"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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RADIO MARIAM BUON ANNIVERSARIO!

L’AUGURIO ALLE RADIO MARIA IN MEDIO ORIENTE. DIECI ANNI DI RADIO MARIA IN LINGUA ARABA.

Papa Leone XIV: facciamo spazio a Gesù nella nostra vita

L’Angelus in piazza San Pietro

Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano, domenica 7 dicembre 2025, 12:06 (ACI Stampa).

Seconda domenica del tempo di Avvento. E’ il primo Natale di papa prevost, questo. Il sole, timido, riscalda la piazza. Solo qualche nuvola, leggera, velata, invernale. E’ il momento dell’Angelus. Mezzogiorno, l’annuncio a Maria. E nella meditazione di oggi papa Leone XIV si concentra sulla venuta del Regno di Dio: “Prima di Gesù, confronta sulla scena il suo Precursore, Giovanni il Battista. Egli predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!»” così comincia papa Leone XIV. 


E continua: “Nella preghiera del “Padre nostro”, noi chiediamo ogni giorno: «Venga il tuo regno». Gesù stesso ce l’ha insegnato. E con questa invocazione ci orientiamo al Nuovo che Dio ha in serbo per noi, riconosciamo che il corso della storia non è già scritto dai potenti di questo mondo. Mettiamo pensieri ed energie a servizio di un Dio che viene a regnare non per dominarci, ma per liberarci” continua papa Prevost.  Le parole del Battista sono severe, certo, ma il popolo le ascolta perché dentro sente “risuonare l’appello di Dio a non scherzare con la vita, ad approfittare del momento presente per prepararsi all’incontro con Colui che giudica in base alle opere e alle intenzioni del cuore, e non secondo le apparenze”.

Ricorda le parole, poi, del profeta Isaia: il rimando a Cristo, che diviene “germoglio”: immagine di nascita e di novità. Cita, papa Leone XIV, il Concilio Vaticano II, “che si concludeva proprio sessant’anni fa: un’esperienza che si rinnova quando camminiamo insieme verso il Regno di Dio, tutti protesi ad accoglierlo ea servirlo. Allora non soltanto germogliano realtà che parevano deboli o marginali, ma si realizza ciò che umanamente si sarebbe detto impossibile” continua papa Leone XIV. 

Infine l’esortazione per tutti: “Prepariamoci al suo Regno, facciamogli spazio. Il “più piccolo”, Gesù di Nazaret, ci guiderà! Lui che si è messo nelle nostre mani, dalla notte della sua nascita all’ora oscura della morte in croce, risplende sulla nostra storia come Sole che sorge. Un giorno nuovo è iniziato: svegliamoci e camminiamo nella sua luce!”.

E dopo la preghiera dell’Angelus ricorda il recente viaggio apostolico in Turchia: “Ci siamo incontrati per pregare insieme ad Iznik, l’antica Nicea, dove 1700 anni fa si tenne il primo concilio ecumenico. Proprio oggi ricorre il sessantesimo anniversario della dichiarazione comune tra Paolo VI e il Patriarca Atenagora che poneva fine alle reciproche scomuniche. Rendiamo grazie a Dio e rinnoviamo l’impegno nel cammino  verso la piena unità visibile di tutti i cristiani”. E, sempre sul recente viaggio, dice: “In Turchia ho avuto la gioia di incontrare la comunità cattolica. Attraverso il dialogo paziente e il servizio a chi soffre, essa testimonia il Vangelo dell’amore e la logica di Dio che si manifesta nella piccolezza.  Il Libano continua a essere un mosaico di convivenza e mi ha confortato ascoltare tante testimonianze in questo senso”.

Il pensiero corre, poi, alla pace: “Quanto è avvenuto nei giorni scorsi in Turchia e Libano ci insegna che la pace è possibile e che i cristiani in dialogo con gli uomini e le donne di altre fedi e culture possono contribuire a costruirla. Non lo dimentichiamo, la pace è possibile!”.

Infine, un riferimento ai recenti disastri del sud-est asiatico duramente provati dai disastri naturali come le inondazioni di questi giorni: “Prego per le vittime, per le famiglie che piangono i loro cari e per quanti portano soccorso. Esorto la comunità internazionale e tutte le persone di buona volontà a sostenere con gesti di solidarietà i fratelli e le sorelle di quelle regioni”.

LIVE🕯️🕯️SANTA MESSA – BENEDIZIONE DI P.LIVIO-seconda Domenica di Avvento💫

La deriva nazionalista della Russia

di Stefano Caprio – Asia News – 7 Dicembre 2o25

All’ideale della “riunione universale dei popoli” sotto la guida di Mosca si sostituisce oggi la ricerca della purezza della Russkaja Obščina, la “comunità russa” che esclude tutti gli altri dalla sua orgogliosa solitudine universale. Mentre dall’inizio del 2025 sono noti 276 casi di aggressione per motivi di odio interetnico in Russia, con 7 persone che hanno perso la vita.

