Il Papa all’Angelus: “E’ grande il dono dell’Immacolata Concezione, ma lo è anche il dono del Battesimo che abbiamo ricevuto”
Di Marco Mancini
Città del Vaticano, lunedì 8 dicembre 2025, 12:12 (ACI Stampa).
“Il Signore ha concesso a Maria la grazia straordinaria di un cuore totalmente puro, in vista di un miracolo ancora più grande: la venuta nel mondo, come uomo, del Cristo salvatore .La Vergine lo ha appreso, con lo stupore tipico degli umili”. Lo ha detto stamane Papa Leone XIV, introducendo l’Angelus in occasione della Solennità dell’Immacolata Concezione.
“Il dono della pienezza di grazia, nella fanciulla di Nazaret – ha osservato il Papa – ha potuto portare frutto perché lei, nella sua libertà, lo ha accolto abbracciando il progetto di Dio. Il Signore agisce sempre così: ci fa grandi doni, ma ci lascia liberi di accettarli o meno”.
La festa odierna che – ha aggiunto –“ci fa gioire per la bellezza senza macchia della Madre di Dio, ci invita anche a credere come lei ha creduto, dando il nostro assenso generoso alla missione a cui il Signore ci chiama”.
“Il miracolo che per Maria è avvenuto al suo concepimento – ha spiegato ancora Papa Leone – per noi si è rinnovato nel Battesimo: lavati dal peccato originale, siamo diventati figli di Dio, sua dimora e tempio dello Spirito Santo”.
“E’ grande – ha affermato il Pontefice – il dono dell’Immacolata Concezione, ma lo è anche il dono del Battesimo che abbiamo ricevuto! È meraviglioso il “sì” della Madre del Signore, ma può esserlo anche il nostro, rinnovato ogni giorno fedelmente, con gratitudine, umiltà e perseveranza, nella preghiera e nelle opere concrete dell’amore, dai gesti più straordinari agli impegni e ai servizi più feriali e quotidiani, così che ovunque Gesù possa essere conosciuto, accolto e amato e a tutti giunga la sua salvezza”.
Prima di concludere il Papa ha dato “appuntamento per oggi pomeriggio a Piazza di Spagna dove – ha detto – mi recherò per il tradizionale omaggio alla Madonna Immacolata: alla sua intercessione affidiamo la nostra costante preghiera per la pace”.
Le suore che costruiscono una chiesa in Siria tra gli spari
Andrea Prada Bianchi – 08 dic 2025
A Fons Pacis, nell’ovest del paese, dove 20 monache Trappiste dicono: “Abbiamo paura. Che ci succederà domani?”
Andrea Prada Bianchi 08 dic 2025 il foglio
A Fons Pacis, nell’ovest del paese, dove 20 monache Trappiste dicono: “Abbiamo paura. Che ci succederà domani?”
Nel monastero di Fons Pacis, arroccato su una collina della Siria occidentale, madre Marta Fagnani e le sue cinque consorelle pregano ogni giorno col rumore di spari in sottofondo. Mentre cantano i loro salmi durante le sette preghiere quotidiane di rito, sembrano non accorgersi delle raffiche di mitra. A volte, raccontano, i proiettili grandinano dal cielo danneggiando i pannelli solari del monastero. Madre Fagnani è in Siria da esattamente 20 anni, e nel 2008 era tra le quattro suore che arrivarono qui al confine con il Libano per piantare la croce di fondazione di Fons Pacis. Scelsero una collina tra il villaggio cristiano di Azer e il paese sunnita di al Halat, in una regione prevalentemente alauita, la setta sciita minoritaria associata all’ex presidente Bashar el Assad. Quando il cielo è terso, si intravede il Mediterraneo a ovest. Fagnani e le altre appartengono a uno degli ordini cattolici più esigenti, quello Trappista, e dedicano la loro vita alla contemplazione, al silenzio, alla preghiera e al lavoro. Tre anni dopo essere arrivate, proprio quando il monastero iniziava a prendere forma, la Siria precipitò nella guerra civile. Fagnani dovette sospendere i lavori e accontentarsi di una piccola struttura temporanea, dove ancora oggi vivono e pregano.
