"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Luglio 2025 Pagina 11 di 27

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

La croce di Gaza è rimasta salda e ferma

Carissimo Padre,

nell’augurarle ogni bene e nel ringraziarla per la fermezza e la tenacia con le quali porta avanti il suo Ministero, le invio il link di questo articolo avente ad oggetto la riflessione del Vicario della Custodia di Terra Santa sul significato della Croce e sull’importante presenza dei cristiani a Gaza.

La croce di pietra bianca, posta sulla Chiesa latina di Gaza, è rimasta intatta nonostante il lancio del missile... Se solo sapessimo cogliere i messaggi di nostro Signore, eclatanti come questo o velati nelle cose di ogni giorno, capiremmo che Egli è vivo ed è con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.

Non riesco ad immaginarmi il segno incredibile e indelebile che la Madonna lascerà sul Podbrdo per dimostrare al mondo che è apparsa davvero in quel luogo.

Possa, La Regina della Pace, proteggerci fino al giorno in cui anche a noi verrà chiesto il nostro contributo. La nostra fede dovrà rimanere salda e ferma come la croce di questa umile Chiesa.

Ave Maria,

Gianna

Parolin: situazione insostenibile a Gaza, si distrugge e affama la gente

In un’intervista al Tg2 Post, andata in onda venerdì sera, 18 luglio, il segretario di Stato vaticano ha parlato di telefonata opportuna da parte del premier israeliano Netanyahu al Papa, esortando però a fare chiarezza sul raid che ha colpito la chiesa della Sacra Famiglia di Gaza. L’invito è di far seguire i fatti alle parole. Sulla mediazione della Santa Sede nei conflitti in corso, Parolin ricorda che “ci vuole volontà politica per finire la guerra”, “i costi sono terribili per tutti”

Vatican News– 20 LUGLIO 2025

“Una guerra senza limiti”: è il giudizio su quanto sta accadendo a Gaza da parte del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, intervistato telefonicamente ieri sera, venerdì 18 luglio, dal Tg2 Post, approfondimento della Rai. Il porporato parla di “limiti superati” e di “uno sviluppo drammatico”, invoca chiarezza su quanto accaduto giovedì scorso nell’attacco militare alla chiesa della Sacra Famiglia di Gaza che ha causato 3 morti e 10 feriti, tra cui il parroco, padre Gabriel Romanelli. Riguardo alle tante guerre in corso, ricorda che la Santa Sede è sempre aperta alla mediazione ma “la mediazione – afferma – vige soltanto nel momento in cui le due parti l’accettano”. Si sofferma poi sulla telefonata intercorsa ieri tra il Papa e il premier Netanyahu.

Come considera la telefonata di Netanyahu al Papa?

Credo che è stata opportuna, non si poteva non spiegare al Papa, non informare direttamente il Papa di quanto è successo, che è di una gravità assoluta. Quindi trovo la telefonata positiva, trovo la volontà del primo ministro israeliano di parlare direttamente con Papa Leone positiva. Adesso, credo, ci sono tre cose da attendersi a mio parere da questa telefonata a Papa Leone o dopo questa telefonata: prima di tutto che veramente si facciano conoscere i risultati reali dell’inchiesta che è stata promessa. Perché la prima interpretazione che è stata data è quella di un errore, però è stato assicurato che ci sarebbe stata una indagine al riguardo: quindi che veramente si faccia questa indagine con tutta serietà e che si conoscano, si portino a conoscenza i risultati. E poi, dopo tante parole, finalmente si dia spazio ai fatti. Io spero davvero che quanto detto dal primo ministro possa realizzarsi nel più breve tempo possibile perché la situazione di Gaza è una situazione davvero insostenibile.

Il premier israeliano ha telefonato questa mattina al Pontefice, all’indomani dell’attacco militare contro la chiesa della Sacra Famiglia di Gaza. Il Papa ha ribadito la …

La sensazione è che siamo di fronte a una guerra senza limiti…

Certamente è una guerra senza limiti da quello che si è potuto vedere: come si può distruggere e affamare una popolazione come quella di Gaza? Già molti limiti erano stati superati. D’altra parte lo abbiamo detto sin dall’inizio come diplomazia della Santa Sede: la famosa questione della proporzionalità. Per quanto riguarda questo episodio, se va nel senso che lei ha appena descritto, è uno sviluppo drammatico. Io ritorno a dire: diamo tempo per quello che è necessario perché ci dicano effettivamente cosa è successo: se è stato veramente un errore, cosa di cui si può legittimamente dubitare, o se c’è stata una volontà di colpire direttamente una chiesa cristiana, sapendo quanto i cristiani sono un elemento di moderazione proprio all’interno del quadro del Medio Oriente e anche nei rapporti tra palestinesi ed ebrei. Quindi, ci sarebbe ancora una volta una volontà di far fuori qualsiasi elemento che possa aiutare ad arrivare ad una tregua perlomeno e poi ad una pace.

