Anno: 2025 Pagina 13 di 367

Suor Maria di Gesù di Ágreda (1602-1665) è una religiosa dell’Ordine delle Concezioniste Francescane, mistica e scrittrice della Spagna del XVII secolo. Dopo la professione dei voti, cominciò ad avere prove fisiche e morali che si susseguivano in lei con tale intensità che, come essa stessa confessò, per oltre 40 anni provò dolori di morte ma senza morirne, insieme a doni eccezionali, sia esteriori (poi venuti meno) che interiori. Suor Maria scrisse varie opere d’edificazione spirituale, la più nota delle quali è la «Mistica Città di Dio», una sorta di biografia della Madonna, da cui è stato estratto il racconto della nascita di Gesù.
“Maria santissima e Giuseppe entrarono in questo alloggio preparato per loro… Questo era tutto fatto di macigni naturali e rozzi senza alcuna particolarità ed era tale che gli uomini lo giudicarono adatto solo come rifugio di animali; l’eterno Padre, però, l’aveva destinato ad essere abitazione e riparo del suo stesso Figlio… San Giuseppe accese del fuoco con gli attrezzi che a tale scopo aveva portato con sé. E poiché il freddo era grande, vi si avvicinarono per riceverne un po’ di sollievo; mangiarono il povero cibo che avevano portato con incomparabile gioia delle loro anime, sebbene la Regina del cielo e della terra, essendo prossima l’ora del suo parto divino, fosse tanto assorta e rapita nel mistero che non avrebbe mangiato niente, se non si fosse frapposta l’obbedienza al suo sposo.
Una volta terminato di mangiare, ringraziarono il Signore come facevano sempre. Dopo essersi trattenuti per breve tempo in tale ringraziamento e nel parlare tra loro dei misteri del Verbo incarnato, la prudentissima Vergine, che sapeva già vicina l’ora del suo felicissimo parto, pregò il suo sposo Giuseppe di ritirarsi a riposare e a dormire un poco, perché la notte era già molto avanzata. Il santo uomo ubbidì alla sua sposa e le chiese che ella pure facesse lo stesso; a tal fine aggiustò e preparò con i panni portati con sé una mangiatoia piuttosto larga, posta in terra per gli animali che vi si riparavano. Lasciando così sistemata in questa sorta di letto Maria santissima, il santo Giuseppe si ritirò in un angolo della grotta, dove cominciò a pregare. Subito fu visitato dallo Spirito divino e sentì una forza soavissima e straordinaria da cui fu rapito ed elevato in un’estasi in cui gli fu mostrato tutto ciò che avvenne in quella notte nella fortunata grotta, perché non riprese i sensi fino a che non lo chiamò la divina sposa
La Regina delle creature, nel luogo in cui si trovava, fu nel medesimo tempo mossa da una forte chiamata dell’Altissimo con un’efficace e dolce trasformazione, che la sollevò al di sopra di tutte le cose create, e sentì nuovi effetti del potere divino; questa estasi fu infatti una delle più belle ed ammirabili della sua santissima vita… Dal talamo verginale, dunque, il bambino Dio nacque solo e senz’altra cosa materiale o corporea che lo accompagnasse. La volontà divina fu che la prima volta la beatissima Madre vedesse il suo Figlio, uomo-Dio, glorioso nel corpo.
Già era tempo che la prudentissima ed accorta Signora chiamasse il suo fedelissimo sposo san Giuseppe…Conveniva, tuttavia, che anche con i sensi del corpo vedesse, toccasse, venerasse e adorasse il Verbo incarnato prima di qualsiasi altro mortale, perché egli solo era fra tutti eletto come dispensatore fedele di così eccelso mistero. Uscì dall’estasi per volontà della sua divina sposa e, ripresi i sensi, la prima cosa che vide fu il bambino Dio nelle braccia della sua Madre vergine, appoggiato al suo sacro volto e adagiato sul suo petto. Qui lo adorò tra le lacrime con profondissima umiltà. Gli baciò i piedi con tale giubilo ed ammirazione che gli sarebbe venuta meno la vita, se questa non gli fosse stata conservata dalla forza divina, ed avrebbe perso i sensi, se in quella circostanza non gli fosse stato necessario farne uso.
