"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Giugno 2025 Pagina 17 di 31

I BEI RICORDI DI MEDJUGORJE

11 NOVEMBE 2021

🟢✝️LIVE: SANTA MESSA DOMENICALE DI P.LIVIO- 🌾🍇 SANTISSIMA TRINITÀ✝️🔔 la Benedizione su tutti voi:

La nascita della Chiesa e della Federazione Russa

di Stefano Caprio – Asia News 15 Giugno 2025

La Pentecoste e il “Giorno della Russia” caduti a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro. “Dove sei, mia Chiesa?” si è chiesto amaramente p. Andrej Misjuk invocando il ritorno a una fede che “non sopporti la menzogna, non benedica quelli che è impossibile benedire, e di nuovo s’incammini sulla via che da Gerusalemme conduce verso l’Eterno”. Mentre nella sua nuova “Favola” Vladimir Sorokin racconta il mondo post-apocalittico.

Domenica scorsa tutti i cristiani cattolici e ortodossi hanno festeggiato la Pentecoste, che nella tradizione orientale si unisce alla celebrazione della Santissima Trinità, e che in Russia chiamano “il compleanno della Chiesa”, nata con il primo annuncio del Vangelo dopo la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli a Gerusalemme. Qualche giorno dopo, il 12 giugno, si è ricordato il Den Rossii, il “Giorno della Russia”, che risale alla data del 1990, quando il Congresso dei deputati della Repubblica socialista sovietica della Russia, presieduta da Boris Eltsin, approvò la Dichiarazione di sovranità all’interno dell’Urss, destinata a cadere l’anno successivo.

Nel testo eltsiniano si fissava il principio della divisione dei poteri tra governo sovietico e repubblicano, i pari diritti di tutti i cittadini e delle associazioni politiche, e si apriva la strada per l’ampliamento dei diritti delle regioni. Anche se non si poneva l’obiettivo di uscire dall’Unione Sovietica, ma quello di “creare uno Stato democratico di diritto nell’ambito di una Unione rinnovata”, questa prima proclamazione di sovranità tra le quindici repubbliche sovietiche divenne un fortissimo stimolo all’autodeterminazione per tutte le altre, e per gli stessi cittadini della Russia. Per alcuni anni la festa rimase come “Giorno dell’indipendenza della Russia”, associandosi al crollo dell’Urss, che suscitava drammi interiori a molte persone, finché nel 1998 lo stesso Eltsin cambiò il titolo in “Giorno della Russia”, poi esaltato nella Russia di Vladimir Putin come festa dell’identità nazionale, più che della democrazia o dell’indipendenza.

E oggi, nel contesto della “guerra per l’identità” intrapresa dalla Russia in Ucraina e nei confronti del mondo intero, i cittadini russi si chiedono che cosa è diventato veramente questo Paese, da repubblica sovietica trasformatosi in federazione, da centro di un mondo perduto a scheggia impazzita di un mondo frantumato. Se lo chiedono sia i favorevoli alla guerra, per imporre a tutti la nuova visione del “mondo russo”, sia i pochi contrari che hanno il coraggio di esprimersi, e i tanti che sono finiti in lager o all’estero. La domanda diventa ancora più misteriosa e drammatica se ci si chiede che cos’è oggi la Chiesa ortodossa russa: una semplice struttura di servizio del potere vigente, o una “madre” del popolo credente?

Se lo chiede il sacerdote Andrej Misjuk, 43 anni, del clero dell’eparchia di Saratov nella Russia meridionale, che a settembre del 2022 ha chiesto di essere messo a riposo e interviene su vari siti e agenzie, come su Novaja Gazeta con un articolo “Dove sei, mia Chiesa?”. Nell’augurare “buon compleanno, mia cara Chiesa”, egli ammette che “se ora qualcuno mi chiede chi sei veramente, io davvero non so come rispondere”. I tempi della rinascita felice della religione e della Chiesa in Russia “sono ormai così lontani, che c’è da pensare che fossimo in un’altra vita”, e d’altra parte “è passato così poco tempo che fa davvero paura vedere come tutto si sia trasformato in un terribile incubo, che si è rovesciato sul mondo intero, in una specie di “non-vita”, il contrario della vita e della fede”.

