"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Una marea di giovani si sposta a piedi a Tor Vergata per la veglia questa questa sera col Papa

Ucraina – Russia, le notizie di oggi in diretta | Trump schiera due sottomarini nucleari: «Ora sono più vicini alla Russia, ho risposto a Medvedev».

Testate subacquee e tsunami radioattivi. Ora la partita atomica si gioca sotto gli oceani

(di Paolo Valentino) Nel settembre 1983, il tenente colonnello dell’Aeronautica sovietica Stanislav Petrov evitò l’Olocausto nucleare. Quando gli schermi della sala di controllo delle forze strategiche dell’Urss, a pochi chilometri da Mosca, segnalarono che gli Usa avevano appena lanciato un missile balistico intercontinentale, a Petrov rimasero pochi minuti per decidere se il suo Paese fosse sotto attacco o meno. Ma invece di far partire il protocollo della catena di comando che avrebbe potuto portare a una rappresaglia, Petrov decise di aspettare. Aveva ragione, era solo un falso allarme, qualcosa nel sistema di allerta non aveva funzionato. «Mi sono categoricamente rifiutato di essere colpevole di aver fatto iniziare la Terza Guerra mondiale», avrebbe dichiarato nel bel documentario del 2014, L’uomo che salvò il mondo.
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Trump ordina il riposizionamento dei due sottomarini nuclear
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Il presidente Donald Trump ha ordinato il riposizionamento di due sottomarini nucleari statunitensi. La decisione di venerdì arriva dopo quelle che definisce «dichiarazioni altamente provocatorie» dell’ex presidente russo Dmitrij Medvedev. Medvedev e Trump hanno litigato online negli ultimi giorni. L’impatto dei sottomarini nucleari statunitensi, che pattugliano regolarmente i punti caldi globali, rimane poco chiaro. Ma la mossa potrebbe aumentare le tensioni tra Washington e Mosca in un momento delicato, mentre Trump minaccia nuove sanzioni nel tentativo di spingere la Russia verso un cessate il fuoco nella sua guerra con l’Ucraina. Trump ha dichiarato venerdì sera di «aver dovuto» riposizionare i sottomarini. Ha aggiunto che Medvedev ha fatto minacce «inappropriate» e che «quando si parla di nucleare, dobbiamo essere preparati».

5:20 | 02 Agosto

Trump sui sottomarini: «Risposto a una minaccia» «Dobbiamo solo stare attenti.

C’è stata una minaccia e non l’abbiamo ritenuta appropriata, quindi devo stare molto attento. Lo faccio per la sicurezza del nostro popolo. Una minaccia è stata fatta da un ex presidente della Russia, e noi proteggeremo il nostro popolo»: così Donald Trump ha risposto alla domanda di un reporter sul motivo del dispiegamento di due sottomarini nucleari dopo le provocazioni dell’ex presidente russo Dmitri M

I giovani «strani» del Giubileo, tra chitarre e cappelloni: «Siamo missionari digitali»

di Antonio Polito – Corriere della Sera – 2 Agosto 2025

La città invasa dai «Papa-makers» diretti al Circo Massimo. Sotto le tende, mille sacerdoti raccolgono i pentimenti. Oggi la veglia con Prevost

Alejandro viene da Ibiza, e porta sulle spalle una bandiera con l’immagine della Madonna in campo azzurro, in braccio il Bambinello. La scritta dice: Santa Maria regnau en nostro cor. Lui e il suo gruppo di amici, tutti rivestiti del rosso e del giallo di Spagna, sono un po’ il simbolo del piccolo miracolo che sta colorando Roma in questi giorni: un esodo al contrario della gioventù. Mentre migliaia di coetanei, diciamo così secolarizzati, prendono un aereo per andare a peccare sulle spiagge delle Baleari, loro fanno il percorso inverso per venire a Roma a confessare i propri peccati.

