"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Giugno 2025 Pagina 18 di 31

Il regime mutilato, i rischi per Khamenei, l’ipotesi colpo di Stato: gli scenari possibili

di Greta Privitera – Corriere della Sera – 14 Giugno 2025

Nel secondo giorno di guerra tra Israele e la Repubblica islamica, il regime è mutilato. I raid israeliani hanno ucciso una ventina di uomini a capo degli apparati strategici del Paese

Dal terrazzo, Ghael vede Beit-e Rahbari – la «casa del leader» – la residenza dell’ayatollah Ali Khamenei che si trova nel centro di Teheran e che è munita di un bunker antinucleare molto sofisticato. «Ieri sera hanno provato a centrarla più volte », scrive in un messaggio con un’emoticon. La Guida suprema non dovrebbe trovarsi lì. Pare sia nascosto da qualche parte a Mashhad, la sua città d’origine. Ma non ci sono certezze.
Nel secondo giorno di guerra tra Israele e la Repubblica islamica, il regime è mutilato. I raid israeliani hanno ucciso una ventina di uomini a capo degli apparati strategici del Paese. Non c’è più: Hossein Salami, comandante delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Ircg); Mohammad Bagheri, capo di Stato maggiore delle forze armate iraniane; Gholamali Rashid, capo del quartier generale Khatam Al-Anbiya; Esmail Qaani, comandante della Forza Quds delle Ircg; Amir Ali Hajizadeh, il responsabile della divisione aerospaziale, stratega dell’ultimo attacco allo Stato ebraico.

«Il regime si fondava sui capi di queste divisioni. Le figure del parlamento contano poco. Ha molto più potere e peso un generale delle Guardie della rivoluzione che il presidente Masoud Pezeshkian: gli attacchi sono stati studiati per paralizzare l’apparato della dittatura», dice al Corriere Beni Sabti, esperto iraniano dell’Inss di Tel Aviv, nato a Teheran. Benjamin Netanyahu ha minacciato che se l’Iran ucciderà civili, Israele risponderà colpendo figure politiche di alto profilo. «Molte di queste sono già state eliminate», commenta Sabti, e aggiunge: «Tutti gli uomini con un ruolo nell’Ircg – i pasdaran – non sono al sicuro, così come tutti i “nuovi” nominati da Khamenei. E’ l’avvertimento del presidente israeliano all’ayatollah e al suo cerchio del terrore. Gli sta dicendo “attenti, siete i prossimi”». 
La minaccia rafforza l’idea che negli obiettivi israeliani non ci sia solo la distruzione del programma nucleare e missilistico di Teheran, ma anche la destabilizzazione se non il tentativo di rovesciamento del regime.

Nella «lista di Netanyahu» potrebbe finirci il secondogenito della Guida suprema, Mojtaba, l’erede designato. È spietato, determinato a preservare la dinastia Khamenei a ogni costo, attraverso il controllo delle milizie, degli apparati di sicurezza e dei canali finanziari. Un altro uomo vicino al leader è Mohammad Bagher Ghalibaf, ultraconservatore, ex comandante delle Guardie della Rivoluzione, ex capo della polizia e sindaco di Teheran, Ghalibaf ha scalato le vette del potere, diventando il presidente del Parlamento. Fedelissimo alla linea della Guida Suprema, ma anche abile stratega, era un alleato stretto di Qassem Soleimani, il leggendario comandante della Forza Quds dell’Ircg, ucciso in Iraq per volere di Donald Trump, nel 2019. Un altro «amico» di Khamenei è Ali Larijani, ex comandante dell’Ircg. E’ stato capo della televisione di Stato per dieci anni, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale e presidente del parlamento per oltre un decennio. Considerato un conservatore pragmatico, ha trattato sul nucleare con l’Europa.

Ma lo scenario peggiore – migliore per molti iraniani stremati da 46 anni di dittatura – è che il primo della lista di Netanyahu sia proprio lui, l’ayatollah. Non un obiettivo facile, visto gli altissimi livelli di sicurezza che lo circondano. L’uccisione del leader che dal 1989, dalla morte di Ruhollah Khomeini, guida la Repubblica islamica, aprirebbe scenari opposti e avrebbe conseguenze esplosive ben oltre il campo di battaglia. Dice al telefono con il Corriere lo scrittore ed esperto Arash Azizi: «Se Khamenei venisse ucciso, si attiverebbe un processo per eleggere un altro religioso al suo posto. Un organismo chiamato Assemblea degli Esperti, formato da clerici: una sorta di conclave. Mojtaba, suo figlio, è uno dei principali candidati. Tuttavia,  c’è la possibilità che l’uccisione di Khamenei sia talmente destabilizzante da spingere anche altri elementi all’interno del regime a farsi avanti e a cambiare il sistema. In tal caso, il vero potere potrebbe non risiedere più nell’ufficio della Guida Suprema».