Padre Andrej chiede di separare il concetto della Chiesa da quello della Russia: “oso affermare, mia cara Chiesa, che tu non hai un aspetto esteriore determinato, non siedi nelle ricche capitali con grandi apparati amministrativi, con uffici e residenze, non hai un titolo geografico, non combatti per un mondo multipolare e per la vittoria in competizioni belliche, siano esse socialiste o sovraniste, non emetti grida superstiziose per i fondamenti e i valori di un’eredità di un mondo di Marte, di Giove o di Venere”. E soprattutto, continua il sacerdote, “tu non sopporti la menzogna, non benedici quelli che è impossibile benedire, e di nuovo t’incammini sulla via che da Gerusalemme, dalla profondità di centinaia di secoli, conduce verso l’Eterno, invitando ciascuno di noi a seguirti”.

Certo, afferma Misjuk, questo “può apparire un sogno ingenuo e infantile, ma il Signore stesso ci ha ricordato quanto importante sia il tempo della nostra infanzia, della nostra purezza e ingenuità”. Il sacerdote esprime il senso di contraddizione e di colpa di tante persone che in Russia si sono riavvicinate alla religione e alla Chiesa, per trovarsi ad essere strumenti di un disegno diabolico. Egli conclude rilanciando la domanda: “Chi sei, o mia Chiesa? Dove sei? Io sono ancora parte di te? Quanto non vorrei essere escluso dai tuoi confini”. Egli ricorda il calore luminoso proprio delle celebrazioni della Pentecoste, quando i fedeli russi portano rami, erbe e fiori per ornare le icone secondo una propria tradizione, e ci si chiede “se il bosco sia cresciuto dentro la chiesa, o è la chiesa che è cresciuta nel bosco, vorrei che anche il mio cuore fosse adornato allo stesso modo”. Il saluto finale è “a tutti noi che siamo la Chiesa, che siamo come dei fari che illuminano la notte, buon compleanno a tutti noi, a ciascuno di noi, continuiamo il cammino, nonostante tutto”.

La nostalgia per la riscoperta della fede negli anni Novanta si associa a sentimenti analoghi per la scoperta della democrazia, una dimensione assai poco praticata nella storia russa, e ben presto completamente dimenticata. Quella Russia, liberale e alla ricerca di fonti della spiritualità, sembra davvero lontana assai più del trentennio trascorso, dando piuttosto l’impressione di un sogno svanito, a fronte di una realtà sempre più grottesca e spaventosa. A descrivere questa “anti-utopia” della Russia ci pensa da anni uno dei maggiori scrittori russi viventi, il settantenne post-modernista Vladimir Sorokin, che ha pubblicato un nuovo romanzo dal titolo Skazka, “La Favola”. Il suo libro più profetico era stato pubblicato nel 2006, Den Opričnika (“Il giorno dell’Opričnik”, la guardia imperiale dei tempi di Ivan il Terribile), in cui immaginava una Russia separata dal resto del mondo nel 2028, con la costruzione di un Grande Muro Russo dopo aver attraversato varie fasi di “Torbidi” (Smuta, i conflitti che rievocano la guerra con la Polonia dell’inizio Seicento).

Dopo le guerre, il romanzo narrava di una “Rinascita della Russia” sotto la guida del gosudar, il sovrano Vasilij Nikolaevič, che restaura l’autocrazia assoluta in un clima di xenofobia, protezionismo e patriottismo fanatico, con una repressione sistematica di ogni forma di dissenso, e un’economia basata sul transito dei prodotti cinesi per il resto del mondo. Visto quanto è successo negli ultimi anni, a Sorokin è stato chiesto di non scrivere più nulla, per evitare il rischio che tutto si realizzi veramente.

In realtà Sorokin ha scritto diversi altri romanzi di impressionante previsione della realtà e descrizione di un mondo spaventoso, interiore e universale, e ora lui stesso vive all’estero, visto che i suoi libri sono proibiti in patria perché denunciano in modo troppo evidente l’assurdità della vita attuale della Russia. Nella “Favola” appena uscita egli descrive un mondo post-apocalittico, dove è già avvenuta l’esplosione della guerra atomica, lo Stato si è completamente disgregato, e nessuno ricorda più che cosa fosse la Russia. Le persone tornano a vivere nelle caverne, e del passato rimane soltanto una grande discarica, in cui si aggira un adolescente, chiamato “maestro dell’archeologia dei rifiuti”, l’orfano Vanja, per indagare sulla civiltà perduta e i suoi resti, dove “si può trovare perfino un barattolo di marmellata”.

