"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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🔴LIVE🔴LOTTE E TENTAZIONI DEI PADRI DEL DESERTO – Di P. Livio – Puntata 8

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🔴LIVE🔴PERDONO DI ASSISI – Catechesi di P. Livio

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🔴LIVE🔴LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Gli appelli della Chiesa contro «l’inutile strage»

di Andrea Riccardi| 31 luglio 2025 – Corriere della Sera

La lettera del 1917 di Benedetto XV ai potenti della terra, l’intervento di Paolo VI all’Onu e il sogno di Papa Francesco: aboliamo la guerra

Più di cent’anni fa, il 1° agosto 1917, Benedetto XV inviava una lettera ai Capi di Stato belligeranti, chiedendo a governi e popoli in guerra di «tornare fratelli». È un documento ancora attuale e di riferimento. C’è in esso un’espressione, non invecchiata nonostante il tempo passato: «questa lotta tremenda, la quale apparisce ogni giorno di più inutile strage». La locuzione, «inutile strage», è transitata nel lessico corrente, come definizione tra le più appropriate della guerra. Il papa volle che fosse mantenuta, mentre la Segreteria di Stato del diplomatico card. Gasparri, ne voleva la soppressione.

La locuzione divenne subito popolare, alternativa alle propagande belliche, tanto che il papa fu accusato di disfattismo, incolpato — così dal generale Cadorna — della sconfitta di Caporetto. Gelida l’accoglienza dei cattolici francesi. Si passò all’insulto: Benedetto fu chiamato «crucco» (tedesco) o «Maledetto XV».
Oggi, guardando al dramma di Gaza, bombardata e affamata, vediamo ancora un’«inutile strage». Non c’è ragione, se non quella della forza. E non è «inutile strage» il tributo di vite pagato ogni giorno dagli ucraini da tre anni e mezzo?

Quel 1917 fonda il «ministero» di pace dei papi, un filo rosso negli ultimi due secoli, delegittimando la guerra («non c’è guerra giusta», diceva Francesco) non solo religiosamente, ma per i mali provocati. Ancora Bergoglio: «Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato». L’autorità della Chiesa viene dalla memoria: parla di pace, perché ricorda le tante tragedie della guerra. All’ONU Paolo VI si presentò così: «Noi quali esperti di umanità». Poi lanciò la sfida: «Jamais plus la guerre!». L’autorità della Chiesa viene pure dal farsi voce della povera gente travolta dalla guerra: «voce dei morti e dei vivi», dice Paolo VI.

La Chiesa cattolica, un’internazionale di popoli, vive ogni conflitto, specie la guerra mondiale, come una lacerazione interna. Il papa si vuole «imparziale» tra i combattenti, impegnato per la pace e l’aiuto umanitario (così dal 1914). L’ideale è vivere insieme — scrive Benedetto — «con spirito conciliante, tenendo conto… delle aspirazioni dei popoli, e coordinando, ove occorra, i propri interessi a quelli comuni del grande consorzio umano». In questa visione s’inserisce oggi l’insistenza vaticana sui due Stati, israeliano e palestinese. Nel testo due punti sono decisivi per finire la guerra: l’arbitrato e il disarmo. Sul riarmo, il papato è stato sempre critico con un pensiero non lontano da un militare, il presidente Eisenhower: «Dobbiamo guardarci dalla conquista di un’influenza senza limiti… del complesso militare-industriale».
L’arbitrato si sviluppa, nel tempo, nella fiducia nel dialogo e nelle istituzioni internazionali alla luce del necessario rispetto del diritto. 

La lettera del 1917 non si ferma ai principi, avanza problemi da risolvere: la liberazione del Belgio dai tedeschi, la restituzione delle colonie alla Germania, il contenzioso tra Roma e Vienna, l’Armenia (il papa aveva difeso gli armeni, vittime del genocidio ottomano), la rinascita della Polonia e altro. Si evoca il diritto, ma non si esclude il compromesso «di fronte ai vantaggi immensi di una pace duratura con disarmo». Il valore degli interventi papali è presentare sempre, pure quando l’opinione generale è rigidamente divisa, l’alternativa della pace attraverso il negoziato.

Posizioni simili oggi poco ispirano gli attori internazionali. Siamo nell’età della forza, fuori dalla legalità internazionale, con il discredito della diplomazia e delle sedi internazionali. La politica della Santa Sede è invece per passare dall’età della forza a un’«età negoziale»: un «un moto negoziale della storia, che esige, a tutti i livelli, l’abbattimento dei muri e la sostituzione dei muri con i ponti», diceva La Pira.