Mentre si trascinano stancamente le recite delle “trattative di pace” tra la Russia sempre più aggressiva di Putin e l’Ucraina sempre più disgregata di Zelenskyj, con l’amichevole passeggiata sulla Piazza Rossa dei mediatori Steve Witkoff e Kirill Dmitriev, la Russia si avviluppa in una deriva nazionalista e ultra-conservatrice sempre più radicale, che sembrava estranea all’ideologia imperiale del Russkij Mir, l’ideale della “riunione universale dei popoli” sotto la guida di Mosca. Ora invece prevale la ricerca della purezza della Russkaja Obščina, la “comunità russa” che esclude tutti gli altri popoli dalla sua orgogliosa solitudine universale.

I nazionalisti russi sono chiamati gli “ultra”, spesso ridotti a gruppi di “cacciatori di migranti”, difficili da distinguere dai movimenti analoghi delle regioni contro cui si accaniscono, come i caucasici a loro volta super-nazionalisti, seguaci del presidente ceceno Ramzan Kadyrov o di altri leader del Caucaso settentrionale, che si accordano con la “Comunità Russa” nella difesa della “nazione”. Come ricorda nella trasmissione Grani Vremeni di Radio Svoboda l’esperta di Memorial per le questioni della discriminazione razziale, Stefania Kulaeva, fino a pochi anni fa le autorità russe cercavano di estinguere questi fenomeni con forti politiche repressive, e si chiede “a che cosa servano oggi gli ultra-nazionalisti per la politica del Cremlino”.

I gruppi di nazionalisti oggi sono sempre più numerosi in Russia, dal Severnyj Čelovek (“Uomo settentrionale”) al Rusič (“Uomo della Rus”) fino appunto alla Russkaja Obščina e a decine di altre compagnie di questo orientamento a livello locale. Alla vigilia della festa per l’Unità del Popolo dello scorso 4 novembre i loro rappresentanti hanno effettuato una marcia nel quartiere periferico moscovita di Ljubertsy, con maschere nere, simboli nazisti e slogan sulla “purezza della nazione”, circondati dalla polizia che si è ben guardata dall’intervenire.

Gli ultra oggi sostengono la guerra in Ucraina, compiono azioni di vario genere per contrastare gli aborti, girano per terrorizzare gli immigrati, perseguitano gli attivisti Lgbt, e i loro “valori tradizionali” praticamente coincidono con quelli propagandati ufficialmente dal Cremlino. Nel primo decennio del secolo i movimenti di estrema destra erano stati repressi e decapitati, dopo le prime “marce russe” per le strade di Mosca e San Pietroburgo, con decine di migliaia di aderenti. I primi leader furono arrestati e accusati di numerosi reati, come Aleksandr Potkin, il fondatore del “Movimento contro l’immigrazione illegale” insieme al suo sodale Dmitrij Demuškin, ritenuti colpevoli di “creazione di associazione estremistica”, proibita e sciolta nel 2011. Un altro leader di quest’area, Maksim Martsinkevič, condannato per estremismo, fu trovato morto nella sua cella d’isolamento dopo un interrogatorio.

Oggi invece le autorità si mettono d’accordo con i nazionalisti su diverse questioni, sia a livello regionale che federale, evidenziando la deriva sempre più isolazionista della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, nonostante i proclami della sobornost ecumenica imperiale. La retorica sull’immigrazione si volge sempre più all’ostilità e all’emarginazione degli stranieri, soprattutto quelli provenienti dai Paesi dell’Asia centrale, il “cortile posteriore” dei tempi sovietici che gode di sempre minore fiducia da parte dei russi. Putin ha firmato di recente la nuova “Concezione sulle migrazioni”, dove risulta evidente che la Russia non ha intenzione di adattare e integrare i flussi di migranti e non vuole risolvere grazie a loro la crisi demografica, come sarebbe in realtà più che necessario.

Si esalta invece la “crescita naturale della popolazione russa” con ogni forma di incentivo alla natalità, gratificando con sussidi statali perfino le ragazze adolescenti che accettano di farsi ingravidare per spirito patriottico. La migrazione viene quindi sempre più regolata come “non familiare”, escludendo mogli e figli, che non vengono ammessi per la grande maggioranza all’iscrizione scolastica in Russia, negando loro l’assistenza sanitaria e rimandandoli preferibilmente a casa loro. Questo approccio contraddice tutte le esigenze non solo demografiche, ma anche economiche della Russia, come affermano sottovoce tutti gli esperti, anche a livello governativo. Invece la propaganda nazionalista eccita soprattutto i più giovani, che si lanciano nelle risse con i figli dei migranti, pubblicando le immagini sui canali Telegram.

