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Lunedì 21 Luglio 2025
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“ Non allo spostamento forzato della popolazione”
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La ferma certezza di Medjugorje nel credere nelle apparizioni (21)
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La perseveranza nel tempo poggia su basi inattaccabili
Le pressioni e le persecuzioni hanno fallito.
La Madonna ha messo in guardia dal neomodernismo pseudoreligioso
Medjugorje baluardo di speranza nel tempo dei Segreti
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Secondo Angelus da Castel Gandolfo per Leone XIV che nella catechesi ricorda come l’estate sia un tempo nel quale “rallentare” e cogliere l’occasione per incontrare Gesù, imparando così l’arte dell’ospitalità
Benedetta Capelli – Città del Vaticano
Il sole, il caldo, la folla festante accompagnano l’Angelus di Papa Leone che recita per la seconda volta da Piazza della Libertà a Castel Gandolfo, davanti a centinaia di persone. Nella catechesi è centrale il tema dell’ospitalità che ben si sposa con questo tempo estivo. Il Pontefice richiama l’accoglienza di Abramo e Sara e delle sorelle Marta e Maria, “ogni volta che accogliamo l’invito alla Cena del Signore e partecipiamo alla mensa eucaristica, – afferma il Papa è Dio stesso che ‘passa a servirci’”.
Eppure, il nostro Dio ha prima saputo farsi ospite, e anche oggi sta alla nostra porta e bussa (cfr Ap 3,20). È suggestivo che nella lingua italiana l’ospite è sia chi ospita, sia chi viene ospitato. Così, in questa domenica estiva possiamo contemplare il gioco di accoglienza reciproca, fuori dal quale la nostra vita impoverisce.
Fiorire aprendosi a qualcosa di grande
Papa Leone sottolinea che “ci vuole umiltà sia a ospitare sia a farsi ospitare” perché “occorrono delicatezza, attenzione, apertura”. Marta, la sorella di Maria, rischia di non vivere la gioia dell’incontro con Gesù perché affaccendata a preparare. Pur essendo generosa, le faccende la distolgono da quel qualcosa in più e di “più bello della stessa generosità”, che è l’uscire da sé.
Solo questo fa fiorire la nostra vita: aprirci a qualcosa che ci distoglie da noi stessi e nello stesso tempo ci riempie.

Leone XIV durante la preghiera dell’Angelus (@Vatican Media)
Necessario rallentare
Marta e Maria vivono diversamente l’incontro con Gesù. Marta fatica e Maria “ha come perso il senso del tempo, conquistata dalla parola di Gesù”. “Non è meno concreta di sua sorella e neanche meno generosa. Ha però colto l’occasione” per questo Gesù riprende Marta perché si è sottratta ad un’intimità che darebbe gioia.
Il tempo estivo può aiutarci a “rallentare” e a diventare più simili a Maria che a Marta. A volte non ci concediamo la parte migliore. Bisogna che viviamo un po’ di riposo, col desiderio di imparare di più l’arte dell’ospitalità.
Accogliere e farsi accogliere
“L’industria delle vacanze – sottolinea il Papa – vuole venderci ogni genere di esperienza, ma forse non quello che cerchiamo”. L’incontro con Dio, la natura e gli altri è gratuito.
Occorre solo farsi ospiti: fare posto e anche chiederlo; accogliere e farsi accogliere. Abbiamo tanto da ricevere e non solo da dare. Abramo e Sara, seppure anziani, si scoprirono fecondi quando accolsero con tranquillità il Signore stesso in tre viandanti. Anche per noi c’è tanta vita da accogliere ancora.

Il Papa si affaccia a Piazza della Libertà, a Castel Gandolfo, per la recita dell’Angelus (@VATICAN MEDIA)
Chiesa, casa aperta
L’invito finale è quello di pregare Maria che ha accolto nel proprio grembo Gesù e insieme a Giuseppe gli ha dato casa.
