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Putin e la «strategia dell’anaconda»: per «strangolare» l’Europa copia le mosse della Cina contro Taiwan

di Federico Rampini| 24 novembre 2025 – Corriere della Sera

Che cosa ha in serbo Vladimir Putin per il resto dell’Europa nel caso in cui la sua invasione dell’Ucraina si concludesse con un sostanziale successo?

Cos’ha in serbo Putin per il resto dell’Europa, se la sua invasione dell’Ucraina si conclude con un successo? 

Un assaggio delle mire espansioniste e aggressive di Mosca è ormai cronaca quotidiana nei Paesi baltici e scandinavi, in Polonia, in Germania, Belgio, Olanda: queste sono le nazioni che subiscono di continuo sconfinamenti di droni, chiusure di aeroporti civili, e altre forme di sabotaggio perfino più dannose (vedi, di recente, un attentato ferroviario sul suolo polacco). 

Queste non sono soltanto delle provocazioni. Sono azioni che vanno viste come un anticipo e una possibile variante degli attacchi militari tradizionali: qualche esperto parla di una «guerra grigia» per indicare un’aggressione non dichiarata ma strisciante, in crescendo. 

Una brillante studiosa militare americana attira la nostra attenzione su questo: Putin copia in Europa occidentale quel che Xi Jinping sta facendo da anni contro Taiwan. I militari taiwanesi parlano di «strategia dell’anaconda», il serpente che non uccide col veleno bensì strangolando le sue prede fino a soffocarle. 

Putin, a differenza di Xi, non si propone necessariamente l’obiettivo di un’annessione territoriale per ciascuno dei Paesi europei che bersaglia con queste forme di «guerra grigia», e tuttavia i parallelismi Russia-Cina sono molto istruttivi. Vi propongo una sintesi dello studio che ha pubblicato la professoressa Ariane Tabatabai, oggi ricercatrice presso la società Lawfare, e che in passato ha ricoperto importanti incarichi ai Dipartimenti di Stato e della Difesa degli Stati Uniti. È lei ad aver messo in luce le analogie con lo stillicidio di aggressioni cinesi contro Taiwan.

«Nelle ultime settimane – scrive Ariane Tabatabai – la Russia ha messo in atto tattiche coercitive contro gli Stati membri della Nato, a livelli che funzionari europei hanno descritto come “senza precedenti” dalla fine della Guerra Fredda. Diversi Paesi europei — tra cui Polonia, Estonia, Danimarca e Norvegia — hanno subito incursioni nello loro spazio aereo da parte di velivoli russi con e senza pilota. Gli alleati Nato hanno risposto con misure difensive immediate, come l’abbattimento dei droni russi, e avrebbero anche avviato una revisione e un aggiornamento del proprio approccio e delle regole di ingaggio di fronte a tali incursioni.

 Lo stanno facendo per segnalare la loro determinazione e mostrare a Mosca le capacità combinate dell’Alleanza, di fronte a quella che il primo ministro polacco Donald Tusk ha definito “la fase più vicina a un conflitto aperto dalla Seconda guerra mondiale”. Sebbene la Russia abbia una lunga storia di azioni provocatorie, le sue recenti attività assomigliano alla strategia cinese degli ultimi anni nel progressivo aumento della pressione su Taiwan. 

Naturalmente, le due campagne presentano differenze significative (ad esempio, mentre le attività più recenti di Mosca si sono finora limitate allo spazio aereo, quelle di Pechino hanno riguardato anche il dominio marittimo). 

Le operazioni russe sono state inoltre più estemporanee e limitate per ampiezza e profondità, mentre quelle cinesi sono ormai continuative da diversi anni, e sono cresciute gradualmente in portata, intensità, frequenza e complessità. La campagna cinese ha l’obiettivo dichiarato di riunificarsi con Taiwan, mentre nulla di simile è in gioco per la Russia nei confronti della Nato. 

