"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Luglio 2025 Pagina 11 di 29

Il Papa: Dio sta alla porta e bussa, la Chiesa sia casa aperta a tutti

Secondo Angelus da Castel Gandolfo per Leone XIV che nella catechesi ricorda come l’estate sia un tempo nel quale “rallentare” e cogliere l’occasione per incontrare Gesù, imparando così l’arte dell’ospitalità

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Il sole, il caldo, la folla festante accompagnano l’Angelus di Papa Leone che recita per la seconda volta da Piazza della Libertà a Castel Gandolfo, davanti a centinaia di persone. Nella catechesi è centrale il tema dell’ospitalità che ben si sposa con questo tempo estivo. Il Pontefice richiama l’accoglienza di Abramo e Sara e delle sorelle Marta e Maria, “ogni volta che accogliamo l’invito alla Cena del Signore e partecipiamo alla mensa eucaristica, – afferma il Papa è Dio stesso che ‘passa a servirci’”.

Eppure, il nostro Dio ha prima saputo farsi ospite, e anche oggi sta alla nostra porta e bussa (cfr Ap 3,20). È suggestivo che nella lingua italiana l’ospite è sia chi ospita, sia chi viene ospitato. Così, in questa domenica estiva possiamo contemplare il gioco di accoglienza reciproca, fuori dal quale la nostra vita impoverisce.

Fiorire aprendosi a qualcosa di grande

Papa Leone sottolinea che “ci vuole umiltà sia a ospitare sia a farsi ospitare” perché “occorrono delicatezza, attenzione, apertura”. Marta, la sorella di Maria, rischia di non vivere la gioia dell’incontro con Gesù perché affaccendata a preparare. Pur essendo generosa, le faccende la distolgono da quel qualcosa in più e di “più bello della stessa generosità”, che è l’uscire da sé.

Solo questo fa fiorire la nostra vita: aprirci a qualcosa che ci distoglie da noi stessi e nello stesso tempo ci riempie.

Leone XIV durante la preghiera dell'Angelus

Leone XIV durante la preghiera dell’Angelus   (@Vatican Media)

Necessario rallentare

Marta e Maria vivono diversamente l’incontro con Gesù. Marta fatica e Maria “ha come perso il senso del tempo, conquistata dalla parola di Gesù”. “Non è meno concreta di sua sorella e neanche meno generosa. Ha però colto l’occasione” per questo Gesù riprende Marta perché si è sottratta ad un’intimità che darebbe gioia.

Il tempo estivo può aiutarci a “rallentare” e a diventare più simili a Maria che a Marta. A volte non ci concediamo la parte migliore. Bisogna che viviamo un po’ di riposo, col desiderio di imparare di più l’arte dell’ospitalità.

Accogliere e farsi accogliere

“L’industria delle vacanze – sottolinea il Papa – vuole venderci ogni genere di esperienza, ma forse non quello che cerchiamo”. L’incontro con Dio, la natura e gli altri è gratuito.

Occorre solo farsi ospiti: fare posto e anche chiederlo; accogliere e farsi accogliere. Abbiamo tanto da ricevere e non solo da dare. Abramo e Sara, seppure anziani, si scoprirono fecondi quando accolsero con tranquillità il Signore stesso in tre viandanti. Anche per noi c’è tanta vita da accogliere ancora.

Il Papa si affaccia a Piazza della Libertà, a Castel Gandolfo, per la recita dell'Angelus

Il Papa si affaccia a Piazza della Libertà, a Castel Gandolfo, per la recita dell’Angelus   (@VATICAN MEDIA)

Chiesa, casa aperta

L’invito finale è quello di pregare Maria che ha accolto nel proprio grembo Gesù e insieme a Giuseppe gli ha dato casa.

In lei brilla la nostra vocazione, la vocazione della Chiesa a rimanere casa aperta a tutti, per continuare ad accogliere il suo Signore, che chiede permesso di entrare

l Papa: si fermi subito la barbarie della guerra, risoluzione pacifica per il Medio Oriente

Al termine della preghiera dell’Angelus, Leone XIV ha lanciato un forte appello per la pace, esprimendo il suo dolore per le vittime dell’attacco israeliano contro la parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza. Ai cristiani dell’area mediorientale ha espresso la sua vicinanza: “Siete nel cuore del Papa e di tutta la Chiesa”

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Chiedo che si fermi subito la barbarie della guerra e che si raggiunga una risoluzione pacifica del conflitto.