Come tutti i ragazzi del Giubileo dei Giovani, Alejandro e i compagni stanno andando al Circo Massimo per la Giornata penitenziale: sotto le tende, mille sacerdoti li aspettano per raccoglierne il pentimento in dieci lingue diverse. Sono proprio «strani», questi giovani; così diversi da quelli che raccontiamo tutti i giorni sui media. Innanzitutto, sono giovani davvero. Giovani con l’acne, intendo; non i finti giovani ultratrentenni delle ospitate in tv. Poi cantano. Accompagnandosi con chitarre e bongo, ma anche con la base delle casse bluetooth che si sono portati appresso. Cantano di tutto. Il vasto repertorio dei neocatecumenali, ma anche Nomadi e Jovanotti, Ligabue e Modugno. Ho sentito perfino un coro di tifosi dell’Inter, e uno del Real.

È un caos organizzato, un chiasso strutturato. Cantano per tenersi insieme, in gruppo, mentre procedono in variopinte colonne occupando i vicoli del centro e scacciandone per qualche giorno quei lugubri «van» neri e tutti gli altri mercanti nel tempio del turismo di massa.

Gallery: Ecco i Papa-makers del Giubileo dei giovani: in migliaia si sono confessati al Circo Massimo

Canteranno anche stasera nel lungo cammino per arrivare sulla spianata di Tor Vergata, sotto la grande Vela di Calatrava, luogo della Veglia con il Papa: una notte tutti insieme in tenda o sacco a pelo, sotto un cielo di stelle. Fino al momento di silenzio, di preghiera, l’attimo più intenso e spirituale della kermesse. 

Cinica e sorniona, Mamma Roma li osserva con stupore, ma anche con amore. Cercano ombra sotto le facciate barocche delle chiese, che qui certo non mancano: di solito deserte, in questi giorni sono diventate affollatissime oasi di frescura e ostelli dell’anima.

Indossano scarpe fatte per camminare: niente infradito, sabot, sneakers firmate o sandali finto monaco stile birkenstock. Invece dei trolley dei turisti, che ogni giorno strepitano e sobbalzano sui sanpietrini, portano zaini. Invece dei berretti da baseball alla moda, cappelli a tesa larga e bandane, per proteggersi dal sole. Non ho indagato oltre l’apparenza, ma non mi è parso di vedere nemmeno un tatuaggio. Tante bandiere nazionali invece, principalmente del Sudamerica: il Cile, il Perù, l’Ecuador, la Colombia. Lo spagnolo, anzi il «castigliano», sembra essere la lingua franca del grande raduno, e forse della Chiesa di oggi. Così deve aver pensato anche il Papa americano, quando l’altro giorno è apparso a sorpresa alla folla dei ragazzi in Piazza San Pietro, e ha subito switchato dall’inglese allo spagnolo: «Siete il sale della Terra, siete la luce del mondo». Ovazioni. È l’entusiasmo di questi giovani a fare di un Pontefice una rockstar. Più che «Papa-boys» sono «Papa-makers». Domani toccherà a loro intronizzare davvero Prevost.

Non era detto che anche questa volta sarebbe stato così: la stessa gioia, la stessa partecipazione di venticinque anni fa, al Giubileo di Giovanni Paolo II. «Allora tutto sorrideva, cominciava un nuovo millennio, era più facile aprirsi alla speranza. Oggi è tutto guerre e massacri, e nelle mani di questi ragazzi c’è un telefonino», dice don Giordano Goccini, il parroco di Novellara che sui miracoli delle GMG (le Giornate Mondiali della Gioventù) ha pubblicato una ricerca, «Sulle strade del rito». «I giovani rispondono ancora alla chiamata perché la loro spiritualità ha bisogno del rito; tutti gli altri, compresi quelli che si fanno in chiesa, non bastano. Ma se noi educatori che li accompagniamo, che li chiamiamo a questa sfida, alzati dal divano, alzati e cammina, prendi in mano la tua vita, lunedì sera saremo tornati al solito tran tran, loro torneranno su Instagram a postare le foto della serata di sushi».

