Mese: Novembre 2025 Pagina 8 di 31

Programma di Padre Livio – Lunedì 24 novembre 2025
h. 8.50: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)
h. 8.50: ATTUALITA’ MONDO – CHIESA
+Modificato il piano Trump per l’Ucraina
+La Russia non è interessata a una cessate il fuoco
h. 9.30: EDITORIALE
La Gospa vincerà la terza guerra mondiale
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11. MARIA MADRE CORAGGIOSA
Maria è la più coraggiosa delle madri. La sua è l’audacia degli umili, che non fa mostra di sé, ma che si manifesta nei grandi appuntamenti. Lei osa con la forza di Dio, alla quale nulla può resistere. Nel suo cuore materno si nasconde un coraggio sovrumano che viene alla luce nelle scelte inflessibili, nella scesa in campo aperto per la battaglia, nella resistenza senza tentennamenti. Nessuna creatura è stata coraggiosa come la piccola fanciulla di Nazareth. I figli di Maria, piccoli e fragili come Lei, sono la sua arma vittoriosa contro l’arroganza dell’impero delle tenebre fino alla fine dei secoli.
L’umile coraggio di Maria si manifesta nel momento in cui l’angelo la chiama alla divina maternità. Solo un’anima piena di ardimento poteva tuffarsi nell’immensità della divina chiamata. Il mistero dell’incarnazione sovrasta ogni capacità di umana sopportazione. Maria, vergine prudentissima, afferra la vastità della missione e, confidando in Dio, se ne assume la piena responsabilità. Con le parole “Eccomi, sono la serva del Signore” (Lc 1,38) prende la più audace delle decisioni. Nessuna donna è divenuta madre con un atto di così grande coraggio.
Maria da quel momento ha accettato tutte le conseguenze di quello slancio generoso, da cui è sgorgata la salvezza dell’umanità. L’intera sua vita è un susseguirsi di scelte nette, taglienti come colpi di spada, che la piccola Madre ha moltiplicato senza mai tergiversare: il faticoso viaggio a Betlemme, la natività in una grotta, la fuga in Egitto, l’oscuro anonimato di Nazareth. La fermezza d’animo di Maria si manifesta incrollabile nei tre anni della vita pubblica di Gesù. Fedele e silenziosa, la Madre è schierata accanto al Figlio nella lotta quotidiana contro le orde del maligno. Il suo cuore non trema mentre cammina su serpenti e scorpioni (Lc 10,19). Ritta davanti alla Croce, combatte la più tremenda di tutte le battaglie. L’umanità non potrà mai dimenticare il coraggio che l’ha liberata.
Come Madre della Chiesa la Madonna non cessa di stupire per le sue decisioni che risultano incomprensibili all’umana prudenza. Per le sue grandi imprese sceglie le persone apparentemente meno adatte: gli illetterati, gli emarginati, i bambini. Con l’audacia di Dio l’Ancella del Signore elegge come suo strumento “ciò che nel mondo è debole per confondere i forti” (1 Cor 1,27). Che cosa non ha fatto la Madonna con la poverella di Lourdes, con i pastorelli di La Salette e di Fatima? Quale svolta non ha impresso alla vita della Chiesa e del mondo con i sei ragazzi di un ignoto villaggio dell’Erzegovina? La Madonna valorizza i suoi figli e li abilita alle imprese più strepitose. Il suo occhio scorge in loro quella purezza di cuore, che è fonte inesauribile di coraggio. Le grandi cose che l’Onnipotente ha compiuto in Lei, Maria le ripete nei suoi figli più piccoli.
Maria infonde il suo coraggio in coloro che combattono per Lei. La battaglia “non è contro creature fatte di carne e di sangue, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti del male che abitano le regioni celesti” (Ef 6,12). Quale uomo potrebbe affrontare l’esercito del male senza tremare di spavento? I piccoli di Maria non esitano ad affrontarlo rivestiti della sua forza e della sua intrepidezza. Maria è la corazza invincibile che li ricopre. Il suo Cuore materno è la trincea insuperabile che resiste ad ogni attacco del nemico. Il coraggio, col quale la Madonna ha affrontato le potenze del male, si perpetua lungo il corso dei secoli, fino alla grande battaglia finale.
Ogni volta che la Chiesa è assalita dalle orde dell’inferno e i nemici esterni e interni tentano di annientarla, Maria la difende col coraggio dei suoi piccoli ai quali è concessa la vittoria.