È una richiesta chiara e decisa quella che Papa Leone fa al termine dell’Angelus di oggi, domenica 20 luglio, lanciando un accorato appello per il Medio Oriente e pensando a quanto accaduto giovedì scorso a Gaza “con l’attacco – dice il Pontefice – dell’esercito israeliano contro la Parrocchia cattolica della Sacra Famiglia a Gaza”. Un raid nel quale sono morti tre cristiani che il Papa ricorda chiamandoli per nome – Saad Issa Kostandi Salameh, Foumia Issa Latif Ayyad, Najwa Ibrahim Latif Abu Daoud – perché dietro ogni vittima c’è una storia da non dimenticare. “Sono particolarmente vicino – dice Leone XIV – ai loro familiari e a tutti i parrocchiani.  Tale atto, purtroppo, si aggiunge ai continui attacchi militari contro la popolazione civile e i luoghi di culto a Gaza”. Di oggi la notizia di almeno 25 palestinesi uccisi, secondo fonti mediche citate da Al Jazeera: 19 di loro aspettavano gli aiuti umanitari vicino a centri distribuzione.

Si osservi il diritto umanitario

Il Papa rivolge poi parole forti perché siano rispettati i civili, costretti ad allontanarsi dalle loro case.

Alla comunità internazionale rivolgo l’appello a osservare il diritto umanitario e a rispettare l’obbligo di tutela dei civili, nonché il divieto di punizione collettiva, di uso indiscriminato della forza e di spostamento forzato della popolazione.

“Siete nel cuore del Papa e di tutta la Chiesa”

Un pensiero poi ai cristiani del Medio Oriente che vivono ogni giorno con un senso di inutilità addosso. Li raccomanda alla Vergine Maria perché li protegga sempre e “accompagni il mondo verso albori di pace”.

Ai nostri amati cristiani mediorientali dico: sono vicino alla vostra sensazione di poter fare poco davanti a questa situazione così drammatica. Siete nel cuore del Papa e di tutta la Chiesa. Grazie per la vostra testimonianza di fede.

Si preghi per i governanti

Infine il Papa saluta i giovani partecipanti al pellegrinaggio organizzato dalla Catholic Worldview Fellowship, in visita a Roma dopo alcune settimane di preghiera e di formazione. Saluta quanti partecipano alla “Scuola internazionale di Famiglie Nuove” del Movimento dei Focolari e che si svolge a Loppiano. “Prego – dice il Pontefice – perché questa esperienza di spiritualità e fraternità vi renda saldi nella fede e gioiosi nell’accompagnamento spirituale di altre famiglie”. Ringrazia poi il Forum Internazionale di Azione Cattolica per aver promosso la “Maratona di preghiera per i Governanti”.

Dalle ore 10 e fino alle 22 di questa sera l’invito, rivolto a ciascuno di noi, è di fermarci soltanto per un minuto a pregare, chiedendo al Signore di illuminare i nostri Governanti e ispirare in loro progetti di pace.

Presto il ritorno in Vaticano

Rivolge poi un pensiero al Catholic Institute of Technology, che ha sede a Castel Gandolfo; il Gruppo Scout Agesci Gela 3, impegnato nel pellegrinaggio giubilare che si concluderà dinanzi alla tomba del Beato Carlo Acutis; i ragazzi di Castello di Godego, impegnati in una esperienza di servizio con la Caritas di Roma; i membri del Gruppo Folkloristico «‘O Stazzo», come pure la Banda Musicale di Alba de Tormes. L’ultimo ringraziamento è per la cittadina laziale nella quale sta trascorrendo un periodo di riposo

Fra qualche giorno farò rientro in Vaticano, dopo queste due settimane vissute qui a Castel Gandolfo. Desidero ringraziare tutti voi per l’accoglienza e a tutti auguro una buona domenica!

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Il Battesimo della Rus’-Russia-Ucraina

di Stefano Caprio- 20 Luglio 2025

Kiev ha appena festeggiato l’anniversario del Battesimo voluto dal principe Vladimir con un Sinodo che ha condannato l’ideologia del “mondo russo”. Mentre il calendario giuliano permetterà ai russi, tra pochi giorni, di celebrarlo da soli gloriandosi della resistenza alla depravazione e all’eresia occidentale, in quell’isolamento che è la dimensione che a Mosca oggi meglio definisce il concetto di “ortodossia”.

