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A colloquio con padre Paolo Pugliese, Paolo Pugliese, cappuccino, che vive da più di dieci anni in Turchia. Oggi è delegato dei frati minori cappuccini nel Paese
Di Antonio Tarallo
Roma, venerdì 28 novembre 2025, 14:00 (ACI Stampa).
Per conoscere meglio la realtà della Chiesa in Turchia, e per parlare del primo viaggio apostolico di papa Leone XIV, AciStampa ha intervistato padre Paolo Pugliese, cappuccino, che vive da più di dieci anni in Turchia. Oggi è delegato dei frati minori cappuccini nel Paese.
Turchia, terra che parla al nostro oggi. E tanto. Voi, frati cappuccini, è da tempo che siete presenti in questa terra. Dove svolgete il vostro servizio?
Una presenza, quella di noi frati cappuccini, che rimane ancora importante. Sì, rimane importante anche se piccolina. Qui a Istanbul, abbiamo il convento sulla parte europea, siamo l’ultima chiesa a ovest di Istanbul. Come cappuccini siamo presenti in luoghi importanti: vi è la casa di Maria ad Efeso, dove ci sono appunto dei frati che ricevono essenzialmente i pellegrini sia di fede musulmana che cristiana. E poi, Efeso è il luogo dove appunto Giovanni ha scritto il Vangelo, e vissuto fino alla morte. Noi stiamo in questo piccolo santuario, Meryem Ana Evi, da una sessantina d’anni, è un luogo in cui si sente molto il dialogo interreligioso. Poi abbiamo altre due presenze nel sud. Uno di questi due siti è a Mersin, grande città portuale, poco distante da Tarso, patria di Paolo, per intenderci. Qui, animiamo l’unica chiesa cattolica della città. Infine abbiamo un’altra presenza, ai confini della Turchia con la Siria, ad Antiochia. Città altrettanto importante per il Cristianesimo: Antiochia è il luogo dove per la prima volta i discepoli di Gesù sono stati chiamati “cristiani”. È posta a una cinquantina di chilometri al confine con la Siria.
Cosa rappresenta per la Chiesa in Turchia questo viaggio di papa Leone XIV?
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Aspettavamo il pontefice. Un viaggio importante per diversi motivi. Dobbiamo premere che la chiesa cattolica turca è un’area piccola piccola. Assai piccola. E non ha personalità giuridica. Una piccola chiesa che si potrebbe definire un fiorellino di campagna. Per questi motivi ricevere la visita del Papa significa sentirsi parte di qualcosa di molto più grande e rilevante, sia a livello diacronico (nel tempo) che sincronico (cioè nello spazio). La presenza del Pontefice dà un senso di appartenenza, un po’ di respiro. Non è certo facile quando si vive da minoranza. Questo viaggio è proprio questo: un respiro a questa piccola comunità di fedeli! Siamo pochi, ma ecco che in questi giorni il papà ci ascolta, ci guarda: è bellissimo tutto ciò!
Una minoranza che accoglie il papa. Una minoranza a cui il pontefice presta attenzione. Come primo viaggio – seppur doveva essere papa Francesco a compierlo – Leone XIV sceglie proprio un piccolo popolo. In fondo, non pensa, che potrebbe essere anche un messaggio che va oltre ai luoghi di questo viaggio? Un messaggio a una cristianità che, vista l’Europa secolarizzata, è sempre più piccola?
È molto opportuna questa sua riflessione. In fondo, potrebbe anche essere così. E questo si allaccia a un pensiero che spesso mi si affaccia: la Chiesa della Turchia vive una condizione profetica rispetto alla Chiesa d’Europa. Mi spiego meglio: la crisi che la chiesa sta vivendo in Europa qui è stata vissuta secoli fa, e ora i fedeli sono pochi, così come i sacerdoti, i mezzi… Pochi, piccoli, ma chiese vive. Il fatto che il papa venga qui e che ponga il suo primo sguardo a una chiesa che è di minoranza, fa riflettere anche su ciò che sta accadendo in Europa, e offre nuovi orizzonti anche altrove.
Nicea, 1700 anni dopo. Quale possibilità di dialogo dopo il viaggio di papa Leone XIV? Concretamente cosa potrebbe cambiare sia nella chiesa locale sia a livello internazionale?