Ma i due approcci condividono numerose somiglianze e si stanno sviluppando sullo sfondo di una cooperazione crescente tra i due Paesi nelle rispettive “campagne nella zona grigia”, un termine utilizzato dalla comunità d’intelligence per descrivere l’”uso deliberato di strumenti coercitivi o sovversivi da parte di uno Stato al fine di raggiungere obiettivi politici o di sicurezza a scapito di altri, in modi che violano le leggi o sfruttano le lacune delle norme internazionali, ma restano al di sotto della soglia percepita di un conflitto armato diretto”. Una cooperazione che ha implicazioni per la Nato in Europa così come per gli alleati e partner degli Stati Uniti nella regione indo-pacifica».

Nella prosecuzione della sua analisi, questa studiosa di scienze militari spiega che la guerra del futuro ha già cambiato pelle. Non assomiglia alle grandi invasioni del Novecento, e nemmeno alla guerra ibrida che abbiamo imparato a conoscere in Ucraina. È una guerra grigia, fatta di pressioni incrementali che si fermano un passo prima del conflitto aperto. In questo terreno intermedio — la zona grigia, appunto — Russia e Cina stanno affinando tattiche sempre più simili, osservandosi e copiandosi l’una con l’altra, in una convergenza strategica che dovrebbe preoccupare sia la Nato in Europa sia gli Stati Uniti e i loro alleati nel Pacifico.

Mosca cerca contemporaneamente di logorare Kiev, intimidire gli europei, e verificare quanto la Nato sia realmente preparata a reagire. L’ombra dell’incertezza americana pesa: l’Amministrazione Trump ha mandato segnali contraddittori, oscillando tra frasi concilianti verso il Cremlino e dichiarazioni aggressive che non si accompagnano a una linea chiara. Rende più fragile la deterrenza occidentale.

Uno degli elementi sorprendenti di questa strategia russa è la scelta degli strumenti. I droni Shahed — copia iraniana prodotta ora in massa negli stabilimenti russi — costano poche decine di migliaia di dollari. Per abbatterli, i Paesi Nato devono spesso utilizzare missili intercettori che costano dieci, cento volte tanto. È la matematica dell’usura: si attacca con armi economiche per obbligare l’avversario a difendersi con armi costose. Una tattica antica, ma aggiornata alla tecnologia del XXI secolo.

La Russia non si muove nel vuoto. La Cina studia attentamente ciò che accade in Europa e, a sua volta, da anni porta avanti una propria strategia di pressione costante contro Taiwan. Dopo la visita di Nancy Pelosi a Taipei nel 2022, Pechino ha accelerato tutto: incursioni quotidiane nella zona d’identificazione aerea, manovre navali sempre più complesse, operazioni ibride come il taglio dei cavi sottomarini che garantiscono le comunicazioni dell’isola.

Il comandante della Marina taiwanese, l’ammiraglio Tang Hua, ha definito tutto questo «la strategia dell’anaconda»: si stringe lentamente la presa, si costringe l’avversario all’errore, si logora il suo sistema di difesa. La Cina non nasconde la propria ambizione: essere pronta a prendere Taiwan entro il 2027, preferibilmente senza sparare un colpo. Anche in questo caso, il confine tra pressione e conflitto è sfocato.

Molti elementi della strategia cinese coincidono con la logica russa: testare la determinazione degli alleati americani, sondare le vulnerabilità, normalizzare la presenza militare, cambiare lo status quo senza dichiararlo.

La Russia guarda alla Cina. La Cina guarda alla Russia. E non è un caso se entrambe stanno perfezionando le stesse tecniche: guerra dei droni low-cost, operazioni sotto soglia, manovre aeree e marittime sempre più frequenti, diplomazia intimidatoria, sfruttamento delle ambiguità del diritto internazionale.

La loro cooperazione non è un’alleanza formale, e certe diffidenze storiche restano profonde. Ma è una convergenza funzionale, pragmatica. Tutto ciò che indebolisce l’ordine liberale occidentale va bene per entrambe le capitali. E ogni volta che la Nato o Washington mostrano esitazioni, Mosca e Pechino traggono una lezione utile: fino a dove ci si può spingere senza conseguenze.