La Chiesa ortodossa autocefala dell’Ucraina Pzu ha tenuto il 14 luglio un Sinodo dei vescovi, per festeggiare insieme i 1.700 anni del Concilio di Nicea e i 1.037 anni del Battesimo della “Rus’ di Kiev-Ucraina”, secondo il nuovo titolo dato già dal 2008 all’evento originario del cristianesimo sulle rive del fiume Dnipro, con il Battesimo imposto all’intera popolazione dal principe Vladimir il Grande ravnoapostolskij, “uguale agli apostoli”. Lo stesso presidente Volodymyr Zelenskyj ha sottolineato l’unione dei termini Rus’-Ucraina, per ricordare “la storia che ha costituito il nostro Stato, unendo decine di generazioni successive del nostro popolo”.

La formulazione appare ovviamente una forzatura, in quanto il termine ukraina si è cominciato ad usare solo nel XVII secolo per determinare le terre “di confine” delle comunità rivoltose dei cosacchi, che si sono poi unite all’impero degli zar di Mosca per liberarsi dal tallone dei re polacchi. E d’altra parte, anche la fusione di Rus’ e Russia, pur semanticamente più logico, non ha una giustificazione storica reale, non essendoci alcun evento di “passaggio” formale tra l’antico Stato dei principati di Kiev e la nuova “Santa Russia” di Mosca dopo i due secoli del giogo tataro-mongolo, tra il XIII e il XV secolo, che gli stessi russi chiamavano semplicemente “Moscovia”. In fondo Rus’ è un termine mitologico senza specificazioni etniche, e Rossija – Russia suggerisce piuttosto un ampliamento all’integrazione con altri popoli, caucasici ed asiatici, ugro-finnici e uralici, tanto che gli ucraini accusano i russi di avere perso la “purezza russica” che solo essi conservano in discendenza dall’antica Kiev, pur essendo a loro volta mescolati con diverse altre etnie.

Le diatribe etno-culturali tra Kiev e Mosca sono proprio le caratteristiche distintive di questa storia millenaria, considerando che nei primi tre secoli Mosca non esisteva, avendo cominciato ad imporsi solo dopo il 1300 proprio grazie agli accordi con i tartari, e per oltre tre secoli non è più esistita Kiev, rasa al suolo dai mongoli nel 1240 e risorta soltanto a fine Cinquecento. Subito dopo la scomparsa del principe Vladimir nel 1015 i suoi figli si erano contesi la successione, in quella perenne sequenza di conflitti interni che viene ricordata anche nella liturgia slava come i meždousobnja brani, le “lotte fratricide” per cui chiedere continuamente perdono al Signore. Nel 1169 il principe Andrej Bogoljubskij distrusse Kiev per la prima volta per “salvarla” dall’invasione dei nemici asiatici bogomili, e trasferì la capitale del “gran principe” nella città più interna di Vladimir, da cui ha avuto origine la stessa Mosca, inaugurando la “sostituzione” del centro della Rus’ che si protrae ancora oggi, da Kiev a Mosca, da San Pietroburgo di nuovo a Mosca, e oggi di nuovo nel conflitto tra Kiev e Mosca.

Per questi motivi l’interpretazione della storia si evidenzia come uno dei fattori determinanti del conflitto, esprimendo due opposti modelli di una popolazione sparsa sull’immenso territorio che unisce Oriente e Occidente, Europa e Asia, senza mai riuscire a dominarlo fino in fondo, essendo troppo esigua come consistenza e troppo indecisa nel suo vero orientamento. Ogni forzatura dovuta alle guerre locali e universali non fa che riproporre questa grande ambiguità, che riguarda i due popoli eredi del Battesimo di Kiev, e insieme ad essi altri popoli slavi, finnici, latini, germanici, nordici, asiatici e di molte altre varianti dell’artificiosa divisione continentale dell’Eurasia, dove non c’è un vero confine, una ukraina geografica, storica, culturale e nemmeno religiosa.