Dopo che il santo Giuseppe ebbe adorato il bambino, la prudentissima Madre chiese licenza al suo medesimo Figlio di sedersi e lo avvolse in fasce e pannicelli, che il suo sposo le porgeva con incomparabile riverenza, devozione e delicatezza. Così fasciato, la stessa Madre divina lo depose nella mangiatoia, dopo aver posto un po’ di paglia e di fieno su una pietra per adagiarlo nel primo letto che Dio fatto uomo ebbe sulla terra al di fuori delle braccia di sua madre.
Subito da quelle campagne venne con somma prontezza, per volontà divina, un bue. Entrato nella grotta si unì all’asinello che la medesima Regina aveva portato. Ella comandò loro di adorare, con la riverenza di cui erano capaci, il loro Creatore e di riconoscerlo tale. Gli umili animali obbedirono al comando della loro Signora e si prostrarono davanti al bambino, lo riscaldarono col proprio fiato e gli prestarono l’ossequio negato dagli uomini.
Così, Dio fatto uomo fu avvolto in panni e posto nella mangiatoia, fra gli animali, adempiendosi miracolosamente la profezia che dice: “Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende”.”
- Autore dell’articolo: Miriam
- Articolo pubblicato:22 Dicembre 2022
- Categoria dell’articolo: Esperienze mistiche
- Sito: I primi sabati di Fatima

L’Osservatore romano – 20 dicembre 2025
di Francesco Patton
Con l’avvicinarsi del Natale le menti e i cuori dei cristiani di tutto il mondo sono rivolti idealmente a Betlemme, cittadina che dista appena pochi chilometri da Gerusalemme. Sebbene le barriere fisiche e geopolitiche attuali la stiano isolando sempre più e, negli ultimi anni, i visitatori si siano ridotti drasticamente a causa della guerra, Betlemme rimane una delle mete più importanti per i pellegrini, perché è lì che Luca e Matteo collocano la nascita di Gesù Cristo, in quella piccola “Betlemme di Efrata” (Mi 5,1) che aveva dato i natali all’antenato illustre di Gesù, il Re Davide. Nel provare a raccontare qualcosa della ricchezza storica, archeologica e spirituale di questa città e del suo cuore che è la basilica della Natività con la Grotta in cui Maria diede alla luce Gesù e la Mangiatoia in cui lo depose dopo averlo avvolto in fasce, sono debitore soprattutto del testo dei confratelli Heinrich Fürst e Gregor Geiger, Terra Santa: Guida francescana per pellegrini e viaggiatori (Terra Santa Edizioni, Milano, 2018), che è certamente la guida più completa ai Luoghi Santi.
“Betlemme”, il nome della città, è ricco di stratificazioni storiche e linguistiche. In ebraico, Bet Lechem, è tradizionalmente tradotto come “casa del pane”, ma potrebbe derivare da una radice più antica, “casa di Lachamu”, antica divinità locale. Di fatto, l’interpretazione come “casa del pane” preannuncia Gesù come il Pane di Vita (cfr. Gv 6,35.41.51.). Il nome arabo della città, Beit Lahm, vuol dire invece “casa della carne”, anche questa interpretazione ha una risonanza teologica profonda e significativa, dato che a Betlemme, per riprendere le parole di san Francesco, il Figlio di Dio «dal grembo della Vergine Maria ricevette la vera carne della nostra umanità e fragilità» (2Lfed 4: FF 181).
Identità e comunità di Betlemme
La popolazione di Betlemme ha subito profonde trasformazioni nel corso dei secoli. Fino al 1947, la città era prevalentemente abitata da cristiani palestinesi. Oggi, su circa 30.000 abitanti, i cristiani rappresentare ormai meno del 40%, a causa del maggiore incremento demografico della popolazione musulmana, a causa del flusso emigratorio che ha riguardato soprattutto i cristiani e a causa dell’aver collocato a Betlemme ben tre grandi campi profughi palestinesi, i cui residenti sono musulmani.
Ciononostante, la connotazione cristiana di Betlemme è ancora evidente e lo si nota a prima vista per i campanili all’orizzonte. Dalla “piazza della Mangiatoia” si possono vedere, tra le altre, la chiesa siro-ortodossa dedicata alla Madre di Dio, quella protestante della Natività e la nuova chiesa dei Melchiti (cattolici di rito bizantino). Al centro e al cuore della città, circondata dai monasteri greco-ortodosso e armeno e dal convento francescano, troviamo la basilica della Natività. Il carattere cristiano della città è riconosciuto anche a livello politico, al punto che per decreto del presidente palestinese, il sindaco di Betlemme deve essere cristiano. Come in tutta la Terra Santa, la locale comunità cristiana è ecumenica: cattolici romani (circa 5.000 persone) e greco-ortodossi costituiscono le maggiori presenze, affiancati da greco-cattolici, armeni, siro-ortodossi e siro-cattolici, copti e luterani.