Anche la Rete offre infatti un rito, seppur profano. E la Chiesa ne soffre la competizione. Per questo tra i giovani di Roma ci sono anche molti «missionari digitali», come Benedetta: «Portiamo la parola di Dio in terre straniere, l’evangelizzazione sui social, il Santo Rosario in diretta streaming, ci facciamo ispirare dallo Spirito Santo». Le vie del Signore sono infinite. Benedetta ebbe quella che chiama la sua «conversione» proprio nelle strade della Capitale, durante il Giubileo straordinario indetto da Francesco dieci anni fa. Quanti ragazzi ne avranno una tra oggi e domani?
Non so se questi giovani, così diversi, salveranno il mondo. Forse no. Ma almeno stanno cercando una risposta diversa e migliore allo stesso problema che angoscia i loro coetanei, compresi quelli che stasera saranno invece a Ibiza: la paura di non essere adeguati, la paura di non poter più sperare. La loro speranza è invece così certa, «che è come se già fosse diventata realtà»

🔴LIVE🔴CATECHESI GIOVANILE di P. LIVIO: SONO VOSTRA MADRE E VI AMO – Puntata 4

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Il cardinale Newman, “genio complesso, poeta e mistico”

L’arcivescovo di Reggio Calabria – Bova Fortunato Morrone, traccia un profilo del santo porporato inglese, che sarà proclamato Dottore della Chiesa

31/07/2025 Vatican News

Il cardinale Newman sarà proclamato Dottore della Chiesa

di Fortunato Morrone

John Henry Newman sarà dottore della Chiesa. Finalmente! Dopo la canonizzazione del beato cardinale, proclamata da Papa Francesco il 13 ottobre 2019, si attendeva che la Chiesa, nella persona del Santo Padre Leone XIV, riconoscesse in lui uno dei suoi dottori (da notare che nel 1879 era stato Leone XIII elevarlo alla porpora). Immagino, tuttavia, un Newman in qualche modo imbarazzato e sorpreso davanti a tali riconoscimenti da parte della Chiesa.

Cosciente dei suoi limiti caratteriali e culturali, ma anche delle sue notevoli possibilità intellettive e morali, Newman, avanti negli anni, in una corrispondenza, dopo aver elencato una serie di qualità e di doti specifiche necessarie che il teologo deve presentare, confidava: «Questo io non lo sono, né sarò mai. Come S. Gregorio di Nazianzo preferisco camminare per la mia strada e disporre del mio tempo […] senza pressanti impegni» (LD XXIV, 213).

In tal senso Newman è stato anzitutto un pastore e predicatore di rara finezza linguistica e comunicativa e un credente di notevole cultura e di raffinata intelligenza che — nella contingenza della polemica culturale o della difesa circostanziata di questa o di quella questione teologica o filosofica — ha saputo esibire in massimo grado i motivi della speranza cristiana, ma con uno stile e un’acutezza di riflessione che rivelano la grandezza del suo spirito, capace di elevare il tono del confronto religioso, sociale, educativo o culturale della disputa per dilatare l’orizzonte conoscitivo, razionale e credente dei lettori o dei suoi ascoltatori, fossero essi pro o contro di lui.

Ma la Chiesa non si sbaglia: Newman sarà doctor Ecclesiae poiché, per dirla con san Paolo VI, egli viene riconosciuto come «un faro sempre più luminoso per tutti quelli che sono alla ricerca di un preciso orientamento e di una direzione sicura attraverso le incertezze del mondo moderno» (Discorso agli specialisti e agli studiosi del pensiero del Cardinale Newman, 7.04.1975).