In lei brilla la nostra vocazione, la vocazione della Chiesa a rimanere casa aperta a tutti, per continuare ad accogliere il suo Signore, che chiede permesso di entrare
Al termine della preghiera dell’Angelus, Leone XIV ha lanciato un forte appello per la pace, esprimendo il suo dolore per le vittime dell’attacco israeliano contro la parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza. Ai cristiani dell’area mediorientale ha espresso la sua vicinanza: “Siete nel cuore del Papa e di tutta la Chiesa”
Benedetta Capelli – Città del Vaticano
Chiedo che si fermi subito la barbarie della guerra e che si raggiunga una risoluzione pacifica del conflitto.
È una richiesta chiara e decisa quella che Papa Leone fa al termine dell’Angelus di oggi, domenica 20 luglio, lanciando un accorato appello per il Medio Oriente e pensando a quanto accaduto giovedì scorso a Gaza “con l’attacco – dice il Pontefice – dell’esercito israeliano contro la Parrocchia cattolica della Sacra Famiglia a Gaza”. Un raid nel quale sono morti tre cristiani che il Papa ricorda chiamandoli per nome – Saad Issa Kostandi Salameh, Foumia Issa Latif Ayyad, Najwa Ibrahim Latif Abu Daoud – perché dietro ogni vittima c’è una storia da non dimenticare. “Sono particolarmente vicino – dice Leone XIV – ai loro familiari e a tutti i parrocchiani. Tale atto, purtroppo, si aggiunge ai continui attacchi militari contro la popolazione civile e i luoghi di culto a Gaza”. Di oggi la notizia di almeno 25 palestinesi uccisi, secondo fonti mediche citate da Al Jazeera: 19 di loro aspettavano gli aiuti umanitari vicino a centri distribuzione.
Si osservi il diritto umanitario
Il Papa rivolge poi parole forti perché siano rispettati i civili, costretti ad allontanarsi dalle loro case.
Alla comunità internazionale rivolgo l’appello a osservare il diritto umanitario e a rispettare l’obbligo di tutela dei civili, nonché il divieto di punizione collettiva, di uso indiscriminato della forza e di spostamento forzato della popolazione.
“Siete nel cuore del Papa e di tutta la Chiesa”
Un pensiero poi ai cristiani del Medio Oriente che vivono ogni giorno con un senso di inutilità addosso. Li raccomanda alla Vergine Maria perché li protegga sempre e “accompagni il mondo verso albori di pace”.
Ai nostri amati cristiani mediorientali dico: sono vicino alla vostra sensazione di poter fare poco davanti a questa situazione così drammatica. Siete nel cuore del Papa e di tutta la Chiesa. Grazie per la vostra testimonianza di fede.
Si preghi per i governanti
Infine il Papa saluta i giovani partecipanti al pellegrinaggio organizzato dalla Catholic Worldview Fellowship, in visita a Roma dopo alcune settimane di preghiera e di formazione. Saluta quanti partecipano alla “Scuola internazionale di Famiglie Nuove” del Movimento dei Focolari e che si svolge a Loppiano. “Prego – dice il Pontefice – perché questa esperienza di spiritualità e fraternità vi renda saldi nella fede e gioiosi nell’accompagnamento spirituale di altre famiglie”. Ringrazia poi il Forum Internazionale di Azione Cattolica per aver promosso la “Maratona di preghiera per i Governanti”.
Dalle ore 10 e fino alle 22 di questa sera l’invito, rivolto a ciascuno di noi, è di fermarci soltanto per un minuto a pregare, chiedendo al Signore di illuminare i nostri Governanti e ispirare in loro progetti di pace.
Presto il ritorno in Vaticano
Rivolge poi un pensiero al Catholic Institute of Technology, che ha sede a Castel Gandolfo; il Gruppo Scout Agesci Gela 3, impegnato nel pellegrinaggio giubilare che si concluderà dinanzi alla tomba del Beato Carlo Acutis; i ragazzi di Castello di Godego, impegnati in una esperienza di servizio con la Caritas di Roma; i membri del Gruppo Folkloristico «‘O Stazzo», come pure la Banda Musicale di Alba de Tormes. L’ultimo ringraziamento è per la cittadina laziale nella quale sta trascorrendo un periodo di riposo
Fra qualche giorno farò rientro in Vaticano, dopo queste due settimane vissute qui a Castel Gandolfo. Desidero ringraziare tutti voi per l’accoglienza e a tutti auguro una buona domenica!