La discarica di Sorokin ricorda figure classiche della letteratura e del cinema russo, come la “Zona” dei fratelli Strugatskij e del film Stalker di Andrej Tarkovskij, una fonte di oggetti desiderati rimasti magicamente accessibili dopo la guerra totale, un luogo di forze oscure che promette di realizzare i desideri più segreti delle persone, ma è difficile trovare la giusta combinazione per estrarli dalla massa informe. Vanja cerca di metterli insieme, “all’inizio pensavo di costruire un aereo per volare nei Paesi più caldi, quindi una nave per arrivare nella ricca America, ci ho pensato tanto e alla fine, in modo sorprendente per me stesso, ho pensato solo che volevo vivere con mia mamma e mio papà nella nostra casa, con il nonno, il cane Vipka e la gattina Njulja”. Così comincia appunto la favola, che richiama il “sogno ingenuo” di padre Misjuk, nella ricerca di sé stesso e della propria identità perduta; la grotta di Vanja ricorda la caverna di Platone, che tiene l’uomo prigioniero della sua ombra, senza permettergli di uscire a conoscere la vera realtà.

Nella grotta non ci sono né porte, né finestre, ma la parete non è fatta di pietre o mattoni, è fatta di libri fino al soffitto, con i titoli erosi dal tempo sulle copertine. In essa il piccolo orfano cerca di capire qualcosa sul senso della propria vita, finché non trova una raccolta delle poesie di Puškin, ricominciando a familiarizzarsi con l’autentica cultura russa, sepolta da tempo nel profondo della caverna-biblioteca. Il romanzo si svolge nel clima tetro e ansioso della magistrale scrittura di Sorokin, ma lascia intravedere uno spiraglio di luce, una possibile rinascita futura della Russia, una nuova Pentecoste.

Rovesciare i regimi o no?

di Paolo Mieli| 14 giugno 2025 – Corriere della Sera

I dubbi sul duplice obiettivo di «Rising Lion»: demolire gli impianti nucleari e cambiare il governo di Teheran. Un errore per cinque motivi

Può rivelarsi un passo falso quello di aver dato alla campagna «Rising Lion» un doppio obiettivo da realizzare per giunta nel giro di quattordici giorni. Doppio obiettivo che consisterebbe nella distruzione degli impianti nucleari militari e nella realizzazione di un cambio di regime. E lo è, un passo falso, per cinque motivi.

Primo: la messa fuori uso degli impianti gode, a differenza del «regime change», di un elevato grado di legittimazione internazionale. Esplicito per quel che concerne i Paesi occidentali, tacito da parte di quelli arabi sunniti. Legittimazione accresciuta dalle dure parole del direttore dell’Aiea Rafael Grossi che giovedì scorso, per la prima volta in vent’anni, ha definito l’Iran inadempiente rispetto agli obblighi assunti in materia di nucleare. E ha denunciato la presenza di tracce di uranio trovate in tre siti non dichiarati.

Secondo. I tempi fissati dagli Stati Uniti per la trattativa con l’Iran (sessanta giorni) sono scaduti giovedì, il giorno stesso in cui si è pronunciato Grossi. L’onnipresente delegato di Donald Trump, Steve Witkoff, ha tenuto — qui come per l’Ucraina — un portamento negoziale che non consentiva di immaginare si fosse a un passo dall’accordo.
L’uomo è apparso oltretutto più attento agli aspetti, per così dire, patrimoniali dell’eventuale intesa di quanto si mostrasse sensibile all’urgenza della stessa.