Questa spirale di violenza è strettamente legata alla necessità di mobilitazione della popolazione alla guerra; la Russkaja Obščina non esprime soltanto xenofobia o islamofobia, vuole esaltare le “fondamenta della russicità”, e in questo sostiene le motivazioni del Cremlino per la “liquidazione dell’Ucraina”, lo scopo non solo della guerra nel Donbass, ma della contrapposizione radicale contro ogni limitazione della natura russa. Senza la guerra, questa esasperazione potrebbe facilmente dileguarsi, e gli estremisti di destra potrebbero diventare pericolosi e senza controllo, e comunque non necessari alla politica statale, e questa è una delle motivazioni per cui il Cremlino non ha nessuna intenzione di stringere accordi di pace.

Nei giorni scorsi a Mosca si è tenuto il “Forum Ideologico Panrusso”, che aveva come tema fondamentale la “restituzione a Dio del Mondo Russo” e la proclamazione dell’Impero Russo, secondo le intenzioni degli organizzatori, l’oligarca ortodosso Konstantin Malofeev e il filosofo Aleksandr Dugin. A loro parere, l’immagine della Russia del futuro è legata indivisibilmente alla “nazione russa trinitaria”, nel senso dell’unione della Grande Russia con la Russia Bianca e la Piccola Russia, come vengono chiamate la Bielorussia e l’Ucraina. Secondo i loro proclami, “per formare una nazione bisogna trovare un’idea comune, che risponda alle esigenze della giustizia sociale” e questa è appunto “l’idea russa”, e gli ideologi garantiscono che “non ha nulla in comune con il nazismo”.

Uno scandalo è sorto per un intervento del noto attore Sergej Bezrukov, che ha imitato grottescamente l’accento uzbeko, raccontando di una sua recente visita a Taškent. Un gruppo di neo-nazisti di San Pietroburgo si è riunito al teatro Mariinskij, personaggi piuttosto grotteschi a detta di vari commentatori, che si riuniscono nel “Partito della Patria” Rodina, con toni nostalgici che ricordano i tempi sovietici con la rete di comunisti a livello internazionale. I nazionalisti funzionano all’interno della Russia per attirare le fasce più estreme e marginali, raccontando della “restaurazione della Santa Rus’ delle origini”, l’argomento delle lezioni di Dugin alla Scuola di Patriottismo della Scuola Superiore di Economia di Mosca, l’accademia che fino alla guerra si distingueva per le capacità di dialogo con le università di tutto il mondo.

Soltanto nel mese di novembre si hanno notizie di 28 vittime dell’odio contro gli stranieri, spesso attestate dai video diffusi sui canali Telegram dagli stessi aggressori, come avvenuto soprattutto in occasione della festa patriottica del 4 novembre. Si sono moltiplicate le “marce contro gli occupanti della terra russa”, con l’apparizione di un nuovo movimento, la “Organizzazione nazional-socialista per la liberazione dell’Europa dei bianchi”. Dall’inizio del 2025 sono noti 276 casi di aggressione per motivi di odio interetnico in Russia, con 7 persone che hanno perso la vita, per non parlare degli atti di vandalismo xenofobo, che non vengono registrati dalle forze dell’ordine.

Nella città di Vjatka i nazionalisti si sono fotografati con la bandiera imperiale nelle mani, mentre sfilano per la strada, a Perm sono stati esposti cartelli con la scritta “Basta con la tolleranza”, mentre a Nižnij Novgorod nel parco centrale della città sono stati posti dei fiori al memoriale per i caduti in Afghanistan e nella guerra civile in Cecenia. I membri della Russkaja Obščina hanno partecipato alle processioni religiose in moltissime città, da Vladivostok a Orel, Ekaterinburg, Ussurijsk e Kaluga. Altre manifestazioni si sono tenute nel corso del “mese patriottico” nei musei, nei cinema e nei concerti, e sono stati tenuti molti “raduni di vigilanti” nelle città contro i migranti centrasiatici, nei ghetti delle città dove “vivono masse di illegali di altra cultura”, come recita un avviso della Comunità Russa.

La xenofobia è una caratteristica molto diffusa nelle società di tanti Paesi, anche in Europa e nell’America trumpiana, e potrebbe rimanere una delle conseguenze principali dei conflitti in corso dall’Ucraina alla Striscia di Gaza, sempre più alimentate dalle ideologie nazionaliste, sovraniste, imperialiste o comunque si declinino oggi le forme ideologiche del tradizionalismo artificioso, di cui la Russia è sicuramente uno dei Paesi ispiratori a livello mondiale.

Ucraina, la premio Nobel Matvijchuk: «Putin non vi darà tempo, ha già portato la guerra in Europa»

di Federico Fubini – Corriere della Sera – 8 Dicembre 2025

Oleksandra Matvijchuk, avvocata 42 enne di Kiev: «Europa e Usa ci facciano vincere. L’alternativa è peggiore perché sarete i prossimi»

Oleksandra Matvijchuk, avvocata 42 enne di Kiev, il premio Nobel per la Pace l’ha meritato e vinto realmente. Ma al summit del Grand Continent a Saint Vincent dice che lo cederebbe volentieri a Trump, se il presidente degli Stati Uniti aiutasse realmente l’Ucraina a trovare una pace credibile. Ma Matvijchuk, nel 2014 una delle organizzatrici delle manifestazioni spontanee di Euromaidan, avverte: «Trump ripete spesso che questa non è la sua guerra, che l’ha ereditata da Biden e che con lui non sarebbe mai iniziata. Ma adesso, dopo il vertice di Anchorage con Putin, questa è realmente la sua guerra. Se non riuscirà a fermarla — nota — passerà alla storia come un presidente debole. La Russia ha l’economia del Texas, non di più».