Nel 2022, quando la presa di Assad sulla Siria sembrava salda, le monache iniziarono a costruire il monastero che avevano ideato originariamente. Mai avrebbero potuto immaginare che lo scorso 8 dicembre il paese sarebbe caduto sotto il controllo di Hayat Tahrir al Sham (Hts), un gruppo ribelle un tempo affiliato ad al Qaeda. Il progetto di Fagnani, già ambizioso in un paese che i cristiani stanno abbandonando da decenni, sembra ora impensabile sotto un governo islamista non ancora in grado tenere a freno le sue fazioni più estremiste.
“E’ pura follia”, dice Fagnani parlando del monastero, “mi sento più insicura ora che durante la guerra. Allora avevamo paura delle bombe, ma non avevamo la sensazione di poter diventare un bersaglio”. A 64 anni, Fagnani è una donna robusta e pragmatica dall’accento lombardo, “non una suorina precisina a cui non piace sporcarsi le mani”. Camminando nello scheletro in cemento del futuro monastero, non riesce a fare a meno di sorridere mentre spiega la funzione di ogni stanza. Per quella che dovrebbe diventare la loro futura casa, le Trappiste hanno fatto le cose in grande.
Il complesso occupa un’area poco più grande di un campo da calcio. La chiesa è alta 12 metri, con tre navate e un’imponente facciata collegata a un chiostro su due piani con camere per ospitare 20 suore. Fagnani, così come gli operai cristiani di Azer, sa che un edificio di queste dimensioni potrebbe attirare attenzioni indesiderate dalle persone sbagliate. E sia lei sia i muratori sembrano pronti a correre il rischio. “Perché dobbiamo avere paura di costruire una bella chiesa?”, dice la monaca. “Ma abbiamo anche chiesto al nostro architetto di abbassarla un po’ rispetto al disegno originale. Gli abbiamo detto: ‘Senti, qua ci ammazzano…’”.
Durante la settimana che abbiamo trascorso a Fons Pacis, si è sentito sparare ogni giorno. La gente del posto e le suore – due italiane, due ecuadoriane, una angolana e una argentina – spiegano che spesso provengono da matrimoni e altre celebrazioni. Da quando è caduto il regime di Assad, tuttavia, vengono anche da scontri tra milizie sunnite rivali, operazioni legate al contrabbando e attacchi contro gli alauiti. A volte si sente solo qualche sparo, a volte intere raffiche. “La paura viene dal fatto che ora non sappiamo chi e perché stia sparando”, spiega Fagnani, azzittendosi un attimo per valutare una raffica insolitamente lunga. “Come faccio a sapere che non viene da un gruppo che ce l’ha con i cristiani?”. Quando le si chiede se ci si abitua agli spari, risponde semplicemente inarcando le sopracciglia e ondeggiando la mano: così così.
Prima della guerra, i cristiani costituivano circa il 10 per cento della popolazione siriana. Secondo alcune stime, la percentuale è scesa ora al 3 per cento. Hts prese di mira le proprietà cristiane già quando governava Idlib, la città nel nord della Siria da dove è partito il contrattacco al regime. A giugno, un attentato suicida nella chiesa di Mar Elias a Damasco ha ucciso 25 persone e ferite una cinquantina, tra cui la sorella di una delle lavoratrici di Fons Pacis. I cristiani sono stati presi di mira durante gli scontri a Suwayda e a ottobre due sono stati uccisi vicino al castello crociato di Krak dei Cavalieri. Nella stessa zona, a fine novembre, un gruppo di motociclisti ha sfilato sventolando bandiere jihadiste nella piazza dove si stava addobbando l’albero di Natale. Krak dei Cavalieri dista solo 13 chilometri in linea d’aria da Fons Pacis. Ahmed al Sharaa, nuovo presidente della Siria ed ex leader di Hts – fino al mese scorso nella lista dei terroristi degli Stati Uniti – ha espresso le sue condoglianze dopo l’attentato di Damasco, ma molti cristiani sono ancora scettici sul suo impegno nel proteggere le minoranze. Il governo ha chiesto alle donne di vestire in maniera modesta in spiaggia. Nella capitale, alcuni locali notturni sono stati presi di mira da uomini armati.