Sono tanti i fronti di guerra aperti: cosa può fare di più la Santa Sede in termini di mediazione diplomatica?

Noi restiamo aperti, anzi ci proponiamo, è stato già fatto in varie occasioni. Aldilà di questo, veramente io vedo difficile fare ulteriori passi, anche perché se usa la parola “mediazione” in termine tecnico, la mediazione vige soltanto nel momento in cui le due parti l’accettano: ci deve essere disponibilità dalla parte di ciascuno dei due contendenti, delle due parti in conflitto, dei due Paesi o delle due popolazioni in conflitto ad accettare questa mediazione della Santa Sede. Noi continueremo ad insistere come abbiamo sempre fatto senza perdere la speranza, però tecnicamente è molto difficile. D’altra parte lei ha visto quante mediazioni esterne al Vaticano non hanno funzionato finora. Ci vuole volontà politica per finire la guerra sapendo che i costi di una guerra sono costi terribili per tutti in tutti i sensi.

Lei questa volontà non la vede?

Purtroppo… non vorrei essere troppo negativo… io spero. Lei mi citava le parole di Netanyahu che la tregua sarebbe vicina: io vorrei crederlo.

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Pensieri sui Vangeli Festivi: XVI Domenica del Tempo Ordinario – Di Padre Livio

Vangelo

Marta lo ospitò. Maria ha scelto la parte migliore.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,38-42

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Parola del Signore.


BENEDETTO XVI

ANGELUS

Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo
Domenica, 18 luglio 2010

Cari fratelli e sorelle!

Siamo ormai nel cuore dell’estate, almeno nell’emisfero boreale. E’ questo il tempo in cui sono chiuse le scuole e si concentra la maggior parte delle ferie. Anche le attività pastorali delle parrocchie sono ridotte, e io stesso ho sospeso per un periodo le udienze. E’ dunque un momento favorevole per dare il primo posto a ciò che effettivamente è più importante nella vita, vale a dire l’ascolto della Parola del Signore. Ce lo ricorda anche il Vangelo di questa domenica, con il celebre episodio della visita di Gesù a casa di Marta e Maria, narrato da san Luca (10,38-42).

Marta e Maria sono due sorelle; hanno anche un fratello, Lazzaro, che però in questo caso non compare. Gesù passa per il loro villaggio e – dice il testo – Marta lo ospitò (cfr 10,38). Questo particolare lascia intendere che, delle due, Marta è la più anziana, quella che governa la casa. Infatti, dopo che Gesù si è accomodato, Maria si mette a sedere ai suoi piedi e lo ascolta, mentre Marta è tutta presa dai molti servizi, dovuti certamente all’Ospite eccezionale. Ci sembra di vedere la scena: una sorella che si muove indaffarata, e l’altra come rapita dalla presenza del Maestro e dalle sue parole. Dopo un po’ Marta, evidentemente risentita, non resiste più e protesta, sentendosi anche in diritto di criticare Gesù: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Marta vorrebbe addirittura insegnare al Maestro! Invece Gesù, con grande calma, risponde: “Marta, Marta – e questo nome ripetuto esprime l’affetto –, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta” (10,41-42). La parola di Cristo è chiarissima: nessun disprezzo per la vita attiva, né tanto meno per la generosa ospitalità; ma un richiamo netto al fatto che l’unica cosa veramente necessaria è un’altra: ascoltare la Parola del Signore; e il Signore in quel momento è lì, presente nella Persona di Gesù! Tutto il resto passerà e ci sarà tolto, ma la Parola di Dio è eterna e dà senso al nostro agire quotidiano.

Cari amici, come dicevo, questa pagina di Vangelo è quanto mai intonata al tempo delle ferie, perché richiama il fatto che la persona umana deve sì lavorare, impegnarsi nelle occupazioni domestiche e professionali, ma ha bisogno prima di tutto di Dio, che è luce interiore di Amore e di Verità. Senza amore, anche le attività più importanti perdono di valore, e non danno gioia. Senza un significato profondo, tutto il nostro fare si riduce ad attivismo sterile e disordinato. E chi ci dà l’Amore e la Verità, se non Gesù Cristo? Impariamo dunque, fratelli, ad aiutarci gli uni gli altri, a collaborare, ma prima ancora a scegliere insieme la parte migliore, che è e sarà sempre il nostro bene più grande.