Terzo. La neutralizzazione degli impianti iraniani comporta uno sforzo bellico assai impegnativo. È stato relativamente agevole colpire le stazioni di Natanz e Isfahan, eliminare alcuni militari di altissimo livello e altrettanti scienziati nucleari, danneggiare fortemente i sistemi di lancio delle migliaia di missili di cui Teheran dispone. Ma alcuni di questi missili sono stati comunque lanciati e qualcuno è stato in grado di aprirsi un varco nel sistema difensivo israeliano. Resta poi ancora operativa la base di Fordow situata nello scavo di una montagna e difficilmente raggiungibile. Ce n’è abbastanza, insomma, per concentrare l’operazione militare sul nucleare che, per quel che se ne sa, può ancora riservare delle sorprese.
Quarto. Dopo la fine della guerra fredda, il «regime change» si è rivelato un mito pernicioso. Dall’Afghanistan all’Iraq, alla Libia e in un’infinità di altre contrade l’idea di dar vita con la forza a sistemi più o meno democratici in sostituzione dei precedenti dittatoriali, ha comportato sforzi bellici immani con risultati tragici. Sempre. Sottolineiamo: senza eccezione alcuna. Ciò che ci hanno indotto a rimpiangere, talvolta ad alta voce, le precedenti autocrazie. E, dopo trentacinque anni, questa può essere considerata una lezione definitiva.

Quinto. Il sistema iraniano è figlio di una rivoluzione (quella del 1979). Attualmente appare logoro, in esaurimento. Ma è contestato apertamente da movimenti della società civile — ad esempio «Donna, Vita, Libertà» — che sono in grado nel tempo di dare frutti ad oggi inimmaginabili. Mettere nel conto di colpire come «effetto collaterale» la società civile iraniana e travolgerla in un caos di tipo somalo si rivelerebbe, è ben visibile fin d’ora, un errore imperdonabile.

Il che ci induce a qualche riflessione a proposito di Gaza. Anche lì porsi dopo il 7 ottobre un duplice obiettivo (la liberazione degli ostaggi e la distruzione di Hamas) è stato per Israele un passo falso. Che ha esposto lo Stato ebraico ad un crescente discredito in pressoché tutti i Paesi e le comunità che in passato gli si erano dimostrati non ostili. La prolungata violenza contro i civili che ha accompagnato la caccia ai jihadisti ha stravolto l’immagine dello Stato ebraico agli occhi del mondo intero. Sarebbe stato più opportuno dedicarsi, all’inizio, ad una prolungata campagna per il recupero dei «chatufim» e rimandare ad una fase successiva il regolamento di conti con gli autori del pogrom del 7 ottobre. Facile a dirsi, ce ne rendiamo conto, per giunta con il senno del poi. È però un fatto che della immane tragedia di Gaza non si vede la via d’uscita. A meno di non voler prendere in considerazione la demenziale idea trumpiana della deportazione in massa (dove?) di oltre due milioni di persone.
Non vorremmo che l’errore fosse ripetuto ora in Iran. La distruzione degli impianti nucleari con destinazione militare ha un senso. Soprattutto dopo l’allarme di Rafael Grossi. Del resto, l’Iran potrebbe por fine immediatamente alla guerra sottoscrivendo l’accordo con Witkoff di cui nella giornata di oggi dovevano essere definiti gli ultimi dettagli.
Ma se, come tutto lascia pensare, ciò non accadrà, è bene che Benjamin Netanyahu sia consapevole del fatto che gettare l’Iran nel caos potrebbe rivelarsi ancor più insidioso che lasciare il comando nelle mani di Ali Khamenei. Prevedere per l’Iran un «tranquillo» esito di tipo siriano è fantasioso. Oltreché prematuro.

Papa Leone XIV: “I giovani sono promessa di speranza”

Papa Leone XIV ha inviato un videomessaggio ai giovani dell’Arcidiocesi di Chicago e del mondo intero 

Di Redazione

Città del Vaticano, sabato 14 giugno 2025, 23:05 (ACI Stampa).

La Trinità è il modello dell’amore di Dio per noi. Dio: Padre, Figlio e Spirito. Tre persone in un solo Dio vivono unite nella profondità dell’amore, in comunità, condividendo quella comunione con tutti noi. Desidero incoraggiarvi a continuare a costruire comunità, amicizia, come fratelli e sorelle nella vostra vita quotidiana, nelle vostre famiglie, nelle vostre parrocchie, nell’arcidiocesi e in tutto il mondo”. Lo afferma Papa Leone XIV nel videomessaggio inviato ai giovani dell’Arcidiocesi di Chicago – sua città natale – e del mondo intero.