Assiduo lettore e discepolo dei Padri, come loro Newman ha alimentato e motivato il suo esercizio e il suo ministero teologico, attingendo continuamente, nella preghiera, all’ascolto e allo studio della Scrittura. Se con la sua esistenza credente Newman ha testimoniato la bellezza e la praticabilità del Vangelo, con la sua riflessione teologica il presbitero anglicano e professore a Oxford prima, e oratoriano presbitero cattolico poi, ha offerto ragioni valide della credibilità, della sensatezza e della sapienza della fede.

«Genio complesso, poeta e mistico» (Bremond), leader del Movimento di Oxford nel periodo anglicano, Newman è stato riferimento teologico sicuro, nonostante gli anni della diffidenza dei suoi connazionali, della rinata comunità cattolica in Inghilterra dopo il suo sofferto ma lucido passaggio alla Chiesa di Roma. Difendendo la libertà di coscienza in nome di una fede aperta incondizionatamente alla «luce gentile» della Verità e misurandosi dialogicamente e criticamente con le correnti di pensiero religioso, filosofico e teologico dell’epoca vittoriana, Newman ha saputo coniugare magistralmente il rapporto tra fede e ragione, decisivo per il pensiero occidentale, con un approccio fenomenologico personalista più che metafisico, aprendo così nuovi sentieri alla ricerca teologica, chiamata a offrire ragioni della speranza che i credenti, specialmente i semplici, sono invitati a testimoniare, ieri come oggi, in questa umana storia amata da Dio. E ai semplici Newman ha dedicato la sua Grammatica dell’assenso (1870), che lo ha impegnato per tutta la vita, nelle linee programmatiche essenziali già tracciate nei Quindici sermoni universitari, tenuti tra il 1830 e il 1843.

Attualmente la sua opera, nell’orizzonte dell’amicizia tra le ragioni della fede, fondata nella Rivelazione, e le esigenze della ragione, ci offre una visione di una gioiosa fede che dà fiducia alla ragione di fronte al relativismo e allo scientismo odierno.

Tra le altre opere teologiche di Newman segnaliamo il Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana (1845), terminato poco prima del suo passaggio al cattolicesimo, in cui viene posta in evidenza la categoria di Tradizione alla luce della vicenda secolare della Chiesa in chiave dinamica e creativa; l’Idea di Università (1854), frutto della sua esperienza di rettore del nuovo Ateneo di Dublino, opera nella quale i temi dell’unità, dell’interdisciplinarità e transdisciplinarietà dei saperi in dialogo con la teologia (cfr. Veritatis Gaudium 4, qui viene citato Newman insieme a Rosmini) sono come anticipati nel contesto del suo tempo. Ancora, Sulla consultazione dei fedeli in materia di dottrina (1859), in cui la visione ecclesiologica — tracciata in The Prophetical Office, edito nel 1837 per offrire consistenza teologica all’anglicanesimo, ma ripreso e corretto nella Terza prefazione alla Via Media (1873) — aiuta oggi a comprendere la natura sinodale della Chiesa. E infine la Lettera al duca di Norfolk, sul delicato tema della coscienza, luogo del cuore nell’esperire se stessi e Dio (God and myself), ma colto all’interno dell’atto di fede del credente, come assunzione soggettiva e responsabile dell’oggettiva confessione di fede garantita dalla Chiesa.

Si tratta di testi ancora oggi di riferimento sia per l’ampio dibattito teologico contemporaneo, sia per la missione della Chiesa in questo mondo in continuo e veloce cambiamento, che presenta nuove sfide all’intelligenza della fede e opportunità inedite per l’annuncio del Vangelo, ma in una dinamica relazionale che nel soggetto credente coinvolge anzitutto il cuore che comunica al cuore (cor ad cor loquitur) e che certo implica l’intelligenza.