L’economia locale è tradizionalmente legata al turismo religioso, attività che negli ultimi decenni (e particolarmente negli ultimi anni) è stata messa in crisi dall’instabilità politica, dalla pandemia e dalle guerre. La maggior parte dei cristiani lavorano nell’accoglienza e guida dei pellegrini, così come nella produzione e vendita di souvenir in legno di ulivo e madreperla, un artigianato introdotto e incoraggiato dai francescani a partire dal XVI secolo.
La nascita e la grotta
L’evangelista Luca (2,1-7), narra in modo sobrio e al tempo stesso poetico la nascita di Gesù, legando la storicità dell’evento a un decreto di censimento da parte di Cesare Augusto. Nella prospettiva teologica di Luca, Giuseppe, in quanto discendente della casa di Davide, si reca a Betlemme per «farsi registrare». Matteo vede nella nascita di Gesù a Betlemme il compimento dell’antica profezia messianica di Michea (Mi 5,1) ed è grazie a questa profezia che i Magi potranno raggiungere la casa dove si trovano Maria, Giuseppe e il bambino Gesù (cfr. Mt 2,1-11).
Il luogo specifico della nascita è identificato con una grotta da una tradizione antichissima. Ne parla per primo il filosofo e martire Giustino (100 d.C. ca – Roma tra il 163 e il 167 d.C.), che, nel Dialogo con Trifone (78,5), scritto verso il 150 d.C., ci dà questa informazione: «A Betlemme nacque il bambino. Poiché Giuseppe non sapeva dove alloggiare in quel villaggio, riparò in una grotta nelle vicinanze. E mentre erano là, Maria diede alla luce il Cristo e lo depose in una mangiatoia». Anche un vangelo apocrifo di origine giudeo-cristiana, il Protovangelo di Giacomo, scritto a metà del II secolo, parlerà di una grotta in prossimità di Betlemme, come luogo della nascita di Gesù: «Giunti a metà del cammino, Maria disse a Giuseppe: “Fammi scendere dall’asina, perché quello che è in me mi fa forza per venire alla luce”. Egli la fece scendere dall’asina e le disse: “Dove ti condurrò per nascondere questa tua sconvenienza? Qui il luogo è deserto”. Ma trovò là una grotta e ve la condusse dentro» (ProtGc 17,3–18,1).
Al tempo in cui fu al potere l’imperatore Adriano (dal 117 al 138 d.C.), analogamente a quanto avvenne per il Santo Sepolcro a Gerusalemme, anche a Betlemme ci fu il tentativo di sopprimere il culto della locale comunità cristiana, sovrapponendo alla grotta un tempietto del dio greco Adone con annesso boschetto sacro. Verso il 248 d.C., il grande teologo Origene testimoniava: «Ora, riguardo al fatto che Gesù è nato a Betlemme, se qualcuno desidera ancora altre prove, dopo la profezia di Michea e il racconto dei Vangeli fatto dai discepoli di Gesù, basta far notare che d’accordo con la narrazione evangelica si addita ancora oggi a Betlemme la grotta dove nacque Gesù, e nella grotta, la mangiatoia dove fu avvolto in fasce. E questa cosa che viene additata è così famosa in quei luoghi, che anche i nemici della fede riconoscono che proprio in quella grotta è nato quel Gesù che è oggetto di venerazione e di ammirazione da parte dei Cristiani» (Contra Celsum, I,51, in Aristide Colonna, Origene, Contro Celso, Opere scelte, Utet, 87/1282, 2013).
La storia della basilica
Sopra la grotta della Natività fu eretta la prima grande basilica a cinque navate con un coro ottagonale. Recenti scavi suggeriscono che l’edificio originale fosse solo di poco più corto e altrettanto largo di quello attuale. La sua struttura, forse danneggiata da un incendio (probabilmente durante la sollevazione samaritana del 529 d.C.), fu in seguito ricostruita. La tradizione, non supportata pienamente dall’archeologia, vuole che l’imperatore Giustiniano (VI secolo) abbia distrutto la vecchia chiesa per realizzarne una più grande e bella.