di Ester Palma – Corriere della Sera – 23 Novembre 2025
Prima dell’Angelus Leone ha chiesto alle autorità di intervenire per ottenere il rilascio degli ostaggi. Giovedi 21 l’attacco alla St. Mary’s School di Papiri, con 303 ragazzi e 12 insegnanti portati via da terroristi islamici e banditi
Trecentotre 303 bambini e ragazzi e 12 insegnanti rapiti dalla scuola cattolica St. Mary’s School di Papiri, nella Nigeria centro settentrionale, oltre alle 25 ragazze portate via con la forza dalla scuola femminile Government girls comprehensive, sempre in Nigeria. E decine di chiese bruciate e di sacerdoti e seminaristi rapiti e spesso torturati prima di essere uccisi, da terroristi islamici e banditi. E ora, di fronte al silenzio del mondo, Papa Leone XIV lancia un appello per la loro liberazione: «Ho appreso con immensa tristezza le notizie dei rapimenti di sacerdoti, fedeli, studenti, della Nigeria e del Camerun. Sento forte il dolore soprattutto per i tanti ragazzi e ragazze sequestrati e per le loro famiglie angosciate».
Il Papa lo ha detto prima dell’Angelus, concludendo la messa presieduta in piazza San Pietro: «Rivolgo un accorato appello affinché vengano subito liberati gli ostaggi ed esorto le autorità competenti a prendere decisioni adeguate e tempestive per assicurarne il rilascio. Preghiamo per questi nostri fratelli e sorelle e perché sempre ovunque le chiese e le scuole restino ovunque luoghi di sicurezza e di speranza».
La Nigeria, come il Camerun, è uno dei tanti Paesi, soprattutto africani, in cui la persecuzione e l’uccisione dei cristiani è ormai fuori controllo. Secondo Vatican News, «il nord del Paese è alle prese da quasi vent’anni con un’insurrezione jihadista che, secondo le Nazioni Unite, ha causato 40mila morti e più di due milioni di sfollati». L’attacco alla St. Mary’s School di Papiri è avvenuto giovedì 21: la scuola è stata circondata da un gruppo di uomini dotati di armi moderne e a bordo di potenti moto che avrebbero ucciso un vigilante e poi hanno portato via gli alunni, tutti dai 12 ai 17 anni e gli insegnanti, forse per chiedere un riscatto. Di loro non ci sono ancora notizie, né è ancora arrivata alcuna rivendicazione: gli altri 300 studenti della scuola sono riusciti a fuggire, nascondendosi nei boschi vicino alla scuola. Ma le violenze sono ormai continue: qualche giorno fa a Ndop, in Camerun, sono stati rapiti sei sacerdoti cattolici dell’arcidiocesi di Bamenda.
Un attacco particolarmente feroce è avvenuto lo scorso 13 giugno, nello Stato nigeriano di Benue: miliziani armati hanno massacrato circa 200 cristiani, al grido di «Allahu Akhbar». Le vittime, tutti sfollati per assalti precedenti, erano nella piazza del mercato di Yelwata. I terroristi islamici hanno prima tentato di assaltare la chiesa di San Giuseppe, che ospitava 700 sfollati, poi si sono diretti in piazza, dove hanno sparato sulla folla e appiccato il fuoco ai rifugi. Fra i morti molti neonati e bambini con le madri e i padri.
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La Lettera apostolica «In Unitate Fidei» per l’unità dei cristiani
Per il 1700 anniversario del Concilio di Nicea e a pochi giorni dal suo viaggio apostolico in Turchia e Libano, Leone ha anche pubblicato una Lettera apostolica, «In Unitate Fidei» per l’unità dei cristiani che invita a «camminare insieme per raggiungere l’unità e la riconciliazione, lasciandosi alle spalle controversie teologiche spesso ormai superate, in un rinnovato slancio nella professione della fede, la cui verità, che da secoli costituisce il patrimonio condiviso tra i cristiani, merita di essere confessata e approfondita in maniera sempre nuova e attuale». Significativa anche la scelta del giorno per la pubblicazione: oggi la Chiesa cattolica celebra la festa di Gesù Cristo Re dell’Universo, che chiude l’anno liturgico.
Nell’omelia della Messa nella solennità di Cristo Re dell’universo e in occasione del Giubileo dedicato alle corali, Leone XIV esalta il valore della musica, capace di esprimere emozioni che non sempre le parole riescono ad esprimere. Esorta i cantori a non cedere alla “tentazione dell’esibizione”, invitandoli a porsi come “parte” della comunità e non “davanti”
Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano
Il viaggio dell’esistenza si dispiega come un susseguirsi di salite ardue e piane, fatiche e sollievi che solo la musica, a volte, riesce a restituire in vibrazioni autentiche. Il cammino si intreccia con volti e voci diverse, note di un unico spartito: la Chiesa. E così la strada, pur tortuosa, sembra farsi più lieve mentre conduce verso quella “meta” gioiosa di cui tanto si è udito il canto. È questa l’immagine che, dal sagrato della Basilica di San Pietro, dove nella fredda mattinata splende il sole, Papa Leone XIV propone oggi, 23 novembre, presiedendo la Messa nella Solennità di Gesù Cristo Re dell’Universo e in occasione del Giubileo dedicato ai cori e alle corali. Con lui, all’altare il cardinale decano del collegio cardinalizio Giovanni Battista Re.