*Arcivescovo di Reggio Calabria – Bova

🔴LIVE🔴 LA CONFESSIONE – Puntata 8 – IL PECCATO, MALE INCURABILE

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IN ARRIVO I GRUPPI PER LA VEGLIA DI DOMANI SERA COL PAPA A TOR VERGATA

🔴LIVE🔴 Incontro di Padre Livio con la veggente Vicka di Medjugorje – Settembre 1987

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GIUBILEO: OGGI CONFESSIONLI ALL’APERTO AL CIRCO MASSIMO

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale sulla divinità di Gesù Cristo, cuore della fede

Cari amici, quello di Nicea è stato il primo Concilio della Chiesa Cattolica. Il Santo Padre presto vi si recherà perché quest’anno nel ricorre il 1700° anniversario; si tratta di un Concilio importantissimo perché ha stabilito la divinità di Gesù Cristo.
Proprio in vista del viaggio del Papa, il 2 luglio Roberto De Mattei ha pubblicato su Corrispondenza Romana un articolo dedicato al Concilio di Nicea. Per rafforzare anche dal punto di vista teologico la nostra fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, commentiamo l’articolo di Roberto De Mattei “Essere cristiani nello Spirito di Nicea”.

È ricorso quest’anno, nel mese di maggio, il 1700° anniversario del Concilio di Nicea, il primo Concilio ecumenico della Chiesa e Papa Leone XIV ha annunciato di voler andare in Turchia, dove oggi Nicea si trova, per commemorare questo grande evento. Nicea ci può apparire come un luogo e come un tempo lontani, distante dalle preoccupazioni di ogni giorno, eppure tutto ciò che riguarda la storia della Chiesa deve essere per noi sempre attuale, perché è carico di insegnamenti che non si perdono nel tempo. Internet talvolta ci assorbe, leggiamo di tutto, crediamo di sapere tutto, ma dobbiamo chiederci quale posto ha nelle nostre occupazioni lo studio della storia della Chiesa, lo studio della teologia e della filosofia cristiana. Senza questo studio la vita spirituale di un cristiano non potrà mai svilupparsi, sarà solo superficiale e sentimentale, destinata ad inaridirsi.
Non dimentichiamo che molta teologia è nella preghiera, ad esempio nel Ti Adoro, nel Credo. Se pregassimo con il cuore avremmo già una robusta formazione teologica.

Cristiani significa essere discepoli di Gesù Cristo, ma come si può essere discepoli di Gesù Cristo, senza approfondirne la conoscenza? Nel suo primo discorso, alla Cappella Sistina, il 9 maggio 2025, il Papa ha detto: «Gesù va annunciato a tutti. Non come superuomo, come talvolta è considerato, ma come il Cristo, Figlio del Dio vivente». Fu il Concilio di Nicea, furono i primi quattro Concili della Chiesa, a chiarire la vera natura di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, promulgando le prime grandi verità di fede.
I due misteri principali della fede, come ci insegna il Catechismo di San Pio X, sono l’unità e la trinità di Dio, la divinità del Verbo Incarnato. Si tratta dei due capisaldi della fede cattolica messi a fuoco nei primi due Concili. Anche l’affermazione di Maria Madre di Dio è stata proclamata da Concilio, a Efeso e significa che il Figlio di Maria è il Figlio di Dio. È la professione di fede cattolica.

San Gregorio Magno ha paragonato i primi quattro Concili ecumenici della Chiesa ai quattro Vangeli: «Confesso che vennero con devozione i primi quattro Concili come i quattro libri del santo Vangelo» (Epistola I, 24: PL 77, col. 478). I quattro Concili a cui si riferisce sono Nicea (325); Costantinopoli I (381); Efeso (431) e Calcedonia (451). Essi formularono quelli che sono i dogmi fondamentali della Chiesa: il dogma trinitario e quello cristologico, assieme a quello, altrettanto importante, della Maternità divina di Maria.
L’affermazione di Maria Theotókos (Madre di Dio) è cristologica, indica che quel Bambino generato da Maria e concepito per opera dello Spirito Santo è il Figlio di Dio. Ovviamente questi Concili sono serviti per combattere le eresie che negavano Dio Santissima Trinità e, di conseguenza, la Trinità del Figlio.