Cominciamo col dire che sicuramente le due sfere si toccano. A livello ecumenico penso che papa Leone XIV il Papa sia stato molto accorto nel senso che è stato invitato da Bartolomeo ma ha messo nel programma delle visite sia al patriarcato armeno che alla Chiesa siriaca: queste sono le due realtà importantissime, due realtà di una grande storia dietro alle spalle. Due chiese antichissime: basterebbe pensare alla Chiesa siriaca, una chiesa che prega la sua liturgia, le sue preghiere, che celebra le sue funzioni in siriaco che sarebbe una variante dell’aramaico, la lingua parlata da Gesù. Quindi, è una Chiesa importantissima che però è stata tendenzialmente al di fuori dell’impero romano, dell’impero bizantino, e quindi non ha mai avuto un imperatore che la tutelasse, per intenderci. Poi, abbiamo la Chiesa armena che ha avuto al suo inizio un impero. L’Armenia nel 303 diventa tradizionalmente per la prima volta l’impero cristiano, prima ancora dell’impero romano: in sintesi, una Chiesa importantissima, orgogliosa di questo primato, anche se poi la sua storia è stata travagliata come sappiamo fino ad arrivare al ‘900. Ecco, queste due Chiese sono in realtà importantissime in Turchia, perché numericamente sono molto più grandi della Chiesa cattolica. Il fatto che il pontefice le vada a trovare credo che sia proprio un fatto importantissimo: una scelta molto intelligente, una cosa anche molto sentita. Una scelta chiara che spero porterà un cammino davvero assieme. E il pontefice mi sembra più che determinato in questa direzione. Lo ha ripetuto più volte: ha parlato al plurale. “Camminiamo insieme”. Ricorda molto quel “Noi crediamo” del Concilio di Nicea, appunto.

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14. MARIA MADRE MITE
Ciò che colpisce in Maria è la dolcezza del suo volto e la luce del suo sorriso, che attirano al suo Cuore i figli più lontani. La Madre di Dio armonizza mirabilmente la virtù della fortezza con quella della mitezza. Nell’umiltà della sua persona è tutt’altro che una canna sbattuta dal vento. La sua forza scaturisce dal suo intimo. La sua è la solidità di una casa costruita sulla roccia, contro la quale invano soffiano i venti e si abbattono le onde del mare. Accompagna il Figlio nella grande battaglia contro l’impero delle tenebre, senza mai vacillare e senza mai arretrare. Maria ritta ai piedi della Croce, mentre prega, soffre e offre, è l’icona della donna forte che combatte fino alla vittoria. Tuttavia questa forza divina è mirabilmente temperata da una calma serena che non viene mai meno. L’Ancella del Signore è la figura dei combattenti di Dio, di coloro a cui l’Onnipotente affida le imprese più ardue. In essi opera la potenza divina, ma come nascosta dietro la fragilità della carne. Essi combattono col sorriso sulle labbra. L’inflessibilità con la quale lottano contro il peccato è sempre accompagnata dalla compassione per il peccatore.
La Vergine potente contro il male conosce la forza e la pericolosità del potere delle tenebre e lo combatte. Lei è la nuova Giuditta che affronta le orde infernali come un esercito schierato a battaglia. Non teme di scendere in campo contro il drago, per strappare dalle sue fauci i suoi figli. Nella lotta contro l’angelo impenitente, nemico di Dio e dell’umanità, la Madonna è implacabile. L’inimicizia è totale: “Porrò inimicizia fra te le la Donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe; questa ti schiaccerà la testa” (Gn 3, 15). Potrebbe la Madonna avere compassione verso colui che è la radice inesauribile dell’odio e della ribellione? Inesorabile e severa contro il peccato e il suo ispiratore, Maria trabocca di bontà e dolcezza per i peccatori. Che cosa farebbe una madre che vedesse il suo bambino che sta per essere sbranato da cani feroci? Non si batterebbe per sottrarlo ai loro morsi e poi, trepidante, non lo si stringerebbe al cuore e non si affretterebbe a curare le sue ferite?
Maria è il rifugio dei peccatori. Gli uomini, lontani da Dio, nel loro subconscio ne hanno paura e temono i suoi castighi. Lo sguardo della Madre si posa su di loro non come quello del giudice sul reo, ma come quello del medico sul malato. Qualsiasi figlio sbandato che si è allontanato da casa, si aspetterebbe, com’è umanamente giusto, almeno il rimprovero, se non il castigo, da parte degli afflitti genitori. La Madonna non rimprovera, non castiga, non giudica. Lascia che a giudicare sia il Figlio, quando sarà giunto il momento. Nel frattempo lei chiama, accoglie, risana. La Madre celeste conosce la vera natura del male. Lei sa quanto sia falsa l’opinione che i peccatori “si godono la vita”. È vero invece il contrario! Il male fa male. La giornata del peccatore è piena di inquietudini e la sua notte popolata da fantasmi. Lei sa che la divina giustizia è sempre preceduta dalla grazia della misericordia.