Lei dice anche che dall’inizio l’Ue ha cercato di gestire la prevenzione dell’escalation con la Russia, non di aiutare l’Ucraina a vincere. Perché?
«Quando la guerra del 2022 è iniziata, l’Ue, gli Stati Uniti e altri Paesi hanno soprattutto aiutato l’Ucraina a non crollare. Ne siamo estremamente grati, ci avete aiutato a sopravvivere. Ma questo approccio spiega anche perché abbiamo atteso più di un anno per il primo carrarmato moderno, più di tre anni per il primo aereo moderno. E stiamo ancora aspettando i razzi Taurus, i Tomahawk, l’accesso alle riserve russe, un tribunale speciale sull’aggressione e molto altro».

Lei come se lo spiega?
«C’è un’enorme differenza fra aiutare l’Ucraina a non crollare e aiutarla a vincere. Possiamo misurare concretamente questa differenza nel tipo di armi fornite, nella rapidità delle decisioni, nella serietà delle sanzioni. Aiutare l’Ucraina a non fallire è una politica reattiva. Non è una strategia. Aiutare l’Ucraina a vincere richiede una strategia e azioni decise».

Crede che gli europei non abbiano mai creduto che fosse possibile per l’Ucraina vincere la guerra e non volessero alienarsi la Russia?
«Penso che la risposta sia di natura etica. Capiamo in modi molto diversi il significato dell’espressione “mai più”. Per gli ucraini significa “mai più” campi di concentramento, erosione dell’identità delle persone, sterminio fisico di una nazione, mai più tortura e stupro. Combatteremo il male, anche se il male è molto più forte di noi. Combattiamo anche solo per la minima possibilità che i nostri figli vivano senza paura e abbiano un futuro. Ma per i cittadini dell’Ue che hanno ereditato la democrazia dai loro nonni, che danno per scontata la loro sicurezza, che considerano la libertà come la possibilità di scegliere tra diversi tipi di formaggio al supermercato, l’espressione “mai più” ha un significato diverso».

Vuole dire che per italiani, francesi o tedeschi, significa «mai più» per noi, ma non per gli altri?
«Significa non essere “mai più” disposti a pagare un prezzo elevato per la nostra libertà. Anche se fossero in gioco le vite di altri, non saremo disposti a rischiare per esse. E ci si può permette un approccio del genere in tempi di pace, ma mi spiace dire che non viviamo più in tempi di pace. Se non sarete in grado di fermare Vladimir Putin in Ucraina, lui andrà oltre e attaccherà altri Paesi europei».

Dunque lei ritiene che l’approccio europeo in questa guerra ha fallito?

«La gestione che mira a evitare l’escalation ha portato alla situazione attuale: Putin ha detto chiaramente che la Russia è pronta a entrare in guerra con l’Unione europea».

E l’Europa è pronta?
«C’è da chiederselo. I vostri governi dicono che occorreranno anni per aumentare le capacità di difesa. Ma perché pensate che Putin vi concederà questi anni? I droni sono già in Polonia, in Danimarca, in Germania, in Belgio, in Francia. Lo so che le persone iniziano a capire che c’è una guerra solo quando le bombe cadono sulle loro teste. Ma la guerra moderna è diversa. Basta che dei droni non identificati volino vicino all’aeroporto di Monaco per paralizzare il traffico in una vasta parte della Germania e causare perdite per miliardi di euro. Bastano pochi droni non controllati, che costano migliaia di euro, per provocare danni per miliardi. La nuova guerra sarà così».

Molti europei pensano che se si cedesse l’Ucraina o parte dell’Ucraina a Putin, lui sarebbe sedato. Perché si sbagliano, a suo avviso?
«Questo modo di pensare è comprensibile, nel suo cinismo. Ma non porta sicurezza. Siamo molto interconnessi. Le truppe russe commettono crimini orribili in Cecenia, in Moldavia, in Georgia, in Mali, in Libia, in Siria e altrove. Non sono mai state punite. Credono di poter fare quel che vogliono. L’appetito vien mangiando. Se l’Europa è così spaventata e passiva e dà per scontato che la sicurezza venga dagli Stati Uniti ma non è più vero, perché pensate che l’appetito di Putin passerà?»