Gli antitrinitari del IV secolo, seguaci del prete Ario, negavano la divinità di Cristo. Essi sostenevano che solo il Padre sarebbe l’unico e vero Dio. Il Verbo, intermediario tra Dio e il mondo, sarebbe invece di una sostanza diversa da quella divina. Nicea definì, contro gli ariani, che il Verbo è vero Figlio di Dio, della stessa sostanza del Padre e perciò veramente Dio. Il termine consustanziale esprime la perfetta uguaglianza del Verbo e del Padre. Il Concilio di Costantinopoli confermò il simbolo niceno, stabilendo che lo Spirito Santo è veramente Dio come il Figlio e il Padre.
Gli ariani si erano così diffusi nella Chiesa cattolica che si arrivò a pensare che la Chiesa fosse diventata ariana. Lo stesso sant’Ambrogio quando fu nominato vescovo di Milano ebbe a che fare con un vescovo ariano che lo contestava e voleva scalzargli il posto. Ambrogio fu un grande combattente contro Ario. Per quanto affermassero la grandezza del Verbo, gli ariani dicevano che era una creatura negandone la divinità. Ma Cristo non è una creatura, è il Verbo eternamente generato dal Padre. Homoousion (in greco: ὁμοούσιον, homooúsion, letteralmente «stesso essere», «stessa essenza», dal greco ὁμός, homós, «stesso», e οὐσία, ousía, «essere» o «essenza») significa che Dio e Cristo sono della stessa sostanza, condividono la divinità. Questo termine è stato utilizzato anche per definire la natura dello Spirito Santo, terza Persona della Santissima Trinità. Il Padre e il Figlio sono uguali nella divinità, ma diversi nella Persona: il Padre è colui che genera, il Figlio è colui che è generato. Lo Spirito Santo è colui che è ispirato dal Padre e dal Figlio. Quindi, la loro identità personale è diversa ma la sostanza della natura è uguale ed è quella divina. Il Concilio di Costantinopoli ha aggiunto che lo Spirito Santo è come il Figlio e come il Padre; nel Segno della Croce professiamo la divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. C’è una sola sostanza divina a cui la Santissima Trinità partecipa, ma è diversa l’identità di ciascuna delle tre Persone. Il Padre è colui che genera; il Figlio è colui che è generato; lo Spirito Santo è ispirato da entrambi. C’è un’unica comunione divina nella comunione eterna delle tre Persone. È un mistero inabissabile quello della Santissima Trinità che sant’Agostino cercò di capire. Un giorno, mentre in riva al mare stava riflettendo proprio sul mistero della Santissima Trinità, gli apparve un angelo che gli porse un bicchiere e gli disse: “Prova a svuotare il mare con questo bicchiere”. Con un bicchiere non si può certamente svuotare il mare, allo stesso modo con il nostro intelletto non si può comprendere l’immensità della Santissima Trinità.