di Stefano Caprio- 20 Luglio 2025
Kiev ha appena festeggiato l’anniversario del Battesimo voluto dal principe Vladimir con un Sinodo che ha condannato l’ideologia del “mondo russo”. Mentre il calendario giuliano permetterà ai russi, tra pochi giorni, di celebrarlo da soli gloriandosi della resistenza alla depravazione e all’eresia occidentale, in quell’isolamento che è la dimensione che a Mosca oggi meglio definisce il concetto di “ortodossia”.
La Chiesa ortodossa autocefala dell’Ucraina Pzu ha tenuto il 14 luglio un Sinodo dei vescovi, per festeggiare insieme i 1.700 anni del Concilio di Nicea e i 1.037 anni del Battesimo della “Rus’ di Kiev-Ucraina”, secondo il nuovo titolo dato già dal 2008 all’evento originario del cristianesimo sulle rive del fiume Dnipro, con il Battesimo imposto all’intera popolazione dal principe Vladimir il Grande ravnoapostolskij, “uguale agli apostoli”. Lo stesso presidente Volodymyr Zelenskyj ha sottolineato l’unione dei termini Rus’-Ucraina, per ricordare “la storia che ha costituito il nostro Stato, unendo decine di generazioni successive del nostro popolo”.
La formulazione appare ovviamente una forzatura, in quanto il termine ukraina si è cominciato ad usare solo nel XVII secolo per determinare le terre “di confine” delle comunità rivoltose dei cosacchi, che si sono poi unite all’impero degli zar di Mosca per liberarsi dal tallone dei re polacchi. E d’altra parte, anche la fusione di Rus’ e Russia, pur semanticamente più logico, non ha una giustificazione storica reale, non essendoci alcun evento di “passaggio” formale tra l’antico Stato dei principati di Kiev e la nuova “Santa Russia” di Mosca dopo i due secoli del giogo tataro-mongolo, tra il XIII e il XV secolo, che gli stessi russi chiamavano semplicemente “Moscovia”. In fondo Rus’ è un termine mitologico senza specificazioni etniche, e Rossija – Russia suggerisce piuttosto un ampliamento all’integrazione con altri popoli, caucasici ed asiatici, ugro-finnici e uralici, tanto che gli ucraini accusano i russi di avere perso la “purezza russica” che solo essi conservano in discendenza dall’antica Kiev, pur essendo a loro volta mescolati con diverse altre etnie.
Le diatribe etno-culturali tra Kiev e Mosca sono proprio le caratteristiche distintive di questa storia millenaria, considerando che nei primi tre secoli Mosca non esisteva, avendo cominciato ad imporsi solo dopo il 1300 proprio grazie agli accordi con i tartari, e per oltre tre secoli non è più esistita Kiev, rasa al suolo dai mongoli nel 1240 e risorta soltanto a fine Cinquecento. Subito dopo la scomparsa del principe Vladimir nel 1015 i suoi figli si erano contesi la successione, in quella perenne sequenza di conflitti interni che viene ricordata anche nella liturgia slava come i meždousobnja brani, le “lotte fratricide” per cui chiedere continuamente perdono al Signore. Nel 1169 il principe Andrej Bogoljubskij distrusse Kiev per la prima volta per “salvarla” dall’invasione dei nemici asiatici bogomili, e trasferì la capitale del “gran principe” nella città più interna di Vladimir, da cui ha avuto origine la stessa Mosca, inaugurando la “sostituzione” del centro della Rus’ che si protrae ancora oggi, da Kiev a Mosca, da San Pietroburgo di nuovo a Mosca, e oggi di nuovo nel conflitto tra Kiev e Mosca.
Per questi motivi l’interpretazione della storia si evidenzia come uno dei fattori determinanti del conflitto, esprimendo due opposti modelli di una popolazione sparsa sull’immenso territorio che unisce Oriente e Occidente, Europa e Asia, senza mai riuscire a dominarlo fino in fondo, essendo troppo esigua come consistenza e troppo indecisa nel suo vero orientamento. Ogni forzatura dovuta alle guerre locali e universali non fa che riproporre questa grande ambiguità, che riguarda i due popoli eredi del Battesimo di Kiev, e insieme ad essi altri popoli slavi, finnici, latini, germanici, nordici, asiatici e di molte altre varianti dell’artificiosa divisione continentale dell’Eurasia, dove non c’è un vero confine, una ukraina geografica, storica, culturale e nemmeno religiosa.