SANT’AMBROGIO

Ermes Dovico – La nuova Bussola – 07_12_2025 

Per la sua opera a salvaguardia della dottrina, è stato proclamato Dottore della Chiesa. Fu anche autore di inni sacri. E quando, a rischio della vita, si barricò con i fedeli dentro una basilica per non cederla agli ariani, introdusse il canto antifonale, uno dei suoi numerosi apporti alla liturgia.

«Ambrogio vescovo!». Chissà quanto sarebbe stata diversa la storia di Milano e della sua diocesi, da secoli descritte con l’aggettivo «ambrosiana», nonché dell’intera Chiesa, senza la voce di quel bambino che nel 374 gridò il nome dell’allora alto funzionario imperiale Ambrogio (340-397), cui subito seguì l’acclamazione dei fedeli riuniti in chiesa. Il santo, come racconta il suo segretario e biografo Paolino, vi si era recato per calmare gli animi di cattolici e ariani (dichiarati eretici mezzo secolo prima dal concilio di Nicea, ma ancora influenti), perché alla morte del vescovo ariano Aussenzio ognuna delle due parti voleva un successore gradito. Ambrogio fece di tutto, tentando perfino di macchiare la sua buona fama, per rifiutare l’incarico. Era un semplice catecumeno e non si sentiva preparato né vedeva gli ordini sacri nel suo futuro, ma di fronte alla perseveranza dei fedeli decise alla fine di accettare, ormai convinto che quella fosse la volontà di Dio.

Con la consacrazione del 7 dicembre, iniziò il suo lungo ministero episcopale destinato a lasciare un’impronta perenne nella Chiesa e che ne ha reso un modello per i vescovi. Ambrogio si impegnò da subito a colmare le sue lacune teologiche, studiando alacremente le Sacre Scritture e imparando a commentarle attraverso le opere di Origene (da cui mutuò la pratica della lectio divina) e di santi come Atanasio e Basilio Magno. Per Ambrogio la Bibbia è «un mare che racchiude in sé sensi profondi e abissi di enigmi profetici», perciò la sua lettura deve accompagnarsi alla preghiera ed essere essa stessa preghiera, per assimilare concretamente nel cuore la Parola di Dio e incarnarla nella propria vita. «Quando si leggevano le storie dei Patriarchi e le massime dei Proverbi, abbiamo trattato ogni giorno di morale affinché, formati e istruiti da essi, vi abituaste a entrare nella via dei Padri e a seguire il cammino dell’obbedienza ai precetti divini», insegnava ai catecumeni.

Questo approccio orante ai testi sacri aiutò la conversione di sant’Agostino, che era venuto a Milano da scettico e con l’intento di contrastare Ambrogio, il quale invece lo riceveva sempre amabilmente e lo attraeva con la sua predicazione. Ma ancor più che dai discorsi, Agostino rimase impressionato dalla testimonianza che la Chiesa riunita come un corpo solo diede nel 386, quando Ambrogio si oppose energicamente alla decisione di Valentiniano II (istigato dalla madre Giustina) di cedere una basilica agli ariani, tanto da barricarvisi dentro assieme ai fedeli – con i soldati imperiali fuori – e indurre gli eretici a desistere. «Il popolo devoto vegliava, pronto a morire con il proprio Vescovo», scrisse Agostino nelle Confessioni, il che stride con il modo in cui certe chiese vengono profanate oggi. Fu in quella circostanza che Ambrogio, autore di inni sacri rivelatori del suo talento musicale, introdusse il canto antifonale, uno dei suoi numerosi apporti alla liturgia, poi mantenuti dai suoi successori come nucleo del Rito ambrosiano.

Era benevolo con gli ultimi, a cui aveva donato i suoi beni all’inizio dell’episcopato, e fermo con i potenti, anche se questi erano suoi protettori come l’imperatore Teodosio, uno dei tre a promulgare l’editto di Tessalonica (380) con il quale il cristianesimo venne dichiarato religione ufficiale dell’impero. Così, quando Teodosio ordinò una strage tra il popolo tessalonicese per vendicare l’uccisione di un ufficiale, Ambrogio gli scrisse che avrebbe dovuto fare penitenza, cosa che l’imperatore fece piangendo «pubblicamente nella Chiesa il suo peccato». Nell’esercitare esemplarmente l’autorità morale della Chiesa riaffermò che essa era stata fondata su Pietro (ubi Petrus, ibi Ecclesia / «dove c’è Pietro, lì c’è la Chiesa») ed ebbe un ruolo decisivo nella difesa di papa Damaso contro i tentativi dell’usurpatore Ursino.

Per la sua opera a salvaguardia della retta dottrina, che ha esposto in vari scritti, è stato proclamato tra i primi grandi quattro dottori della Chiesa, assieme ad Agostino, Girolamo e Gregorio Magno. Si soffermò spesso sul ruolo della Madonna nella storia della salvezza, esortando i fedeli a imitarla («sia in ciascuno l’anima di Maria a magnificare il Signore»), a iniziare dalla sua fede: «Se, secondo la carne, una sola è la madre di Cristo, secondo la fede tutte le anime generano Cristo», diceva commentando il Vangelo e dimostrando come Gesù fosse il termine ultimo della sua teologia, di cui diede prova visibile anche nelle ultime ore terrene: morì infatti all’alba del Sabato Santo, passando il pomeriggio della vigilia a pregare disteso sul letto e con le braccia aperte a formare una croce.