Si innescherebbero lotte intestine che creerebbero ancora più disordine anche regionale, viso l’influenza su Iraq, Libano, Siria e Yemen, dove per decenni l’Iran  ha armato e sostenuto milizie locali. 
Se il dittatore cadesse,  le strade potrebbero tornare a riempirsi di manifestanti. Gente che sogna la fine della dittatura, che ha meno del 20% del popolo dalla sua parte. «Un’altra opzione è il colpo di stato. Le fazioni militari e coloro che sono legati agli oligarchi iraniani potrebbero prendere il controllo», dice Azizi. Va considerato, che in  Iran non esiste un leader dell’opposizione. 

Non c’è perché è vietato opporsi, chi lo ha fatto è stato ucciso o è in prigione. «Nessuna delle organizzazioni o figure dell’opposizione iraniana possiede attualmente la forza sufficiente per avere una reale possibilità di arrivare al potere. Una rivolta popolare spontanea potrebbe portare alcuni di loro in primo piano, ma oggi sembra difficile. Può anche essere che una fazione del regime, come i riformisti, prenda il controllo e gestisca i contatti con l’Occidente», conclude Azizi. Secondo Ali Vaez, direttore dell’International Crisis Group’s Iran  esperto Non esiste un’alternativa praticabile a questo regime, né all’interno né all’esterno dell’Iran. Perciò, un’implosione è destinata a sfociare o in una guerra civile o in un colpo di stato militare.

Spaesati e colti di sorpresa, i leader della Repubblica Islamica sono all’angolo, ma non possono permettersi di mostrarsi fragili. Sempre più assediati dalla paura per la propria sopravvivenza e segnati da un’umiliazione profonda, sembrano spinti verso l’escalation. In questo clima di tensione crescente, non è da escludere che Teheran scelga la via degli attacchi clandestini contro Israele, o peggio, decida di accelerare senza indugi il programma nucleare, destabilizzando ancora di più il Medio Oriente.

Iran-Israele, Papa Leone XIV: “E’ dovere di tutti i Paesi sostenere la causa della pace”

Prima di concludere l’udienza giubilare nella Basilica Vaticana, Papa Leone XIV ha pronunciato un appello per la pace in Medio Oriente

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, sabato 14 giugno 2025, 10:28 (ACI Stampa).

Prima di concludere l’udienza giubilare nella Basilica Vaticana, Papa Leone XIV ha pronunciato un appello per la pace in Medio Oriente.

“In questi giorni giungono notizie che destano molte preoccupazioni. Si è deteriorata la situazione in Iran e Israele. In un momento così delicato – ha detto Leone XIV – desidero rinnovare con forza un appello alla responsabilità e alla ragione. L’impegno per costruire un mondo più sicuro e libero dalla minaccia nucleare va perseguito attraverso un incontro rispettoso e un dialogo sincero, per edificare una pace duratura fondata sulla giustizia, sulla fraternità e sul bene comune: nessuno dovrebbe mai minacciare l’esistenza dell’altro. E’ dovere di tutti i Paesi sostenere la causa della pace avviando cammini di riconciliazione e favorendo soluzioni che garantiscano sicurezza e dignità per tutti”.

🔴LIVE🔴 Pensieri sui Vangeli Festivi: Santissima Trinità – di Padre Livio

Vangelo

Tutto quello che il Padre possiede, è mio; lo Spirito prenderà del mio e ve lo annuncerà.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 16,12-15

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

Parola del Signore.

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BENEDETTO XVI

ANGELUS

Solennità della Santissima Trinità
Piazza San Pietro
Domenica, 7 giugno 2009

Cari fratelli e sorelle!

Dopo il tempo pasquale, culminato nella festa di Pentecoste, la liturgia prevede queste tre solennità del Signore: oggi, la Santissima Trinità; giovedì prossimo, quella del Corpus Domini, che, in molti Paesi tra cui l’Italia, verrà celebrata domenica prossima; e infine, il venerdì successivo, la festa del Sacro Cuore di Gesù. Ciascuna di queste ricorrenze liturgiche evidenzia una prospettiva dalla quale si abbraccia l’intero mistero della fede cristiana: e cioè rispettivamente la realtà di Dio Uno e Trino, il Sacramento dell’Eucaristia e il centro divino-umano della Persona di Cristo. Sono in verità aspetti dell’unico mistero della salvezza, che in un certo senso riassumono tutto l’itinerario della rivelazione di Gesù, dall’incarnazione alla morte e risurrezione fino all’ascensione e al dono dello Spirito Santo.