Nella zona di Fons Pacis, la tensione è alta. A Talkalakh, la città più vicina, posti di blocco si susseguono ogni poche centinaia di metri. La regione si trova ai margini del territorio costiero abitato dagli alauiti. Negli ultimi mesi, sono stati perseguitati in un’ondata di revanscismo da parte della maggioranza sunnita, anche nei pressi di Fons Pacis. In alcune occasioni, Fagnani ha ospitato alauiti che lavoravano al monastero perché avevano paura di tornare a casa la notte. Scontri tra fazioni sunnite rivali non sono rari e diverse milizie (siriane e straniere) hanno battuto la zona intorno a Fons Pacis. Gli abitanti di Azer ricordano con particolare timore una milizia cecena che ha operato nella zona dall’inizio dell’anno fino a luglio. Lo stesso custode del monastero, un uomo anziano e disarmato, racconta di essersi scontrato con due degli stranieri, che non parlavano arabo e gli hanno puntato contro i mitra.
Fagnani e le altre ora non solo vivono con la costante paura che un gruppo estremista possa prenderle di mira, ma stanno anche costruendo una piccola cattedrale in un luogo dove sarà quasi impossibile trovare novizie. E non devono trovare suore qualsiasi, ma suore disposte a rimanere in clausura a vita. “Sì, questa è la vera follia”, ammette Fagnani, “perché siamo consapevoli della nostra precarietà e qui non ci sono quasi vocazioni”.
Intorno allo scheletro del futuro monastero, tonnellate di pietre bianco-rosate sono accatastate in attesa di rivestire le mura ancora in calcestruzzo. Dopo la caduta di Assad, i lavori sono rallentati perché la scarsa sicurezza limita i movimenti delle varie ditte. Essendo l’unica che parla arabo, Fagnani è anche l’unica in grado di coordinare i lavori in cantiere. “Se tutto andasse liscio, potremmo finire in un paio d’anni”, spiega camminando tra le mura delle 20 celle preparate per le future monache. “Dopodiché, dobbiamo solo trovare le suore”, aggiunge quasi con ironia.
Foto di Andrea Prada Bianchi
Nei 20 anni trascorsi in Siria (quasi un terzo della sua vita), Fagnani è passata attraverso il regime, la guerra e il trionfo degli islamisti. Ha visto morire due delle quattro fondatrici arrivate con lei nel 2005, scomparse a maggio proprio mentre il monastero iniziava a prendere forma. Ha conosciuto e incontrato religiosi come lei che sono finiti rapiti o uccisi, tra cui padre Paolo Dall’Oglio, e ha assistito all’esodo dei cristiani. Eppure, ha continuato a costruire.
L’idea di fondare un monastero in terra araba risale al 1996, quando sette monaci trappisti dell’abbazia di Tibhirine, in Algeria, furono rapiti e uccisi durante la guerra civile. A Fagnani, ai tempi monaca nel monastero di Valserena (Cecina), toccò il compito di leggere alle sorelle riunite in refettorio la notizia del ritrovamento delle teste dei monaci. Da allora, l’idea di continuare la loro missione non l’ha più lasciata. Quando l’ordine lanciò la chiamata di raccogliere l’eredità di Tibhirine, si offrì volontaria. Con tre sorelle, arrivò ad Aleppo nel 2005 senza parlare una parola di arabo e iniziò a cercare un terreno per la nuova fondazione, fino ad arrivare ad Azer.
Nel 2011, quando il progetto stava iniziando a prendere piede, il paese implose e nel 2013 la guerra raggiunse il monastero. Milizie provenienti dal Libano attraversavano il confine per unirsi ai ribelli contro l’esercito siriano nella zona di Fons Pacis. “Per fare la spesa, dovevamo attraversare strade prese di mira dai cecchini”, racconta Fagnani, “ e all’apice dei combattimenti aerei da guerra e razzi sorvolavano il monastero. Abbiamo imparato a riconoscere i diversi tipi di artiglieria. Nelle notti peggiori dormivamo in corridoio perché era più sicuro e per tre anni abbiamo tenuto una borsa pronta coi passaporti”. Sebbene in molti dicessero loro di lasciare il paese, non se ne sono mai andate. Alla fine degli anni 10, il regime di Assad aveva riconquistato gran parte del territorio siriano, confinando i ribelli a Idlib. La situazione nel paese sembrava abbastanza stabile per iniziare a costruire il monastero secondo il disegno originale, e nel 2023 Fagnani e le altre gettarono le fondamenta. Un anno dopo, quegli stessi ribelli di Idlib sono arrivati ai piedi del monastero.