I giovani possono vivere momenti di solitudine e isolamento, per questo – spiega il Papa – “vorrei cogliere questa occasione per invitare ognuno di voi a guardare nel proprio cuore, a riconoscere che Dio è presente e che, forse in molti modi diversi, Dio vi sta cercando, vi sta chiamando, vi sta invitando a conoscere suo Figlio

Gesù Cristo, attraverso le Scritture, forse attraverso un amico o un parente, un nonno o una nonna, che potrebbe essere una persona di fede. A scoprire quanto è importante per ognuno di noi prestare attenzione alla presenza di Dio nel nostro cuore, a quel desiderio di amore nella nostra vita, per cercare, per cercare veramente, e per trovare i modi in cui possiamo fare qualcosa con la nostra vita per servire gli altri: costruendo comunità, anche noi possiamo trovare il vero significato della nostra vita”.

L’amore di Dio – sprona Papa Leone – è veramente capace di guarire, porta speranza, la grazia del Signore, l’amore di Dio, può veramente guarirci, può darci la forza di cui abbiamo bisogno, può essere la fonte di quella speranza di cui tutti abbiamo bisogno nella nostra vita. Condividere questo messaggio di speranza gli uni con gli altri dà la vera vita a tutti noi ed è un segno di speranza per il mondo intero. 

Ai giovani qui riuniti desidero dire, ancora una volta, che siete la promessa di speranza per molti di noi. Il mondo guarda a voi mentre voi vi guardate attorno e dite: abbiamo bisogno di voi, vi vogliamo con noi per condividere con voi questa missione – come Chiesa e nella società – di annunciare un messaggio di vera speranza e di promuovere pace, di promuovere l’armonia tra tutti i popoli”.

Il Papa invita i giovani a “promuovere un messaggio di speranza. Potete scoprire che anche voi siete davvero fari di speranza. Quella luce, che forse all’orizzonte non è facile scorgere; quella luce che, in realtà, è la nostra fede in Gesù Cristo. E noi possiamo diventare quel messaggio di speranza, per promuovere pace e unità nel mondo intero”.

Quando vedo ognuno di voi, quando vedo come la gente si riunisce per celebrare la propria fede – conclude Leone XIV – mi rendo conto di quanta speranza c’è nel mondo. In questo Anno giubilare della Speranza, Cristo, che è la nostra speranza, chiama davvero tutti noi a riunirci, affinché possiamo essere un vero esempio vivente: la. luce di speranza nel mondo di oggi.  Dio, nella sua generosità, continua a riversare il suo amore su di noi. E mentre ci dona il suo amore, ci chiede soltanto di essere generosi e di condividere con gli altri ciò che ci ha donato”.

Il ministro Crosetto: «Israele ha il timore che l’Iran usi l’atomica. Io sono preoccupato da un anno, così si rischia l’escalation»

di Fiorenza Sarzanini- Corriere della Sera – 15 Giugno 2025

Il ministro: «Il 5% per le spese militari? Obiettivo raggiungibile in 10 anni»

Ministro Crosetto, oltre un anno fa lei disse che la situazione tra Israele e Iran era la sua massima preoccupazione. Ora?
«È vero, ero molto preoccupato di ciò che poteva accadere per un motivo molto semplice, la corsa dell’Iran verso l’arricchimento dell’uranio e la costruzione della bomba atomica, era ed è inaccettabile per Israele. Perché l’Iran ha ribadito, più volte, che il suo scopo è distruggere non Israele — che non chiama nemmeno Stato di Israele, ma “entità sionista” — ma ogni presenza israeliana nella regione. Il giorno in cui l’Iran avesse la bomba atomica, non perderebbe un’ora: la userebbe e senza esitazione. Israele lo sa, lo ha sempre saputo, ed è la sua principale preoccupazione. Per questo non era difficile prevedere che prima o poi sarebbe partito un attacco rilevante».

Quindi lei ritiene che esista davvero il rischio di una guerra nucleare?
«Purtroppo, non possiamo escludere nulla. A ora, non ci sono segnali concreti di imminente impiego di armi nucleari da parte di Israele che invece vuole neutralizzare questi armamenti. Ma, come in ogni conflitto, e in questo caso ancora di più, è fondamentale agire con assoluta prudenza. È nostro dovere lavorare affinché la tensione si abbassi il prima possibile e si trovi una forma di nuova convivenza tra Israele e Iran. Altrimenti, il rischio di escalation è molto più grave rispetto ad altri scenari globali».