Quest’oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l’ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore “non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza” (Prefazio): è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica.

Lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il “nome” della Santissima Trinità, perché tutto l’essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l’Amore creatore. Tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. “O Signore, Signore nostro, / quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!” (Sal 8,2) – esclama il salmista. Parlando del “nome” la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il “tessuto” di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all’Amore. “In lui – disse san Paolo nell’Areòpago di Atene – viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28).

La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati. Usando un’analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio “genoma” la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore.

La Vergine Maria, nella sua docile umiltà, si è fatta ancella dell’Amore divino: ha accolto la volontà del Padre e ha concepito il Figlio per opera dello Spirito Santo. In Lei l’Onnipotente si è costruito un tempio degno di Lui, e ne ha fatto il modello e l’immagine della Chiesa, mistero e casa di comunione per tutti gli uomini. Ci aiuti Maria, specchio della Trinità Santissima, a crescere nella fede nel mistero trinitario.

Netanyahu e la dottrina della forza: l’incubo atomica e i tempi forzati

di Davide Frattini|13 giugno 2025 – Corriere della Sera

Il leader israeliano, che ha ordinato l’attacco all’Iran nelle scorse ore, segue la linea di Begin: niente armi distruttive ai nemici. Il principio è chiaro: «Chi è più forte, sopra

La «dottrina Begin» decolla il pomeriggio del 7 giugno di 44 anni fa, quando 14 jet volano verso la periferia di Bagdad e demoliscono il reattore nucleare voluto dal dittatore Saddam Hussein

Prende il nome dal politico combattente che per primo porta la destra al potere in Israele e per primo firma la pace con un Paese arabo, l’Egitto. La dottrina stabilisce che la nazione non permetterà a nessuno tra i nemici (i tanti in Medio Oriente) di ottenere armi per la distruzione di massa. Stabilisce, soprattutto, che lo Stato ebraico «agirà da solo», senza aspettare il soccorso degli alleati, «quando l’esistenza del suo popolo è in pericolo».

Successe anche durante la Guerra dei Sei giorni del 1967 o nel raid in Siria del 2007 per smantellare le ambizioni atomiche del regime di Assad. Sta succedendo in queste ore con le ondate di bombardamenti sull’Iran: i piloti israeliani hanno percorso i 2.000 chilometri verso Teheran senza quel supporto americano che gli analisti e gli stessi generali consideravano essenziale.

Da solo ha deciso Benjamin Netanyahu, perché Israel Katz è il ministro della Difesa che si è scelto per evitare ogni concorrenza politica ed Eyal Zamir guida lo Stato Maggiore da pochi mesi. Ha deciso da solo anche se i generali lavoravano al piano da anni e Bibi, com’è soprannominato, ci pensava assiduamente dal 2009, quando è tornato al potere fino a diventare il premier più longevo nella Storia del Paese. Sapeva — ha avvertito gli israeliani in un discorso — che l’attacco preventivo si sarebbe trasformato rapidamente in conflitto con la rappresaglia iraniana. La notte delle città accesa dai traccianti e dalle esplosioni, le fiamme sui grattacieli di Tel Aviv, i boati nelle strade…

«In ogni generazione si levano contro di noi per distruggerci», recitano i bambini e i genitori alla cena che apre la Pasqua ebraica. Una visione che Netanyahu ha ereditato più cupa dal padre Benzion, studioso per tutta la sua lunga vita (è morto a 102 anni) dell’Inquisizione e delle persecuzioni contro gli ebrei. Il primo ministro ha scelto di forzare la mano all’amico Donald Trump (o almeno di allontanarne quella che cercava di trattenerlo per la giacca) e di forzare i tempi per fermare l’orologio che in una piazza di Teheran tiene il conto da qui al 2040, data massima fissata dagli ayatollah per la distruzione di Israele.