Un evento storico cruciale nella sua conservazione avvenne nel 614, quando i Persiani, invadendo la Terra Santa e abbattendo quasi tutte le chiese, risparmiarono la basilica della Natività. La leggenda narra che ciò accadde perché, sui mosaici della facciata, videro raffigurati i Magi vestiti con abiti simili ai loro. Questo evento prodigioso e la successiva salvezza nel 1009 dalla furia distruttrice del califfo egiziano, Al-Hakim, ne hanno cementato la fama di luogo protetto.
Quando i crociati assunsero il controllo di Betlemme nel 1099, i primi sovrani del regno latino di Gerusalemme, Baldovino I e Baldovino II, scelsero Betlemme e non Gerusalemme per la loro incoronazione (rispettivamente nel 1100 e 1118): «La spiegazione più plausibile di questa scelta è quella fornita dalla leggenda di Eraclio: ci si sarebbe sentiti in imbarazzo a cingere la corona regale là dove il Re Messia aveva cinto una corona di spine» (Fürst-Geiger, Op. cit., 706/1021). I crociati si limitarono a ridecorare la struttura esistente. Nel 1335, i francescani subentrarono ai canonici agostiniani nel servizio ai pellegrini, stabilendosi stabilmente nel 1347 e fortificando il convento.
Nel tardo Medioevo, la basilica cadde in uno stato pietoso, di semi-abbandono. Nel 1480, il domenicano Felice Fabri la descrisse come «profanata, totalmente priva di lampade; sembrava un granaio» (ibidem). Grazie all’impegno dei francescani, un grande sforzo di restauro fu avviato con il contributo della Repubblica di Venezia (per le travi maestre), della Borgogna (per i trasporti) e dell’Inghilterra (per il piombo per i rivestimenti).
La co-proprietà dei francescani durò fino al 1637, quando iniziarono le diatribe che portarono, nel 1757, al trasferimento dell’amministrazione della chiesa e di parte della grotta agli ortodossi greci. Episodi successivi di tensioni, discussioni e di vari interventi anche diplomatici, culminati nel 1847 con la rimozione della stella d’argento dalla grotta (poi ripristinata), portarono le autorità ottomane a emettere, nel 1852, il decreto chiamato dello “Status Quo”, che riguarda la regolamentazione che è tuttora in vigore. Tale decreto impone rigorosamente il rispetto dei diritti e dei doveri di proprietà e d’uso sugli spazi sacri delle tre comunità principali (greci-ortodossi, cattolici romani/francescani e armeni apostolici).
Architettura e iconografia
La basilica della Natività è circondata dal monastero dei greci e degli armeni e dal convento dei francescani della Custodia di Terra Santa con l’annessa chiesa dedicata a S. Caterina d’Alessandria e l’ostello per pellegrini (Casa Nova), dando al complesso l’aspetto di una roccaforte. Il tratto distintivo della sua facciata è il portale d’ingresso più piccolo del mondo, alto solo 130 cm. Questo ingresso, originariamente un monumentale portale di Giustiniano, fu ridotto prima dai Crociati e poi ulteriormente murato attorno al 1500 per impedire che la chiesa fosse profanata usando l’atrio come stalla per cavalli o cammelli. Oggi è un potente simbolo teologico, viene chiamato “la porta dell’umiltà”: tutti, senza distinzione di rango, devono inchinarsi per accedere al luogo nel quale il Figlio di Dio si è umiliato e si è fatto bambino per la nostra salvezza.
All’interno, la basilica colpisce per l’ampiezza e l’armonia (26 x 54 metri) delle sue cinque navate, formate da quattro file di dieci colonne monolitiche in pietra rossa. Le pareti e il pavimento conservano tracce del primitivo splendore, sebbene il pavimento sia stato rialzato di circa 80 cm.
Le colonne e i santi
Lungo le navate, 28 colonne di epoca crociata (XII secolo) sono decorate con figure dipinte di santi, accompagnate da iscrizioni in greco e in latino. Questa iconografia è straordinariamente eclettica e riflette la vasta gamma di devozioni dell’epoca. Troviamo una serie di santi occidentali: San Cataldo (vescovo di Taranto), Leonardo di Limoges, gli apostoli Giacomo e Bartolomeo, re Olaf di Norvegia e re Knut di Danimarca. Inoltre, una serie di Santi Orientali e Locali: San Giorgio, i padri del monachesimo Eutimio, Antonio e Macario, San Saba e San Teodosio.