La Nato prova a serrare i ranghi. Sono state attivate consultazioni sotto l’Articolo 4 del Trattato di Washington. Sono state lanciate operazioni multidominio che combinano cyberspazio, difesa aerea, intelligence e presenza militare. Ma una strategia condivisa contro la «guerra grigia» non esiste ancora.

Le provocazioni russe nel Baltico e nel Mare del Nord non sono solo un problema europeo. Se questo tipo di pressione diventasse strutturale, come ormai è per la Cina nel Mar Cinese Meridionale, gli Stati Uniti dovrebbero impegnare più risorse in Europa, sottraendole al contenimento di Pechino. E per la Cina sarebbe un vantaggio netto. Non a caso Pechino osserva con cura come la Nato reagisce alle incursioni di Mosca: ogni divisione interna, ogni ritardo nella risposta, ogni messaggio ambiguo diventa un precedente. Quando Xi deciderà se e come alzare la pressione su Taiwan, la reazione occidentale all’aggressività russa sarà stata uno dei suoi punti di riferimento.

La conclusione dell’autrice di questo studio: l’Occidente non può più limitarsi alla deterrenza tradizionale, quella pensata per evitare lo scoppio di una guerra convenzionale. Deve dotarsi di una deterrenza per la «zona grigia»: una dottrina che metta insieme tecnologia anti-drone, resilienza delle infrastrutture critiche, una comunicazione politica coerente, e una collaborazione stretta tra Europa e alleati asiatici.

Russia e Cina hanno capito che il modo più efficace per cambiare l’ordine mondiale non è la guerra dichiarata, ma la pressione continua, lenta, studiata per sfruttare le esitazioni occidentali. La loro cooperazione nella «zona grigia» è già una realtà consolidata.

Per rispondere, Stati Uniti, Europa e Paesi del Pacifico devono riconoscere che la partita decisiva non si gioca più solo sul campo di battaglia, ma in tutto quello spazio ambiguo dove le potenze autoritarie stanno cercando di riscrivere le regole.

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🔴LIVE🔴 LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA – Di Padre Livio – 24/11/2025

LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Programma di Padre Livio – Lunedì 24 novembre 2025

h. 8.50: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)


h. 8.50: ATTUALITA’ MONDO – CHIESA

+Modificato il piano Trump per l’Ucraina

+La Russia non è interessata a una cessate il fuoco


h. 9.30: EDITORIALE

La Gospa vincerà la terza guerra mondiale

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🔴LIVE🔴 MAGNIFICAT: IL POEMA DI MARIA – a cura di PADRE LIVIO – Puntata 18 – LA MADRE DELLA CHIESA – L’AFFIDAMENTO A MARIA

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MARIA DOLCE MADRE

11. MARIA MADRE CORAGGIOSA

Maria è la più coraggiosa delle madri. La sua è l’audacia degli umili, che non fa mostra di sé, ma che si manifesta nei grandi appuntamenti. Lei osa con la forza di Dio, alla quale nulla può resistere. Nel suo cuore materno si nasconde un coraggio sovrumano che viene alla luce nelle scelte inflessibili, nella scesa in campo aperto per la battaglia, nella resistenza senza tentennamenti. Nessuna creatura è stata coraggiosa come la piccola fanciulla di Nazareth. I figli di Maria, piccoli e fragili come Lei, sono la sua arma vittoriosa contro l’arroganza dell’impero delle tenebre fino alla fine dei secoli.

L’umile coraggio di Maria si manifesta nel momento in cui l’angelo la chiama alla divina maternità. Solo un’anima piena di ardimento poteva tuffarsi nell’immensità della divina chiamata. Il mistero dell’incarnazione sovrasta ogni capacità di umana sopportazione. Maria, vergine prudentissima, afferra la vastità della missione e, confidando in Dio, se ne assume la piena responsabilità. Con le parole “Eccomi, sono la serva del Signore” (Lc 1,38) prende la più audace delle decisioni. Nessuna donna è divenuta madre con un atto di così grande coraggio.