Gli ucraini quindi festeggiano il Battesimo nel giorno dedicato alla morte di Vladimir, il 15 luglio secondo il calendario gregoriano, che in Russia cade il 28 luglio secondo il calendario giuliano, conservato dai russi in polemica con i latini e rinnegato dagli ucraini nel 2024, distanziandosi anche in questo per le relazioni con l’Occidente. Il Sinodo dei vescovi ortodossi ucraini autocefali insiste quindi sulla concezione dell’Ucraina come “Paese libero e democratico, che rispetta la libertà di coscienza e di professione religiosa per tutti”, in cui i comandamenti divini sono stati rivelati al popolo “non soltanto per ripeterli a memoria, ma per realizzarli ogni giorno nella vita, nelle scelte e nelle azioni di ciascuno”, e questo risalendo alle “fonti e radici del nostro Stato indipendente fino al principato di Kiev”. A fronte di ciò, “l’impero russo cerca di distorcere il vero significato storico della Rus’ come antico Stato ucraino, e in modo menzognero e senza fondamento cerca di attribuirlo a sé stesso”, affermano i vescovi, invitando a “ribadire la scelta compiuta oltre mille anni fa dai nostri avi, proclamando l’Ucraina come un vero Stato europeo”.

Il documento approvato dal Sinodo critica anche esplicitamente la concezione del “mondo russo”, chiamata lžeučenie, una “falsa dottrina” basata su “principi eretici di etno-filetismo, manicheismo e gnosticismo”, richiamandosi anche ai dogmi del concilio di Nicea per “restaurare la Pienezza della Chiesa di Cristo e per smascherare, respingere e condannare questo nuovo insegnamento eretico e omicida del mondo russo, e invitiamo tutti coloro che ne sono stati avvelenati al pentimento e alla correzione”. Lo stesso metropolita di Kiev Epifanyj (Dumenko), capo della Chiesa Pzu, ha sottolineato l’importanza della scelta del principe Vladimir “in favore della fede, della verità, della cultura e della civiltà europea, che è il fondamento dell’identità ucraina, della nostra nazione e del nostro Stato che il nostro nemico sta cercando di distruggere… come mille anni fa, la nostra forza sta nell’unità, nel sacrificio e nell’amore verso il proprio popolo”.

Il fatto di essere rimasti di fatto l’unica Chiesa ortodossa a conservare il calendario giuliano permetterà quindi ai russi, tra pochi giorni, di festeggiare il Battesimo gloriandosi della resistenza alla depravazione e all’eresia occidentale, e l’isolamento in questo senso è la dimensione in cui la Russia meglio definisce il proprio concetto di “ortodossia”, non tanto come affermazione dei dogmi della “vera fede” (su questo avrebbe ben poco da distinguersi), quanto come ultimo baluardo contro tutti gli “eterodossi”, pravoslavnye contro inoslavnye, ciò che veramente distingue l’identità russa rispetto anche a quella ucraina, che appunto si propone come identità di inclusione, e non di separazione. Gli uomini di “altra fede”, chiamati con un termine ancora più spregiativo come inovertsy, sono in generale gli “agenti stranieri” tanto maledetti e perseguitati nella Russia putiniana.

Il poeta e diplomatico inglese Giles Fletcher era giunto in Moscovia nel 1588 (sei secoli dopo il Battesimo di Kiev) con una missione commerciale, e ha lasciato degli importanti appunti storico-culturali, riportando il suo stupore per il rigido isolamento del mondo russo rispetto ai principi di civiltà che si stavano diffondendo sempre più in Europa, esportandoli anche nel nascente impero anglosassone al di là dell’oceano. Egli osservava che “pochissime persone imparano a leggere e scrivere” e a qualunque straniero “proveniente da una nazione istruita” era proibito entrare in Moscovia, se non per ragioni strettamente commerciali. Nel 1589, anno della proclamazione del patriarcato di Mosca come “Terza Roma”, un decreto imperiale impose a tutti i mercanti stranieri di risiedere in quartieri periferici isolati della capitale, per evitare che “portassero con sé altre usanze e proprietà, come quelle ad essi abituali nei propri Paesi”. Perfino la delegazione di Costantinopoli, con a capo il patriarca Ieremias II, fu rinchiusa per sette mesi nel palazzo dorato del Cremlino, e solo dopo aver firmato il decreto di istituzione del patriarcato moscovita fu ad essi concesso di lasciare il Paese, senza avere alcun contatto con la stessa popolazione della capitale.

