"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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IL MIRACOLO DELLA CONVERSIONE – Catechesi di P. Livio – Puntata 11

Preparazione alla Confessione nel Tempo di Natale

🔴LIVE🔴I DIECI COMANDAMENTI – di Padre Livio – Puntata 17 – PREGHIERA

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Leone XIV, davanti al Presepe pregate Gesù anche per le intenzione del Papa e per la pace

All’Angelus il Papa benedice i Bambinelli dei presepi e ricorda le virtù di San Giuseppe, pietà e carità, misericordia e abbandono

Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano, domenica 21 dicembre 2025, 12:10 (ACI Stampa).

“Giuseppe, con un grande atto di fede, lascia anche l’ultima spiaggia delle sue sicurezze e prende il largo verso un futuro che è ormai totalmente nelle mani di Dio”. Papa Leone XIV lo ha detto nelle riflessione di oggi prima della recita della preghiera dell’ Angelus alle 12 in piazza San Pietro.

Seguendo la liturgia della quarta Domenica di Avvento, il Papa riflette su San Giuseppe che “mostra di cogliere il senso più profondo della sua stessa osservanza religiosa: quello della misericordia”.

Il Papa cita Sant’ Agostino e aggiunge: “Pietà e carità, misericordia e abbandono: ecco le virtù dell’uomo di Nazaret che la Liturgia oggi ci propone, affinché ci accompagnino in questi ultimi giorni di Avvento, verso il Santo Natale”. Per il Papa sono atteggiamenti che “educano il cuore all’incontro con Cristo e con i fratelli, e che possono aiutarci ad essere, gli uni per gli altri, presepe accogliente, casa ospitale, segno della presenza di Dio. I

n questo tempo di grazia, non perdiamo occasione per praticarli: perdonando, incoraggiando, dando un po’ di speranza alle persone con cui viviamo e a quelle che incontriamo; e rinnovando nella preghiera il nostro filiale abbandono al Signore e alla sua Provvidenza, affidandogli tutto con fiducia”. E chiede aiuto a Maria e Giuseppe “che per primi, con fede e amore grande, hanno accolto Gesù, il Salvatore del mondo”.

Dopo la preghiera il Papa ha salutato i molti gruppi presenti provenienti da ogni parte del mondo e in particolare dei bambini degli Oratori Romani in piazza per la tradizionale benedizione delle statuette di Gesù Bambino per i presepi: “Davanti al Presepe pregate Gesù anche per le intenzione del papa in particolare perché tutti i bambini del mondo possano vivere nella pace” ha detto il Papa augurando un santo e sereno Natale a tutti.

🕯️🕯️🕯️🕯️Benedizione di P.Livio🙏 Quarta Domenica d’Avvento

IL MISTERO DEL NATALE

L’Annuncio a Maria

È importante comprendere appieno il valore e il senso del Santo Natale, anche perché viviamo in un tempo in cui il mondo è ormai mondanizzato e tutto ruota intorno al commercio. Per dirla come il Cardinal Biffi, ci siamo dimenticati chi è il vero festeggiato. Nel momento in cui la Madonna a Nazareth ha ricevuto la visita dell’arcangelo Gabriele che ha dato l’annuncio del grande evento della Storia della Salvezza, è iniziato il primo Natale. Da quell’istante il Verbo si è incarnato nel grembo della Vergine Maria e, come spiega San Paolo, tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui. L’Incarnazione del Verbo è l’evento principale della Storia della Salvezza.

Nel momento in cui l’arcangelo Gabriele ha rivelato a Maria il mistero nascosto da secoli, cioè che il Verbo si sarebbe fatto carne nel suo grembo per opera dello Spirito Santo, il Figlio di Dio ha assunto una natura umana; si sono rivelati i misteri principali della fede Cattolica: Dio Santissima Trinità e la divinità di Gesù Cristo. Quello dell’Annunciazione è un istante sovrumano, totalmente divino che si apre agli occhi della fede. Dio, per amore, si è fatto carne per elevare gli uomini alla dignità di figli di Dio, per renderli partecipi della natura divina.