Non solo la Madonna non ci infligge i castighi, per quando meritati, ma fa di tutto per evitarceli. Si tratta spesso di quei flagelli che Dio permette, ma che è la mano dell’uomo a costruire. Non è forse la guerra la più grande delle calamità? Quelle che hanno devastato il secolo scorso non sono state le più sanguinose della storia umana? Sono i frutti tossici maturati sull’albero avvelenato dell’orgoglio, della cupidigia, dell’incredulità e dell’empietà. Eppure la Madre non ha esitato a scendere dal Cielo per scongiurare l’inutile strage. Ci aveva rivolto il più semplice e il più logico degli inviti: “Cessate di offendere Dio che è già tanto offeso”. Non l’abbiamo ascoltata! Avrebbe potuto lasciarci percorre fino in fondo la china della perdizione. Non era forse questa la scelta delle moltitudini accecate? Eppure eccola di nuovo, umile, mite e sorridente chiamarci ancora una volta alla conversione.

Inizia un’altra giornata di Papa Leone in Turchia nel segno del dialogo interreligioso.
Di Veronica Giacometti
Istanbul , sabato 29 novembre 2025, 8:10 (ACI Stampa).
Un’altra giornata nel segno del dialogo ecumenico e armonia interreligiosa quella di Papa Leone XIV in Turchia. Questa mattina il Papa si è recato in visita alla Moschea Sultan Ahmed, la “Moschea Blu”, una delle più importanti moschee di Istanbul. E presso la Chiesa ortodossa siriaca di Mor Ephrem per un incontro a porte chiuse con i capi delle chiese e delle comunità cristiane.
Il nome “Mosche blu” sta proprio nel fatto che pareti, colonne e archi sono ricoperti dalle maioliche di Iznik, decorate in toni che vanno dal blu al verde.
Papa Leone nel suo primo appuntamento della giornata è accolto e accompagnato nella Moschea dal Capo della Diyanet, ovvero il Presidente per gli Affari Religiosi della Türkiye. Prima di entrare si toglie le scarpe, a Papa Leone vengono illustrate a lungo le bellezze di questa moschea che ascolta con grande attenzione.
Successivamente un breve scambio di doni.
Nel 2006 ci fu Papa Benedetto e il 29 novembre 2014 fu Papa Francesco ad entrare scalzo nella Moschea.
La Sala Stampa ha fatto sapere che “il Papa ha vissuto la visita alla Moschea in silenzio, in spirito di raccoglimento e in ascolto, con profondo rispetto del luogo e della fede di quanti si raccolgono in preghiera”.
Subito dopo la Moschea un’altra visita importante: quella alla Chiesa ortodossa siriaca di Mor Ephrem, una chiesa siriaco-ortodossa situata a Yeşilköy, nella parte europea di Istanbul. È poco tempo che esiste questa costruzione, infatti L’apertura è stata ritardata dalla pandemia di Covid-19 e dal terremoto in Türkiye e Siria ed è avvenuta solo nel 2023.
Il capo della Chiesa è il Patriarca siro-ortodosso di Antiochia, con sede a Damasco, capitale della Siria. Nel mondo i fedeli della Chiesa ortodossa siriaca sono circa due milioni. Il Patriarca della Chiesa ortodossa siriaca di Antiochia e di tutto l’Oriente è Ignazio Efrem II.
Il Papa incontra privatamente i capi delle chiese e delle comunità cristiane. Viene accolto dal Patriarca Siro Ortodosso e dal Metropolita della Chiesa ortodossa siriaca di Antiochia per le diocesi di Istanbul, Ankara e Izmir. Tutti insieme scattano una foto di gruppo. Successivamente il coro intona un canto di invocazione allo Spirito Santo e i Leader prendono posto alla tavola rotonda. L’incontro prosegue a porte chiuse, con brevi interventi di ciascun Leader, seguiti da un discorso del Pontefice. Prima di lasciare la Chiesa, il Vicario Patriarcale della Chiesa ortodossa siriaca di Antiochia guida la recita del Padre Nostro.
“In questa occasione storica in cui celebriamo i 1700 anni dal Concilio Ecumenico di Nicea, ci riuniamo per rinnovare la nostra fede in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, celebrando la fede che condividiamo insieme. Auguro ogni bene a tutti coloro che si sono riuniti qui e a tutte le comunità che rappresentano”, questa la firma del Papa sul Libro d’onore firmato presso la Chiesa Ortodossa Siriaca di Mor Ephrem.
“Nel suo intervento a conclusione dell’incontro di questa mattina nella chiesa di Mor Ephrem, dopo aver ringraziato tutti i presenti, Papa Leone XIV è tornato sul valore del Concilio di Nicea e della celebrazione di ieri, il cui centro era il Vangelo dell’Incarnazione. Ha chiesto e assicurato la preghiera perché si generino nuovi incontri e momenti come quello vissuto, anche con quelle Chiese che non sono potute essere presenti, ha richiamato il primato dell’evangelizzazione e dell’annuncio del kerygma e ricordato come la divisione tra i cristiani sia un ostacolo alla loro testimonianza.