Leone XIV all’arrivo sul sagrato della basilica vaticana (@Vatican Media)
Gesù “sovrano mite e umile”
L’omelia del Pontefice rivolta ai circa 60mila fedeli e pellegrini partecipanti si apre con la citazione del Salmo 121, intonato durante la liturgia della Parola: “Andremo con gioia alla casa del Signore”. Un versetto che richiama la solennità odierna e loda Gesù, “sovrano mite e umile”, che ha per trono la Croce dalla quale irradia il suo Regno, rivelando al mondo “l’immensa misericordia del cuore di Dio”.

Alcuni partecipanti alla Messa (@Vatican Media)
Edificare spiritualmente i fratelli
È l’amore stesso di Dio a scaldare le voci dei coristi e gli strumenti dei musicisti che celebrano oggi il loro Giubileo. Il loro compito non è affatto banale: si tratta dell’“edificazione spirituale dei fratelli”, come ricorda la Sacrosanctum Concilium, favorendo la partecipazione dei fedeli all’azione liturgica, evidenzia il Papa.
Oggi esprimete appieno il vostro “iubilum”, la vostra esultanza, che nasce dal cuore inondato dalla gioia della grazia.

La musica espressione naturale dell’umano
La storia della musica attraversa quella delle civiltà del mondo, rendendo comunicabile ciò che portiamo nel profondo del cuore e che “non sempre le parole possono esprimere”, fa notare, poi il Pontefice. È un coro, appunto, di sentimenti ed emozioni che scaturiscono da un rapporto intimo e vivo con la realtà
Il canto, in modo particolare, rappresenta un’espressione naturale e completa dell’essere umano: la mente, i sentimenti, il corpo e l’anima qui si uniscono insieme per comunicare le cose grandi della vita.