Fons Pacis è collegato ad Azer da una strada a curve che dal villaggio sale sulla collina. All’inizio della strada, una sonnolenta stazione di polizia mantiene la sicurezza della zona. Le mura esterne recentemente ridipinte con la nuova bandiera siriana, ospitano una decina di uomini della sicurezza generale. Tre di loro, in uniformi raffazzonate, raccontano orgogliosi dei giorni della “rivoluzione” a dicembre. Sono uomini dell’ex Hts e hanno preso parte all’offensiva che in 11 giorni ha posto fine a 50 anni di regime di Assad. Sorseggiando una tazza di tè, il più giovane, Ali al Jaseem, dice di non aver ancora avuto l’“onore” di incontrare madre Fagnani. Cresciuto a Idlib, una città governata da islamisti per più di dieci anni, all’inizio di agosto si è ritrovato a proteggere una mezza dozzina di suore e un villaggio cristiano. Proprio come Fagnani, non sembra accorgersi dell’eco degli spari provenienti da fuori. “Le autorità ci rispettano, anche perché siamo straniere e ora vogliono stabilire relazioni con la comunità internazionale”, dice Fagnani, passeggiando sul tetto del monastero. “Ma domani? Una volta che il mondo si dimenticherà di nuovo della Siria?”.
La nuova dottrina di Washington segna la fine dell’illusione transatlantica: l’Europa scopre di essere sola proprio mentre Trump ne mette in discussione sicurezza, commercio e democrazia
Se ce ne fosse stato ancora bisogno, la pubblicazione da parte della Casa Bianca della nuova Strategia di sicurezza nazionale e la reazione americana alla multa inflitta dalla Commissione a X dimostrano che l’Amministrazione Trump non considera più l’Europa come un alleato, e nemmeno come un partner, ma semplicemente come un avversario, se non un nemico. I peggiori presentimenti dei leader europei sulla rottura della relazione transatlantica, che si erano accumulati negli ultimi dieci mesi, si sono trasformati in realtà nel corso di un fine settimana.
E la realtà è violenta. Perché, al di là dei documenti ufficiali o dei post virulenti su X, il tradimento dell’Europa prende la forma di un abbandono della sua sicurezza, compresa la difesa dell’Ucraina dall’aggressione della Russia, nel momento in cui Trump è sempre più vicino a imporre una capitolazione a Kyiv.
Restano dieci giorni ai leader europei per diventare adulti e smettere di cullarsi nell’illusione di non dover fare scelte difficili. Il Consiglio europeo del 18 e 19 dicembre, quando i capi di stato e di governo devono decidere su come garantire il finanziamento per permettere all’Ucraina di continuare a difendersi, sarà il banco di prova.
C’è una lezione sulla sequenza di eventi delle ultime settimane. Non basta scegliere l’asservimento, la lusinga e la docilità di fronte a Donald Trump per sperare nella sua clemenza. La strategia degli europei dal suo ritorno alla Casa Bianca è stata quella dell’appeasement. La Commissione di Ursula von der Leyen ha rinunciato alle ritorsioni commerciali dopo l’imposizione dei primi dazi di Trump a febbraio e marzo. A luglio von der Leyen si è piegata a un accordo fortemente penalizzante che impone dazi americani al 15 per cento sui prodotti europei e l’azzeramento dei dazi sui prodotti degli Stati Uniti. Alla Nato i leader europei hanno accettato di portare la spesa per la difesa al 5 per cento del pil.
Sull’Ucraina hanno acconsentito alla richiesta degli Stati Uniti di pagare per le armi necessarie a Kyiv per difendersi. La Commissione ha anche limitato l’applicazione delle regole europee sul digitale. La multa imposta a X venerdì di 120 milioni di euro è arrivata dopo che le indagini si sono trascinate per due anni ed è minima rispetto al tetto massimo del 6 per cento del giro d’affari globali di Elon Musk e del suo conglomerato.