Infine ha invitato a percorrere insieme il viaggio spirituale che conduce al Giubileo della Redenzione, nel 2033, nella prospettiva di un ritorno a Gerusalemme, nel cenacolo, luogo dell’Ultima Cena di Gesù con i suoi discepoli, dove lavò loro i piedi, e luogo della Pentecoste, un viaggio che porti alla piena unità, citando il suo motto episcopale: “In Illo Uno Unum”, comunica successivamente la Sala Stampa della Santa Sede sull’incontro.
Il pomeriggio continuerà con un evento importante: la firma della dichiarazione congiunta con Bartolomeo e gli altri leader cristiani.
di Wilfred C. Anagbe – 29 novembre 2025 – IL FOGLIO
Non è uno scontro religioso? “Qui le vittime vengono sgozzate al grido di ‘Allauh akbar’. La testimonianza di un vescovo al Congresso americano
Pubblichiamo la testimonianza che mons. Wilfred C. Anagbe, vescovo di Makurdi, in Nigeria, ha reso lo scorso 20 novembre alla Commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti americana, sottocommissione per l’Africa.
Grazie per avermi nuovamente invitato a testimoniare sulla crescente crisi di persecuzione e genocidio dei cristiani in Nigeria. Sei mesi fa, il 13 marzo 2025, quando mi sono presentato l’ultima volta davanti a questo comitato, ho avvertito che la situazione era estremamente grave e richiedeva un’attenzione urgente. Tragicamente, il mezzo anno trascorso ha dimostrato che quei moniti erano persino sottovalutati: gli attacchi contro i vulnerabili villaggi cristiani da parte della milizia etnica fulani e dei loro alleati sono continuati sia nel Middle Belt della Nigeria che in altre parti del paese.
Dalla mia testimonianza del marzo 2025, rapporti credibili di organizzazioni che monitorano la libertà religiosa – tra cui Open Doors e la nostra stessa Commissione giustizia, sviluppo e pace della diocesi di Makurdi – hanno documentato il proseguire degli attacchi contro villaggi cristiani, soprattutto negli stati del Middle Belt di Benue e Plateau, perpetrati da milizie fulani. Migliaia di persone sono state nuovamente sfollate; alcune rapite o sottoposte ad abusi; interi villaggi rasi al suolo e chiese distrutte.
Il mio stesso villaggio, Aondona, nel Gwer West LGA, è stato attaccato e diversi miei parenti sono stati uccisi il 22 maggio 2025. Un intero convento di Suore Clarettiane è stato costretto alla fuga insieme alla parrocchia cattolica locale. Nei giorni successivi all’attacco, anche villaggi vicini come Naka hanno subìto incursioni. Infatti, il 24 maggio 2025, uno dei miei sacerdoti, padre Solomon Atongo, è stato colpito da arma da fuoco e lasciato a morire in una pozza del suo sangue, mentre le persone che viaggiavano con lui sono state rapite. Anche se è sopravvissuto, oggi non è più in grado di camminare liberamente.
Poche settimane prima, la Domenica delle Palme, il 13 aprile 2025 – con l’attacco che si è protratto nella notte fino alle prime ore del 14 aprile – militanti fulani hanno lanciato un assalto coordinato contro comunità cristiane nello stato di Plateau, in Nigeria, prendendo di mira principalmente il villaggio di Zikke nella Local Government Area di Bassa, vicino a Jos. L’episodio faceva parte di una più ampia ondata di violenza nella regione durante la Settimana Santa, prendendo di mira i cristiani mentre si preparavano a celebrare una delle feste più importanti della nostra Chiesa.
Nella mia diocesi di Makurdi, voi tutti conoscete il massacro di sabato 13 giugno a Yelwata, dove 278 persone – uomini, donne e bambini – sono state uccise in un modo troppo macabro per essere descritto qui, da individui che gridavano “Allahu akbar” mentre sgozzavano le loro vittime. Ci è voluta la preghiera del Santo Padre, il Papa, domenica 14 giugno, perché il governo della Nigeria riconoscesse persino l’accaduto. E anche così, il governo federale continua a minimizzare i numeri e non ha ancora provveduto adeguatamente ai sopravvissuti, anche in questo momento in cui vi parlo.
I rapimenti di religiosi e laici restano dilaganti; sacerdoti e pastori sono bersagli primari da eliminare. Il 17 novembre 2025, un altro sacerdote della diocesi di Kaduna è stato rapito mentre suo fratello veniva ucciso e altri venivano trascinati in cattività. Nello stesso giorno, una scuola è stata attaccata nello stato di Kebbi, con numerosi sequestri. Sono inoltre diffuse notizie della cattura di un Maggior Generale dell’Esercito nigeriano da parte di islamisti.