La Vergine Maria si apre totalmente a questo mistero, preparata dallo Spirito Santo comprende e non si ritrae, non ha paura e, dopo essersi assicurata che avrebbe conservato il dono della verginità, pronuncia il suo “sì” coraggioso, generoso e totale a Dio.
Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l’angelo partì da lei (Lc, 1 26-38).

La Madonna accetta il compito che Dio le affida fidandosi completamente di Lui, anche correndo il rischio di essere ripudiata e lapidata proprio perché avrebbe dato alla luce un figlio “non conoscendo uomo”. Apriamoci, allora, a questa visione meravigliosa dell’infinita Misericordia di Dio che si abbassa fino a noi e alla contemplazione della prontezza di Maria che accetta il disegno di Dio, il suo mistero e la missione che le è stata affidata. Il “sì” di Maria sia per noi un esempio, un punto di riferimento, una sollecitazione a come dobbiamo atteggiarci di fronte a Dio e alla missione che affida a ciascuno di noi. Il nostro “sì” sia incondizionato, totale, generoso e coraggioso come quello della Vergine Maria.

Nel momento dell’Annunciazione si manifesta un evento inconcepibile alla mente umana, il Verbo si fa Carne nel mistero di amore infinito di Dio che abbraccia la sua creatura umana, la rende partecipe della sua gloria. Questo è il mistero della fede che dobbiamo custodire, difendere, proclamare con fierezza. La Regina della pace ha detto che molti hanno rifiutato la fede e la Croce. Il mondo moderno non ha più fede nella divinità di Gesù Cristo e nella remissione dei peccati mediante il sacrificio sulla Croce. Consolidiamo, abbracciamo, interiorizziamo il grande mistero della fede che è la divinità di Gesù Cristo, Figlio di Dio, Redentore del mondo, Via, Verità e Vita. Cristo è l’alpha e l’omega, l’inizio e la fine, il Signore della Storia, è la Persona divina del Verbo. Lo abbiamo rinnegato, sminuito, ridotto a semplice uomo, a personaggio storico; Gesù da molti è anche odiato, perseguitato, bestemmiato, insultato.

Il Natale parta dalla fede della Vergine Maria che ha creduto che quel Bambino che avrebbe dato alla luce fosse veramente il Figlio di Dio. La fede cristiana è proprio questa: Gesù si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo. Theotókos (in greco antico: Θεοτόκος) è un titolo attribuito a Maria durante il Concilio di Efeso. Letteralmente significa “Genitrice di Dio” e spesso viene reso in italiano con Madre di Dio. La nostra fede sia la fede di Maria, prepariamoci ad accogliere totalmente quel Bambino che la Madonna ha generato, che è il Figlio di Dio, il Redentore del mondo. Apriamoci completamente a Cristo, crediamo in Lui, amiamolo, seguiamolo. Gesù sia il nostro maestro, il nostro redentore, la nostra guida, il nostro salvatore. Per coltivare dentro di noi questa Verità di fede ascoltiamo la Parola di Dio e accostiamoci al Sacramento dell’Eucarestia dove è presente totalmente il mistero di Cristo, della sua divinità e della sua umanità crocifissa. Nel Santissimo Sacramento Cristo è veramente presente con il suo corpo, sangue, anima e divinità. Il modernismo ha oscurato e dissipato le Verità della fede, tocca noi tenerle vive, coltivarle, professarle.

Incamminiamoci verso il Natale partendo dal mistero dell’Incarnazione, accogliendo quel Bambino come Figlio di Dio con amore, gioia e fede. Cristo sia presente nella nostra vita. Guardiamo Gesù come lo guarda Maria, con la stessa fede, con lo stesso amore, con la stessa umiltà, con lo stesso dono totale di sé. Con Maria seguiamo Gesù, crediamo in lui, amiamolo. Andiamo, allora, verso la grotta di Betlemme con questo spirito d’amore totale. Gesù è la vera luce del mondo, il vero Signore della Storia, il vero Re dei nostri cuori. Molti hanno perso la fede perché hanno smesso di pregare, non partecipano più alla Santa Messa e non si accostano più alla Santa Eucarestia. Annunciamo al mondo che sta per nascere il Figlio di Dio, l’unico Signore, Salvatore e Redentore del mondo.