Quali?
«Il principale è quello di un allargamento del conflitto. Un’escalation potrebbe avere gravi ripercussioni sull’economia, sull’approvvigionamento energetico e sulla sicurezza interna. Lo Stretto di Hormuz sarà uno dei punti critici, nelle prossime settimane, ma anche a medio-lungo termine la situazione può avere conseguenze importanti, incluso un aumento del rischio di attacchi terroristici».

Anche in Italia?
«Da noi il rischio maggiore è quello di atti dimostrativi da parte di gruppi radicalizzati. Al momento, non ci sono segnali di organizzazioni specifiche con intenzioni dirette sull’Italia. Ma i nostri servizi di intelligence, così come le forze di polizia, operano con la massima attenzione e reattività come sempre. Sono stati rafforzati i dispositivi di sicurezza in tutto il Paese, ma senza creare allarmismi».

Trump ha detto di essere stato informato da Israele dell’attacco. L’Italia ha ammesso di essere all’oscuro. Non crede sia arrivato il momento di rivedere i nostri rapporti internazionali?
«No, semmai è arrivato il momento di rinsaldare i nostri rapporti internazionali. Dobbiamo rimanere saldamente ancorati alla Nato e all’Europa, ma al tempo stesso rafforzare la nostra autonomia strategica. In questo caso, non c’è stata alcuna comunicazione né all’Italia né ad altri Paesi europei, come Germania, Regno Unito o Francia. Ma era evidente da tempo, come ho già detto, che prima o poi ci sarebbe stato un attacco. L’attenzione doveva restare altissima».

Lei, più volte, ha invitato Netanyahu a fermarsi, ma i fatti dimostrano che le intenzioni sono altre. Che fare?
«La comunità internazionale deve continuare a chiedere a Netanyahu di fermare gli attacchi militari su Gaza. Hamas va combattuta, certo, ma in un altro modo. La popolazione civile palestinese deve poter tornare a vivere una vita normale, avere una casa, una terra, una prospettiva. Altrimenti non si uscirà mai da un conflitto perenne che, da troppo tempo, stringe quella regione come in una morsa».

Dopo l’elezione Trump disse che avrebbe fatto finire tutte le guerre in una settimana, ma la sua politica va in direzione opposta.
«Non lo penso, credo sia nel suo interesse far finire tutte le guerre, a Gaza come in Ucraina. Il problema è che non è così semplice: non basta la volontà di Trump per far finire una guerra. Come ha detto, parlando dell’Ucraina, c’è una sola persona che può fermarla in un secondo: chi l’ha iniziata, Putin».

L’attacco all’Iran ha peggiorato la situazione a Gaza.
«Sì, certamente. I conflitti si alimentano a vicenda: violenza chiama violenza. Ogni atto ostile contro l’Iran rafforza le spinte estremiste nei territori collegati a Teheran. A Gaza, in Libano o nel Mar Rosso, ci sono attori definiti “proxy” proprio perché rispondono direttamente agli input iraniani».

Resta fermo a non volere schierare truppe in Ucraina?
«Sì, è una posizione ferma. Sarebbe surreale farlo, proprio ora. E mi pare che anche la coalizione dei Volenterosi, dopo mesi di discussione, sia arrivata alle stesse conclusioni che io e il presidente Meloni abbiamo espresso già mesi fa».

E in altri teatri di guerra?
«Noi non mandiamo i nostri soldati in teatri di guerra. Mai. Li inviamo in aree dove si è stabilita una pace o durante fasi di tregua e per garantire la stabilità di quei Paesi. I nostri militari non vanno all’estero per combattere: non rientra, tra l’altro, nelle possibilità previste dalla nostra Costituzione».

I nostri arsenali militari sono quasi vuoti. In che modo continueremo a mandare armi all’Ucraina?
«È evidente che non possiamo lasciare le nostre scorte vuote. Stiamo attivando nuovi contratti e rivedendo la logistica. Ma continueremo a sostenere l’Ucraina, nei limiti del possibile, perché non si può lasciarla sola sotto un attacco che continua senza sosta, violando il diritto internazionale. Quando ci sarà una vera tregua e inizierà un realistico percorso di pace, allora cesseremo il supporto militare».