Questa è l’esperienza quotidiana di molti cristiani in Nigeria. La violenza si sta diffondendo verso sud, causando milioni di sfollati e distruggendo terreni agricoli, creando una crisi umanitaria aggravata dall’insicurezza alimentare. Gli attacchi da parte di miliziani fulani, Boko Haram e della Provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico (Iswap) sono aumentati non solo nel Middle Belt e negli stati settentrionali, ma stanno avanzando verso sud, colpendo comunità cristiane con totale impunità. Speravamo che la designazione della Nigeria come paese di particolare preoccupazione da parte del presidente Trump alla fine di ottobre potesse stabilizzare la situazione, ma invece essa sta degenerando in uno dei periodi più letali per i cristiani nigeriani nella memoria recente.
E’ ormai largamente riconosciuto che la Nigeria rimane il luogo più letale al mondo per essere cristiani: più credenti vengono uccisi lì ogni anno che in tutto il resto del mondo. Eppure i responsabili affrontano poca o nessuna responsabilità, e la risposta del governo nigeriano dopo la designazione come paese di particolare preoccupazione è stata quella di sguinzagliare portavoce vanagloriosi e strumenti compiacenti per distorcere la narrativa e creare false equivalenze sulle morti musulmane. Ma vorrei porre una domanda: chi sta uccidendo i musulmani? Esiste forse una milizia cristiana che sfolla milioni di persone e occupa terre in Nigeria?
Il silenzio del governo nigeriano e il suo rifiuto di intervenire di fronte alle continue uccisioni e agli sfollamenti hanno approfondito il senso di abbandono tra la popolazione. La leadership nazionale appare disimpegnata, tratta i rapporti sul genocidio dei cristiani come un non-problema anziché come un’emergenza nazionale. Questa mancanza di volontà politica mina la fiducia nelle istituzioni governative e alimenta la percezione di complicità o indifferenza.
Signor presidente, onorevoli rappresentanti, permettetemi di menzionare brevemente un altro punto a me molto caro: l’impatto umanitario e sociale di questo genocidio.
Nel solo Middle Belt, milioni di sfollati interni vivono in campi, impossibilitati a tornare nelle loro terre ancestrali; ciò minaccia la continuità culturale, religiosa ed economica. Il trauma psicologico dei sopravvissuti a questi attacchi è immenso, con scarso accesso a consulenza o riabilitazione. Vedove, orfani e superstiti affrontano minacce continue; ragazze e donne subiscono violenze sessuali come arma di guerra. Molti altri ricorrono a metodi di sopravvivenza insicuri per affrontare la quotidianità. Distruggere le famiglie garantisce che da tante donne traumatizzate non nasceranno più cristiani. Questo è uno degli elementi del genocidio: assicurare la scomparsa di un gruppo attraverso misure a lungo termine diverse dall’omicidio.
Senza un rapido intervento, il cristianesimo rischia di essere eliminato in parti del nord e del Middle Belt della Nigeria in un tempo molto breve.
Vorrei mettere agli atti che, a nome di milioni di cristiani in Nigeria e nella diaspora, desideriamo ringraziare il presidente Donald J. Trump per la sua coraggiosa decisione di designare la Nigeria come paese di particolare preoccupazione.
La designazione a paese di particolare preoccupazione è un passo vitale, ma deve essere accompagnata da azioni concrete:
I. Utilizzare il Magnitsky Act per sanzioni mirate contro funzionari del governo nigeriano e altri che tollerano o favoriscono la violenza islamista nel paese.
II. Legare gli aiuti alla sicurezza e altri aiuti allo sviluppo o umanitari a miglioramenti misurabili nella protezione delle popolazioni; ampliare il sostegno umanitario agli sfollati interni.
III. Gli sfollati interni devono essere riportati nelle loro case e terre ancestrali con garanzie di sicurezza da parte del governo nigeriano. Devono inoltre ricevere supporto per ricostruire i propri mezzi di sussistenza e usufruire di servizi di base come istruzione e sanità.
IV. Sostenere proposte di legge come il Nigeria Religious Freedom Accountability Act per assicurare che i responsabili vengano puniti. Questo punto non può essere enfatizzato abbastanza: è l’impunità a alimentare la violenza che subiamo.
V. Azione internazionale: lavorare con gli alleati per fare pressione sulla Nigeria alle Nazioni Unite e assicurare che leggi discriminatorie e leggi sulla blasfemia siano eliminate o abrogate.
La designazione a paese di particolare preoccupazione ha portato immensa gioia, speranza e rinnovata forza spirituale alle comunità sotto assedio in Nigeria. Le organizzazioni cristiane rimangono tra le poche fonti di aiuto e incoraggiamento, colmando il vuoto lasciato dall’inazione del governo. Tuttavia, la Chiesa da sola non può fermare le uccisioni; è necessario un intervento politico, militare e umanitario coordinato.