I mosaici dei Concili
Le pareti superiori della navata centrale erano interamente rivestite di mosaici, di cui restano porzioni significative. Questi mosaici illustravano la genealogia di Gesù (dal Vangelo di Matteo) e, in una fascia superiore, i Concili della Chiesa antica. Sulla destra, i testi dei primi sette Concili ecumenici (universali) — dal I Concilio di Nicea (325 d.C.) al II Concilio di Nicea (787 d.C.) — stabilivano i fondamenti della dottrina cristiana. Purtroppo, è rimasto intatto solo quello del Costantinopolitano I (381 d.C.). Sulla sinistra, erano raffigurati sei Sinodi locali (Gangres, Sardica, Antiochia, Ancira).
Questa scelta iconografica non aveva solo uno scopo illustrativo, ma anche dottrinale: la basilica intendeva non solo celebrare la nascita del Figlio di Dio, ma anche indicare l’esatta dottrina cristologica, in un tentativo di ricucire idealmente lo scisma tra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente, fornendo un fondamento di fede comune. Al di sopra, sette angeli in processione celeste, opera dell’artista Basilio, si dirigevano simbolicamente verso la grotta. Il settimo è riemerso nel 2016, durante i lavori di restauro curati dalla ditta Piacenti.
La grotta, il presbiterio e l’ecumenismo
Il presbiterio sopraelevato si trova all’incrocio delle navate. È separato dall’altare vero e proprio da una splendida iconostasi rossa e oro, realizzata nel 1764 e dorata nel 1853, tipica delle chiese di rito greco ortodosso.
La grotta della Natività, accessibile dal transetto sud, è il cuore spirituale del complesso. È qui che, per lo “Status Quo”, le tre comunità hanno giurisdizioni distinte: la grotta è proprietà dei greci e dei francescani, la mangiatoia e l’altare dei Magi appartengono ai francescani, gli armeni hanno diritto di incensazione e di collocare delle icone in occasione del loro Natale (19 gennaio). Nonostante le complesse regolamentazioni dello “Status Quo”, il clima ecumenico a Betlemme è in costante crescita. Ne è prova la comune opposizione alla strumentalizzazione politica della chiesa e, soprattutto, i lavori di restauro. Dalla grotta della Natività si possono raggiungere anche le altre grotte, di proprietà della Custodia di Terra Santa e la chiesa di S. Caterina, essa pure di proprietà dei Francescani.
In attesa dei pellegrini
La vera sfida oggi non è semplicemente quella del mantenimento e del restauro degli ambienti, la vera sfida è quella di preservare la presenza cristiana a Betlemme, una presenza bimillenaria ed ecumenica. Purtroppo, il distacco di Betlemme da Gerusalemme, la costruzione del muro, i check-point che ne rendono difficile l’accesso ai pellegrini ma soprattutto il passaggio agli abitanti, così come gli insediamenti di coloni cresciuti esponenzialmente negli ultimi anni attorno alla città, soffocano ormai anche la comunità che la abita.
Dopo due Natali trascorsi senza pellegrini e senza solennità, a luci spente e in un clima di guerra, tutti a Betlemme aspettano il ritorno dei pellegrini per il Natale ormai prossimo, per poter celebrare assieme, cristiani locali e cristiani di tutto il mondo, l’evento che ha cambiato la storia: la nascita del Bambino Gesù, il Figlio di Dio incarnato e nato dalla Vergine Maria.
Un pressante appello per la pace
Da questo luogo risultano anche particolarmente profetiche e attuali le parole pronunciate a Betlemme da Papa San Paolo VI il 6 gennaio 1964: «Lasciando Betlemme, questo luogo di purezza e di tranquillità dove è nato, venti secoli fa, quello che preghiamo come Principe della Pace, sentiamo il dovere imperativo di rinnovare ai capi di Stato e a tutti coloro che hanno la responsabilità dei popoli il nostro pressante appello per la pace del mondo. Possano coloro che detengono il potere ascoltare questo grido del nostro cuore e continuare generosamente i loro sforzi per assicurare all’umanità la pace alla quale essa così ardentemente aspira. Attingano dall’Onnipotente e dal più intimo della loro coscienza umana un’intelligenza più chiara, una volontà più ardente e un rinnovato spirito di concordia e di generosità, per scongiurare a tutti i costi nel mondo le angosce e gli orrori di una nuova guerra mondiale, le cui conseguenze sarebbero incalcolabili. Possano collaborare ancora più efficacemente per instaurare la pace nella verità, nella giustizia, nella libertà e nell’amore fraterno».