La Nato ci chiede di arrivare al 5% delle spese militari, ma noi fatichiamo anche a raggiungere il 2%.
«La Nato chiederà, probabilmente, come spese, un 3,5% in difesa e un 1,5% in sicurezza. È un obiettivo ambizioso, ma nessuno di noi pensa di raggiungerlo in uno o due anni. È ragionevole fissare il traguardo al 2035, con un aumento massimo dello 0,2% l’anno, così da renderlo compatibile con il nostro bilancio e senza toccare spese essenziali come sanità, welfare e istruzione. L’ho detto e ripetuto più volte».

Servono 40 miliardi. Dove li troverete?
«L’obiettivo è raggiungibile in dieci anni, non in sei mesi. In tal modo sarà possibile mantenere le compatibilità con tutte le altre priorità, senza tagliare servizi fondamentali».

Il piano Rearm Europe può diventare presto operativo?
«Rearm Europe, più che un piano definito, è un’idea che lascia agli Stati la libertà di contribuire secondo le proprie capacità. Il nostro compito è rispettare gli impegni Nato e gli assetti richiesti. Ogni Paese ha un ruolo assegnato. Così, contribuiamo anche a costruire un futuro sistema di difesa europea, basato sugli stessi criteri e principi della Nato».

I precari equilibri nella regione

di Federico Rampini| 13 giugno 2025 – Corriere della Sera

La decisione di colpire l’Iran e il suo programma nucleare pone gli Usa davanti a un bivio. Le ricadute in Medio Oriente e non solo

Il rapporto tra America e Israele torna al centro dell’attenzione mondiale, come lo fu durante l’Amministrazione Biden. Chi dei due ha più influenza sull’altro? È una questione irrisolta dai tempi della presidenza di Lyndon Johnson durante la Guerra dei Sei giorni (1967). Allora il leader democratico scelse un allineamento della Casa Bianca su Tel Aviv, che non era stato tale per i suoi predecessori. Oggi un’interpretazione descrive Donald Trump spiazzato, scavalcato, manipolato dal suo amico Benjamin Netanyahu. Israele era allarmato dal negoziato che gli americani stavano conducendo con gli iraniani in Oman; la denuncia degli ispettori Onu sull’avanzamento dei preparativi nucleari ha spinto all’attacco: per far fallire l’opzione diplomatica di Trump, metterlo di fronte al fatto compiuto, ricondurlo all’ovile, e al tempo stesso colpire le capacità iraniane finché c’è tempo. 

Una lettura alternativa evoca invece un coordinamento, una divisione dei compiti fra «poliziotto buono e poliziotto cattivo». La squadra di Trump si è convinta che nell’Oman gli iraniani li stavano menando per il naso, che quel negoziato non andava da nessuna parte, anzi nel frattempo procedeva la marcia verso la bomba atomica. Senza partecipare all’attacco israeliano, Trump avrebbe dato il suo via libera nella speranza che l’elettroshock di una immane disfatta militare convinca gli iraniani a cogliere il suo ramoscello d’ulivo e fare concessioni serie per una soluzione diplomatica. Trump aveva dato un ultimatum di 60 giorni alla delegazione iraniana, Israele ha attaccato al 61esimo.

L’America è di nuovo a un bivio, nei tanti colpi di scena che da quasi mezzo secolo la confrontano con la «questione persiana». Dopo aver perso quello che era stato il loro migliore alleato nel Golfo, con la caduta dello Scià nel 1979, tutti i presidenti Usa si sono confrontati ad un rivale sistemico che si è dato tre compiti messianici, scolpiti nella costituzione religiosa del regime teocratico: distruggere Israele e gli ebrei; invadere la Mecca e Medina, luoghi sacri dell’Islam sotto la tutela sunnita-saudita; cacciare il Grande Satana americano dal Medio Oriente. L’antagonismo irriducibile degli iraniani non escludeva però flessibilità e pragmatismo, donde i vari tentativi di dialogo, prima con Barack Obama e di recente con Trump: accordarsi sulle regole del gioco per una convivenza tra nemici.

Netanyahu tenta di riportare l’America verso un’opzione strategica diversa: al termine c’è il regime change, lo scenario di rovesciamento della teocrazia degli ayatollah. È un approccio che fu abbracciato dai neoconservatori di George Bush Junior con le guerre in Afghanistan e Iraq, ma anche da Obama in Libia. Quella stagione è stata ripudiata da Trump.