L’offensiva contro il regime islamico segue «la dottrina Begin». Eppure Netanyahu sembra superarla e voler applicare a tutte le relazioni, anche interne al Paese, il motto pubblicato su una copertina che Time gli dedicò: «Chi è forte sopravvive». Per lui la vittoria contro Hamas deve essere «totale», nonostante i terroristi fondamentalisti siano stati decimati e non siano considerati più in grado di commettere mattanze come il 7 ottobre 2023, 1.200 israeliani uccisi. 

Deve andare avanti la guerra che non finisce mentre i palestinesi ammazzati a Gaza superano i 55 mila e la popolazione affamata rischia ogni giorno la vita per accaparrarsi uno dei pasti distribuiti da un gruppo americano, nel caos organizzativo previsto dalle Nazioni Unite ormai escluse dagli aiuti umanitari.

Per lui anche le «concessioni» possono trasformarsi in una minaccia esistenziale: da qui il suo no a uno Stato palestinese, la volontà di rioccupare i 363 chilometri della Striscia e pure di tenersi una volta per tutte la Cisgiordania. Un espansionismo che, anche quando non è territoriale, vuole proiettare forza e ostinazione. Un espansionismo che — avvertiva già nel 1967 lo scrittore Amos Oz — sarebbe diventato «eterna annessione». E in questi due anni guerra permanente.

Doppio fronte. Israele ha sparato il primo colpo: «È la guerra». L’Iran contrattacca

Lucia Capuzzi venerdì 13 giugno 2025 – Avvenire

All’alba i bombardamenti sugli impianti nucleari: 78 vittime. Poi la replica degli ayatollah con tre ondate di missili e droni. Almeno 15 feriti. In azione anche i caccia Usa

La seconda ondata di attacchi israeliani è arrivata in serata, ad appena dodici ore di distanza dalla prima. E si è concentrata su Fordow, il più protetto degli impianti nucleari iraniani. Che non si trattasse di «un’operazione» lo avevano già anticipato fonti militari all’alba di venerdì. E lo ha confermato il capo dell’esercito Eyal Zamir mentre una nuova pioggia di missili si abbatteva nella parte occidentale del Paese, fino a toccare la periferia di Teheran. «Stiamo continuando con tutta la forza, a un ritmo elevato, al fine di raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati».

Ufficialmente si tratta di impedire a Teheran di dotarsi dell’atomica, secondo Tel Aviv il vero proposito del programma nucleare portato avanti dagli ayatollah. È questa la minaccia «che siamo determinati a rimuovere – ha detto in tv il premier Benjamin Netanyahu –. Siamo disposti ad andare avanti tutto il tempo necessario. Saremo ricordati come la generazione che ha agito in tempo per la sicurezza di tutti». L’armamentario retorico non è nuovo. Il leader del Likud lo ripete da oltre vent’anni. Stavolta, però, cogliendo di sorpresa l’opinione pubblica nazionale e internazionale, ha imboccato la via sulla quale finora non aveva osato inoltrarsi: la guerra aperta con il nemico di sempre.

Con l’aiuto di 007 infiltrati da tempo, un’ondata di raid ha colpito «duecento obiettivi e quattro sistemi russi per la difesa aerea». Tra questi l’impianto di Natanz, cuore del programma nucleare, Busher, l’unico sito già in funzione, la base di Parchin e la città santa di Qom. A Isfahan è stata registrata «un’enorme esplosione» . Al di là dell’ampiezza del raggio di azione, non si conosce l’entità dei danni, dato che le centrifughe sono nascoste in strutture sotterranee. Come ha confermato il direttore dell’Agenzia atomica internazionale (Aiea), Rafael Grossi, il sito di Natanz è stato raggiunto dagli ordigni ma non ci sono tracce di radiazioni nei dintorni. Distrutto, invece, un complesso non precisato in superficie. Almeno 78 persone sono morte negli attacchi, tra cui una ventina di vertici delle forze armate e di figure di spicco del regime che ha promesso vendetta. «Tel Aviv non uscirà indenne», ha detto in tv l’ayatollah Ali Khamenei, il quale – ha precisato Tel Aviv – non è fra i bersagli «come non ci interessa un cambio di leadership». Netanyahu, però, si è rivolto alla popolazione per chiedere di «levare la propria voce contro quanti vi hanno oppresso». Cioè gli ayatollah che sono in un momento di fragilità. Nei venti mesi di offensiva israeliana in seguito al massacro del 7 ottobre, i suoi proxy – da Hezbollah ad Hamas agli Houthi – sono stati ridotti ai minimi termini. Le stesse difese iraniane sono state indebolite.