Così si è espresso Leone XIV: «incontriamoci, dialoghiamo, negoziamo! La guerra non è mai inevitabile, le armi possono e devono tacere, perché non risolvono i problemi ma li aumentano». La storia conferma per la Chiesa (e non solo) che la guerra è un’inutile strage. Bisogna voltare pagina e inaugurare «un’età negoziale». La proposta nasce da un sogno, espresso da Francesco: «Di fronte al pericolo di autodistruggersi, l’umanità comprenda che è giunto il momento di abolire la guerra, di cancellarla dalla storia dell’uomo prima che sia lei a cancellare l’uomo dalla storia».

LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Venerdì 1 Agosto 2025

h. 9: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)


+h. 9.oo: PENSIERO SPIRITUALE

La divinità di Gesù Cristo è il cuore della fede

(Essere cristiani nello Spirito di Nicea – di R. De Mattei- CR 1905)


h. 9.30 – IL PERDONO DI ASSISI


h. 10. LOTTE E TENTAZIONI DEI PADRI DEL DESERTO (8)


BLOG: blogdipadrelivio.it


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I dazi come arma «tuttofare»: così Trump li sta usando per dettare la politica estera (e interna)

di Federico Rampini – Correre della Sera – 1 Agosto 2025

Trump usa le tariffe in diversi modi: gli «avvisi» al Canada se riconoscerà la Palestina e al Brasile su Bolsonaro Donald Trump non conosce la parola “fine”. È capace di rimangiarsi la parola data, di ritrattare un accordo annunciato. Così il tormentone dei dazi rimane aperto a sorprese, ripensamenti, colpi di scena. Chissà quando arriverà a un approdo stabile, se mai ci arriverà. D’altronde questo presidente ha voluto stracciare e rinegoziare i patti commerciali che lui stesso aveva raggiunto con Canada e Messico nel suo primo mandato. Oltre a decine di aspetti fluidi e in corso di definizione con l’Unione europea, il Giappone, la Corea del Sud (tre partner con cui ha annunciato un accordo di massima, salvo dettagli da precisare, appunto), su altri fronti è cominciato l’utilizzo delle tasse doganali come arma geopolitica. Trump minaccia di colpire il Canada se si ostina a riconoscere lo Stato palestinese; il Brasile se si accanisce a perseguire in via giudiziaria l’ex presidente Bolsonaro accusato di tentato golpe; l’India se continua a comprare petrolio dalla Russia.

Retroterra

In ciascuno di questi casi le sortite di Trump hanno un retroterra specifico. Trump non esclude in via di principio che la Palestina abbia diritto a uno Stato, pensa però che in questa fase non ne esistano le condizioni né a Gaza né in Cisgiordania. Sui procedimenti contro Bolsonaro sono state sollevate obiezioni da molte parti, non solo trumpiane (la Corte costituzionale di Brasilia è notoriamente politicizzata). Infine i dazi all’India sarebbero un modo per colpire Putin. Si tratta in quest’ultimo caso di sanzioni indirette, il cui vero bersaglio sarebbe la Russia, che finora ha continuato a esportare energie fossili in mezzo mondo (Europa inclusa) perché il regime sanzionatorio è un colabrodo.

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Trovare di volta in volta delle spiegazioni per alcune delle nuove minacce di Trump, non toglie che esse siano dirompenti. I dazi diventano un’arma tuttofare, dagli utilizzi multipli. Finché vengono presentati solo come uno strumento per sanare squilibri delle bilance commerciali, siamo in un ambito economico, controverso ma delimitato. Tuttavia il 47esimo presidente li usa — o li minaccia — anche per piegare altri Paesi alla sua volontà su questioni di politica estera e perfino interna. Un accordo ritenuto valido sul terreno commerciale, può saltare se il Paese si mette di traverso alle priorità geopolitiche di Washington.

Stiamo entrando in un mondo nuovo, le cui regole del gioco cambiano sotto i nostri occhi. Tra gli analisti più lucidi c’è lo storico americano Walter Russell Mead: un conservatore non trumpiano, seguace della realpolitik di Henry Kissinger. Mead spiega che Trump sta mettendo a frutto l’immenso potere di pressione che l’America ha accumulato nei decenni su due fronti: come mercato di sbocco delle merci altrui (di gran lunga il più ricco e aperto) quindi locomotiva di traino della crescita europea o asiatica; e come fornitrice di protezione militare a tanti alleati, nella Nato, in Medio Oriente, in Estremo Oriente. Minacciando di togliere l’uno e l’altro — il mercato di sbocco Usa e la protezione armata — vuole strappare concessioni a getto continuo. Non solo sul terreno commerciale, anche su quello politico.