I greci si fermarono poi presso i russi del regno di Polonia, suggerendo di formare un vero e proprio “contraltare” alle pretese moscovite, ciò che portò alla proclamazione dell’Unione di Brest degli ortodossi di Polonia con il papa di Roma nel 1596, che si può considerare – questa volta a buon diritto – la data di nascita dell’Ucraina in sintonia con la civiltà latina europea, e in polemica con le pretese universali dei propri connazionali moscoviti. Da questo ebbe inizio il conflitto che si protrasse per buona parte del Seicento, fino alla “pace eterna” del 1686 con la restituzione di Kiev al potere imperiale e patriarcale di Mosca, la “guerra-madre” dell’attuale “operazione militare speciale” della Russia in Ucraina. Fletcher notava nella sua visita che il rifiuto degli stranieri aveva lo scopo di “mantenere meglio le persone nella loro condizione di schiavi, affinché non avessero la possibilità e neanche la forza d’animo per aprirsi a qualche altra visione del mondo e della vita”.

Poco dopo le guerre dei “Torbidi”, a fine Seicento, il giovane imperatore Pietro il Grande volle invece ribellarsi a questa segregazione, iniziando il suo regno con la “grande ambasciata” in Europa, visitando i Paesi del nord fino all’Inghilterra di Guglielmo III d’Orange, il primo sovrano a cedere parte dei poteri al parlamento istituito nella Camera dei Lord. Pietro aprì la “finestra sull’Europa”, portando usi e costumi occidentali che si riflettono nella sua nuova capitale di San Pietroburgo, e diffondendo in Russia i “vizi capitali” del fumo e della vodka, motivo per cui gli ortodossi più estremi lo condannarono come “l’Anticristo” tanto temuto. Quando però il suo più fedele assistente, Ivan Mazepa, sognò di proclamare una Ucraina indipendente con l’appoggio dei polacchi e degli svedesi, Pietro reagì distruggendo le armate nemiche nella regione orientale ucraina di Poltava, la vittoria del 1709 per cui i russi gli perdonarono i peccati di occidentalismo, istituendo per Mazepa “l’Ordine di Giuda”. Mille e più anni sono trascorsi dalla nascita della Rus’ di Kiev, ma tutto continua a ripetersi allo stesso modo in tutte le salse principesche, imperiali, sovietiche o putiniane, ogni volta in una variante ancora più grottesca delle precedenti.

Il racconto delle 48 ore del cardinale Pizzaballa a Gaza: le ostie preparate in cucina, gli abbracci ai fedeli e la chiamata del Papa

di Greta Privitera – Corriere della Sera – 20 Luglio 2025

Il diario del patriarca tra le macerie della Striscia. «Pizzaballa ha voluto conoscere i panificatori, ha scherzato con loro e ha osservato attentamente i passaggi per la preparazione delle ostie», spiega il portavoce Farid Jubran

Il cardinale Pizzaballa a Gaza

Nella cucina della Sacra Famiglia, gli uomini e le donne hanno imparato a preparare anche le ostie per la messa. C’è chi mescola la farina di frumento con l’acqua, chi stende l’impasto sulla piastra bollente, e chi, con uno stampo di ferro regalato da un italiano, «taglia» il pane azzimo in cialde circolari da consacrare e distribuire ai fedeli. Raccontano che non sono ostie perfette, ma averle a disposizione significa poter celebrare l’eucarestia: per i cristiani di Gaza uno dei pochi gesti di pace salvato da una quotidianità andata perduta.

Prima della guerra, le ostie venivano portate dai camion provenienti da Gerusalemme, ma poi hanno smesso di arrivare, come tutto il resto. «Il patriarca latino Pierbattista Pizzaballa ha voluto conoscere i panificatori, ha scherzato con loro e ha osservato attentamente i passaggi per la preparazione», spiega Farid Jubran, il portavoce, che oggi, verso l’ora di pranzo, attende il rientro del cardinale a Gerusalemme. Jubran ci racconta le 48 ore di Pizzaballa nella Striscia. La sua visita all’unica parrocchia cattolica — la Sacra Famiglia — dopo il bombardamento israeliano che l’ha colpita provocando tre morti e alcuni feriti, tra cui il sacerdote Gabriel Romanelli. 