Concelebranti alla Messa (@VATICAN MEDIA)
“Cantare è proprio di chi ama”
“Cantare amantis est, cantare è proprio di chi ama”, scriveva sant’Agostino. Lo ricorda il Papa, sottolineando come la musica sappia esprimere un ampio ventaglio di sentimenti: amore, dolore, tenerezza e desiderio. Per il Popolo di Dio essa diventa invocazione e lode, grazia cantata da “figli della Chiesa che trovano nel Risorto la causa della loro gioia”.
La musica liturgica diviene così uno strumento preziosissimo mediante il quale svolgiamo il servizio di lode a Dio ed esprimiamo la gioia della Vita nuova in Cristo.

Il coro che ha animato la Messa presieduta dal Papa (@Vatican Media)
La Chiesa in cammino
Il canto, aggiunge ancora il santo vescovo di Ippona, è proprio anche dei viandanti: pellegrini talvolta affaticati che, nel susseguirsi delle note e delle armonie, trovano “un anticipo della gioia che proveranno quando raggiungeranno la loro meta”. “Canta ma cammina” diceva il grande padre della Chiesa, “avanza nel bene”. Si canta insieme, ci si consola nelle sofferenze, ci si sostiene nella stanchezza, si ravviva l’entusiasmo quando prevale la fatica.
Cantare ci ricorda che siamo Chiesa in cammino, autentica realtà sinodale, capace di condividere con tutti la vocazione alla lode e alla gioia, in un pellegrinaggio d’amore e di speranza.

Il Papa sul sagrato della basilica vaticana (@Vatican Media)
Il coro espressione dell’unità ecclesiale
Leone cita, poi, sant’Ignazio di Antiochia, che metteva in relazione il canto del coro con l’unità della Chiesa:
Dalla vostra unità e dal vostro amore concorde si canta a Gesù Cristo. E ciascuno diventi un coro, affinché nell’armonia del vostro accordo prendendo nell’unità il tono di Dio, cantiate a una sola voce per Gesù Cristo al Padre, perché vi ascolti e vi riconosca per le buone opere.
Infatti, la Chiesa potrebbe rispecchiarsi nelle voci diverse di un coro, che armonizzate tra di loro danno vita a un’unica lode, unita dall’amore “in un’unica soave melodia”.

Un gruppo di cori presenti in piazza San Pietro (@Vatican Media)
Le corali, piccole famiglie unite dall’amore
Il ministero del corista, prosegue il Papa, richiede preparazione, fedeltà, intesa reciproca e un’intensa vita spirituale: “se voi, cantando, pregate, aiutate tutti a pregare”. Il buon cantore è disciplinato e permeato di spirito di servizio. Il coro è una piccola famiglia “di persone diverse unite dall’amore per la musica e dal servizio offerto”.
Ricordate, però, che la comunità è la vostra grande famiglia: non le state davanti, ma ne siete parte, impegnati a rendetela più unita ispirandola e coinvolgendola.

Le normali stonature
Come in ogni comunità, possono sorgere tensioni ed incomprensioni, considera il Pontefice. Stonature normali, “quando si lavora insieme e si fatica per raggiungere un risultato”.
Possiamo dire che il coro è un po’ un simbolo della Chiesa che, protesa verso la sua meta, cammina nella storia lodando Dio. Anche se a volte questo cammino è irto di difficoltà e di prove, e ai momenti gioiosi se ne alternano altri più faticosi, il canto rende più leggero il viaggio e reca sollievo e consolazione.
“Segno eloquente della preghiera della Chiesa”
Leone XIV invita allora a trasformare i cori in prodigi di armonia e bellezza, immagini luminose di una Chiesa “che loda il suo Signore”. Esorta i coristi a studiare il Magistero e a rendere partecipe il popolo di Dio, “senza cedere alla tentazione dell’esibizione che esclude la partecipazione attiva dell’intera assemblea liturgica”.
Siate, in questo, segno eloquente della preghiera della Chiesa, che attraverso la bellezza della musica esprime il suo amore a Dio. Vigilate affinché la vostra vita spirituale sia sempre all’altezza del servizio che svolgete, così che esso possa esprimere autenticamente la grazia della Liturgia.