Maria da quel momento ha accettato tutte le conseguenze di quello slancio generoso, da cui è sgorgata la salvezza dell’umanità.  L’intera sua vita è un susseguirsi di scelte nette, taglienti come colpi di spada, che la piccola Madre ha moltiplicato senza mai tergiversare: il faticoso viaggio a Betlemme, la natività in una grotta, la fuga in Egitto, l’oscuro anonimato di Nazareth. La fermezza d’animo di Maria si manifesta incrollabile nei tre anni della vita pubblica di Gesù. Fedele e silenziosa, la Madre è schierata accanto al Figlio nella lotta quotidiana contro le orde del maligno. Il suo cuore non trema mentre cammina su serpenti e scorpioni (Lc 10,19). Ritta davanti alla Croce, combatte la più tremenda di tutte le battaglie. L’umanità non potrà mai dimenticare il coraggio che l’ha liberata.

Come Madre della Chiesa la Madonna non cessa di stupire per le sue decisioni che risultano incomprensibili all’umana prudenza. Per le sue grandi imprese sceglie le persone apparentemente meno adatte: gli illetterati, gli emarginati, i bambini. Con l’audacia di Dio l’Ancella del Signore elegge come suo strumento “ciò che nel mondo è debole per confondere i forti” (1 Cor 1,27). Che cosa non ha fatto la Madonna con la poverella di Lourdes, con i pastorelli di La Salette e di Fatima? Quale svolta non ha impresso alla vita della Chiesa e del mondo con i sei ragazzi di un ignoto villaggio dell’Erzegovina?  La Madonna valorizza i suoi figli e li abilita alle imprese più strepitose. Il suo occhio scorge in loro quella purezza di cuore, che è fonte inesauribile di coraggio. Le grandi cose che l’Onnipotente ha compiuto in Lei, Maria le ripete nei suoi figli più piccoli.

Maria infonde il suo coraggio in coloro che combattono per Lei. La battaglia “non è contro creature fatte di carne e di sangue, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti del male che abitano le regioni celesti” (Ef 6,12). Quale uomo potrebbe affrontare l’esercito del male senza tremare di spavento? I piccoli di Maria non esitano ad affrontarlo rivestiti della sua forza e della sua intrepidezza. Maria è la corazza invincibile che li ricopre. Il suo Cuore materno è la trincea insuperabile che resiste ad ogni attacco del nemico. Il coraggio, col quale la Madonna ha affrontato le potenze del male, si perpetua lungo il corso dei secoli, fino alla grande battaglia finale.

Ogni volta che la Chiesa è assalita dalle orde dell’inferno e i nemici esterni e interni tentano di annientarla, Maria la difende col coraggio dei suoi piccoli ai quali è concessa la vittoria.

Papa Leone XIV, appello per i cattolici rapiti in Nigeria e Camerun: «Siano liberati subito, dolore per loro»

di Ester Palma – Corriere della Sera – 23 Novembre 2025

Prima dell’Angelus Leone ha chiesto alle autorità di intervenire per ottenere il rilascio degli ostaggi. Giovedi 21 l’attacco alla St. Mary’s School di Papiri, con 303 ragazzi e 12 insegnanti portati via da terroristi islamici e banditi

Trecentotre 303 bambini e ragazzi e 12 insegnanti rapiti dalla scuola cattolica St. Mary’s School di Papiri, nella Nigeria centro settentrionale, oltre alle 25 ragazze portate via con la forza dalla scuola femminile Government girls comprehensive, sempre in Nigeria. E decine di chiese bruciate e di sacerdoti e seminaristi rapiti e spesso torturati prima di essere uccisi, da terroristi islamici e banditi. E ora, di fronte al silenzio del mondo, Papa Leone XIV lancia un appello per la loro liberazione: «Ho appreso con immensa tristezza le notizie dei rapimenti di sacerdoti, fedeli, studenti, della Nigeria e del Camerun. Sento forte il dolore soprattutto per i tanti ragazzi e ragazze sequestrati e per le loro famiglie angosciate».