Il senso di colpa e la nuova barbarie nella Russia di Putin

di Stefano Caprio – Asia News – 21 Dicembre 2025

Presentata l’ultima opera di Viktor Erofeev, voce critica della guerra fin dalla Crimea. Reprimere il senso di colpa è diventato un fenomeno automatico. Il crollo dell’Unione Sovietica e la Chiesa ortodossa che non si è mai scusata per la collaborazione col regime ateista. Le profezie di Khruščev sulle guerre russe in Georgia e in Ucraina e il fallimento delle opposizioni all’estero. 

Lo scrittore russo Viktor Erofeev, una delle personalità più significative della letteratura russa post-sovietica che vive a Berlino dal 2022, non approvando la politica aggressiva del Cremlino fin dall’annessione della Crimea, ha presentato a Praga il suo ultimo libro La nuova barbarie: un romanzo di fantasia sulla colpa della Russia. Si tratta di una riflessione sulla coscienza attuale dei russi e sulle sue radici storiche e psicologiche, ma anche su quell’essenza eterna del nazionale che oggi si fa attuale, scandendo il ritmo dei nostri giorni, “dell’eternamente selvaggio nell’anima russa, del selvaggiamente eterno”.

Erofeev inizia con una storia parabolica sulla tazza di sua nonna, simbolo del temperamento della Russia: “Mia nonna, Anastasia Nikandrovna, era una bellezza dalle guance rosee, ma anche le bellezze a volte rompono le tazze”. La tazza blu le scivolò dalle mani, cadde sul pavimento della cucina e si ruppe, frantumandosi in mille pezzi, lasciando solo il manico rotto, in un angolo, nella sua inutile integrità. La nonna non ha mai detto: “Ho rotto una tazza”. Lo diceva esattamente così: “Si è rotta la tazza. Come se una tazza potesse rompersi da sola. Certo, avrebbe potuto rompersi accidentalmente, ed è esattamente quello che è successo. Immagino mia nonna, disperata, in preda a un impeto di rabbia (aveva un temperamento feroce), che rompe deliberatamente la tazza, ma non la immagino mentre decide di scusarsi: ho rotto la tazza”.

Questa tazza rotta incarna il concetto di colpa russo, e il rifiuto categorico di riconoscerlo, forse perché la punizione per un crimine commesso in Russia non è mai proporzionata al crimine stesso, ma è sempre maggiore “come l’impasto che fuoriesce da una pentola, e trabocca nell’esistenza”. Una tazza in una famiglia povera è un tesoro, e “la povertà è il vizio della Russia; se distruggo un tesoro di famiglia, ho commesso un crimine familiare e sarò punito per questo, ma non posso comprarmi una tazza nuova. Non ne ho i mezzi. Sposto la colpa, se non su qualcun altro, sulla tazza stessa. Mi è scivolata dalle mani e si è frantumata”.

La parabola indica che reprimere il senso di colpa dalla coscienza è diventato un fenomeno automatico per i russi: a causa di una tazza rotta, possono perdere tutto. L’accusa di aver rotto una tazza può riversarsi in tutti gli altri ambiti dell’esistenza. Non c’è da stupirsi che nella conversazione quotidiana russa si usino spesso i concetti di “sempre” e “mai”. Non ti lavi mai bene le mani prima di mangiare, non saluti mai la mia metà della famiglia.

Nessuno si è assunto la colpa per il crollo dell’Unione Sovietica, né i capi di partito, né i militari, e Vladimir Putin ripete spesso che si è trattato della “più grande tragedia dei nostri tempi”, anche se non si sa chi ha mandato in bancarotta l’economia socialista, chi ha voluto gettarsi nella corsa agli armamenti per superare l’Occidente nelle “guerre stellari”, chi ha invaso l’Afghanistan generando una catena infinita di rancori e vendette, da cui si sono sviluppati i movimenti radicali islamici, l’attentato alle Torri Gemelle di New York, le guerre dell’Isis e tanto altro ancora.