La geoconomia

«The name of the game», la definizione del nuovo gioco al quale stiamo tutti partecipando (volenti o nolenti), è «geoeconomia». Secondo una definizione data dallo stratega militare Edward Luttwak ben 35 anni fa, la geoeconomia è «l’intreccio della logica del conflitto con il metodo del commercio». Un’altra descrizione classica è questa: «l’uso di strumenti economici per promuovere e difendere gli interessi nazionali». Tali strumenti comprendono dazi, politiche industriali, vincoli regolatori, svalutazioni aggressive della valuta, acquisizioni di proprietà estere, controlli sull’export di energia e terre rare. Jonathan Black, vice consigliere per la sicurezza nazionale del Regno Unito, è stato citato sul Financial Times per questa riflessione: «L’intersezione tra interessi economici e sicurezza è la sfida sistemica del nostro tempo. Essa domina sempre più l’agenda non solo dei vertici internazionali e dei governi, ma anche dei consigli di amministrazione aziendali». Non è una novità assoluta. Poiché geoeconomia evoca una fusione tra l’economia, la geopolitica, le dottrine militari, è bene ricordare che negli anni 70/80 quando eravamo invasi dal Giappone, le business school occidentali si misero a insegnare ai manager l’etica marziale dei samurai; nel 2000 con l’inizio del «secolo cinese» fu la volta di Sun Tzu, «L’arte della guerra»

I più attrezzati

Alcune aree del mondo hanno sempre pensato in termini di geoeconomia. Forse per questo oggi la nazione che sembra meglio attrezzata, anche culturalmente, ad affrontare gli shock multipli di Trump è la Cina. Nel pensiero dei suoi leader comunisti, Xi Jinping in testa, non è mai esistita una linea di demarcazione precisa fra strategia militare, strategia industriale, innovazione tecnologica, politica estera e politica interna. Il tutto fa parte di un approccio «olistico»: per Pechino ogni ramo dello Stato, ogni settore dell’economia privata, nonché le istituzioni accademiche e scientifiche, devono contribuire a rafforzare il Paese in vista della sfida finale con gli Stati Uniti per l’egemonia. In tempi non sospetti (2010) Pechino non esitò a mettere in ginocchio il Giappone con un embargo sulle terre rare, per un castigo squisitamente politico

Noi impreparati

Di fronte a un ritorno in forze della geoeconomia l’Europa è sbigottita e impreparata. Era sì abituata a presidenti Usa che perseguivano gli interessi nazionali cercando però di tener conto di quelli degli alleati, e ammantando comunque il discorso geopolitico di valori comuni. Con Trump tutto si riduce ai nudi rapporti di forze. Su questo terreno l’Europa paga ritardi enormi, la lista è lunga: le mancano una difesa, dei campioni Big Tech, delle politiche industriali, un’attenzione strategica all’approvvigionamento di risorse rare, un vero mercato dei capitali. Trump ha una sorta di istinto animale nell’intuire le debolezze multiple nei partner; mentre è costretto a scegliere la prudenza e il compromesso quando ha di fronte la Cina. L’uso dei dazi come arma dai multipli scopi rientra in questo cinico revival della geoeconomia. Non è detto che sia l’America il vincitore finale, però la solidità della sua economia (l’ultimo dato è la crescita del 3% del Pil) consiglia di non sottovalutare la possibilità che infligga molti più danni agli altri — Cina esclusa? — di quanti possa subirne.

IL PERDONO DI ASSISI

Dal mezzogiorno del 1° agosto alla mezzanotte del giorno seguente (2 agosto) si può lucrare una volta sola l’indulgenza plenaria. (Si può applicare per sé o per i defunti)

Titolo: Il perdono di Assisi

Ricorrenza: 2 Agosto

Il 2 agosto si ricorda Santa Maria degli angeli e del perdono, Madonna alla quale è dedicata una Basilica in Assisi, e dove Ella apparve a San Francesco, il quale svolse parte della sua opera nella cosiddetta Porziuncola, una chiesetta ottenuta in dono dai monaci Benedettini del monte Subasio nella quale fondò l’Ordine dei Frati Minori, da lui stesso rimodernata e sistemata e presso cui si ritirava in preghiera e meditazione.