 Il Papa lo ha detto prima dell’Angelus, concludendo la messa presieduta in piazza San Pietro: «Rivolgo un accorato appello affinché vengano subito liberati gli ostaggi ed esorto le autorità competenti a prendere decisioni adeguate e tempestive per assicurarne il rilascio. Preghiamo per questi nostri fratelli e sorelle e perché sempre ovunque le chiese e le scuole restino ovunque luoghi di sicurezza e di speranza».

La Nigeria, come il Camerun, è uno dei tanti Paesi, soprattutto africani, in cui la persecuzione e l’uccisione dei cristiani è ormai fuori controllo. Secondo Vatican News, «il nord del Paese è alle prese da quasi vent’anni con un’insurrezione jihadista che, secondo le Nazioni Unite, ha causato 40mila morti e più di due milioni di sfollati». L’attacco alla St. Mary’s School di Papiri è avvenuto giovedì 21: la scuola è stata circondata da un gruppo di uomini dotati di armi moderne e a bordo di potenti moto che avrebbero ucciso un vigilante e poi hanno portato via gli alunni, tutti dai 12 ai 17 anni e gli insegnanti, forse per chiedere un riscatto. Di loro non ci sono ancora notizie, né è ancora arrivata alcuna rivendicazione: gli altri 300 studenti della scuola sono riusciti a fuggire, nascondendosi nei boschi vicino alla scuola.  Ma le violenze sono ormai continue: qualche giorno fa a Ndop,  in Camerun, sono stati rapiti sei sacerdoti cattolici dell’arcidiocesi di Bamenda.

Un attacco particolarmente feroce è avvenuto lo scorso 13 giugno, nello Stato nigeriano di Benue: miliziani armati hanno massacrato circa 200 cristiani, al grido di «Allahu Akhbar». Le vittime, tutti sfollati per assalti precedenti, erano nella piazza del mercato di Yelwata. I terroristi islamici hanno prima tentato di assaltare la chiesa di San Giuseppe, che ospitava 700 sfollati, poi si sono diretti in piazza, dove hanno sparato sulla folla e appiccato il fuoco ai rifugi. Fra i morti molti neonati e bambini con le madri e i padri. 

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La Lettera apostolica «In Unitate Fidei» per l’unità dei cristiani

Per il 1700 anniversario del Concilio di Nicea e a pochi giorni dal suo viaggio apostolico in Turchia e Libano, Leone ha anche pubblicato una Lettera apostolica,  «In Unitate Fidei» per l’unità dei cristiani che invita a «camminare insieme per raggiungere l’unità e la riconciliazione, lasciandosi alle spalle controversie teologiche spesso ormai superate, in un rinnovato slancio nella professione della fede, la cui verità, che da secoli costituisce il patrimonio condiviso tra i cristiani, merita di essere confessata e approfondita in maniera sempre nuova e attuale». Significativa anche la scelta del giorno per la pubblicazione: oggi la Chiesa cattolica celebra la festa di Gesù Cristo Re dell’Universo, che chiude l’anno liturgico. 

Il Papa: i cori segno di una Chiesa in cammino che loda Dio e aiuta il prossimo

Nell’omelia della Messa nella solennità di Cristo Re dell’universo e in occasione del Giubileo dedicato alle corali, Leone XIV esalta il valore della musica, capace di esprimere emozioni che non sempre le parole riescono ad esprimere. Esorta i cantori a non cedere alla “tentazione dell’esibizione”, invitandoli a porsi come “parte” della comunità e non “davanti”

Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

Il viaggio dell’esistenza si dispiega come un susseguirsi di salite ardue e piane, fatiche e sollievi che solo la musica, a volte, riesce a restituire in vibrazioni autentiche. Il cammino si intreccia con volti e voci diverse, note di un unico spartito: la Chiesa. E così la strada, pur tortuosa, sembra farsi più lieve mentre conduce verso quella “meta” gioiosa di cui tanto si è udito il canto. È questa l’immagine che, dal sagrato della Basilica di San Pietro, dove nella fredda mattinata splende il sole, Papa Leone XIV propone oggi, 23 novembre, presiedendo la Messa nella Solennità di Gesù Cristo Re dell’Universo e in occasione del Giubileo dedicato ai cori e alle corali. Con lui, all’altare il cardinale decano del collegio cardinalizio Giovanni Battista Re. 