Il sangue dei cristiani nigeriani grida verso di voi. Non possiamo più aspettare. Rinnovate le audizioni, approvate una legislazione vincolante e utilizzate ogni strumento dell’influenza statunitense per pretendere un cambiamento. L’America rimane l’unico paese al mondo con un International Religious Freedom Act; ha un ruolo unico nella difesa della libertà religiosa a livello globale. Sappiamo tutti che l’inazione incoraggia ancora di più gli estremisti.
di Federico Rampini – Corriere della Sera, 29 Novembre 2025
I numeri dei piani per la leva di Italia e Francia sono bassissimi. Mentre quello elaborato a Berlino, e svelato dal Wall Street Journal, è molto serio: ecco perché
(Questo testo è stato pubblicato su Global, la newsletter di Federico Rampini.
Certe nazioni si sforzano sempre di pensare in grande, di avere progetti ambiziosi, di disegnare il futuro in modo visionario. In Italia (e anche in Francia) c’è chi preferisce pensare ben più in piccolo.
Il dibattito sul servizio militare parte così: con un numero ventilato di diecimila reclute, che non basterebbero a difendere il Granducato del Lussemburgo. Ma bastano, eccome, a scatenare un putiferio di accuse sulla «militarizzazione»…
Nelle stesse ore in cui circola questa cifra sui media italiani, in parallelo viene discussa una bozza di progetto di tregua in Ucraina che in una versione considerata favorevole a Putin vorrebbe limitare il futuro esercito di Kiev a… seicentomila uomini e donne. Sì, perché attualmente gli ucraini che riescono a difendere il proprio paese da quasi quattro anni, bloccando o rallentando l’avanzata di un aggressore molto più grosso di loro, sono tra gli ottocentomila e i novecentomila.
A fronte di questi numeri, un’ipotesi di diecimila futuri volontari nelle forze armate italiane è stata denunciata da alcuni come una sciagurata decisione da guerrafondai. L’Italia ha perso tante cose, fra queste anche il senso del ridicolo.
In seguito citerò la Germania, dove si discute un po’ più seriamente, e con numeri di ben altra dimensione. Perché il tema attuale – come difenderci da un’aggressione – è imposto da un’emergenza drammatica alle nostre porte. Non è qualcosa di cui dovremmo interessarci solo come lettori di giornali o spettatori di Tg.
Siamo entrati in una nuova epoca dove la guerra in casa nostra non è più un’eventualità: è già in atto. Diverse forme di aggressione, sabotaggio, guerra «grigia» o ibrida, avvengono quasi ogni giorno. Alcuni Paesi dell’Europa occidentale sono più esposti, ma l’Italia non può illudersi di essere immune: sono a rischio popolazione civile, aziende, infrastrutture vitali e nevralgiche.
C’è una guerra «classica» che imperversa da quasi quattro anni nel cuore d’Europa, la prima dal 1945. Rischia di finire male. Non solo e non tanto per colpa di Trump, ma semmai perché questo presidente per il suo cinico pragmatismo accelera la presa d’atto che i rapporti di forze sul terreno sono sfavorevoli all’Ucraina: e sono tali perché almeno dal 2008 altri presidenti americani e tutti i leader europei hanno accumulato errori spaventosi nel trattare Putin.
L’appeasement che nel 1938 spinse l’Inghilterra a condonare l’invasione di Adolf Hitler nei Sudeti (Cecoslovacchia), si è ripetuto in modo diluito a partire dal 2008 con i molteplici segnali di tolleranza euro-americana verso le guerre di Putin in Georgia, Crimea, e in seguito a tutta l’Ucraina. Il risultato è che oggi anche la «migliore» tregua possibile per Zelensky – cioè nell’ipotesi improbabile che vengano accettate quasi tutte le sue ultime condizioni – servirebbe a Putin per riarmarsi e procedere verso la prossima aggressione. Esattamente come fece dopo il 2008 (Georgia) e dopo il 2014 (Crimea).
Nel frattempo Putin ha già aperto diversi altri fronti nella guerra «grigia», ibrida: sabotaggi e attentati e incursioni di droni sono all’ordine del giorno soprattutto nell’area baltico-scandinava e contro la Germania. L’Italia non è immune.