SULLE ORME DI GESU’ – LA BASILICA DELLA NATIVITA’
SIR- 20 dicembre 2025 – Daniele Rocchi
Nel suo primo Natale da Custode di Terra Santa, padre Ielpo, richiama il Bambino deposto nella mangiatoia come segno di un Dio che si fa vicino nella fragilità ed invita a guardare alla Terra Santa con speranza, nonostante la guerra a Gaza e le tensioni e le violenze in Cisgiordania. “Dio – spiega al Sir il frate – non ha paura di nascere nella stalla della nostra umanità. Una mangiatoia in una stalla, fatta di fieno, con odori non sempre gradevoli”. Ai politici lancia un appello: “scegliere se essere come Erode, regnante di turno aggrappato al potere, o come i Magi, capaci di seguire la stella, la ragione e il desiderio del bene”.

La Luce della Pace di Betlemme
È il primo Natale da Custode di Terra Santa per padre Francesco Ielpo, eletto lo scorso 24 giugno, da parte del Ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori, fra Massimo Fusarelli, con il suo Definitorio e confermato da Papa leone XIV. Un Natale che arriva mentre la guerra continua a segnare Gaza, nonostante un fragile cessate il fuoco, e mentre in Cisgiordania crescono violenze e tensioni. In questo contesto complesso, il Custode riflette sul senso del Natale come tempo di speranza concreta, condivisa e incarnata. Nel suo messaggio natalizio, diffuso il 19 dicembre, padre Ielpo richiama il Bambino deposto nella mangiatoia come segno di un Dio che si fa vicino nella fragilità ed invita a guardare alla Terra Santa con speranza, a pregare per la pace e a riconoscere la presenza di Dio nei poveri e nelle ferite del mondo, accogliendo la luce che nasce.
Padre Ielpo, che Natale sarà quello del 2025 in Terra Santa?
Sarà un Natale diverso. Dopo due anni di guerra, il cessate il fuoco del 10 ottobre resta fragile e non ha fermato del tutto il conteggio delle vittime, ma rappresenta comunque un punto di speranza. Stiamo vedendo, soprattutto in Galilea, a Betlemme e in Giudea, segnali di un desiderio profondo della popolazione – non solo cristiana – di tornare ad accendere le luci, di tornare a fare festa.
L’uomo non può vivere senza festa, senza una gioia che nasce da una speranza rinnovata.
Allo stesso tempo, il Natale dei gazawi sarà molto diverso: resta una situazione drammatica e dolorosa, aggravata anche dalle alluvioni degli ultimi giorni. È un Natale duplice: da un lato la speranza che si riaccende, dall’altro la condivisione del dolore con chi continua a soffrire.
In che modo la liturgia natalizia può diventare un messaggio di speranza credibile e concreto per una popolazione stremata dalla guerra?
La liturgia è di per sé un messaggio di speranza. Il tempo di Avvento è un tempo di attesa e mai come quest’anno questa attesa appare profondamente connessa alla vita reale. Noi siamo attesa di un compimento, della festa vera, quella piena, di cui tutte le altre feste sono solo un riflesso. La liturgia è credibile perché è celebrata da una comunità: un popolo che si raduna attorno all’altare, alla mangiatoia di Betlemme, e sperimenta l’unità e la comunione. È una Chiesa che non ha mai abbandonato il suo popolo.
Il messaggio del Natale è questo: Dio ha posto la sua dimora in mezzo a noi e non la lascerà fino alla fine dei tempi. In qualunque condizione, non siamo soli. E questa è una speranza credibile e concreta.
Il tema del “porre la tenda in mezzo a noi” sembra parlare in modo particolare, anche figurativamente, alla realtà di Gaza e di Betlemme. È questa la parola chiave di questo Natale?