Lo scenario è molto cambiato dal 2018, quando l’allora ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zavad paragonò Netanyahu «al ragazzino che grida di continuo: “Al lupo, al lupo” sul programma nucleare iraniano e minaccia senza mai agire». Soprattutto a Washington c’è l’amico Donald Trump e non l’inviso Barack Obama, tra i fautori dell’accordo con Teheran. Il premier ha detto di avere informato in anticipo il presidente repubblicano. Lo stesso tycoon ha ammesso di «sapere tutto». Il sostegno – o silenzio assenso – della Casa Bianca è stato indubbiamente importante nello spingere Netanyahu portare all’estremo il concetto di «vittoria totale» più volte evocato nella guerra di Gaza. Non a caso l’attacco è avvenuto alla vigilia del negoziato in Omar sul programma nucleare tra Usa e Iran, facendo saltare il vertice previsto per domani. Il sospetto che possa trattarsi di una pressione in perfetto stile Trump per ammorbidire la controparte è spontaneo. In ogni caso, l’azione, secondo il racconto del premier israeliano, è stata preparata dallo scorso novembre, dopo l’uccisione del capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Programmata per aprile, è stata rinviata fino a ieri, «per varie ragioni», non meglio precisate. Il giorno precedente – giovedì – il premier si era recato al Muro Occidentale e, secondo l’antica tradizione di preghiera, aveva lasciato un bigliettino in una crepa dei mattoni. Poco dopo è scattata l’operazione “Rising lion”, citazione biblica dal Libro dei Numeri. «E siamo solo all’inizio», hanno precisato le forze armate israeliane. La scommessa di Netanyahu è, comunque, ardita. Un “ridimensionamento” dell’Iran può cambiare l’assetto del Medio Oriente. E consentire al leader di recuperare credibilità in termini di sicurezza dopo il colpo durissimo del 7 ottobre.

La partita, però, è estremamente delicata. Anche ferito, l’Iran ha voluto rispondere. Un primo “assaggio” è stato il lancio di un centinaio di droni, intercettati dallo scudo Iron Dome. Poi, in serata, la seconda e la terza ondata con 150 missili balistici. Il portavoce dell’esercito, Effie Defrin, ha interrotto le trasmissioni tv per chiedere alla popolazione di andare nei rifugi «fino a nuovo ordine». «Teheran ha la capacità di provocare danni significativi», ha spiegato. La contraerea – con l’aiuto dei caccia Usa, affermano gli iraniani – ha cercato di neutralizzare gli ordigni: vari di questi però hanno raggiunto il territorio israeliano. Esplosioni sono state registrate a Tel Aviv, dove sono caduti tra sette vettori e sono stati danneggiati alcuni edifici, Haifa, Gerusalemme, Ramat Gan, nel Golan, ferendo almeno 14 persone. Due jet israeliani – sottolineano gli ayatollah – sono stati abbattuti e una pilota catturata. Affermazione smentita da Tel Aviv. Il rischio maggiore è che la reazione di Teheran potrebbe non limitarsi ad attacchi tradizionali. A oltre 600 giorni dall’attacco di Hamas, invece di ridursi, il fronte continua ad allargarsi. In Medio Oriente e non solo.

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🔴LIVE🔴 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – Puntata 366 – LA VITA CONSACRATA

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Papa Leone XIV: “Chi manca di carità non solo manca di fede e di speranza, ma toglie speranza al suo prossimo”

Il Messaggio di Papa Leone XIV per la IX Giornata Mondiale dei Pove

Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano , venerdì, 13. giugno, 2025 13:30 (ACI Stampa).

Il Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la IX Giornata Mondiale dei Poveri (che sarà celebrata domenica 16 novembre 2025) oggi, nella memoria di “Sant’Antonio di Padova, Patrono dei Poveri” (così cita il documento), è stato reso noto dalla Sala Stampa Vaticana. 

“In mezzo alle prove della vita, la speranza è animata dalla certezza, ferma e incoraggiante, dell’amore di Dio, riversato nei cuori dallo Spirito Santo. Perciò essa non delude e San Paolo può scrivere a Timoteo: «Noi ci affatichiamo e lottiamo, perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente». Il Dio vivente è infatti il «Dio della speranza», che in Cristo, mediante la sua morte e risurrezione, è diventato «nostra speranza». Non possiamo dimenticare di essere stati salvati in questa speranza, nella quale abbiamo bisogno di rimanere radicati”. Con queste parole di speranza si apre il Messaggio che Papa Leone XIV ha scritto in occasione della IX Giornata Mondiale dei Poveri. 