Gli ucraini quindi festeggiano il Battesimo nel giorno dedicato alla morte di Vladimir, il 15 luglio secondo il calendario gregoriano, che in Russia cade il 28 luglio secondo il calendario giuliano, conservato dai russi in polemica con i latini e rinnegato dagli ucraini nel 2024, distanziandosi anche in questo per le relazioni con l’Occidente. Il Sinodo dei vescovi ortodossi ucraini autocefali insiste quindi sulla concezione dell’Ucraina come “Paese libero e democratico, che rispetta la libertà di coscienza e di professione religiosa per tutti”, in cui i comandamenti divini sono stati rivelati al popolo “non soltanto per ripeterli a memoria, ma per realizzarli ogni giorno nella vita, nelle scelte e nelle azioni di ciascuno”, e questo risalendo alle “fonti e radici del nostro Stato indipendente fino al principato di Kiev”. A fronte di ciò, “l’impero russo cerca di distorcere il vero significato storico della Rus’ come antico Stato ucraino, e in modo menzognero e senza fondamento cerca di attribuirlo a sé stesso”, affermano i vescovi, invitando a “ribadire la scelta compiuta oltre mille anni fa dai nostri avi, proclamando l’Ucraina come un vero Stato europeo”.
Il documento approvato dal Sinodo critica anche esplicitamente la concezione del “mondo russo”, chiamata lžeučenie, una “falsa dottrina” basata su “principi eretici di etno-filetismo, manicheismo e gnosticismo”, richiamandosi anche ai dogmi del concilio di Nicea per “restaurare la Pienezza della Chiesa di Cristo e per smascherare, respingere e condannare questo nuovo insegnamento eretico e omicida del mondo russo, e invitiamo tutti coloro che ne sono stati avvelenati al pentimento e alla correzione”. Lo stesso metropolita di Kiev Epifanyj (Dumenko), capo della Chiesa Pzu, ha sottolineato l’importanza della scelta del principe Vladimir “in favore della fede, della verità, della cultura e della civiltà europea, che è il fondamento dell’identità ucraina, della nostra nazione e del nostro Stato che il nostro nemico sta cercando di distruggere… come mille anni fa, la nostra forza sta nell’unità, nel sacrificio e nell’amore verso il proprio popolo”.
Il fatto di essere rimasti di fatto l’unica Chiesa ortodossa a conservare il calendario giuliano permetterà quindi ai russi, tra pochi giorni, di festeggiare il Battesimo gloriandosi della resistenza alla depravazione e all’eresia occidentale, e l’isolamento in questo senso è la dimensione in cui la Russia meglio definisce il proprio concetto di “ortodossia”, non tanto come affermazione dei dogmi della “vera fede” (su questo avrebbe ben poco da distinguersi), quanto come ultimo baluardo contro tutti gli “eterodossi”, pravoslavnye contro inoslavnye, ciò che veramente distingue l’identità russa rispetto anche a quella ucraina, che appunto si propone come identità di inclusione, e non di separazione. Gli uomini di “altra fede”, chiamati con un termine ancora più spregiativo come inovertsy, sono in generale gli “agenti stranieri” tanto maledetti e perseguitati nella Russia putiniana.