La Francia nell’estate del grande malessere

di Aldo Cazzullo| 17 luglio 2025 – Corriere della Sera – 19 Luglio 2025

Un 14 luglio amaro. Mai la festa nazionale è scivolata via mentre il Paese è dilaniato politicamente e la società è slabbrata

Mai 14 luglio fu più amaro per la nostra nazione sorella, la Francia. Mai festa nazionale, anziché essere celebrata nel consueto clima di fierezza se non di grandezza, è scivolata via mentre il Paese è dilaniato da una contesa e insidiato da un vuoto senza precedenti, nell’estate del grande malessere.
Un anno fa, Emmanuel Macron pareva aver salvato la ghirba. Al secondo turno delle elezioni legislative si era di fatto creata nell’urna un’alleanza di centrosinistra, che aveva sbarrato la strada al Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella.
Un’ottima notizia per l’Europa: la vittoria dei lepenisti, infatti, sancirebbe la fine dell’Unione, in cui la Francia è l’unica potenza nucleare e l’unica ad avere un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Dato in testa nei sondaggi, lo schieramento della Le Pen è arrivato terzo, dietro la sinistra e dietro i centristi più o meno fedeli a Macron. Il presidente però non è riuscito a formare un governo che rispecchiasse la maggioranza uscita dalle urne. E siccome gli altri schieramenti si sono rapidamente sfaldati, il partito di Marine è oggi il primo nell’Assemblea nazionale. Non può formare un governo, ma può sfiduciare quello in carica. L’ha già fatto con un premier di grande esperienza come Michel Barnier. Ha annunciato che lo rifarà in autunno, affossando il nuovo primo ministro François Bayrou, se non cambierà il piano di tagli alla spesa pubblica da 48 miliardi di euro.

I tagli, ovviamente, sono necessari. In un quadro di instabilità generale, la Francia è oggi il malato d’Europa. Più grave della Spagna il cui governo si regge su un solo voto di maggioranza, della Germania che ha creato una coalizione per arginare la crescita dell’estrema destra, del Regno Unito dove Nigel Farage è oggi il primo partito. Il debito pubblico francese in valore assoluto ha superato quello italiano. Il deficit è più del doppio della soglia massima del 3% prevista da Maastricht. La Francia è entrata nella trappola che conosciamo benissimo: il debito aumenta, lo sviluppo frena, crescono i rendimenti dei titoli di Stato, e di conseguenza finanziare il debito costa sempre di più.
Inevitabilmente, i tagli si concentrano sul settore pubblico. Violando un tabù: la sacra figura del funzionario, ormai vista come un costo anziché come un’eccellenza.

Macron è stato l’ennesimo presidente eletto in nome di un cambiamento che i francesi in realtà non vogliono.
Il tempo in cui la figura del capo dello Stato era avvolta da un’aura di grandezza e rispettabilità è finito da tempo. Charles De Gaulle aveva costruito attorno alla sua persona un meccanismo che pareva stabilissimo: un capo dello Stato eletto dal popolo, in carica per sette anni. François Mitterrand ne passò all’Eliseo quattordici, e lo chiamavano Dieu, Dio. L’ultima figura a godere di un largo consenso e di un vero prestigio è stato Jacques Chirac, che dopo una giovinezza comunista era stato ministro di De Gaulle nel fatidico 1968, e sapeva tenere insieme le componenti della società, gli industriali e i sindacalisti, la provincia profonda e la capitale, di cui era stato sindaco per diciotto anni.
Dopo di lui, il diluvio. Nicolas Sarkozy fu eletto all’insegna di una «rupture» cui in realtà quasi nessuno era pronto. Tagliare il welfare e le tasse, tolleranza zero con delinquenti e clandestini, liberalizzazione dell’economia, affinché «chi lavora di più guadagni di più». La destra italiana se ne infatuò con una certa leggerezza, salvo poi ricredersi quando rise con la Merkel di Berlusconi. In realtà, l’uomo non era all’altezza delle sue idee, non aveva la statura né politica né morale per realizzarle. La crisi importata dall’America fece il resto. Ma se non altro Sarkozy si ricandidò e al ballottaggio prese il 48,4%: quasi 17 milioni di voti. Il suo successore, François Hollande, cinque anni dopo non ci riprovò neppure: non avrebbe superato il primo turno.