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

L’Arca della salvezza

Nostro carissimo padre Livio,

Stasera ho ascoltato i punti che riguardano i segreti. 

Mi è parso di vedere, in questa situazione, la piccola barca di Pietro, come l’arca di Noè che ha portato in salvo coloro che avevano creduto.

 Così la barca di Pietro che, durante i segreti, accoglie e si fa più grande man mano che raccoglie gente. Inaffondabile perché nella barca c’è Maria oltre ai credenti.

È una barca in mezzo ad un mare tempestoso ma innocuo per la barca. Pietro pescatore di uomini veri che forse arrivano nuotando e stremati dalle prove della vita, ma al sicuro una volta issati a bordo della barca, non più piccola, ma capace di contenere ogni popolo.

Che il Signore abbia pietà di tutti noi. Ti saluto caramente e con grande affetto. 

Luciana dalla Brianza 


Cara Luciana,

Per ora i Dieci Segreti di Medjugorje sono stati rimossi un po’ per pigrizia o incredulità preconcetta, ma anche e soprattutto perché sono inquietanti e questo accade anche a Medjugorje.

Infatti con i Segreti entra in campo un fattore soprannaturale incontrollabile, che la mentalità moderna non riesce a recepire e a focalizzare.

Infatti i Segreti, rivelati solennemente tre giorni prima, in modo tale che tutto il mondo lo possa constatare, scompagineranno i piani degli aspiranti padroni del mondo e nel medesimo tempo manifesteranno l’onnipotenza salvifica di Dio.

Inoltre metteranno gli uomini, in particolare quelli che ne sono toccati direttamente, dinanzi a una scelta dalla quale può dipendere il loro destino nel tempo e nell’eternità.

 Una situazione del genere era accaduta anche ai tempi di Noè, come Gesù ci ha ricordato prima della sua Passione:

“Come avvenne al tempo di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, si ammogliavano e si maritavano, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece perire tutti” (Luca, 17: 26-30).

I Dieci Segreti a mio avviso sono da collocare nel primo grande combattimento escatologico della Storia della Salvezza del quale parlano i Vangeli, le Lettere degli Apostoli e l’Apocalisse.

Eventi del genere non sono mai accaduti prima e saranno superati, nella loro grandiosa drammaticità, solo dalla seconda venuta di Cristo nella gloria, sulle nubi del Cielo.

C’è poco da inarcare le ciglia. Non si vede perché le profezie bibliche non si dovrebbero realizzare. Già del primo Segreto Mirjana ha detto che se ne parlerà a lungo.

Ave Maria

Padre Livio

🔴LIVE🔴 I DIECI COMANDAMENTI – di Padre Livio Puntata 2 – INTRODUZIONE: ECLISSI ETICA

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La Ue stretta tra Putin e Trump

di Giuseppe Sarcina| Corriere della Sera – 5 dicembre 2025

Senza la sponda Usa è sempre più difficile prendere decisioni sull’Ucraina e sulla difesa dei propri confini

Nel documento sulla «Strategia di sicurezza nazionale», pubblicato ieri dalla Casa Bianca, a un certo punto si legge: «Se va avanti così, tra vent’anni l’Europa non sarà più riconoscibile…c’è il rischio reale ed evidente che la sua civiltà venga cancellata». Con una battuta si potrebbe osservare che per quanto riguarda gli Stati Uniti, non è necessario aspettare vent’anni: già oggi sono irriconoscibili. Ma, purtroppo, le battute non bastano.

Quel testo delinea il quadro della politica estera americana. In grande sintesi: l’Amministrazione Trump rivendica l’influenza in esclusiva sull’America Latina; cerca un’intesa con la Russia e un modo per convivere con la Cina.

 I passaggi più aspri sono riservati a noi europei: «La Ue e altri organismi transnazionali stanno mettendo a rischio la libertà politica e la sovranità degli Stati». E ancora: «le politiche migratorie stanno trasformando il continente, soffocando e censurando la libertà di parola e sopprimendo l’opposizione politica».

È facile riconoscere le impronte digitali di J.D. Vance. Il vice presidente Usa aveva già espresso gli stessi concetti il 14 febbraio scorso, nel discorso tenuto alla «Conferenza sulla sicurezza di Monaco».

In realtà da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, la Ue e i Paesi del Vecchio continente hanno patito l’offensiva politico-diplomatica americana, dai dazi all’aumento delle spese militari Nato. Fino a restare sostanzialmente soli al cospetto di Vladimir Putin. Ci sarà mai una risposta europea? O meglio, perché sembra così difficile reagire? Ci sono molte spiegazioni. Una è quella prospettata da Paolo Valentino sul Corriere di giovedì 4 dicembre: la paura, intesa come mancanza di coraggio politico, che paralizza le scelte su tutti i fronti. Dal rapporto con gli Usa a quello con la Russia.