“Il povero può diventare testimone di una speranza forte e affidabile, proprio perché professata in una condizione di vita precaria, fatta di privazioni, fragilità ed emarginazione”, continua. Il povero, infatti, “non conta sulle sicurezze del potere e dell’avere; al contrario, le subisce e spesso ne è vittima. La sua speranza può riposare solo altrove. Riconoscendo che Dio è la nostra prima e unica speranza, anche noi compiamo il passaggio tra le speranze effimere e la speranza duratura”. Ed è a questo punto che il povero ha “Dio come compagno di strada”, perché “le ricchezze vengono ridimensionate”. 

Il papa, poi, sottolinea che “la più grave povertà è non conoscere Dio”. Cita papa Francesco quando in Evangelii gaudium scriveva: “La peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale. L’immensa maggioranza dei poveri possiede una speciale apertura alla fede; hanno bisogno di Dio e non possiamo tralasciare di offrire loro la sua amicizia, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede”.  Un punto fermo è che “tutti i beni di questa terra, le realtà materiali, i piaceri del mondo, il benessere economico, seppure importanti, non bastano per rendere il cuore felice. Le ricchezze spesso illudono e portano a situazioni drammatiche di povertà, prima fra tutte quella di pensare di non avere bisogno di Dio e condurre la propria vita indipendentemente da Lui”. 

Nel Messaggio si legge, poi: “La speranza cristiana, cui la Parola di Dio rimanda, è certezza nel cammino della vita, perché non dipende dalla forza umana ma dalla promessa di Dio, che è sempre fedele. Perciò i cristiani, fin dalle origini, hanno voluto identificare la speranza con il simbolo dell’àncora, che offre stabilità e sicurezza”. E aggiunge: “La speranza cristiana è come un’àncora, che fissa il nostro cuore sulla promessa del Signore Gesù”.  Papa Leone XIV ribadisce poi che “la nostra vera patria è nei cieli”. E, dunque, “la città di Dio, di conseguenza, ci impegna per le città degli uomini. Esse devono fin d’ora iniziare a somigliarle”.

Poi, una frase assai forte, che fa riflettere: “Chi manca di carità, invece, non solo manca di fede e di speranza, ma toglie speranza al suo prossimo”. L’invito alla speranza, inoltre, porta con sé “il dovere di assumersi coerenti responsabilità nella storia, senza indugi”. Poi, lo sguardo del pontefice, si posa sul sociale: “La povertà ha cause strutturali che devono essere affrontate e rimosse. Mentre ciò avviene, tutti siamo chiamati a creare nuovi segni di speranza che testimoniano la carità cristiana, come fecero molti santi e sante in ogni epoca”. Fa riferimento all’impegno degli Stati per “gli ospedali e le scuole” che “sono istituzioni create per esprimere l’accoglienza dei più deboli ed emarginati. Essi dovrebbero far parte ormai delle politiche pubbliche di ogni Paese, ma guerre e diseguaglianze spesso ancora lo impediscono. Sempre più, segni di speranza diventano oggi le case-famiglia, le comunità per minori, i centri di ascolto e di accoglienza, le mense per i poveri, i dormitori, le scuole popolari: quanti segni spesso nascosti, ai quali forse non badiamo, eppure così importanti per scrollarsi di dosso l’indifferenza e provocare all’impegno nelle diverse forme di volontariato!”.

Ribadisce, poi, che “i poveri sono al centro dell’intera opera pastorale. Non solo del suo aspetto caritativo, ma ugualmente di ciò che la Chiesa celebra e annuncia”. Un riferimento al Giubileo: “Quando la Porta Santa sarà chiusa, dovremo custodire e trasmettere i doni divini che sono stati riversati nelle nostre mani lungo un intero anno di preghiera, conversione e testimonianza. I poveri non sono oggetti della nostra pastorale, ma soggetti creativi che provocano a trovare sempre nuove forme per vivere oggi il Vangelo”. E ricorda: “Promuovendo il bene comune, la nostra responsabilità sociale trae fondamento dal gesto creatore di Dio, che dà a tutti i beni della terra: come questi, così anche i frutti del lavoro dell’uomo devono essere equamente accessibili. Aiutare il povero è infatti questione di giustizia, prima che di carità”. 

UN’AVE MARIA PER LA PACE

🔴LIVE🔴Medjugorje: Perchè non ho dubbi – di P. Livio – 2. Le apparizioni di Medjugorje sono uniche nella storia della Chiesa

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