La Chiesa ortodossa non ha voluto scusarsi per la collaborazione al regime ateista, che la usava per addormentare le coscienze dei pochi fedeli rimasti e sostenere la propaganda ideologica a livello internazionale, e dalla rinascita religiosa spontanea si è impadronita delle coscienze dei nuovi fedeli per rimetterli sotto il controllo dello Stato. Proprio in questi giorni il patriarca Kirill si è vantato che “nessun’altra città al mondo vede tante chiese in costruzione come Mosca”, dove a pregare va sempre meno gente, e solo per sostenere la guerra.

Secondo Erofeev “scaricare sugli altri le proprie colpe è lo sport nazionale russo, perché gli uomini forti non sono portati a chiedere scusa: prendersi la responsabilità per la tazza rotta è una cosa da stupidi”. Lo scrittore appartiene alla generazione “post-modernista” a cavallo del XX e XXI secolo, che descrive la realtà con immagine utopiche rivolte al passato più che al futuro fantascientifico. Già nel 1982 aveva formato un gruppo letterario chiamato Eps dalle iniziali del suo cognome insieme a quelli del concettualista Dmitrij Prigov e del “profeta del putinismo” Vladimir Sorokin, autore nel 2006 del “Giorno dell’Opričnik”, in cui esponeva satiricamente il corso della politica russa trasformando Putin nel capo degli opričniki, le guardie di Ivan il Terribile, il crudele Maljuta Skuratov, in una Russia che si isola dal resto del mondo innalzando nuovi muri verso Occidente e riscoprendo la sua natura asiatica. Oggi i russi gli chiedono di non scrivere altri romanzi del genere, per evitare che la realtà superi di molto la fantasia.

Lo scrittore si distingue dal giornalista che vuole “andare fuori verso il pubblico”, mentre invece preferisce “chiudersi in una stanza dove può criticare tutto e tutti, perché al chiuso egli è libero”, una condizione che riporta all’atteggiamento dei dissidenti sovietici dell’epoca del samizdat, che sta tornando sempre più attuale. Il padre di Erofeev aveva lavorato come interprete di Stalin, e per questo era stato poi mandato come diplomatico a Parigi, dove il piccolo Viktor è cresciuto con la convinzione che “l’Europa è la mia casa, è la mia stanza libera”, senza per questo rinunciare alla propria identità russa. Da questa convinzione egli trae le ragioni della sua natura di scrittore, che non è quella di “uno che vuole scrivere, ma che vuole vivere ogni emozione… scrittori si nasce, non si diventa”. Nel 1975 si laureò con una tesi che suscitò un certo scalpore nell’Urss, sul tema “Dostoevskij e l’esistenzialismo francese”, e il suo primo saggio a 22 anni fu sul “Marchese de Sade, il sadismo e il XX secolo”, pubblicato sulla rivista “Questioni di letteratura” dopo lunghe discussioni e verifiche, accettato dopo l’inserimento di una citazione di Engels sul sadismo.

Ricordando i periodi passati, da lui vissuti tra l’Europa e l’Urss, Erofeev afferma che ai tempi di Brežnev c’era molta più libertà che nella Russia di Putin, in quanto “sotto Brežnev non si cercava più di costruire il comunismo, ma era il comunismo che costruiva case di lusso per gli alti funzionari”. Oggi invece “siamo finiti nel buio della notte, non ci sono più nemmeno analogie con il passato, forse soltanto con gli ultimi anni di Stalin”. Prima del Varvarstvo, il libro sulla barbarie della Russia, egli aveva scritto il Velikij Gopnik, applicando la definizione sovietica di gopnik, il “teppista di strada”, alla personalità del presidente Vladimir Putin, come simbolo della “stupidità sempre più diffusa del nostro tempo, da cui nasce la barbarie in cui viviamo”. I gopniki hanno un linguaggio volgare e sfrontato, come Putin che in questi giorni accusa gli europei di essere “porcellini alla corte di Biden”, e che la Russia non avrebbe mai potuto diventare parte della civiltà occidentale. “Non esiste alcuna civiltà, ma solo fetida degradazione”, come ha ripetuto in vari modi alla “linea diretta” del 19 dicembre coi cittadini, rispondendo anche alle domande dei bambini.