Leone XIV all’arrivo sul sagrato della basilica vaticana (@Vatican Media)

Gesù “sovrano mite e umile”

L’omelia del Pontefice rivolta ai circa 60mila fedeli e pellegrini partecipanti si apre con la citazione del Salmo 121, intonato durante la liturgia della Parola: “Andremo con gioia alla casa del Signore”. Un versetto che richiama la solennità odierna e loda Gesù, “sovrano mite e umile”, che ha per trono la Croce dalla quale irradia il suo Regno, rivelando al mondo “l’immensa misericordia del cuore di Dio”.

Alcuni partecipanti alla Messa (@Vatican Media)

Edificare spiritualmente i fratelli

È l’amore stesso di Dio a scaldare le voci dei coristi e gli strumenti dei musicisti che celebrano oggi il loro Giubileo. Il loro compito non è affatto banale: si tratta dell’“edificazione spirituale dei fratelli”, come ricorda la Sacrosanctum Concilium, favorendo la partecipazione dei fedeli all’azione liturgica, evidenzia il Papa.

Oggi esprimete appieno il vostro “iubilum”, la vostra esultanza, che nasce dal cuore inondato dalla gioia della grazia.

La musica espressione naturale dell’umano

La storia della musica attraversa quella delle civiltà del mondo, rendendo comunicabile ciò che portiamo nel profondo del cuore e che “non sempre le parole possono esprimere”, fa notare, poi il Pontefice. È un coro, appunto, di sentimenti ed emozioni che scaturiscono da un rapporto intimo e vivo con la realtà

Il canto, in modo particolare, rappresenta un’espressione naturale e completa dell’essere umano: la mente, i sentimenti, il corpo e l’anima qui si uniscono insieme per comunicare le cose grandi della vita.

Concelebranti alla Messa (@VATICAN MEDIA)

“Cantare è proprio di chi ama”

“Cantare amantis est, cantare è proprio di chi ama”, scriveva sant’Agostino. Lo ricorda il Papa, sottolineando come la musica sappia esprimere un ampio ventaglio di sentimenti: amore, dolore, tenerezza e desiderio. Per il Popolo di Dio essa diventa invocazione e lode, grazia cantata da “figli della Chiesa che trovano nel Risorto la causa della loro gioia”.

La musica liturgica diviene così uno strumento preziosissimo mediante il quale svolgiamo il servizio di lode a Dio ed esprimiamo la gioia della Vita nuova in Cristo.  

Il coro che ha animato la Messa presieduta dal Papa (@Vatican Media)

La Chiesa in cammino

Il canto, aggiunge ancora il santo vescovo di Ippona, è proprio anche dei viandanti: pellegrini talvolta affaticati che, nel susseguirsi delle note e delle armonie, trovano “un anticipo della gioia che proveranno quando raggiungeranno la loro meta”. “Canta ma cammina” diceva il grande padre della Chiesa, “avanza nel bene”. Si canta insieme, ci si consola nelle sofferenze, ci si sostiene nella stanchezza, si ravviva l’entusiasmo quando prevale la fatica.

Cantare ci ricorda che siamo Chiesa in cammino, autentica realtà sinodale, capace di condividere con tutti la vocazione alla lode e alla gioia, in un pellegrinaggio d’amore e di speranza.