Sicuramente sì, ma da settimane mi accompagna soprattutto un altro dettaglio evangelico: la mangiatoia. Una mangiatoia in una stalla, fatta di fieno, con odori non sempre gradevoli.
Dio non ha paura di nascere nella stalla della nostra umanità.
È questa la grande sfida della fede: credere che, nonostante le tenebre, una luce continua a risplendere.
Dio non nasce in un palazzo o in una reggia, ma nel punto più basso della nostra umanità, anche lì dove c’è il male, di cui l’uomo porta una responsabilità. Ed è lì che lo andiamo ad adorare.
Come vivono questo Natale le comunità cristiane di Betlemme e Gerusalemme, anche alla luce dell’assenza dei pellegrini?
La crisi economica, dovuta alla quasi totale assenza di pellegrinaggi, pesa molto sulla vita quotidiana di tutte le famiglie. Tuttavia questo Natale è segnato da una rinnovata speranza. C’è un’attesa che non è vuota, ma che dice: ‘Ce la faremo anche questa volta’. La solidarietà della Chiesa universale, in questi anni di guerra, ci ha fatto sentire accompagnati. I segnali sono timidi, piccoli, ma reali: qualcosa potrà ripartire con l’anno nuovo.
Che contributo possono offrire le Chiese cristiane per ricostruire la fiducia tra israeliani e palestinesi?
Il primo grande contributo che può dare la Chiesa è mostrare il volto della compassione. Una compassione che patisce con chiunque soffre, perché il dolore riguarda tutti. La Chiesa è chiamata a essere ponte, pacifico e mite, per favorire il dialogo, la mediazione e l’ascolto. A testimoniare che apparteniamo a un’unica umanità, voluta e amata da Dio.
C’è un appello che in questo Natale desidera lanciare ai cristiani del mondo e ai leader politici?
Ai cristiani dico: tornate pellegrini in Terra Santa. Unitevi a quella processione di angeli che scendono ad adorare il Bambino. Venite dove Gesù è nato, ha vissuto, è morto ed è risorto.
TROVI LE PUNTATE PRECEDENTI NELLA SEZIONE CATECHESI DI PADRE LIVIO

21 MARIA MADRE CHE SOLLEVA
Nel cammino della vita non solo è facile perdere la retta via, lasciandosi ingannare dalle strade larghe e invitanti. Anche chi persevera lungo il sentiero aspro e stretto è soggetto a stanchezze e a ripensamenti. La via che conduce alla vita eterna è come quella del Calvario. Non mancano le cadute, perché la croce è pesante e la natura umana è debole. Contrariamente a quanto si pensi, anche i santi hanno sperimentato la comune fragilità cadendo e ricadendo. Il nemico a sua volta tende le sue trappole e lancia i suoi dardi infuocati. Spesso i colpi sono così violenti e le ferite così sanguinanti che manca la forza di rialzarsi e di riprendere il cammino. I santi non sono coloro che non hanno mai inciampato. Anche loro, come noi, hanno sbattuto la faccia sulle pietre, ma, diversamente da noi, si sono rimessi in piedi e hanno ripreso con vigore il cammino.
Che cosa fa una madre quando il suo bambino, cade rovinosamente a terra, scorticandosi le mani e le ginocchia? Piena di premura corre in suo aiuto e lo rimette sulle gambe perché possa riprendere a camminare. Se si è sporcato, lo pulisce e se si è procurato delle ferite, lo cura con amore. Nessuna madre starebbe a guardare indifferente il figlio che si lamenta nel tentativo di rialzarsi. Quand’anche collezionasse una lunga serie di capitomboli, non si stancherebbe di accorrere per risollevarlo. La nostra Madre celeste non è certo da meno di una madre terrena. Lei sa bene che nel cammino spirituale gli uomini sono come dei bambini ai primi passi. Inciampare e cadere fa parte della loro esperienza quotidiana. Lei non si meraviglia e sa bene che, finché tocca con mano la sua fragilità, l’uomo viene preservato dallo scivolone più grave e più insidioso, che è quella di chi pensa di camminare senza toccare i piedi per terra.