Oltre alla paura, ci sono anche le divisioni e le ambiguità. Il 2025 ci lascia in eredità almeno due questioni cruciali che gli europei non riescono ad affrontare e risolvere fino in fondo. La più urgente riguarda il giudizio su Putin. Il presidente russo rappresenta davvero una minaccia esistenziale per l’Europa? Il solco all’interno dell’Unione europea si sta allargando sempre di più. I governi dell’Est e del Nord Europa,dalla Polonia alla Finlandia, dai Baltici all’Olanda, da tempo non ragionano sul «se», ma sul «quando» Putin attaccherà il fianco orientale della Nato.

Il fronte degli altri Stati, Germania, Francia, Italia, Spagna, Grecia è più incerto, più composito. Prendiamo, per esempio, il dibattito italiano. Nell’area di governo, il segretario della Lega, Matteo Salvini, di fatto non vede alcuna minaccia reale per l’Italia. Così come il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte. Non ci sarebbe bisogno, quindi, di un robusto piano di riarmo.

Finora queste due posizioni sono riuscite a convivere, sia pure faticosamente, sia nello spazio politico europeo che in quello italiano. Ma presto arriverà il momento delle decisioni difficili, non più rinviabili. Che cosa faranno gli europei, se, o forse sarebbe meglio dire quando, Trump e Putin imporranno un accordo ingiusto a Zelensky? Il compromesso tra i due schieramenti non è semplice. Ma potrebbe essere facilitato se venissero tolti di mezzo un paio di argomentazioni fuorvianti. Per esempio: non è detto che l’Italia sia al sicuro, solo perché l’armata putiniana non valicherà mai le Alpi.

Se Putin dovesse destabilizzare l’Estonia, la Lettonia o la Lituania, potrebbe portare al collasso l’intero sistema dell’euro, visto che i tre Paesi baltici aderiscono alla moneta unica. Sull’altro versante: riconoscere il pericolo posto da Putin non significa necessariamente chiudere tutti i canali diplomatici e militarizzare la società civile, come sta facendo, tra gli altri, la Finlandia. Anche nelle situazioni di pericolo non bisognerebbe mai rinunciare a proporre soluzioni, senza essere costretti a inseguire gli schemi e i pasticci dell’amico di Trump, l’inviato-immobiliarista Steve Witkoff.

L’altro nodo riguarda l’Ucraina. Le accuse di corruzione che hanno indotto Zelensy a sbarazzarsi di un paio di ministri e del suo più stretto collaboratore, Andriy Yarmak, hanno innescato una discussione al ribasso. I populisti e i partiti sovranisti, come la Lega, hanno colto l’occasione per screditare il leader ucraino, non meritevole più di alcun sostegno. I sostenitori di Zelensky, invece, hanno sottolineato come l’Ucraina abbia dimostrato di avere «gli anticorpi» per contrastare il virus del malaffare.
Anche qui servirebbe un cambio di passo. Ormai è evidente che la più solida speranza per l’Ucraina di sopravvivere come Stato indipendente sia quella di aderire quanto prima all’Unione europea. 

A parole, più o meno quasi tutti i governi della Ue sono d’accordo. Nessuno, però, ha fissato una scadenza. L’unica a esporsi è stata la Commissaria all’allargamento, la slovena Marta Kos: Kiev sarà ammessa entro il 2030. È una data realistica? Sotto traccia l’Unione è divisa, ancora su basi geografiche più che politiche. Blocco Nord-Est favorevole; Sud-Ovest più scettico. In Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Grecia sono già in allarme le lobby agricole e i loro partiti di riferimento (da noi Lega e Fratelli d’Italia soprattutto). L’arrivo di un gigante agricolo come l’Ucraina ridurrebbe drasticamente le sovvenzioni destinate alla fascia mediterranea

Ma non dovrebbe essere il momento per queste manovre. Lo scenario è drammatico. L’Europa deve decidere se puntellare, a dispetto di Trump, di Vance, di Putin, di Xi Jinping, la resistenza ucraina. Per farlo non bastano le armi. Occorre aprire a Kiev la porta d’accesso dell’Unione. Servono una data, coraggio politico e grande rigore nei confronti anche di Zelensky. L’opinione pubblica dei nostri Paesi deve sapere chi ci stiamo portando in casa. Non c’è bisogno di inventarsi niente di particolare. Gli strumenti di verifica sono già predisposti dalla procedura di ammissione. Il Paese candidato deve soddisfare, innanzitutto, i cosiddetti «tre criteri di Copenaghen»: Stato di diritto, economia di mercato, capacità di rispettare gli obblighi comunitari

Nel concreto occorre capire e comunicarlo nel modo più trasparente possibile, se davvero l’Ucraina si sia emancipata dal controllo informale dei potentati politico-economici che fanno capo agli oligarchi. Se è così, non ci sarebbe alcun motivo per non fissare una data entro la quale concludere le procedure. Poi si discuterà di grano, ortaggi, fondi di coesione e di tutto il resto. Adesso per la Ue è urgente, e sulla carta sarebbe possibile, recuperare un ruolo concreto nella trattativa con Trump e con Putin.