La mattina di venerdì

Il viaggio è iniziato venerdì. Pizzaballa e il patriarca greco-ortodosso Teofilo III sono al confine con Gaza alle 8 e trenta del mattino. Arriva la prima chiamata: è papa Leone XIV. Si parla di cessate il fuoco e di vicinanza al popolo palestinese. La missione comprende anche dei camion che trasportano tonnellate di aiuti per la comunità cristiana «e per tutti coloro che abitano nei dintorni».

I due religiosi riescono a entrare quattro ore dopo. I tir carichi di cibo e medicine, invece, non hanno ancora avuto il via libera e attendono fuori. «Se Dio vuole, passeranno lunedì», continua il portavoce, preoccupato. In auto, ci impiegano circa cinquanta minuti a raggiungere la parrocchia, quasi il doppio del tempo rispetto a prima della guerra. Si spostano su un’auto «della chiesa ma questo non vuol dire essere al sicuro».

È la terza visita del Patriarca nella Striscia. È entrato per la prima volta il 16 maggio del 2024, poi a Natale. «Pizzaballa ha raccontato più volte che la Gaza che conosciamo non esiste più. Non è rimasto quasi niente, la situazione è vergognosa: non ci sono strade, fognature, palazzi, infrastrutture». I cinquecento fedeli della comunità cristiana che dormono tra i banchi della chiesa non lasciano Gaza City, nonostante gli ordini di evacuazione. 

La prima tappa

La prima tappa è al complesso della Sacra Famiglia dove si trova anche l’abitazione delle suore, una scuola, gli uffici della parrocchia, un campo sportivo. Dopo gli abbracci commossi, visitano la chiesa: «Il danno non è così grande, solo una parte del tetto è quasi distrutto», dice Jubran.

Arriva la seconda chiamata. È il leader dell’Autorità palestinese Abu Mazen: «Non si bombardino i luoghi religiosi», dice. Pizzaballa e Teofilo III incontrano i fedeli, emozionati ed esausti. Portano le condoglianze ai familiari delle tre vittime, ascoltano le storie di chi è sopravvissuto. La visita prosegue nella chiesa cristiano ortodossa di San Porfirio, a dieci minuti di macchina.

Vanno all’ospedale Al-Ahli, di Gaza City, dove si aggirano tra i letti dei malati e dei feriti di guerra «portando parole di speranza e di pace». Incontrano lo staff medico «che gli ha illustrato le condizioni disastrose dei reparti e ha sottolineato la grave mancanza di medicine».

La messa in parrocchia

La sera di venerdì, il patriarca greco ortodosso torna a Gerusalemme e Pizzaballa rimane a Gaza. Celebra la messa in parrocchia con padre Gabriel, don Davide e padre Marcelo. «Mi ripete che ci tiene a passare più tempo possibile con gli uomini, le donne e i bambini della comunità», racconta Jubran. Si siede tra di loro, li ascolta e osserva i piccoli giocare. Il patriarca mangia con i religiosi e dorme nell’abitazione delle suore, «lì c’è la sua stanza».

Sabato mattina il giro continua, con i droni sulla testa e il numero dei morti che aumenta, nonostante la sua presenza. Attraversa le macerie di Gaza «per arrivare alle strutture della Caritas e a un centro di distribuzione alimentare dove benedice il cibo e tutte le persone che lo preparano». Riparte oggi. «Prima, però, celebra la messa. Il raid sulla nostra chiesa è una tragedia, ma non più grande di quello che succede ogni giorno a Gaza».

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

La croce di Gaza è rimasta salda e ferma

Carissimo Padre,

nell’augurarle ogni bene e nel ringraziarla per la fermezza e la tenacia con le quali porta avanti il suo Ministero, le invio il link di questo articolo avente ad oggetto la riflessione del Vicario della Custodia di Terra Santa sul significato della Croce e sull’importante presenza dei cristiani a Gaza.

La croce di pietra bianca, posta sulla Chiesa latina di Gaza, è rimasta intatta nonostante il lancio del missile... Se solo sapessimo cogliere i messaggi di nostro Signore, eclatanti come questo o velati nelle cose di ogni giorno, capiremmo che Egli è vivo ed è con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.