Le cadute lungo il cammino della vita sono inevitabili. Finché si resta bambini non lasciano gravi conseguenze. Quando un bambino cade, non si vergogna di chiedere aiuto. Piange e chiama la madre, finché non la vede accorrere. Se non riesce ad alzarsi, le tende le mani per farsi sollevare. Se si è fatto male, si lascia docilmente medicare. Poi riprende di nuovo a correre senza paura e pieno di fiducia. Il cristiano deve sapere che Dio gli ha messo a fianco una Madre attenta e premurosa, che è pronta a risollevarlo ogni volta che inciampa. Non deve esitare a chiamarla, se non riesce e rimettersi in piedi. Certe cadute sono così rovinose che invano uno riuscirebbe ad alzarsi da solo. Certe ferite sono così profonde che hanno bisogno di cure prolungate. A volte si è tentati di restare distesi per terra e di rinunciare a riprendere il cammino. Maria, che ha accompagnato Gesù lungo il Calvario, dandogli con la sua sola presenza la forza di risollevarsi, non lascia a terra nessuno dei suoi figli.
Cadere e rialzarsi. È la legge del cammino spirituale. È la via che porta alla vita eterna. Dio, nella sua sapienza, preserva l’uomo dall’orgoglio spirituale, permettendo che morda la polvere del suolo. Il superbo, quando cade, impreca e maledice. Cerca di rimettersi in piedi da solo, ma arriva sempre il momento di una caduta rovinosa in cui si spezza le gambe ed è costretto a invocare il soccorso se non vuole perire. L’umile, quando cade, chiama la Madre celeste e le tende le mani. Lei le afferra, infondendo forza e coraggio. Il suo sorriso fa dimenticare il dolore e il suo sguardo, pieno di compassione, riscalda il cuore. La caduta è un’arma a doppio taglio. Il nemico ne approfitta per scoraggiare e per far desistere dal cammino. Dio invece se ne serve per mantenerci nell’infanzia spirituale e per farci scoprire la presenza di un cuore materno. Chi cammina con Maria si rialza ogni volta che cade.
Il patriarca latino di Gerusalemme è in visita alla parrocchia della Sacra Famiglia, accompagnato da monsignor Shomali. In questi giorni informa il patriarcato, si informerà sulla situazione e sui bisogni umanitari piccola comunità. cattolica. La sua presenza “esprime ad accompagnare i suoi fedeli nella speranza, nella solidarietà e nella preghiera”
Vatican News 20 -12- 2025
La Chiesa non li ha mai abbandonati, restando sempre al loro fianco, accanto alla piccola comunità dei cattolici di Gaza che, anche per questo Natale, così come fu per il 2024, riceverà conforto e solidarietà, per la quarta volta dal 7 ottobre 2023, dal cardinale Pierbattista Pizzaballa.

I bambini accolgo il cardinale Pizzaballa in visita alla parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza
In visita alla Sacra Famiglia
Il patriarca latino di Gerusalemme è arrivato oggi a Gaza per le celebrazioni natalizie, così come fu nel 2024. Un appuntamento annuale, annullato nel 2023 a causa dei bombardamenti israeliani. Il porporato quindi, come informa un comunicato stampa del patriarcato, accompagnato dal vicario patriarcale latino, monsignor William Shomali e da una piccola delegazione, è in visita pastorale alla Parrocchia della Sacra Famiglia.

Il cardinale Pizzaballa in visita alla parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza
Le iniziative per la comunità
In questi giorni, Pizzaballa, si legge, “esaminerà la situazione attuale della parrocchia, inclusi gli interventi umanitari, gli sforzi di soccorso e riabilitazione in corso e le prospettive per il periodo a venire. Incontrerà il clero e i parrocchiani locali per ricevere informazioni sui bisogni della comunità e sulle iniziative in corso per sostenerla”. Domenica, in ultimo, presiederà la Messa di Natale sempre presso la Sacra Famiglia.
Il legame tra la parrocchia e il patriarcato
Questa visita, spiega ancora il Patriarcato, “segna l’inizio delle celebrazioni natalizie in una comunità che ha vissuto e continua a vivere momenti bui e difficili. Riafferma il legame duraturo della parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza con la più ampia diocesi del patriarcato latino di Gerusalemme ed esprime l’impegno del Patriarcato ad accompagnare i suoi fedeli nella speranza, nella solidarietà e nella preghiera”.

La visita del cardinale Pizzaballa alla parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza
Vangelo
Gesù nascerà da Maria, sposa di Giuseppe, della stirpe di Davide.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 1,18-24
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.
Parola del Signore
Preparazione alla Confessione nel Tempo di Natale