Crosetto: «Trump ha esplicitato che la Ue non gli serve»

di Redazione politica – Corriere della Sera – 6 Dicembre 2025

Per il ministro della Difesa la traiettoria americana era già chiara prima, ma l’avvento del presidente tycoon ha accelerato il distacco

«La traiettoria della politica americana era evidente già prima dell’avvento di Trump che ha soltanto accelerato un percorso irreversibile. Gli USA hanno in corso una competizione sempre più difficile, complessa e dura con la Cina e ogni loro atto, decisione, comportamento, deve essere letto in questo scenario. Trump ha semplicemente esplicitato che l’Eu gli serve poco o nulla in questa competizione».

Lo afferma il ministro della Difesa, Guido Crosetto, con un post su X dove ha commentato la Strategia di sicurezza nazionale Usa, aggiungendo che «ogni decisione, ogni atto futuro sarà affrontato con un solo obiettivo: il rafforzamento degli Usa nella competizione con la Cina». 

Secondo quanto scrive Crosetto, al presidente degli Stati Uniti l’Unione Europea non serve «perché non ha risorse naturali particolarmente rilevanti o utili. Perché sta perdendo la competizione sull’innovazione e la tecnologia. Perché non ha potere militare. Perché, rispetto ai nuovi attori del Mondo, è piccola, lenta e `vecchia´.

I motivi per cui lo abbia fatto anche con un po’ di asprezza non sono nemmeno loro una sorpresa perché i suoi giudizi (e quelli di molti esponenti repubblicani o maga) su alcune posizioni e scelte politiche dell’Unione sono note da anni». 

Per il ministro della Difesa però «il tema principale non è l’Ue. Come si nota dal poco spazio dedicato al vecchio continente, nella strategia resa nota ieri. Ogni decisione, ogni atto futuro sarà affrontato con un solo obiettivo: il rafforzamento degli Usa nella competizione con la Cina». Un approccio che Crosetto definisce «pragmatico, senza sentimenti o legami, utilitaristico ed esclusivamente orientato alla supremazia economica e tecnologica nei prossimi anni perché significa supremazia in questo secolo.

Nulla di nuovo, per chi lo avesse seguito negli anni, nulla di strano rispetto alla visione americana consolidata. E’ questo scenario (come dicevo ampiamente previsto) quello nel quale devono essere definite le scelte, le decisioni, le strategie delle nazioni più piccole (come noi)». 

Perché «anche noi abbiamo bisogno di risorse. Perché anche noi abbiamo bisogno di tecnologie. Perché anche noi abbiamo bisogno di far crescere la nostra economia e difendere il nostro spazio di ricchezza. Non per esercitare una supremazia su qualcuno ma per garantirci futuro».

«Nel frattempo però la pessima notizia è che dovremmo (per me dovremo) pensare a ciò che finora ci avevano fornito, gratuitamente, i nostri alleati statunitensi: la sicurezza, la difesa e la deterrenza. Non parlo solo di quelle militari. Per scelta politica in questi anni abbiamo costruito e consolidato una grande quantità di rapporti bilaterali con nazioni che ci possono aiutare nel percorso futuro (in Africa, Golfo, Asia, Sud America, Australia) per garantire e rafforzare la sicurezza economica, energetica e di approvvigionamenti strategici». 

Continua Crosetto: «Per scelta abbiamo contribuito a dare un piccolo impulso positivo ad un’Europa che aveva perso il contatto con le traiettorie del Mondo pensando di poterlo plasmare a sua immagine e somiglianza. Piccolo, perché le resistenze ideologiche e burocratiche che rifiutano un approccio veloce e pragmatico alle evoluzioni della realtà sono fortissime e sedimentate. L’Europa è anche però un luogo naturale dove poter trovare partners per fare ciò che da soli siamo troppo piccoli per realizzare». 

«Ad esempio è chiaro che la `soglia di ingresso´ finanziaria per recuperare il tempo perso su tecnologie fondamentali richiede una quantità di investimenti pubblici e privati tali che anche per 27 nazioni sono pesanti. Ma vanno fatti, per sopravvivere. Stesso discorso per la Difesa: più siamo, più é forte, meno costa. Siamo nel pieno centro di cambiamenti epocali.

Occorre vederli, capirli ed orientare la nave, come in mare durante una tempesta. Perché, come accade in mare, nessuno, nemmeno i più grandi sono in grado di controllare i flussi dei tempi nei quali viviamo, ma ognuno é costretto ad affrontarli navigando al meglio», conclude Crosetto.

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