Il Concilio di Efeso affermò, contro l’eretico Nestorio, la maternità divina di Maria e l’unità vera e sostanziale dell’elemento divino e umano di Cristo nell’unità della Persona del Verbo, unico soggetto a cui dobbiamo attribuire la proprietà e le operazioni dell’una e dell’altra natura. Quando, in opposizione a Nestorio, un altro eretico, Eutiche, volle difendere l’unità sostanziale di Cristo, fino al punto di porre in essa non solo una Persona, ma anche una sola natura, il Concilio di Calcedonia stabilì che le due nature in Cristo sono unite in una sola persona ma distinte, non confuse, né mutate o comunque alterate.
Ario negava la divinità del Verbo, Nestorio negava la divina maternità di Maria. Ovviamente si tratta di concetti che capiremo in parte nell’Aldilà. Qualcosa possiamo capire anche adesso. In Gesù Cristo c’è un solo Io che è divino; difatti quando i farisei e i giudei volevano lapidarlo perché si diceva più grande di Abramo, Gesù rispose: “Prima che Abramo fosse, Io sono”. Quell’Io sono è quello di Jahvè, è l’Io divino, è l’Io di Dio, è l’Io del Verbo. Come quando i soldati nel Getsemani si accostano a Gesù per imprigionarlo e, conoscendo tutto quello che gli stava per accadere, chiese loro: «Chi cercate?».  Gli risposero: «Gesù il Nazareno». Gesù disse loro: «Io sono». Questa risposta li fece stramazzare perché era l’affermazione della divinità e quindi della generazione eterna del Verbo dal Padre. Si tratta, alla fine, di concetti semplici: c’è un solo Io in Gesù che è l’Io divino che opera sia attraverso la natura umana (quando mangia, quando beve…) sia attraverso la natura divina (quando fa i miracoli, quando fa profezie…). Il medesimo Io agisce attraverso la natura divina e attraverso quella umana; è pienamente Dio ed è pienamente uomo. In Cristo la natura divina e la natura umana sono distinte, non sono confuse, non sono mutate, non sono alterate e l’Io divino agisce sia attraverso la natura divina sia attraverso la natura umana.

I primi quattro Concili della Chiesa stabilirono dunque che c’è un unico Dio, in tre persone e che Gesù Cristo, Verbo Incarnato, ha due nature, la divina e la umana, ma una sola Persona divina.
Da questi misteri scaturiscono quattro grandi verità:

1) Innanzitutto, la divinità di Gesù Cristo. Egli è Dio, la seconda delle persone divine. È Dio dall’eternità ed è tale per tutta l’eternità.

2) Dio però è anche uomo, e come ogni uomo ha anima e corpo, ha mente, volontà e sensi. Gesù Cristo ha tutte le facoltà e le qualità umane, perché, accanto a una natura divina, ha una natura umana.

3) In terzo luogo, le due nature di Gesù Cristo, la natura divina e la natura umane sono in Lui unite, ma non confuse. Gesù Cristo è nel medesimo tempo perfetto Dio e perfetto uomo.

4) Infine, è nell’unità della persona del Verbo che sussiste l’unione di Dio e dell’uomo. Ciò significa che la natura umana è in Gesù Cristo assorbita nella persona divina. La natura umana può essere mossa solo da quella divina, così come il corpo di ogni uomo è incapace di alcuna attività che non provenga dall’anima.
Chi ignora queste verità non può dirsi cristiano. Essere cristiani significa essere fatti ad immagine di Gesù Cristo, essere formati e trasformati da Cristo, ricevere la vita da Lui e per mezzo di Lui crescere nella vita divina.

Gesù Cristo è Dio, è il Verbo eternamente generato dal Padre e quindi lo è per tutta l’eternità. Dio è anche uomo, ha un’anima e un corpo uniti nell’Io divino. In Cristo non ci sono due Io distinti, quello divino e quello umano, c’è un solo soggetto. Gesù Cristo è allo stesso tempo pienamente Dio e pienamente uomo. La natura umana di Cristo è mossa da quella divina ed è permeata da quella divina; in Lui c’è una fonte di grazia inesauribile che dalla natura umana trabocca nella natura divina.

Dom Francesco Pollien, nel suo aureo libro “Cristianesimo vissuto” (tr. it. Edizioni Fiducia, Roma 2023), ci spiega che non può esistere vita cristiana se non si trovano riuniti i quattro caratteri che costituiscono Cristo: il perfetto elemento divino; il perfetto elemento umano; l’unione del divino con l’umano; l’annientamento dell’indipendenza umana di fronte a Dio.
La natura umana è totalmente unita e soggetta alla natura divina, attraverso la quale l’Io divino di Cristo opera attraverso la natura umana che è totalmente obbediente all’Io divino.

