubblica, quando l’ostilità e la persecuzione montavano e persino i suoi di famiglia lo osteggiavano (Mc 3,21) è Maria che, con la sua presenza silenziosa e fedele, addolcisce le asprezze dell’apostolato. (Mc 3,31-32). In modo particolare la Madre è vicina nell’ora delle tenebre, quando il mistero di iniquità vomita il suo odio e la sua violenza. Gesù deve bere il calice amarissimo che il Padre celeste gli porge. È il calice del peccato, dei tradimenti, delle indifferenze e del disamore degli uomini. Persino la paura e l’infedeltà degli apostoli contribuiscono a renderlo più insopportabile. La divina Sapienza dispone che la Madonna sia presente non solo come Corredentrice, ma anche come Consolatrice. È Lei che rende la Croce sopportabile e che versa gocce di dolcezza nell’oceano sconfinato dell’amarezza.
Gesù ci ha donato sua Madre perché col suo amore materno potesse versare olio sulle ferite che il male ci infligge e ci rendesse più leggere le croci che, a causa della nostra debolezza, ci schiacciano. Quando siamo nel peccato, Maria si china sul nostro male con infinita tenerezza e non prova ripugnanza per le nostre piaghe e le nostre deformità. Quando siamo convalescenti, non forza la mano e attende pazientemente che ritornino le forze. Quando si fanno sentire asprezze della vita, lei smussa gli spigoli taglienti perché non ci facciano troppo male. Quando le pene sono troppo pesanti, Lei le alleggerisce senza aspettare che glielo chiediamo. Quando, nei primi passi del cammino di conversione, le difficoltà spingono verso lo scoraggiamento, Lei sparge le sue piccole gioie per animarci a proseguire. Gesù sa che senza la dolcezza del Cuore materno di Maria molte anime si perderebbero.
Maria è l’esca divina con la quale l’Onnipotente attira a sé innumerevoli anime. È noto il proverbio secondo il quale si prendono più mosche con una goccia di miele che con un barile di aceto. Satana, che conosce a fondo la natura umana, attira nelle sue trappole con l’arma della seduzione. Presenta ciò che è “buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile” (Gn 3,6). La sua arte raffinata confeziona cibi attraenti, nei quali nasconde il veleno che porta alla morte. Dio sa bene che noi uomini preferiamo il miele all’aceto e che non abbiamo dubbi se dobbiamo scegliere fra lo zucchero e il sale. Maria è la dolcezza di Dio. Nel momento del dolore più lancinante, la recita di un’Ave Maria riesce a renderlo accettabile. Lo sanno bene le madri che, quando perdono un figlio, solo presso il Cuore materno di Maria trovano la forza di resistere e sperare.
La Madonna, nella maggioranza delle sue apparizioni, non ha pronunciato neppure una parola. Spesso la sua manifestazione avviene in momenti in cui si agitano le onde del dolore e incombono le nubi della minaccia. Il suo sorriso, come un lampo di luce nella notte, rischiara le tenebre e porta la pace.