Il Papa mentre benedice un bambino (@VATICAN MEDIA)
L’affidamento a santa Cecilia
Infine, il Papa affida ogni corista alla protezione di santa Cecilia, commemorata ieri, 22 novembre, “che qui a Roma, con la sua vita, ha innalzato il canto d’amore più bello, donandosi totalmente a Cristo e offrendo alla Chiesa la sua luminosa testimonianza di fede e di amore”.

Leone XIV mentre riceve un regalo (@Vatican Media)
Al termine della celebrazione eucaristica, Leone saluta corali e cori venuti da ogni parte del mondo. Poi, prima della recita dell’Angelus, rivolge il suo pensiero ai sacerdoti, fedeli e studenti rapiti in Nigeria e in Camerun chiedendo la loro liberazione. Abbraccia, inoltre, spiritualmente, i giovani che oggi nelle diocesi di tutto il mondo celebrano la Giornata Mondiale della Gioventù e annuncia la pubblicazione, oggi, della sua Lettera apostolica In unitate fidei, che commemora il 1700.mo anniversario del Concilio di Nicea, a pochi giorni dal suo viaggio apostolico in Turchia e in Libano.
Ultimata la preghiera mariana, il Papa raggiunge con la sua jeep bianca i fedeli radunati in piazza San Pietro, fermandosi a benedire bambini e a salutare gruppi e pellegrini che gli consegnano doni e regali.
di Paolo Mieli| 22 novembre 2025 – Corriere della Sera – 23 Novembre
Il piano americano per arrivare a una soluzione della guerra in Ucraina è stretto tra provocazioni e tentativi di mediazione internazionale e indifferenti
Il piano di pace per l’Ucraina messo a punto da Steve Witkoff e Kirill Dmitriev è stato probabilmente qualcosa di simile se non proprio una riedizione del turbolento primo incontro tra Donald Trump e Volodymir Zelensky alla Casa Bianca, il 28 febbraio scorso.
Una provocazione destinata forse a smuover le acque, ad accelerare i tempi. Del resto, nessuno ha saputo dar spiegazioni del perché sarebbero stati necessari dieci mesi e una serie infinita di incontri accompagnati da ultimatum americani (regolarmente a vuoto) per partorire una bozza — scritta per giunta in un inglese da traduttore automatico — di quella che sostanzialmente era una riproposizione delle iniziali richieste russe: la resa dell’Ucraina senza alcuna contropartita per Kiev.
Lo scopo di quel piano (anche stavolta con annesso ultimatum) era — a voler essere generosi — quello di minacciare, spaventare Zelensky e con lui l’Europa tutta. Ma Zelensky e i leader europei, ormai avvezzi alle sortite trumpiane, hanno tenuto i nervi a posto. E alla fine Trump ha fatto un’apprezzabile marcia indietro definendo «non definitiva» la bozza di intenti uscita dai cassetti della sua scrivania.
Ieri, a margine del vertice del G20 a Johannesburg, si è tenuta, su invito del presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, una riunione di ritessitura dei «volenterosi» a cui hanno preso parte il leader francese Emmanuel Macron, l’inglese Keir Starmer, il tedesco Friedrich Merz, il canadese Mark Carney e rappresentanti di Norvegia, Giappone, Australia, Finlandia, Irlanda, Paesi Bassi e Spagna. Stavolta era presente anche Giorgia Meloni.
E, pur con toni concilianti nel tentativo di non urtare la suscettibilità del capo di Stato americano, si è deciso di rimettere tutto in discussione considerando il lavoro del tandem Witkoff-Dmitriev un punto di partenza.