D’altra parte, la barbarie è un fenomeno ricorrente nella storia, dai tempi dell’antica Grecia e della dissoluzione dell’Impero romano, e oggi si ripete in modalità “assolute e universali” alla fine di una civiltà ultra-liberale, formatasi dopo le guerre mondiali. In questo lo scrittore identifica la “colpa russa”, avendo inaugurato la stagione della barbarie a cui oggi si stanno adeguando tutti gli altri popoli. Nel romanzo, la Colpa Russa si personalizza in una giovane donna di 32 anni (il periodo post-sovietico), moglie del narratore, che “esprime amore e odio senza ragioni logiche”, una figura dimostrativa dell’incubo vissuto oggi dai russi.

Si ricorda quando il dittatore georgiano Josif Stalin morì nel 1953, e il suo successore, l’ucraino Nikita Khruščev, si rivolse alla popolazione con l’appello “cerchiamo almeno di non ammazzarci l’un l’altro”, profetizzando le recenti guerre russe in Georgia e in Ucraina. Allora la successione dei capi di partito cercava di esprimere qualche sentimento di umanità, da Brežnev ad Andropov e Černenko fino a Gorbačëv, mentre oggi “il tempo lavora contro di noi, la speranza è che quello che stiamo vivendo finisca il prima possibile”.

Si dice infatti che “la speranza è l’ultima a morire”, mentre secondo Erofeev in Russia “la speranza muore per prima”. Anche le opposizioni all’estero, che in questi giorni stanno litigando e lanciandosi reciproci improperi, non rappresenta più una vera intelligentsija, al massimo è “una classe media di buona istruzione”, ma del resto “non è che in Francia o altrove si veda in giro un’autentica classe di intellettuali che possano salvare il mondo”.

Erofeev è comunque convinto che “la Russia non è ancora morta, perché la Russia è tanta roba, non può morire del tutto”. Nessuno può dire quale Russia ci sarà dopo la guerra, ammesso che la guerra in qualche modo finisca o almeno si interrompa, cosa che Putin non vuole in nessun modo, ma come era accaduto alla fine dell’Urss, “nessuno si prenderà la colpa dei disastri avvenuti, saremo tutti una pagina bianca su cui scrivere un nuovo romanzo”.

Il Natale è un patrimonio culturale, non un dogma da neutralizzare

LA DECOLONIZZAZIONE CHE TOGLIE GESU’ DALLA SUA FESTA

Daniela Santus  20 dicembre 2025 – IL FOGLIO

Nel nome dell’inclusione si finisce per svuotare il Natale della sua storia, trasformando una tradizione stratificata e condivisibile in un rituale neutro e senza senso. Ma includere non significa cancellare: significa conoscere, spiegare e aggiungere, non fare tabula rasa

Negli ultimi anni l’espressione “decolonizzare il Natale” è entrata nel dibattito pubblico con toni spesso accesi. Da un lato c’è chi ritiene necessario ripensare tradizioni considerate “occidentali” per renderle più universali; dall’altro chi vede in questo tentativo una forzatura ideologica che svuota la festa delle sue radici storiche e culturali. Al centro, però, c’è una questione più profonda: quando si parla di inclusione, si rischia talvolta di confonderla con la cancellazione di tutto ciò che appare culturalmente connotato come cristiano o ebraico. Dunque potenzialmente divisivo.

Certo non si può negare che molti elementi iconografici e narrativi della festa siano nati in un contesto europeo cristiano: i presepi, le messe, l’immaginario invernale, Babbo Natale e le renne. Ma dov’è il danno? Anche perché, se davvero si volesse riportare la nascita di Gesù alle sue “origini” mediorientali, allora dovremmo parlare di una madre ebrea, Mirjam, che da Nazareth giunse a Betlemme dove diede alla luce un bambino destinato a crescere come ebreo osservante, a insegnare come un rabbi e a morire per mano degli occupanti romani, che temevano “il re dei Giudei”. Questa sarebbe l’unica forma di “decolonizzazione” che apporterebbe contesto ed educazione. Invece si preferisce l’assurdo. E i casi concreti che affollano le cronache di questi giorni dimostrano quanto questa deriva sia ormai sistemica. 