L’appeasement dell’Ue finora ha solo alimentato l’appetito dell’aggressore. La dimostrazione è avvenuta in una riunione dei ministri del Commercio il 24 novembre, dove erano stati invitati a pranzo anche i due principali responsabili dell’Amministrazione Trump. Gli europei speravano di essere rassicurati da Howard Lutnick e Jamieson Greer sulla volontà degli Stati Uniti di ridurre i dazi sui prodotti derivati dell’acciaio e sui vini e gli alcolici, dato che l’Ue sta mantenendo la sua promessa di comprare centinaia di miliardi di euro di gas naturale liquefatto. Lutnick e Greer hanno risposto che avrebbero iniziato a discutere di nuove concessioni solo se (e quando) l’Ue avrebbe modificato la sua legislazione sul digitale per non colpire i giganti americani della Tech.
Tuttavia è illusorio sperare che questa Amministrazione Trump operi secondo i princìpi transazionali che il presidente americano predica con la sua “arte del deal”. Dietro alla sua ostilità verso l’Ue c’è molta più ideologia di quanto siano disposti a riconoscere i leader europei.
La Strategia di sicurezza nazionale pubblicata giovedì notte dalla Casa Bianca iscrive come politica ufficiale degli Stati Uniti un programma il cui fondamento ideologico è l’antitesi della democrazia liberale europea (e – per inciso – degli Stati Uniti fino al ritorno di Donald Trump al potere). Non è la libertà dell’individuo a essere al cuore della dottrina americana, ma lo stato-nazione contraddetto dalla struttura sovranazionale europea.
Non sono i diritti e la democrazia a guidare la politica estera americana, ma l’equilibrio tra grandi potenze che l’Ue rigetta nella sua essenza. Non è la Costituzione il cuore pulsante dell’Amministrazione, ma i diritti naturali concessi da Dio che mettono in discussione il principio stesso di una democrazia. Il Cremlino ha applaudito alla nuova Strategia di sicurezza nazionale, dato che rispecchia gran parte del suo pensiero ideologico e delle sue priorità geopolitiche.
L’Unione europea è diventata il nemico di entrambi. Gli Stati Uniti incoraggeranno gli alleati ideologici di Trump, i sedicenti “Patrioti” che vogliono smantellare l’Ue, esattamente come ha fatto la Russia finora.
“La Strategia di sicurezza nazionale afferma ipocritamente che gli Stati Uniti non interferiranno più per promuovere la democrazia e i diritti umani in medio oriente, Asia e America latina, ma interferiranno nel processo democratico dei loro alleati europei per promuovere governi compatibili con Trump”, spiega su X Mujtaba Rahman, direttore per l’Europa di Eurasia Group.
E lo fà al fianco della Russia, che da anni cerca di destabilizzare i sistemi democratici europei attraverso la polarizzazione e la disinformazione a favore dei partiti antisistema di destra e di sinistra. Il documento americano “è una minaccia evidente a tutte le democrazie europee”. Eppure Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz e gli altri leader europei “hanno scelto di rimanere silenti in pubblico sull’agenda anti europea dell’Amministrazione Trump”, dice Rahman.
Chi ha parlato, come l’Alto rappresentante Kaja Kallas, è apparso come un vecchio disco rotto. “Gli Stati Uniti sono ancora il nostro più grande alleato (…). Penso che non siamo sempre stati d’accordo su diversi argomenti, ma credo che il principio generale sia ancora valido. Siamo i più grandi alleati e dovremmo restare uniti”, ha detto Kallas durante un forum a Doha.
Martin Sandbu, commentatore del Financial Times, la scorsa settimana sosteneva che gli europei hanno urgentemente bisogno di un piano per disaccoppiarsi dagli Stati Uniti su commercio, finanza e difesa. Ma il primo passo deve essere riconoscere che gli Stati Uniti non sono più alleati.
A giudicare dalla reazione della Commissione alla Strategia di sicurezza nazionale la lezione non è stata ancora appresa. “Accogliamo con favore la forte priorità che la Strategia attribuisce alla fine della guerra della Russia contro l’Ucraina”, ha detto un portavoce dell’esecutivo von der Leyen. “Prendiamo nota dell’attenzione che la Strategia dedica agli sviluppi nell’emisfero occidentale, fondamentali per la sicurezza degli Stati Uniti. Concordiamo pienamente sul fatto che ‘l’Europa rimane strategicamente e culturalmente vitale per gli Stati Uniti’ e che ‘il commercio transatlantico rimane uno dei pilastri dell’economia globale e della prosperità americana’” Sulla difesa “stiamo rafforzando le nostre capacità” ha detto la Commissione. “Il commercio e gli investimenti transatlantici rimangono una risorsa importante sia per l’economia europea che per quella statunitense”.