Oggi a Ginevra si incontreranno emissari di Stati Uniti, Unione europea e Ucraina per ridefinire l’intera prospettiva con l’intento condiviso di trovare una via d’uscita senza provocare rotture irreparabili con il presidente degli Stati Uniti.
Lo stesso Putin ha accolto senza grande entusiasmo quello che nelle intenzioni dei proponenti americani avrebbe dovuto essere un progetto concordato con lui per interposto Dmitriev.
Come ha notato ieri su queste pagine Marco Imarisio, il quotidiano ufficiale della Russia putiniana, Izvestia, ha scritto che il piano ad ogni evidenza non poteva essere considerato frutto di un «lavoro da professionisti». Per poi aggiungere — quasi irridendolo — che, se Trump riuscirà a convincere il resto dell’Occidente a far propri quei ventotto punti, sarà una cosa «fantastica». Ma se invece Trump fallirà, saranno affari suoi. Mosca non ne farà un dramma. Tanto più che Putin, complice la distrazione di molti «pacifisti» sparsi nell’orbe terracqueo, volentieri prosegue a sganciare bombe su quello che già papa Francesco definiva «martoriato Paese». Provocando con quei missili vittime tra i civili che anche in queste contrade si contano a decine di migliaia. Nell’indifferenza dei supposti amanti della pace, dicevamo.
Ma non del successore di Francesco, papa Leone XIV, che proprio in questi giorni ha lanciato un segnale inequivocabile ricevendo quattro adolescenti ucraini in rappresentanza dei mille (su decine di migliaia «rapiti» dai russi) che una missione iniziata dal cardinale Matteo Zuppi ha contribuito a far tornare alle proprie famiglie.
I ragazzi gli hanno raccontato delle sofferenze che hanno subito nel corso dei programmi di «rieducazione» e di «ricollocamento» in famiglie russe a cui molti loro coetanei su ordine di Putin vengono ancora sottoposti. Ordine che — vale la pena ricordarlo — è all’origine di un mandato di cattura nei confronti di Putin stesso emesso dalla Corte penale internazionale il 17 marzo del 2023.
Inoltre, altro atto significativo da parte del nuovo Pontefice, il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin — ne ha dato notizia il quotidiano della Conferenza episcopale Avvenire — ha celebrato una messa di commemorazione dell’Holodomor, lo sterminio per fame di oltre sei milioni di ucraini perpetrato su disposizione di Mosca tra il 1932 e il 1933.
Anche questo conta. E non poco. La Chiesa di papa Leone comprende bene che la pace da trovare mentre le guerre sono ancora in corso non può che essere di difficile e lenta costruzione. Come è accaduto tra israeliani e palestinesi, deve iniziare da una sospensione delle ostilità per poi essere edificata giorno dopo giorno lungo un percorso che può richiedere mesi, forse anni.
Dove in ogni momento si potrà avere la più che giustificata impressione che tutto stia andando in frantumi, che non si tratti di vera pace, che si stia tornando al punto di partenza. Questo percorso inevitabilmente lento necessita del coinvolgimento di tutti gli attori dell’area direttamente o indirettamente investita dalla tempesta. Fino al momento in cui siano isolate e messe in condizioni di non nuocere le parti più radicali presenti su tutti i fronti. Quelli — e ce ne sono molti, anche ben dissimulati — che la pace non la vogliono affatto.
di Francesco Battistini – Corriere della Sera – 23 Novembre
La regista e poetessa Cilyk: «Niente patti col diavolo». «Per cosa abbiamo combattuto?» scrive un soldato, che come molti si sente tradito