A Reggio Emilia, la scuola primaria San Giovanni Bosco ha riscritto il testo di Jingle Bells eliminando ogni riferimento a Gesù. “Aspettando quei doni che regala il buon Gesù” è diventato “Aspettano la pace e la chiedono di più”; “Oggi è nato il buon Gesù” si è trasformato in “Oggi è festa ancor di più”. A Magliano in Toscana, stessa sorte: il nome di Gesù espunto dai canti natalizi “per garantire la laicità dell’istituto”. A Carate Brianza, le maestre hanno premurosamente avvisato i genitori che i bambini avrebbero intonato “canzoni natalizie non religiose” durante una visita a una Rsa. Come se “Astro del Ciel” e “Tu scendi dalle stelle” – brani risalenti rispettivamente al XIX e al XVIII secolo – fossero diventati improvvisamente testi eversivi da mettere all’indice.

L’epicentro di questo fenomeno è forse Berlino, una città che mesi fa ha acceso illuminazioni pubbliche per il Ramadan e che adesso dibatte su come decolonizzare il Natale. Il “Forum delle religioni di Berlino” ha infatti organizzato un evento interreligioso (ma, guarda caso, non c’erano relatori ebrei) presso la Friedenskirche in cui, come ha reso noto Dorothea Schupelius del Welt, “relatori musulmani hanno spiegato quali abissi religiosi si nascondano nella corona dell’Avvento”. Il tutto finanziato dagli ignari contribuenti.

Così come le scuole italiane che espungono ogni riferimento a Gesù dai canti natalizi, anche l’evento di Berlino aveva quale scopo dichiarato quello di tutelare sensibilità diverse. Ma qui si annida il paradosso più clamoroso: Gesù è forse una figura che “esclude”? Per l’ebraismo è un maestro ebreo. Per il cristianesimo, il Logos incarnato. Nell’islam è un grande profeta, destinato a tornare prima del Giorno del Giudizio per sconfiggere l’Anticristo e ristabilire la giustizia divina. In alcune correnti induiste, Gesù viene interpretato come avatar di Vishnu. Eliminare il suo nome per garantire l’inclusività, o addirittura eliminare il Natale, sono scelte che si fondano su ignoranza teologica mascherata da progressismo: si presume di tutelare sensibilità religiose di cui evidentemente si ignora il contenuto dottrinale.

Il punto critico è che l’inclusione autentica non consiste nel rendere tutto neutro, ma nell’offrire gli strumenti per comprendere e valorizzare la diversità. Un bambino musulmano, induista o ebreo non trae beneficio dall’ascoltare un canto svuotato di significato; ne trae invece dall’imparare che quella canzone nasce da una tradizione diversa dalla sua, che può essere rispettata senza essere assunta come propria. Invece, a una tradizione millenaria si contrappone la negazione, l’opportunismo o, peggio ancora, il falso storico: come quando si parla di “Gesù palestinese” e si adagia una kefiah nella mangiatoia. O come quando Gesù proprio scompare e allora ci si chiede quale natalità si celebri a Natale, com’è accaduto alla scuola primaria Moscati di Milano. Qui, alla recita natalizia, i bambini hanno cantato una canzone palestinese, in arabo. Con ciò non intendo dire che i bimbi non debbano imparare canzoni palestinesi, penso piuttosto che presentarle a Natale sia scorretto.

Seppur sia vero che il Natale non è solo un evento religioso, è per certo un evento culturale: è legato al ciclo stagionale, alla dimensione familiare, ai rituali condivisi. In molti paesi è festa civile oltre che spirituale. La storia stessa del Natale dimostra che non esiste una tradizione monolitica da difendere o da abbattere. Ma non è una tradizione araba o islamica. Dal Medioevo delle sacre rappresentazioni al Settecento dei grandi oratori, fino all’Ottocento borghese che ha inventato l’albero e i regali, ogni epoca ha aggiunto un tassello.

E’ proprio questa stratificazione che rende il Natale un patrimonio culturale, non un dogma da neutralizzare. Eliminarne gli elementi storici significa ridurlo a un generico “periodo invernale di lucine e regali”. L’inclusivismo eccessivamente prudente produce l’effetto opposto: impoverisce il senso di appartenenza e priva i giovani della possibilità di confrontarsi con un patrimonio millenario.