Non riesco ad immaginarmi il segno incredibile e indelebile che la Madonna lascerà sul Podbrdo per dimostrare al mondo che è apparsa davvero in quel luogo.

Possa, La Regina della Pace, proteggerci fino al giorno in cui anche a noi verrà chiesto il nostro contributo. La nostra fede dovrà rimanere salda e ferma come la croce di questa umile Chiesa.

Ave Maria,

Gianna

Parolin: situazione insostenibile a Gaza, si distrugge e affama la gente

In un’intervista al Tg2 Post, andata in onda venerdì sera, 18 luglio, il segretario di Stato vaticano ha parlato di telefonata opportuna da parte del premier israeliano Netanyahu al Papa, esortando però a fare chiarezza sul raid che ha colpito la chiesa della Sacra Famiglia di Gaza. L’invito è di far seguire i fatti alle parole. Sulla mediazione della Santa Sede nei conflitti in corso, Parolin ricorda che “ci vuole volontà politica per finire la guerra”, “i costi sono terribili per tutti”

Vatican News– 20 LUGLIO 2025

“Una guerra senza limiti”: è il giudizio su quanto sta accadendo a Gaza da parte del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, intervistato telefonicamente ieri sera, venerdì 18 luglio, dal Tg2 Post, approfondimento della Rai. Il porporato parla di “limiti superati” e di “uno sviluppo drammatico”, invoca chiarezza su quanto accaduto giovedì scorso nell’attacco militare alla chiesa della Sacra Famiglia di Gaza che ha causato 3 morti e 10 feriti, tra cui il parroco, padre Gabriel Romanelli. Riguardo alle tante guerre in corso, ricorda che la Santa Sede è sempre aperta alla mediazione ma “la mediazione – afferma – vige soltanto nel momento in cui le due parti l’accettano”. Si sofferma poi sulla telefonata intercorsa ieri tra il Papa e il premier Netanyahu.

Come considera la telefonata di Netanyahu al Papa?

Credo che è stata opportuna, non si poteva non spiegare al Papa, non informare direttamente il Papa di quanto è successo, che è di una gravità assoluta. Quindi trovo la telefonata positiva, trovo la volontà del primo ministro israeliano di parlare direttamente con Papa Leone positiva. Adesso, credo, ci sono tre cose da attendersi a mio parere da questa telefonata a Papa Leone o dopo questa telefonata: prima di tutto che veramente si facciano conoscere i risultati reali dell’inchiesta che è stata promessa. Perché la prima interpretazione che è stata data è quella di un errore, però è stato assicurato che ci sarebbe stata una indagine al riguardo: quindi che veramente si faccia questa indagine con tutta serietà e che si conoscano, si portino a conoscenza i risultati. E poi, dopo tante parole, finalmente si dia spazio ai fatti. Io spero davvero che quanto detto dal primo ministro possa realizzarsi nel più breve tempo possibile perché la situazione di Gaza è una situazione davvero insostenibile.

Il premier israeliano ha telefonato questa mattina al Pontefice, all’indomani dell’attacco militare contro la chiesa della Sacra Famiglia di Gaza. Il Papa ha ribadito la …

La sensazione è che siamo di fronte a una guerra senza limiti…

Certamente è una guerra senza limiti da quello che si è potuto vedere: come si può distruggere e affamare una popolazione come quella di Gaza? Già molti limiti erano stati superati. D’altra parte lo abbiamo detto sin dall’inizio come diplomazia della Santa Sede: la famosa questione della proporzionalità. Per quanto riguarda questo episodio, se va nel senso che lei ha appena descritto, è uno sviluppo drammatico. Io ritorno a dire: diamo tempo per quello che è necessario perché ci dicano effettivamente cosa è successo: se è stato veramente un errore, cosa di cui si può legittimamente dubitare, o se c’è stata una volontà di colpire direttamente una chiesa cristiana, sapendo quanto i cristiani sono un elemento di moderazione proprio all’interno del quadro del Medio Oriente e anche nei rapporti tra palestinesi ed ebrei. Quindi, ci sarebbe ancora una volta una volontà di far fuori qualsiasi elemento che possa aiutare ad arrivare ad una tregua perlomeno e poi ad una pace.

Sono tanti i fronti di guerra aperti: cosa può fare di più la Santa Sede in termini di mediazione diplomatica?