DAL NOSTRO INVIATO
KIEV – Che cos’ha pensato, ascoltando Volodymyr Zelensky che diceva: ucraini, dobbiamo scegliere? «Che è stata la popolazione a salvare l’Ucraina sull’orlo dell’abisso durante l’invasione e che è importante non dimenticare quanto sia pericolosa l’insoddisfazione della nazione. Che stiamo attraversando un periodo difficile, per uno scandalo di corruzione. Che c’è la pressione esercitata dal piano russo per la resa, mascherato da proposta Usa…».
E quindi, no, a Iryna Cilyk «quel discorso non ha fatto una buona impressione. Soprattutto dove dice che non è il momento di litigare fra noi. In realtà, servono messaggi più trasparenti: l’Ucraina, a differenza della Russia, è un Paese in cui la volontà del popolo rimane la forza trainante».
Regista e poetessa pluripremiata nel mondo, moglie d’uno scrittore (Artem Check) che combatte al fronte, Iryna Cilyk è scettica: «Non credo che questo piano possa essere firmato. Troppo irrealistico. Sì, siamo in una posizione di grande svantaggio, ma non ancora disperati tanto da accettare un patto col diavolo. Non c’è motivo per cui dovremmo tradire la memoria dei nostri caduti. E anche la Russia non è in grado d’imporci tali condizioni: sa che negli ultimi due anni ha occupato meno dell’1% del nostro territorio?».
È un sabato di nebbia e d’anniversari. Coincidenza delle date: si celebrano l’Holodomor e le due rivoluzioni di Maidan. Un giorno, si celebrerà anche questo discorso di Zelensky, che a molti sembra una resa? Il metallo più resistente può alla fine rompersi, dice il presidente, ma le voci di risposta sono cori di no: «Per che cos’abbiamo combattuto?», scrive in un post il soldato Oleksandr K. «Chi potrà mai sgomberare una città come Kramatorsk e darla ai russi?», protesta un sindaco. «Ci hanno rubato le vite e ora anche i soldi», s’indigna l’elettore Anatolii Chernoivan.
Polemiche sparse, unite nel rifiuto della bandiera bianca. Anche Irina è perplessa: «Non so come interpretare la metafora del metallo. Sì, non siamo indomabili, ma non vogliamo nemmeno essere lo scudo metallico dell’Europa, che stiamo coprendo coi nostri corpi. Sono stanca di seppellire i miei amici e parlare della nostra forza d’animo. Questa parola ora mi suona volgare e falsa.
C’è una grande stanchezza collettiva che mina la capacità di resistere. Ma vedo anche un sentimento comune: questo accordo umiliante non può essere firmato. Ci viene offerto di fare pace con lo stupratore, di dargli ciò che ci appartiene di diritto: il territorio, le tombe. E cosa fare della nostra memoria? Come continuare a vivere, sapendo che lo stupratore è rimasto impunito?».
L’Europa traditrice… «Certo, non saremmo sopravvissuti senza l’aiuto europeo, ma siamo frustrati dalla lentezza con cui vengono prese le decisioni. La Russia capisce solo il linguaggio della forza, ma la “coalizione dei volenterosi” è purtroppo indecisa. Un errore. Questo mostro deve essere radicalmente decapitato. E se gli si dà l’opportunità di far crescere nuove teste, il risultato saranno attacchi contro altri Paesi europei». E Trump? «Sono cresciuta coi film americani, l’immagine d’un Paese pronto a lottare per la giustizia. Che ingenua…».
La guerra non è finita, Iryna lo sa: «Mio marito è diventato soldato nel 2015: ha già trascorso più di 5 anni a difendere il Paese. Tutti combattiamo o aspettiamo chi combatte. Ho seppellito amici, le mie amiche sono diventate giovani vedove, conosco persone catturate dai russi e torturate, molti menomati. Siamo tutti cambiati molto. Ma abbiamo smesso d’avere paura, viviamo le nostre vite, mentre qualcuno brucia vivo nel suo appartamento. Sono stupita dalle persone, la loro capacità di superare il dolore con un umorismo nero, di sacrificarsi per il bene degli altri. Ci sono ancora molte persone così. E quindi no, non siamo ancora pronti a firmare patti col diavolo»