Il primo elemento è quello divino: il primato di Dio nella nostra vita. Se crediamo in Dio e comprendiamo chi è Dio, dobbiamo indirizzare tutta la nostra vita a Lui e alla sua gloria, cercando di ingrandire continuamente in noi la gloria di Dio.
Anche noi, con la nostra natura umana e attraverso la natura umana di Cristo, dobbiamo assimilarci al Verbo, alla sua Persona divina che è eternamente generata dal Padre.

Il secondo elemento è quello umano: dobbiamo sviluppare il corpo, il cuore, la mente, orientandoli al loro fine, che è Dio. Questo elemento ha come modello la natura umana di Gesù Cristo, in cui però tutto era perfetto fin dal principio. Per noi, al contrario, la perfezione è un punto di arrivo a cui dobbiamo tendere con tutte le nostre forze.
Come tutta la natura umana di Cristo è orientata alla divinità, anche la nostra divinità dev’essere tutta orientata a Dio, al Verbo, perché attraverso la sua santa umanità ci uniamo alla sua divinità e attraverso la sua divinità partecipiamo della sua eterna generazione. Anche noi diventiamo figli di Dio. La natura umana di Cristo è perfetta, in Lui non c’è peccato. La nostra natura umana non è perfetta, a causa della nostra imperfezione e del retaggio del peccato originale; la perfezione, per noi, è un punto di arrivo a cui dobbiamo tendere con tutte le nostre forze.

Il terzo elemento è l’unione del divino e dell’umano, attraverso l’azione della grazia, che porta alla nostra anima la vita divina. Non possiamo fare nulla di buono senza l’azione della grazia divina che vivifica le nostre facoltà umane. Questo elemento corrisponde all’unione, senza confusione, delle due nature in Cristo, quella umana e quella divina.
Mentre la natura umana e quella divina di Cristo sono unite alla Persona del Verbo, per noi questa unità tra la natura umana e il Verbo avviene attraverso la grazia dello Spirito Santo che ci purifica, che ci eleva e che ci unisce strettamente a Cristo.

Infine, il quarto elemento è la completa sottomissione dell’umano al divino, della nostra volontà alla volontà di Dio, in modo che, per così dire, ci sia una sola Persona, che non è la nostra, ma quella di Gesù Cristo che vive in noi. È quanto avviene in Cristo, in cui l’unica Persona divina, assorbe le due nature.
La generazione dei miei nonni sapeva benissimo queste cose. Conoscevano bene il pensiero di Ario, di Nestorio; sapevano benissimo che la natura umana e quella divina erano unite nella Persona di Cristo. Sapevano bene che cosa vuol dire nella vita essere uniti a Cristo facendo la sua santa volontà, che è una sola insieme a quella del Padre e dello Spirto Santo.

La nostra vita di cristiani è un germe che deve svilupparsi, tendendo verso la perfezione dei quattro caratteri che abbiamo ritrovato in Cristo. Questo è il grande orizzonte, la grande meta dell’anima cristiana: un Cristianesimo vissuto, forte e virile, carico di grande passione, ma senza nulla di languido e di mellifluo. In tal modo alla domanda di Gesù: «Ma voi, chi dite che io sia?», potremmo rispondere, con le nostre parole e con la nostra vita, come rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 13-20).
Questo articolo è bellissimo e ci fa capire la grandezza inafferrabile, inconcepibile del mistero di Cristo e di Dio Santissima Trinità che Lui stesso ci ha rivelato inviando Suo Figlio sulla terra. Meditando queste Verità possiamo anche capire come la nostra vita cristiana con Maria dev’essere una tensione continua a Suo Figlio Gesù, per essere una sola cosa con Lui. È così che anticipiamo già su questa Terra la vita eterna e siamo già nella pienezza, nella gloria perché in qualsiasi momento della giornata o della notte possiamo entrare in noi stessi e vivere questa intimità con Cristo vivo in noi.

Da: “Lettura cristiana della cronaca e della Storia”

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