Per Ursula von der Leyen, “il partenariato transatlantico è unico e, come sempre, gli alleati sono più forti insieme”. C’è da aspettarsi altro appeasement e altre illusioni.
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.
Da una ventina di giorni ormai Bernadette non si recava alla grotta. Come spesso accade nella sapiente pedagogia divina, i momenti di grande grazia sono preparati da un tempo di purificazione, di aridità e di prova. Poi, quando meno te l’aspetti, la grazia irrompe nella tua vita come un fulmine a cielo sereno. Da tre settimane la piccola non sentiva nessuna attrazione di recarsi alla grotta. I visitatori andavano diminuendo, mentre la pressione delle autorità si faceva più audace. Si era dunque chiuso quello strano fenomeno di una giovane donna che si manifestava nella nicchia di una grotta a Massabielle?
Bernadette vive l’attesa oscura della fede. Dopo quindici apparizioni la veggente continua a chiamare l’apparizione “Aquero”, “Quella cosa”, rinunciando per il momento a identificarla con la santa Vergine. Anche i veggenti hanno i loro tunnel oscuri da percorrere, quando il soprannaturale sembra improvvisamente eclissarsi.
Durante la notte che precede la grande solennità dell’Annunciazione ecco che la grazia passa improvvisamente a visitare l’umido Cachot, dove la famiglia Soubirous, sei persone sistemate su due letti, dorme il sonno tranquillo dei giusti. Bernadette si sveglia, prima ancora dell’alba, mentre avverte in fondo al cuore un’attrazione che le è ben nota. Al riconoscerla il suo cuore trabocca di gioia e attende che si avvicini la pallida luce del mattino. Alle quattro però non riesce più stare nel letto. Si alza, si veste e senza esitazioni corre verso la grotta. Quando Dio chiama, bisogna correre. Gli appuntamenti col soprannaturale non ammettono pigrizie, o ritardi, o dilazioni.
Hai notato la corsa di Pietro e Giovanni al sepolcro, quando le donne annunciano che il Signore è risorto? Se leggi attentamente la Bibbia ti renderai conto di questa particolare “fretta”, che caratterizza gli incontri con Dio. Mi ricordo che a Medjugorje, quando vi era l’apparizione di notte sulla montagna, riservato al gruppo di preghiera di Ivan, si correva così veloci lungo quei sentieri, inerpicandoci fra i sassi e le spine, che io mi ritrovavo sempre ad arrivare per ultimo trafelato e borbottante.
Quel giorno benedetto però non era solo Bernadette ad avere fretta. Anche la Madonna aspettava impaziente quel momento di grande grazia in cui avrebbe rivelato il suo nome immacolato. Dio ci fa attendere, prima di concederci le grazie, perché vuole disporre il terreno affinché possano dare frutti abbondanti. Non appena però i tempi sono maturi, non indugia un solo istante, ma realizza immediatamente quanto ha progettato di fare.
L’apparizione dura ormai da un’ora, preceduta come sempre dalla preghiera del S. Rosario. Il cuore di Bernadette ora è pronto per formulare ancora una volta l’audace richiesta e per accogliere la grande rivelazione. Vorrei farti notare, caro amico, come dopo ben quindici apparizioni la veggente non osi ancora identificare la giovane donna con la santa Vergine. Non vedi in tutto questo una regia divina, che prepara la manifestazione del mistero dell’Immacolata Concezione?
Il nome, nella prospettiva biblica, esprime la profondità inafferrabile di una persona. Chi è Maria se non colei che, unica fra le creature, è stata concepita “immacolata”? Questa è la realtà profonda della sua persona che sta per essere svelata ed è per questo che fino a quel momento era stata indicata da nessun nome, se non da quello vago di “Aquero”, “Quella cosa”.
La rivelazione del mistero abissale di Maria è certo un grandissimo dono di grazia, fra i più straordinari che la Madonna ci abbia dato nelle sue apparizioni. Tuttavia esso ci viene dato attraverso una mediazione umana. Se Bernadette non l’avesse richiesto con insistenza, ripetendo la domanda per ben quattro volte, la Madonna non ci non ci avrebbe rivelato il tesoro nascosto della sua concezione immacolata.