Significativo è il caso dei genitori italiani che si sono ribellati a queste scelte. Una madre su Facebook si è chiesta: “Mi domando se sia veramente laico censurare Gesù o semplicemente discriminatorio”. La domanda coglie nel segno: il problema non è l’inclusione, ma il metodo. Un approccio più maturo partirebbe da un principio elementare: includere significa aggiungere, non sottrarre. Accanto ai canti tradizionali cristiani si potrebbero introdurre, a seconda dei momenti in cui cadono le varie feste, canti per Hanukkah, Mawlid, Diwali, o anche tradizioni legate al solstizio d’inverno.

 Si mostrerebbe così che il mondo è ricco, non omogeneo. Ogni bambino si riconosce in qualcosa e impara qualcosa degli altri. E’ esattamente ciò che accade in Israele e anche in qualche Paese musulmano (Tunisia, Libano ad esempio) dove si vedono decorazioni natalizie e bambini ebrei e musulmani che partecipano ai presepi viventi: non per conversione, ma per rispetto culturale e curiosità umana.

Decolonizzare il Natale è solo un modo per creare un vuoto culturale. Spieghiamo piuttosto ai nostri bambini che Gesù era ebreo, che quando è nato quella terra si chiamava Giudea e non Palestina, parliamo loro dell’occupazione romana che ne ha cambiato il nome e introduciamo il modo in cui le altre fedi hanno riconosciuto in lui un fratello, tanto da trovare posto in ognuna.

 Il Natale non ha bisogno di essere reso asettico per essere condiviso: ha soltanto bisogno di essere compreso nella sua storia, nelle sue trasformazioni, nelle sue diverse letture religiose.

Il Papa: si ascolti il gemito della terra e dei poveri, la storia è nelle mani di Dio

All’ultima udienza giubilare in piazza San Pietro, Leone XIV sottolinea che molti potenti non ascoltano il grido della creazione e che la ricchezza della terra è “sempre più concentrata, ingiustamente”, nelle mani di pochi. “Dio ha destinato a tutti i beni del creato – dice il Pontefice – perché tutti ne partecipino. Il nostro compito è generare, non derubare”. “Quella che minaccia e uccide non è forza: è prepotenza, è paura aggressiva, è male che non genera niente. La forza di Dio fa nascere”

Tiziana Campisi – Città del Vaticano – Vatican News – 20- 12 – 2025

“Rimarremo pellegrini di speranza”. Nell’ultima delle udienze giubilari del sabato, avviate lo scorso gennaio da Papa Francesco e proposte per lo più due volte al mese, Leone XIV raccomanda ai fedeli di tenere a mente che se il Giubileo sta per concludersi “non finisce però la speranza” che l’Anno Santo ha fatto sbocciare, e dunque il cammino dei credenti prosegue. Il Pontefice arriva in piazza San Pietro poco dopo le 10 e sulla sua jeep bianca saluta le 12mila persone giunte da diverse parti del mondo. Tra bandiere che sventolano e scritte per presentarsi al Papa, c’è chi arriva dagli Stati Uniti, dall’Argentina, dalla Spagna; come di consueto, il Papa si ferma a benedire bambini e a parlare con alcuni gruppi, mentre ai malati riserva alcuni minuti alla fine, accostandosi a ciascuno di loro prima di lasciare la piazza.

Leone XIV tra i fedeli in piazza San Pietro

Leone XIV tra i fedeli in piazza San Pietro (@VATICAN MEDIA)

Dal sagrato della Basilica vaticana, poi, concludendo oggi, 20 dicembre, gli incontri speciali per i pellegrini venuti a Roma per il Giubileo, il Vescovo di Roma, nella sua catechesi sul tema “Sperare è generare. Maria, speranza nostra”, afferma che “la storia è nelle mani di Dio e di chi spera in Lui” e chiede di avere cura del creato.

LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DELLA CATECHESI DI LEONE XIV

Il Papa mentre si sofferma con alcuni malati

Il Papa mentre si sofferma con alcuni malati (@VATICAN MEDIA)

Ascoltare il grido della terra e dei poveri

La riflessione del Papa prende spunto dalla Lettera ai romani di San Paolo, nella quale l’Apostolo delle genti scrive che “tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi”. Da qui l’invito “ad ascoltare e a portare in preghiera il grido della terra” e “dei poveri”.

“Tutta insieme” la creazione è un grido. Ma molti potenti non ascoltano questo grido: la ricchezza della terra è nelle mani di pochi, pochissimi, sempre più concentrata – ingiustamente – nelle mani di chi spesso non vuole ascoltare il gemito della terra e dei poveri. Dio ha destinato a tutti i beni del creato, perché tutti ne partecipino. Il nostro compito è generare, non derubare.

E se “Dio genera sempre” e “crea ancora”, aggiunge Leone, “noi possiamo generare con Lui, nella speranza”, perché “non c’è solo chi ruba, c’è soprattutto chi genera”.

Il Papa sul sagrato della basilica vaticana

Il Papa sul sagrato della basilica vaticana (@VATICAN MEDIA)

La forza di Dio fa nascere

Con lo sguardo al Natale ormai alle porte, il Papa spiega che in Gesù, “come avevano intuito i profeti, Dio è un grembo di misericordia. L’Onnipotente “genera sempre” e “in Lui non c’è minaccia, ma perdono”, aggiunge, richiamando, ancora le parole di San Paolo ai romani: nella speranza siamo stati salvati.

La speranza è generativa. Infatti è una virtù teologale, cioè una forza di Dio, e come tale genera, non uccide ma fa nascere e rinascere. Questa è vera forza. Quella che minaccia e uccide non è forza: è prepotenza, è paura aggressiva, è male che non genera niente. La forza di Dio fa nascere.

Leone XIV mentre benedice un bambino]

Leone XIV mentre benedice un bambino] (@Vatican Media)

Dare corpo e voce a Cristo

Tale forza di Dio che genera è visibile in Maria, prosegue il Pontefice. “Dio l’ha resa feconda e ci è venuto incontro coi suoi tratti, come ogni figlio somiglia alla madre”, per questo “è Madre di Dio e nostra” e nel Salve Regina la chiamiamo “speranza nostra”. Maria “somiglia al Figlio e il Figlio somiglia a lei” e tutta l’umanità somiglia “a questa Madre che ha dato volto, corpo, voce alla Parola di Dio”. Perché questa stessa umanità può “generare la Parola di Dio quaggiù, trasformare il grido” che ascolta “in un parto”.

Gesù vuole nascere ancora: possiamo dargli corpo e voce. Ecco il parto che la creazione attende. Sperare è generare. Sperare è vedere che questo mondo diventa il mondo di Dio.

E nel mondo di Dio gli esseri umani e tutte le creature dimorano “insieme, nella città-giardino, la Gerusalemme nuova”, ricorda, infine, il Pontefice, che invoca “Maria, speranza nostra” affinché “accompagni sempre” il “pellegrinaggio di fede e di speranza” di tutti gli uomini.

Il Papa sulla sua jeep bianca

Il Papa sulla sua jeep bianca (@Vatican Media)

Accostarsi a Gesù Bambino con fede e umiltà

Nei saluti ai pellegrini polacchi l’auspicio che “il Bambino Gesù riempia di pace” i cuori di tutti, poi, l’affidamento a Lui dei giovani, “affinché con coraggio e pieni di speranza comprendano l’importanza del matrimonio sacramentale e siano aperti alla nuova vita”. E prima di concludere l’udienza, nell’indirizzo di saluto in lingua italiana, a tutti i credenti un’ulteriore raccomandazione nell’imminenza del Natale, quella di accostarsi “al mistero di Betlemme con gli stessi sentimenti di fede e di umiltà che furono di Maria, per divenire ricchi di speranza e di letizia”.

Leone XIV con una bambina

Leone XIV con una bambina (@VATICAN MED

IL MIRACOLO DELLA CONVERSIONE – Catechesi di P. Livio – Puntata 10

Preparazione alla Confessione nel Tempo di Natale

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