Proprio qui si narra che un giorno di luglio del 1216 San Francesco si trovasse a pregare quando gli apparve in tutto il suo fulgore la Madonna seduta alla destra di Gesù Cristo e circondata da angeli la quale gli chiese in che modo poter esaudire il suo desiderio di mandare tutti in paradiso. San Francesco rispose prontamente:

“Signore, benché io sia misero e peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”. Quale altruistica richiesta! Che tutti quelli che nel corso degli anni si fossero recati a pregare nella Porziuncola, avessero ottenuto la completa remissione delle loro colpe, quello che viene conosciuto come il Perdono di Assisi.

Gli fu infatti risposto di recarsi dal Papa in carica, ovvero il Pontefice Onorio III il quale dopo averlo ascoltato e concessa l’indulgenza gli chiese se volesse un documento, ma il frate rispose sicuro: “Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento, questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni”.

Così il 2 agosto di quell’anno San Francesco promulgò il Grande Perdono per ogni anno in quella data a coloro che fossero andati nella chiesetta della Porziuncola, oggi all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli.

IL PERDONO DI ASSISI
COME OTTENERE L’INDULGENZA PLENARIA DEL PERDONO DI ASSISI

(Si può applicare per sé o per i defunti) Dal mezzogiorno del 1° agosto alla mezzanotte del giorno seguente (2 agosto) si può lucrare una volta sola l’indulgenza plenaria

CONDIZIONI RICHIESTE:

  1. Visita, entro il tempo prescritto, a una chiesa francescana, cattedrale o Parrocchiale o ad altra che ne abbia l’indulto e recita del “Padre Nostro” (per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo) e del “Credo” (con cui si rinnova la propria professione di fede).
  2. Confessione Sacramentale per essere in Grazia di Dio (negli otto giorni precedenti o seguenti).
  3. Partecipazione alla Santa Messa e Comunione Eucaristica (negli otto giorni precedenti o seguenti).
  4. Una preghiera secondo le intenzioni del Papa (almeno un “Padre Nostro” e un’Ave Maria” o altre preghiere a scelta), per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice.
  5. Disposizione d’animo che escluda ogni affetto al peccato, anche veniale.

RITAGLI DI PAGINE INEDITE

TROVI LE PUNTATE PRECEDENTI NELLA SEZIONE “CATECHESI DI PADRE LIVIO”

NOVITÀ estrapolazioni da ascoltare ritagli di pagine inedite dal LIBRO di P.LIVIO: “VOI SIETE LA MIA SPERANZA”
{Qui nella versione radiofonica a cura di Roberta
IL LIBRO è DISPONIBILE su
TUTTI gli STORE ONLINE
con messaggio WhatsApp: 031 610610
e-mail [email protected]
segreteria: 031 610600 e
nelle LIBRERIE!

🔴LIVE🔴 Incontro di Padre Livio con la veggente Vicka di Medjugorje – Settembre 1987

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Sant’ Ignazio di Loyola


autore: Pieter Paul Rubens anno: 1622 titolo: Sant’Ignazio di Loyola luogo: Museo Norton Simon, Sati Uniti

Nome: Sant’ Ignazio di Loyola

Titolo: Fondatore della Compagnia di Gesù

Nome di battesimo: Íñigo López de Loyola

Nascita: 1491, Lojola, Spagna

Morte: 31 luglio 1556, Roma

Nacque nel castello di Loyola, nei Paesi Baschi spagnoli, da una nobile famiglia, l’anno 1491.

Dopo aver trascorso qualche tempo alla corte dei re cattolici, si arruolò nell’esercito, dove si distinse per valore e coraggio. Prescelto alla difesa di Pamplona, sostenne eroicamente l’assedio con un pugno di uomini, ma nel pieno della battaglia fu colpito da un colpo di cannone che gli fratturò una gamba.

Durante la lunga convalescenza, Ignazio chiese libri di cavalleria, ma gli furono offerti solo la Vita di Gesù Cristo e la Vita dei Santi. Iniziò a leggerli più per necessità che per devozione, ma quei racconti di santi, con i loro digiuni, penitenze e fervore, lo toccarono profondamente. Fu l’inizio della sua conversione. Dopo una dura lotta interiore, la grazia di Dio prevalse.

Appena riprese le forze, decise di cambiare vita. Si recò al santuario di Montserrat, dove depose la spada ai piedi della Vergine e donò i suoi abiti da cavaliere a un povero. Poi si ritirò nella grotta di Manresa per circa un anno, conducendo una vita di estrema austerità, preghiera e mortificazione. Fu in quel periodo che Dio lo colmò di luci interiori e grazie mistiche. In questo ritiro compose il celebre libro degli Esercizi Spirituali, che divenne una guida fondamentale per la vita cristiana.