“Signorina, volete avere la bontà di dirmi chi siete, per piacere?”, chiede la piccola veggente, col coraggio che le viene dal viso accondiscendete della giovane donna. Quest’ultima sorride, ma tace. Bernadette incalza, senza mostrare segni di scoraggiamento, mentre “Aquero” sorride sempre più bella. È forse facendo riferimento a questa sua personale esperienza che un giorno Bernadette dirà che la santa Vergine ama essere pregata a lungo?
Alla quarta volta la giovane donna cessa di sorridere. Tiene le mani giunte, mentre il rosario le pende dal braccio destro. Improvvisamente le mani si abbassano verso terra allargandosi, poi si ricongiungono all’altezza del petto e, alzando gli occhi al cielo, dice con ineffabile dolcezza: “Que soy era Immaculada Counceptiou”.
“Domandai per tre volte chi fosse – racconta Bernadette – ma le risposte furono altrettanti sorrisi. Mi azzardai a riproporle la domanda e questa volta Ella levò lo sguardo verso il cielo, congiungendo in segno di preghiera le mani che erano tese ed aperte verso terra, e mi disse: Io sono l’Immacolata Concezione. Queste sono le ultime parole che mi ha rivolto. I suoi occhi erano blu”.
Esiste forse un momento più grande di questo nelle innumerevoli apparizioni mariane della storia? Io credo di no. Te beata, piccola Bernadette, che hai potuto contemplare l’umile grandezza di Maria, mentre si inabissava nel suo nulla, dal quale l’amore del Creatore l’aveva tratta, per farne il Tempio della sua gloria. Te beata, che hai visto gli occhi blu di Maria levati al cielo, gli occhi della sottomissione, gli occhi della gratitudine, gli occhi della lode, gli occhi dell’adorazione. Te beata, che hai contemplato la grandezza della creatura quando accetta con gioia la dipendenza dal suo Creatore. Te beata, che hai guardato l’essere umano nello splendore immacolato della prima creazione. Te beata che hai ammirato in Maria, perfetta redenta, la gloria della nostra redenzione. Te beata, che hai potuto scorgere nel destino di beatitudine della Madre quello che attende i suoi figli. Te beata, perché hai osato e hai creduto e attraverso di te è scesa sul mondo una luce che non si spegnerà più!
“Umile e alta più che creatura” (Dante)
La richiesta del nome era venuta dalla Chiesa, rappresentata dal parroco, ed è a lui che Bernadette corre per riferire quanto detto da “Aquero”. Peyramale aveva chiesto come segno che fiorisse il cespuglio del rosaio selvatico che pendeva da sotto la nicchia. Aveva avuto in risposta un segno ben più grande. “Immacolata Concezione” è una espressione che racchiude un abisso insondabile di luce. Peyramale ne è investito e quasi accecato.
Avrebbe potuto accettare che la giovane donna dicesse di essere colei che era stata concepita senza peccato originale. Ma definire sé stessa “Immacolata Concezione” gli appariva assurdo. Non comprendeva, ma nel medesimo tempo capiva che una grande luce si era accesa nella nicchia di Massabielle, una luce così grande che né lui, né la piccola veggente potevano afferrare.
In realtà l’espressione “Immacolata Concezione” è assolutamente pertinente. Essa significa non solo che Maria è immacolata, ma che è la concezione immacolata per eccellenza, in quanto è l’unica creatura concepita senza la macchia del peccato originale. In questa espressione non solo è indicata la perfetta santità di Maria, ma anche l’unicità irrepetibile del suo essere incontaminato, in un mondo in cui tutti gli esseri umani portano il segno umiliante del male.
L’istante in cui la santa Vergine ha pronunciato il suo nome è rimasto impresso nell’anima di Bernadette come un sigillo indelebile. La descrizione che ce ne ha fatto vale da sola più di qualsiasi trattato di mariologia. Maria vi appare in tutta la sua abissale piccolezza e nel medesimo tempo nella sua sconfinata grandezza. Quando la Madonna dice “io”, scompare nella luce purissima della sottomissione e della riconoscenza al Creatore.