I pacifisti italiani (e i sedicenti tali) appartengono a molte famiglie ideologiche. Alcune sostengono la tesi per cui «il nemico non esiste, è un’invenzione dei mercanti d’armi, della propaganda guerrafondaia». Questi non hanno aperto un libro di storia, oppure la leggono solo a modo loro? Magari sono gli stessi per i quali facevano benissimo i vietcong ad armarsi fino ai denti per combattere contro gli americani; gli stessi che pensano che è sacrosanta la lotta armata di Hamas contro Israele. Gli unici a non potersi difendere da un aggressore siamo noi, perché «nessuno ce l’ha con noi». Ignorano che l’Europa ha conosciuto il miracolo di 80 anni di pace solo ed esclusivamente perché la Nato era un deterrente credibile contro un’invasione sovietica. L’Armata Rossa entrò con i tank in tempo di pace per schiacciare rivolte democratiche a Budapest nel 1956, a Praga nel 1968, per imporre un golpe a Kabul nel 1979; ma non entrò a Berlino Ovest perché lì temeva la reazione della Nato.
Un momento chiave che tutti i giovani europei dovrebbero studiare fu la crisi degli euromissili alla fine degli anni 70: l’Urss tentò di separare l’Europa occidentale (mettendola sotto il ricatto di un improvviso e massiccio dispiegamento di missili nucleari) dall’America; se Washington si fosse voltata dall’altra parte, il Muro di Berlino sarebbe caduto sì, ma per far passare i tank sovietici diretti a Parigi, Bruxelles, Roma. È solo quando l’Occidente è entrato in un letargo geopolitico, in una cultura del disarmo, che Putin ha rialzato la testa e ha visto le condizioni ideali per ricostruire l’impero sovietico.
Esiste anche un «pacifismo realista»: equivale allo slogan «meglio rossi che morti» gridato nelle piazze dai giovani socialisti tedeschi durante la crisi degli euromissili. In soldoni la pensa così. La Russia è vicina e troppo forte. L’America è lontana e l’isolazionismo è il suo destino (con o senza Trump). Meglio arrendersi subito, che morire combattendo. Per i nostri figli e nipoti un futuro da servi di Mosca è pur sempre preferibile a una morte precoce da martiri in guerre di resistenza perdute a priori. Ma anche questo significa chiudere gli occhi caparbiamente davanti alla lezione di 80 anni di storia della Nato: prova provata dell’antico detto «si vis pacem para bellum». Finché hai un deterrente efficace, se sei armato a sufficienza e preparato a difenderti, allora il despota russo è costretto a rispettare la tua libertà e indipendenza. Se Kiev non avesse ceduto le sue armi nucleari alla Russia, e se fosse stata un membro della Nato…
Il tema della «leva militare» è importante, per motivi di sicurezza e per ragioni culturali-valoriali; ma viene definito impropriamente. Nessuno – neanche Putin, almeno finora – pensa di reintrodurre il servizio militare obbligatorio di massa. Anche l’armata più numerosa del pianeta, che è l’Esercito Popolare di Liberazione cinese, è composta da professionisti. Il che non impedisce alla Cina di imporre a tutti i suoi studenti universitari, ragazze e ragazzi, un breve corso di addestramento militare in divisa: quello però ha fini educativi più che bellici, vuole istillare il rispetto delle forze armate, la disciplina, la devozione alla patria, lo spirito di sacrificio al servizio della comunità nazionale.
Per onestà storica bisogna anche ricordare che un tempo la leva militare obbligatoria per tutti era un valore strenuamente difeso dalla sinistra comunista: un esercito di popolo era considerato l’antidoto a un esercito di destra, magari esposto a tentazioni golpiste. Un tempo la sinistra non era «pacifista», altrimenti anziché esaltare i partigiani antifascisti gli avrebbe rimproverato di non aver seguito il metodo nonviolento del Mahatma Gandhi. La guerra partigiana fu catalogata nel novero delle «guerre giuste» perché difendeva l’Italia dalle truppe di occupazione della Germania nazista. Non si può scendere in piazza ogni 25 aprile per festeggiare la Liberazione, ma pretendere di cancellare il diritto-dovere di resistenza armata nei confronti di chi oggi può minacciare sovranità, indipendenza, libertà, democrazia della Repubblica. Ai cinici che pensano «chissenefrega se dopo Kiev tocca a polacchi e baltici» bisogna ricordare che Putin è già in Libia, e non ha mai rinunciato a influenzare i Balcani, alle porte dell’Italia.
Il dibattito sui diecimila volontari italiani è una tempesta in un bicchier d’acqua, anzi in un tazzina da caffè espresso molto ristretto.
Ma lo stesso vale per i maldipancia francesi: i numeri del reclutamento volontario annunciati da Macron sono paragonabili a quelli italiani; Parigi ci aggiunge la sua beffa stupida in un dettaglio, la paga di 800 euro mensili. In questo caso ha ragione la sinistra radicale (France Insoumise) che a Parigi denuncia: sarebbero pagati sotto il salario minimo?! Il contrario di quel che richiede la sicurezza nazionale di fronte alle guerre ibride: eserciti ad altissima professionalità, addestrati alle tecnologie più avanzate.