Il Papa sul sagrato della basilica vaticana (@Vatican Media)

Il coro espressione dell’unità ecclesiale

Leone cita, poi, sant’Ignazio di Antiochia, che metteva in relazione il canto del coro con l’unità della Chiesa:

Dalla vostra unità e dal vostro amore concorde si canta a Gesù Cristo. E ciascuno diventi un coro, affinché nell’armonia del vostro accordo prendendo nell’unità il tono di Dio, cantiate a una sola voce per Gesù Cristo al Padre, perché vi ascolti e vi riconosca per le buone opere.

Infatti, la Chiesa potrebbe rispecchiarsi nelle voci diverse di un coro, che armonizzate tra di loro danno vita a un’unica lode, unita dall’amore “in un’unica soave melodia”.

Un gruppo di cori presenti in piazza San Pietro (@Vatican Media)

Le corali, piccole famiglie unite dall’amore

Il ministero del corista, prosegue il Papa, richiede preparazione, fedeltà, intesa reciproca e un’intensa vita spirituale: “se voi, cantando, pregate, aiutate tutti a pregare”. Il buon cantore è disciplinato e permeato di spirito di servizio. Il coro è una piccola famiglia “di persone diverse unite dall’amore per la musica e dal servizio offerto”.

Ricordate, però, che la comunità è la vostra grande famiglia: non le state davanti, ma ne siete parte, impegnati a rendetela più unita ispirandola e coinvolgendola.

Le normali stonature

Come in ogni comunità, possono sorgere tensioni ed incomprensioni, considera il Pontefice. Stonature normali, “quando si lavora insieme e si fatica per raggiungere un risultato”.

Possiamo dire che il coro è un po’ un simbolo della Chiesa che, protesa verso la sua meta, cammina nella storia lodando Dio. Anche se a volte questo cammino è irto di difficoltà e di prove, e ai momenti gioiosi se ne alternano altri più faticosi, il canto rende più leggero il viaggio e reca sollievo e consolazione.

“Segno eloquente della preghiera della Chiesa”

Leone XIV invita allora a trasformare i cori in prodigi di armonia e bellezza, immagini luminose di una Chiesa “che loda il suo Signore”. Esorta i coristi a studiare il Magistero e a rendere partecipe il popolo di Dio, “senza cedere alla tentazione dell’esibizione che esclude la partecipazione attiva dell’intera assemblea liturgica”.

Siate, in questo, segno eloquente della preghiera della Chiesa, che attraverso la bellezza della musica esprime il suo amore a Dio. Vigilate affinché la vostra vita spirituale sia sempre all’altezza del servizio che svolgete, così che esso possa esprimere autenticamente la grazia della Liturgia.

Il Papa mentre benedice un bambino (@VATICAN MEDIA)

L’affidamento a santa Cecilia

Infine, il Papa affida ogni corista alla protezione di santa Cecilia, commemorata ieri, 22 novembre, “che qui a Roma, con la sua vita, ha innalzato il canto d’amore più bello, donandosi totalmente a Cristo e offrendo alla Chiesa la sua luminosa testimonianza di fede e di amore”.

Leone XIV mentre riceve un regalo (@Vatican Media)

Al termine della celebrazione eucaristica, Leone saluta corali e cori venuti da ogni parte del mondo. Poi, prima della recita dell’Angelus, rivolge il suo pensiero ai sacerdoti, fedeli e studenti rapiti in Nigeria e in Camerun chiedendo la loro liberazione. Abbraccia, inoltre, spiritualmente, i giovani che oggi nelle diocesi di tutto il mondo celebrano la Giornata Mondiale della Gioventù e annuncia la pubblicazione, oggi, della sua Lettera apostolica In unitate fidei, che commemora il 1700.mo anniversario del Concilio di Nicea, a pochi giorni dal suo viaggio apostolico in Turchia e in Libano.

Ultimata la preghiera mariana, il Papa raggiunge con la sua jeep bianca i fedeli radunati in piazza San Pietro, fermandosi a benedire bambini e a salutare gruppi e pellegrini che gli consegnano doni e regali.

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