Il poeta e diplomatico inglese Giles Fletcher era giunto in Moscovia nel 1588 (sei secoli dopo il Battesimo di Kiev) con una missione commerciale, e ha lasciato degli importanti appunti storico-culturali, riportando il suo stupore per il rigido isolamento del mondo russo rispetto ai principi di civiltà che si stavano diffondendo sempre più in Europa, esportandoli anche nel nascente impero anglosassone al di là dell’oceano. Egli osservava che “pochissime persone imparano a leggere e scrivere” e a qualunque straniero “proveniente da una nazione istruita” era proibito entrare in Moscovia, se non per ragioni strettamente commerciali. Nel 1589, anno della proclamazione del patriarcato di Mosca come “Terza Roma”, un decreto imperiale impose a tutti i mercanti stranieri di risiedere in quartieri periferici isolati della capitale, per evitare che “portassero con sé altre usanze e proprietà, come quelle ad essi abituali nei propri Paesi”. Perfino la delegazione di Costantinopoli, con a capo il patriarca Ieremias II, fu rinchiusa per sette mesi nel palazzo dorato del Cremlino, e solo dopo aver firmato il decreto di istituzione del patriarcato moscovita fu ad essi concesso di lasciare il Paese, senza avere alcun contatto con la stessa popolazione della capitale.
I greci si fermarono poi presso i russi del regno di Polonia, suggerendo di formare un vero e proprio “contraltare” alle pretese moscovite, ciò che portò alla proclamazione dell’Unione di Brest degli ortodossi di Polonia con il papa di Roma nel 1596, che si può considerare – questa volta a buon diritto – la data di nascita dell’Ucraina in sintonia con la civiltà latina europea, e in polemica con le pretese universali dei propri connazionali moscoviti. Da questo ebbe inizio il conflitto che si protrasse per buona parte del Seicento, fino alla “pace eterna” del 1686 con la restituzione di Kiev al potere imperiale e patriarcale di Mosca, la “guerra-madre” dell’attuale “operazione militare speciale” della Russia in Ucraina. Fletcher notava nella sua visita che il rifiuto degli stranieri aveva lo scopo di “mantenere meglio le persone nella loro condizione di schiavi, affinché non avessero la possibilità e neanche la forza d’animo per aprirsi a qualche altra visione del mondo e della vita”.
Poco dopo le guerre dei “Torbidi”, a fine Seicento, il giovane imperatore Pietro il Grande volle invece ribellarsi a questa segregazione, iniziando il suo regno con la “grande ambasciata” in Europa, visitando i Paesi del nord fino all’Inghilterra di Guglielmo III d’Orange, il primo sovrano a cedere parte dei poteri al parlamento istituito nella Camera dei Lord. Pietro aprì la “finestra sull’Europa”, portando usi e costumi occidentali che si riflettono nella sua nuova capitale di San Pietroburgo, e diffondendo in Russia i “vizi capitali” del fumo e della vodka, motivo per cui gli ortodossi più estremi lo condannarono come “l’Anticristo” tanto temuto. Quando però il suo più fedele assistente, Ivan Mazepa, sognò di proclamare una Ucraina indipendente con l’appoggio dei polacchi e degli svedesi, Pietro reagì distruggendo le armate nemiche nella regione orientale ucraina di Poltava, la vittoria del 1709 per cui i russi gli perdonarono i peccati di occidentalismo, istituendo per Mazepa “l’Ordine di Giuda”. Mille e più anni sono trascorsi dalla nascita della Rus’ di Kiev, ma tutto continua a ripetersi allo stesso modo in tutte le salse principesche, imperiali, sovietiche o putiniane, ogni volta in una variante ancora più grottesca delle precedenti.
di Greta Privitera – Corriere della Sera – 20 Luglio 2025
Il diario del patriarca tra le macerie della Striscia. «Pizzaballa ha voluto conoscere i panificatori, ha scherzato con loro e ha osservato attentamente i passaggi per la preparazione delle ostie», spiega il portavoce Farid Jubran

Il cardinale Pizzaballa a Gaza
Nella cucina della Sacra Famiglia, gli uomini e le donne hanno imparato a preparare anche le ostie per la messa. C’è chi mescola la farina di frumento con l’acqua, chi stende l’impasto sulla piastra bollente, e chi, con uno stampo di ferro regalato da un italiano, «taglia» il pane azzimo in cialde circolari da consacrare e distribuire ai fedeli. Raccontano che non sono ostie perfette, ma averle a disposizione significa poter celebrare l’eucarestia: per i cristiani di Gaza uno dei pochi gesti di pace salvato da una quotidianità andata perduta.