In questo panorama sconfortante si distingue per fortuna il piano di difesa della Germania che è stato oggetto di uno scoop del Wall Street Journal. Quello è una cosa seria. Il piano tedesco precede l’arrivo al governo del cancelliere Merz, il quale vuole mettere in cantiere fino a mille miliardi d’investimento per il riarmo, e in quanto a reclutamento parte da un minimo di 70/80.000 soldati aggiuntivi (farà fatica a trovarli, ma almeno ragiona su numeri che hanno un senso, possono incidere, al contrario delle bazzecole franco-italiane). L’aspetto che rende il piano tedesco pre-Merz più interessante, è l’approccio «olistico»: è l’embrione di una strategia integrata per proteggere il paese, che include il ruolo delle infrastrutture, della logistica di trasporto, delle aziende. È l’unico approccio che ha un senso e può contribuire ad aprire gli occhi al paese. Eccovi la sintesi.
Da oltre due anni, un gruppo ristretto di alti ufficiali tedeschi lavora a un documento segreto di 1.200 pagine: OPLAN DEU, il piano per preparare la Germania – e dunque la Nato – a un’eventuale guerra con la Russia. L’invasione dell’Ucraina nel 2022 ha dissolto ogni illusione di stabilità e ha costretto Berlino a pensare come snodo logistico del fronte europeo.
Il piano non è un esercizio teorico: ora la Bundeswehr (le forze armate tedesche) corre per trasformarlo in realtà.
Al centro della strategia c’è una gigantesca operazione logistica che dovrebbe muovere fino a 800.000 soldati tedeschi, statunitensi e alleati, proiettandoli verso Est. Tutto dipende dalla rete di porti, fiumi e canali, ferrovie e autostrade, che attraversano la Germania come vene e arterie di un corpo continentale. Le carte militari mostrano un dato ineludibile: il Baltico e il Mare del Nord sono vulnerabili; la pianura tedesca rimane il corridoio naturale.
Questa necessità strategica si scontra con una realtà scomoda: decenni di pace hanno eroso la capacità infrastrutturale tedesca. L’articolo del WSJ elenca dettagli che sembrano uscire da un manuale di archeologia militare: tratti di autostrade costruiti durante la guerra fredda come piste di atterraggio d’emergenza, mediane in cemento, piazzole con serbatoi di kerosene sepolti sottoterra, guardrail smontabili a mano. Molto di questo patrimonio è oggi inutilizzabile o deteriorato. Berlino stima che il 20% delle autostrade e un quarto dei ponti necessitino riparazioni urgenti; i porti sul Mare del Nord e Baltico richiedono 15 miliardi di euro di lavori, di cui 3 miliardi per riadattarli al doppio uso civile-militare.
La vulnerabilità non è teorica. Nel 2024 una nave cargo ha colpito un ponte ferroviario sul fiume Hunte, interrompendo per settimane l’unica linea che collega al porto di Nordenham – allora l’unico terminal del Nord Europa autorizzato a gestire i carichi di munizioni diretti in Ucraina. Il danno si è ripetuto pochi mesi dopo: simbolo di quanto un singolo punto critico possa paralizzare l’intera catena logistica Nato. Il piano tedesco prevede dunque non solo investimenti infrastrutturali monumentali – 166 miliardi di euro entro il 2029 – ma un cambio culturale completo: un ritorno alla mentalità della difesa totale.
L’esercito deve cooperare con aziende private, governi locali, forze dell’ordine, ospedali, protezione civile. E deve farlo in un’epoca di nuove minacce: sabotaggi, droni, campagne di spionaggio. Le leggi tedesche, figlie dell’epoca postbellica, procedono però in senso opposto: regole sulla privacy, limiti all’uso dei droni, commesse pubbliche e procedure di acquisto troppo lente. Le esercitazioni condotte finora – fra cui «Red Storm Bravo» ad Amburgo – mostrano simultaneamente progressi e carenze: convogli rallentati da manifestanti, falle nella protezione anti-drone, carenze di coordinamento fra militari e polizia.
Gli autori di OPLAN DEU insistono su un punto: la logistica è il deterrente. Mostrare che la Germania può mobilitare e spostare masse di truppe in tempi rapidi dovrebbe scoraggiare Mosca.
Ma il tempo stringe: Berlino stima che la Russia potrebbe essere pronta ad attaccare la Nato già nel 2029, se non prima. Sabotaggi, cyberattacchi e intrusioni aeree segnalano che il confine fra pace e guerra si fa sempre più sottile. «Non siamo in guerra», ha detto il cancelliere Merz, «ma non viviamo più in tempo di pace».
Vangelo
Vegliate, per essere pronti al suo arrivo.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 24,37-44
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Parola del Signore.