Noi restiamo aperti, anzi ci proponiamo, è stato già fatto in varie occasioni. Aldilà di questo, veramente io vedo difficile fare ulteriori passi, anche perché se usa la parola “mediazione” in termine tecnico, la mediazione vige soltanto nel momento in cui le due parti l’accettano: ci deve essere disponibilità dalla parte di ciascuno dei due contendenti, delle due parti in conflitto, dei due Paesi o delle due popolazioni in conflitto ad accettare questa mediazione della Santa Sede. Noi continueremo ad insistere come abbiamo sempre fatto senza perdere la speranza, però tecnicamente è molto difficile. D’altra parte lei ha visto quante mediazioni esterne al Vaticano non hanno funzionato finora. Ci vuole volontà politica per finire la guerra sapendo che i costi di una guerra sono costi terribili per tutti in tutti i sensi.

Lei questa volontà non la vede?

Purtroppo… non vorrei essere troppo negativo… io spero. Lei mi citava le parole di Netanyahu che la tregua sarebbe vicina: io vorrei crederlo.

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🔴LIVE🔴 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – Puntata 401 – LA PREGHIERA DI GESU’ CRISTO

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Pensieri sui Vangeli Festivi: XVI Domenica del Tempo Ordinario – Di Padre Livio

Vangelo

Marta lo ospitò. Maria ha scelto la parte migliore.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,38-42

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Parola del Signore.


BENEDETTO XVI

ANGELUS

Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo
Domenica, 18 luglio 2010

Cari fratelli e sorelle!

Siamo ormai nel cuore dell’estate, almeno nell’emisfero boreale. E’ questo il tempo in cui sono chiuse le scuole e si concentra la maggior parte delle ferie. Anche le attività pastorali delle parrocchie sono ridotte, e io stesso ho sospeso per un periodo le udienze. E’ dunque un momento favorevole per dare il primo posto a ciò che effettivamente è più importante nella vita, vale a dire l’ascolto della Parola del Signore. Ce lo ricorda anche il Vangelo di questa domenica, con il celebre episodio della visita di Gesù a casa di Marta e Maria, narrato da san Luca (10,38-42).

Marta e Maria sono due sorelle; hanno anche un fratello, Lazzaro, che però in questo caso non compare. Gesù passa per il loro villaggio e – dice il testo – Marta lo ospitò (cfr 10,38). Questo particolare lascia intendere che, delle due, Marta è la più anziana, quella che governa la casa. Infatti, dopo che Gesù si è accomodato, Maria si mette a sedere ai suoi piedi e lo ascolta, mentre Marta è tutta presa dai molti servizi, dovuti certamente all’Ospite eccezionale. Ci sembra di vedere la scena: una sorella che si muove indaffarata, e l’altra come rapita dalla presenza del Maestro e dalle sue parole. Dopo un po’ Marta, evidentemente risentita, non resiste più e protesta, sentendosi anche in diritto di criticare Gesù: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Marta vorrebbe addirittura insegnare al Maestro! Invece Gesù, con grande calma, risponde: “Marta, Marta – e questo nome ripetuto esprime l’affetto –, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta” (10,41-42). La parola di Cristo è chiarissima: nessun disprezzo per la vita attiva, né tanto meno per la generosa ospitalità; ma un richiamo netto al fatto che l’unica cosa veramente necessaria è un’altra: ascoltare la Parola del Signore; e il Signore in quel momento è lì, presente nella Persona di Gesù! Tutto il resto passerà e ci sarà tolto, ma la Parola di Dio è eterna e dà senso al nostro agire quotidiano.

Cari amici, come dicevo, questa pagina di Vangelo è quanto mai intonata al tempo delle ferie, perché richiama il fatto che la persona umana deve sì lavorare, impegnarsi nelle occupazioni domestiche e professionali, ma ha bisogno prima di tutto di Dio, che è luce interiore di Amore e di Verità. Senza amore, anche le attività più importanti perdono di valore, e non danno gioia. Senza un significato profondo, tutto il nostro fare si riduce ad attivismo sterile e disordinato. E chi ci dà l’Amore e la Verità, se non Gesù Cristo? Impariamo dunque, fratelli, ad aiutarci gli uni gli altri, a collaborare, ma prima ancora a scegliere insieme la parte migliore, che è e sarà sempre il nostro bene più grande.

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