Desideroso di servire Dio, Ignazio si recò in pellegrinaggio in Terra Santa. Tornato in Europa, si stabilì a Barcellona e iniziò lo studio del latino, poi proseguì gli studi a Parigi, dove conobbe Francesco Saverio, Diego Laínez, Alfonso Salmerón, Nicolás Bobadilla e Pierre Favre. Con loro fondò una nuova milizia di Cristo: la Compagnia di Gesù. Il 15 agosto 1534, nella cappella di Montmartre, i compagni emisero i voti religiosi.

Recatisi a Roma, sottoposero il progetto al Papa Paolo III, che lo approvò ufficialmente nel 1540 con la bolla Regimini militantis Ecclesiae. La Compagnia di Gesù nacque così, destinata a un’enorme influenza nella storia della Chiesa e segnata da persecuzioni, martiri e frutti spirituali in tutto il mondo.

Ignazio inviava missionari nelle terre dei pagani, difendeva la fede cattolica contro l’eresia protestante e promuoveva il rinnovamento spirituale tra i fedeli. Fondò il Collegio Germanico e molte altre istituzioni educative e religiose.

Spesso ripeteva: «Se potessi scegliere, preferirei vivere incerto della salvezza e lavorare per Dio, piuttosto che morire subito sicuro della gloria eterna».

Consumato dalla carità e dal lavoro apostolico, si spense il 31 luglio 1556 a Roma. Fu canonizzato da Gregorio XV nel 1622. Il suo corpo è venerato nella chiesa del Gesù a Roma.

Le sofferenze mandate e permesse da Dio

Nel contesto delle dottrine cristiane, il tema della sofferenza e del male ha sempre suscitato profonde riflessioni teologiche e filosofiche. Sant’Ignazio di Loyola ha offerto un’interpretazione particolare e illuminante su come Dio invia e permette la sofferenza.

Sant’Ignazio chiarisce che Dio non solo manda la sofferenza, ma la permette anche. Queste due affermazioni non sono contraddittorie, ma complementari. La sofferenza è inviata da Dio nel senso che egli la permette, e la permette nel senso che la invia. Questa distinzione può sembrare sottile, ma è fondamentale per comprendere il ruolo di Dio nel contesto del dolore umano.

La sofferenza non è inviata come un nemico che lancia un attacco per distruggere l’avversario. Invece, Sant’Ignazio spiega che le sofferenze derivano dalle regole ontologiche e morali stabilite dal Creatore. Quando l’uomo decide di sovvertire queste regole, ne subisce inevitabilmente le conseguenze. Questo è il senso corretto del “Dio manda la sofferenza”. Le regole divine sono intessute nella struttura stessa della realtà, e violarle porta inevitabilmente al dolore e alla sofferenza.

Oltre a inviare, Dio permette la sofferenza. Questa permessione non è un atto di sadismo divino, ma piuttosto un mezzo di correzione e crescita spirituale. La sofferenza, seppur dolorosa e spesso incomprensibile, ha un ruolo edificante per la persona. È un mezzo attraverso cui Dio guida l’anima verso la salvezza. Questo principio si applica in particolare al male di colpa, dove la sofferenza è la conseguenza naturale di un atto errato, come una malattia derivata dall’abuso di alcolici.

Quando si tratta del male di pena, come la sofferenza degli innocenti, entra in gioco il concetto di mistero. Un bambino nato con gravi deformità che muore subito dopo la nascita rappresenta un male che non può essere compreso pienamente attraverso la sola ragione. Sant’Ignazio sottolinea che senza accettare il mistero, il dolore e la sofferenza rimarranno incomprensibili e insopportabili. Il mistero divino richiede fede e accettazione che vi è un disegno più grande, spesso oltre la comprensione umana.

Sant’Ignazio di Loyola, con la sua profonda spiritualità, offre una visione che invita alla riflessione e alla crescita personale. I suoi Esercizi Spirituali sono un percorso che ogni credente dovrebbe intraprendere almeno una volta nella vita per comprendere meglio il ruolo della sofferenza nella propria esistenza e la sua relazione con Dio.

Sant’Ignazio e la Salus Populi Romani

Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, nutriva una particolare devozione verso la Madonna, simbolo di protezione e guida spirituale. In particolare, l’icona della Salus Populi Romani («salvezza del popolo romano»), custodita nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, rappresentava per lui un punto di riferimento spirituale. Ignazio stesso celebrò la sua prima Messa in questa basilica, sottolineando il legame tra la sua missione e la protezione della Vergine Maria.

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