Macron appena entrato all’Eliseo per prima cosa abolì la patrimoniale (ma non la tassa di successione, che può arrivare al 45%). Dopo la seconda vittoria fece la contestatissima riforma delle pensioni. È considerato dalla sinistra un presidente di destra, e dalla destra un presidente di sinistra, o comunque globalista. Ora sta cercando nella politica estera un ubi consistam, o anche solo una forma di sopravvivenza.
Alle prossime presidenziali mancano poco meno di due anni. Qualcuno sostiene che sarebbe meglio far governare i lepenisti, per immunizzare la nazione, nella stessa logica con cui Mitterrand nominò primo ministro il suo avversario interno, Michel Rocard: «I francesi lo vogliono, e lo avranno. Così capiranno chi è davvero». Il governo Rocard durò due anni, poi lui sparì dalla scena.
Al secondo turno nel 2027 (a meno che Macron non si dimetta prima, cosa che finora ha sempre escluso) ci sarà sicuramente un candidato del Rassemblement National. Al momento, Marine Le Pen non è candidabile, per una sentenza della magistratura. Al suo posto dovrebbe esserci Jordan Bardella, sedicente uomo forte, in realtà del tutto impreparato. Ma se dovesse andare al ballottaggio contro Jean-Luc Mélenchon, vincerebbe. Resta da capire se in mezzo può emergere un riformista, come Gabriel Attal, o un moderato, come Eduard Philippe, che possa presentarsi al secondo turno come il meno peggio.

Ma non è dalla politica che verrà la svolta. La società francese appare slabbrata come non mai. Due segnali su tutti. La Francia non è più l’eccezione europea: la curva demografica è crollata anche oltralpe; pure i francesi, come gli altri europei, fanno sempre meno figli, hanno sempre meno fiducia nel futuro, meno entusiasmo per la vita. E financo le occasioni di gioia, come la prima vittoria in Champions League del Paris Saint-Germain, diventano momenti di sfogo e di violenza. Il successo dei Giochi olimpici di un anno fa sembra molto lontano.

In quei giorni, i parigini fuggirono in campagna, e la Francia di provincia si prese la capitale, accendendola con un tifo nazionalista mai visto, neanche a Pechino. Ma poi è ritornata la realtà. E le statistiche parlano di oltre dieci milioni di francesi sotto la soglia della povertà. Nel villaggio dal campanile a punta chiude il bistrot e apre il «compro oro». La ricchezza è sempre più estratta anziché prodotta. Se i gruppi del lusso fanno shopping di marchi gloriosi, in primo luogo italiani, i migliori giovani francesi emigrano dove gli stipendi sono più alti e le tasse più basse. Un Paese meraviglioso, dall’inestimabile patrimonio storico e culturale, rischia non soltanto di non trovare un leader in grado di incarnarlo, ma anche di non riconoscere se stesso, di non sapere più chi è.

Pizzaballa e Teofilo III, la voce tra le macerie dei patriarchi cristiani: «Affronto alla dignità»

di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera – 19 Luglio 2025

Il patriarca cattolico e quello greco-ortodosso ieri mattina hanno atteso con il segretario della nunziatura a Gerusalemme quattro ore per raggiungere la basilica della Sacra Famiglia, l’unica chiesa cattolica di Gaza

Prima la lunga attesa di fronte ai posti di blocco militari israeliani. Il patriarca cattolico, cardinale Pierbattista Pizzaballa, e quello greco-ortodosso, Teofilo III, ieri mattina presto sono rimasti seduti su seggiole di plastica assieme al segretario della nunziatura a Gerusalemme aspettando il permesso di passaggio dai soldati. Quasi quattro ore («tempi tecnici», dicono gli israeliani) per raggiungere la basilica della Sacra Famiglia, l’unica chiesa cattolica di Gaza. 

Una visita difficile e pericolosa, dopo che due giorni fa il tetto della chiesa è stato colpito dal proiettile di un tank cha ha causato 3 morti e 10 feriti. 

Uno di questi è stato evacuato subito verso l’ospedale israeliano di Ashqelon, gli altri sono ancora a Gaza. È la terza visita di Pizzaballa dall’inizio della guerra 21 mesi fa e ieri pomeriggio, come già in passato, lui ha deciso di restare a dormire «con la nostra comunità sofferente», spiega.