Innanzi tutto abbassa le braccia, per indicare il nulla dal quale è stata tratta. Poi le solleva al petto, congiungendole in atteggiamento di suprema adorazione. Quindi, senza alzare la testa, eleva gli occhi verso il cielo, alla fonte suprema dell’essere, della vita e della grazia. Poi pronuncia ciò che è, senza nulla tacere della sua infinita grandezza e senza minimamente appropriarsene, ma lasciando che l’immensità della luce divina che da lei emana celebri la gloria dell’Altissimo.
Potremo noi parlare così di Maria? Impareremo la grande lezione di Lourdes, dove la Madre di Dio ci ha manifestato quale mistero inafferrabile di grandezza è in lei, piccola serva del Signore? Avremo ancora paura di confessare quale mirabile creatura Dio ci abbia donato come madre? Esiteremo ancora a presentare al popolo cristiano le grandi cose che in lei ha fatto l’Onnipotente?
Rimango stupito davanti a questo miracolo dello spirito, unico e irripetibile, di vedere una creatura manifestare, col più semplice e trasparente dei gesti, che tutto il suo essere di luce è soltanto un puro dono di grazia. Comprendo che quando tacciamo sul mistero di infinita grandezza di Maria, o quando cerchiamo di oscurare il posto che Dio le ha affidato al suo fianco nell’opera della Redenzione, noi in realtà facciamo torto all’Onnipotente e anche a noi stessi, che abbiamo in Maria l’onore del genere umano e la speranza della gloria futura.
Bernadette trasparenza dell’Immacolata
È un mattino luminoso quello che vede la piccola messaggera trottelerrare verso la casa parrocchiale. Il cielo è terso, mentre a oriente l’aurora tinge di rosa l’orizzonte. Una luminosa trasparenza avvolge dolcemente uomini e cose. Bernadette si affretta a portare il grande annuncio alla Chiesa, ripetendo ad ogni passo il nome misterioso e incomprensibile. Che cosa significherà mai questa parola “Councepciou”, mai udita prima?
Contemplo questa bimba, nel cui cuore la Madonna ha deposto un segreto, nascosto nella mente di Dio fin dal momento della creazione del mondo. È il segreto del nome della creatura santa e perfetta, chiamata a diventare Madre di Dio e Madre degli uomini. Lo Spirito Santo l’aveva già rivelato alla Chiesa, che solo quattro anni prima l’aveva proposto come verità di fede a tutti i fedeli. Ora il cielo approva e conferma, posando questa perla preziosa nel cuore di una creatura, fra le più piccole e ignorate della terra.
Mi chiedo come doveva essere quel cuore, per accogliere in sé stesso lo splendore verginale di quella rivelazione di luce. Dio non getta le perle ai porci (Mt 7,6). Bernadette ha ripetuto in più di una occasione che se la santa Vergine l’aveva scelta, era perché non vi era un’altra persona più ignorante di lei. “Mi ha raccolto come un ciottolo”, amava dire. Se invece fossa stata raccolta come una perla di inestimabile valore? Se fosse stata scelta perché Dio non aveva trovato un’altra creatura più limpida, più pura e più trasparente di lei?
Il nome santo di “Immacolata Concezione” poteva essere deposto soltanto nel più innocente dei cuori. Bernadette, come la piccola fanciulla di Nazareth, era la più umile, ma anche la più pura. I suoi biografi giustamente colgono nella luminosa trasparenza della sua anima il tratto caratteristico della sua santità. Non vi è dubbio che la fanciulla abbia fatto uno straordinario cammino spirituale negli anni successivi alle apparizioni. Ma la bellezza spirituale della sua persona risplende fin dall’inizio. Il suo viso “dolce”, il suo sguardo “limpido” e “celestiale”, che lasciavano ammirati coloro che la vedevano, manifestava il candore della sua anima rivestita dalla grazia santificante.
In Bernadette risplende quell’innocenza battesimale, che andò sempre più intensificandosi nel corso della sua vita. Maria ha deposto la perla preziosa del suo nome in un cuore di ineguagliabile trasparenza. La piccola contadina di Lourdes, nella sua persona semplice, umile, modesta e pura è un segno donato al mondo dello splendore divino dell’Immacolata.
(Sui passi di Bernadette – di Padre Livio – Ed Sugarco -cap. 10)