Prima della guerra, le ostie venivano portate dai camion provenienti da Gerusalemme, ma poi hanno smesso di arrivare, come tutto il resto. «Il patriarca latino Pierbattista Pizzaballa ha voluto conoscere i panificatori, ha scherzato con loro e ha osservato attentamente i passaggi per la preparazione», spiega Farid Jubran, il portavoce, che oggi, verso l’ora di pranzo, attende il rientro del cardinale a Gerusalemme. Jubran ci racconta le 48 ore di Pizzaballa nella Striscia. La sua visita all’unica parrocchia cattolica — la Sacra Famiglia — dopo il bombardamento israeliano che l’ha colpita provocando tre morti e alcuni feriti, tra cui il sacerdote Gabriel Romanelli.
La mattina di venerdì
Il viaggio è iniziato venerdì. Pizzaballa e il patriarca greco-ortodosso Teofilo III sono al confine con Gaza alle 8 e trenta del mattino. Arriva la prima chiamata: è papa Leone XIV. Si parla di cessate il fuoco e di vicinanza al popolo palestinese. La missione comprende anche dei camion che trasportano tonnellate di aiuti per la comunità cristiana «e per tutti coloro che abitano nei dintorni».
I due religiosi riescono a entrare quattro ore dopo. I tir carichi di cibo e medicine, invece, non hanno ancora avuto il via libera e attendono fuori. «Se Dio vuole, passeranno lunedì», continua il portavoce, preoccupato. In auto, ci impiegano circa cinquanta minuti a raggiungere la parrocchia, quasi il doppio del tempo rispetto a prima della guerra. Si spostano su un’auto «della chiesa ma questo non vuol dire essere al sicuro».
È la terza visita del Patriarca nella Striscia. È entrato per la prima volta il 16 maggio del 2024, poi a Natale. «Pizzaballa ha raccontato più volte che la Gaza che conosciamo non esiste più. Non è rimasto quasi niente, la situazione è vergognosa: non ci sono strade, fognature, palazzi, infrastrutture». I cinquecento fedeli della comunità cristiana che dormono tra i banchi della chiesa non lasciano Gaza City, nonostante gli ordini di evacuazione.
La prima tappa
La prima tappa è al complesso della Sacra Famiglia dove si trova anche l’abitazione delle suore, una scuola, gli uffici della parrocchia, un campo sportivo. Dopo gli abbracci commossi, visitano la chiesa: «Il danno non è così grande, solo una parte del tetto è quasi distrutto», dice Jubran.
Arriva la seconda chiamata. È il leader dell’Autorità palestinese Abu Mazen: «Non si bombardino i luoghi religiosi», dice. Pizzaballa e Teofilo III incontrano i fedeli, emozionati ed esausti. Portano le condoglianze ai familiari delle tre vittime, ascoltano le storie di chi è sopravvissuto. La visita prosegue nella chiesa cristiano ortodossa di San Porfirio, a dieci minuti di macchina.
Vanno all’ospedale Al-Ahli, di Gaza City, dove si aggirano tra i letti dei malati e dei feriti di guerra «portando parole di speranza e di pace». Incontrano lo staff medico «che gli ha illustrato le condizioni disastrose dei reparti e ha sottolineato la grave mancanza di medicine».
La messa in parrocchia
La sera di venerdì, il patriarca greco ortodosso torna a Gerusalemme e Pizzaballa rimane a Gaza. Celebra la messa in parrocchia con padre Gabriel, don Davide e padre Marcelo. «Mi ripete che ci tiene a passare più tempo possibile con gli uomini, le donne e i bambini della comunità», racconta Jubran. Si siede tra di loro, li ascolta e osserva i piccoli giocare. Il patriarca mangia con i religiosi e dorme nell’abitazione delle suore, «lì c’è la sua stanza».
Sabato mattina il giro continua, con i droni sulla testa e il numero dei morti che aumenta, nonostante la sua presenza. Attraversa le macerie di Gaza «per arrivare alle strutture della Caritas e a un centro di distribuzione alimentare dove benedice il cibo e tutte le persone che lo preparano». Riparte oggi. «Prima, però, celebra la messa. Il raid sulla nostra chiesa è una tragedia, ma non più grande di quello che succede ogni giorno a Gaza».