Dovrebbe tornare a Gerusalemme entro domenica, ma per ora non si sa con precisione: i movimenti nella zona vanno rigorosamente coordinati con i militari, i soldati sparano a vista su tutto ciò che si muove senza il loro permesso. Soltanto nelle ultime 24 ore almeno una quarantina di palestinesi a Gaza è stata uccisa nei nuovi bombardamenti. Durante l’attesa arriva una telefonata di Papa Leone XIV da Castel Gandolfo, che il patriarca latino ha apprezzato come un incoraggiamento. 

«Il Papa ha chiamato per esprimere la sua vicinanza, il suo affetto, la sua preghiera, il suo supporto. E anche la sua intenzione di fare tutto il possibile perché si arrivi non solo al cessate il fuoco, ma anche alla fine di questa tragedia», ha ripetuto più volte. I filmati girati dai giornalisti di Gaza (circa 200 di loro sono stati uccisi dalle bombe israeliane) riprendono la delegazione cristiana che viaggia tra le macerie, si vedono di sfuggita le rovine della città che viene mano a mano rasa a suolo sin dalla fine dell’ottobre 2023, dopo l’attacco di Hamas contro Israele il 7 dello stesso mese. 

Dietro la loro auto ecco i camioncini che trasportano 500 tonnellate di aiuti. «Non sono solo per i cristiani, servono a tutti», spiegano i due patriarchi e ripetono dalla Delegazione Apostolica di Gerusalemme. Ci sono kit di pronto soccorso medico, attrezzature per gli ospedali, bottiglie d’acqua minerale. In ogni caso è soltanto una goccia nel mare della devastazione. 

«Israele ci assicura che darà altri permessi», spiegano. Anche se colpita sul tetto, la Sacra Famiglia resta un’oasi di rifugio nella Gaza distrutta e terrorizzata. Quando padre Gabriel Romanelli, il parroco, li abbraccia sorridente si odono in lontananza spari e rombi. La guerra continua tutto attorno. Romanelli è ferito leggermente al polpaccio sinistro. Le foto e i video li riprendono mentre incontrano alcuni bambini, un piccolo gruppo di anziani, ci sono donne che li ringraziano. Poi si raggruppa altra gente. Ci sono quasi 600 sfollati nel comprensorio della chiesa, la messa inizia con pochi fedeli, ma poco a poco ne arrivano molti altri. 

Non è un caso che con loro ci sia anche il segretario della nunziatura apostolica: era avvenuto anche durante la visita alla cittadina cristiana di Taybeh, in Cisgiordania, una settimana fa, dopo che i coloni estremisti ebrei avevano compiuto violenze e razzie intimidatorie contro la popolazione.

I capi delle Chiese cristiane in Terra Santa hanno deciso di fare sentire la loro voce. Lo si evince dal comunicato che hanno diffuso ieri dalle segreterie a  Gerusalemme. «Denunciamo fermamente questo crimine. I luoghi di culto sono spazi sacri, che dovrebbero essere protetti. Sono inoltre protetti dal diritto internazionale. Prendere di mira una chiesa che ospita circa 600 rifugiati, tra cui bambini con bisogni speciali, è una violazione di queste leggi. Ed è anche un affronto alla dignità umana, un calpestamento della sacralità della vita umana e la profanazione di un luogo sacro», affermano con toni duri. 

Negli ambienti diplomatici locali si spiega che Netanyahu è stato messo sotto pressione sia dagli europei, ma soprattutto da Donald Trump, che con una telefonata decisa lo ha spinto a porgere pubblicamente le scuse e facilitare l’esistenza delle comunità cristiane. La scelta di Pizzaballa, in coordinamento con le altre Chiese e con la segreteria della Santa Sede, è adesso quella di cogliere la palla al balzo per lavorare per la fine della guerra non solo in nome dei cristiani, ma anche dei musulmani e di tutta la comunità araba nella regione.

Video toccante di Radio Maria araba a Gaza

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa è arrivato alla chiesa ortodossa di San Porfirio a Gaza, insieme al patriarca greco-ortodosso. Qui l’arrivo della delegazione alla chiesa ortodossa di San Porfirio (Gaza). Video toccante
DA RADIO MARIA IN TERRA SANTA

🔴LIVE🔴🙏⭐️CATECHESI GIOVANILE⭐️P.LIVIO: SONO VOSTRA MADRE E VI AMO – Puntata 3🙏

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