 Da ultimo è cresciuta l’influenza saudita sulla Casa Bianca. La prima visita del Trump bis all’estero è stata a Riad, snobbando Israele. L’altro migliore amico di Trump in Medio Oriente, colui che contende a Netanyahu la capacità di orientare la politica estera Usa, è il principe saudita Mohammed bin Salman (MbS). Di fronte alla tragedia di Gaza e del popolo palestinese, MbS ha rinviato sine die i suoi progetti di disgelo diplomatico con Tel Aviv. Anche per lui l’Iran costituisce una minaccia esistenziale, un pericolo permanente per la sopravvivenza del Regno arabo. Però MbS ha finito per abbracciare l’opzione realista di un accomodamento con gli ayatollah, sperando che sia anche il modo migliore per facilitare un cambio di leadership a Teheran. Ora MbS subisce da parte di Israele la stessa pressione, sollecitazione o ricatto che avviene su Trump: Netanyahu sta offrendo la prospettiva, allettante se verosimile, di accelerare i tempi di un regime change e togliere di mezzo una minaccia per tutta l’area. Altri regimi sunniti conservatori di quell’area osservano con cautela gli sviluppi, vedere l’Iran in ginocchio non è un brutto spettacolo per loro.

Quali possono essere le ricadute interne all’Iran? Il vecchio luogo comune per cui un’aggressione esterna ravviva il nazionalismo e compatta la popolazione attorno al regime, forse è superata. Lo spettacolo d’impotenza militare, le evidenti infiltrazioni del Mossad a Teheran, screditano una classe dirigente già odiata dalla maggioranza dei persiani. Non c’è un’opposizione pronta a guidare il Paese ma ci sono seconde e terze file di dirigenti giovani, che possono cogliere l’occasione per un’alternativa strategica a Khamenei. La caduta di Assad in Siria ha ricordato che despoti apparentemente incrollabili possono rivelare le loro fragilità all’improvviso.

Il mondo intero ha qualcosa da vincere o da perdere. L’Iran fa parte di un asse anti-americano e chiede aiuto ai suoi protettori. Per Putin questo colpo indebolisce uno dei suoi alleati e maggiori fornitori di droni. La Cina è preoccupata per le eventuali ripercussioni sui flussi di petrolio dal Golfo, da cui è ancora dipendente. Israele finora non ha colpito infrastrutture energetiche iraniane però si riserva di farlo. Fra le tante milizie filo-iraniane, i primi che potrebbero riprendere le loro azioni sono gli Houthi, nel Mar Rosso oppure contro paesi arabi e filoisraeliani del Golfo.

L’Europa ha la stessa vulnerabilità della Cina, in passato ha dovuto aspettare dagli americani una protezione per le sue navi mercantili sotto attacco. Le opinioni pubbliche europee, giustamente sensibili alla tragedia umanitaria di Gaza, hanno scarsa accortezza di un cambio di paradigma all’interno di Israele: quel Paese è sempre meno sensibile al giudizio internazionale; il suo establishment di sicurezza (dai militari ai servizi segreti) sembra coeso nel sostenere l’offensiva attuale e portare a compimento il «castigo» di tutti i colpevoli del 7 ottobre 2023.

RITAGLI DI PAGINE INEDITE

TROVI LE PUNTATE PRECEDENTI NELLA SEZIONE “CATECHESI DI PADRE LIVIO”

NOVITÀ estrapolazioni da ascoltare ritagli di pagine inedite dal LIBRO di P.LIVIO: “SONO VOSTRA MADRE E VI AMO”
{Qui nella versione radiofonica a cura di Roberta
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CON LUNEDI’ 16 GIUGNO QUESTO PROGAMMA INCOMINCERA’ COL NUOVO LIBRO: “VOI SIETE LA MIA SPERANZA”

🔴LIVE🔴 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – Puntata 367 – LA COMUNIONE DEI SANTI

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🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Satana sta risucchiando il mondo nel vortice di una guerra globale 

Buongiorno caro Padre Livio.

Come molti, sto seguendo con apprensione l’evoluzione dello scontro militare tra Iran e Israele. L’ennesimo teatro di guerra di un mondo che ormai sembra in fiamme, e che pare aver ceduto alla logica della guerra e della violenza come metodo privilegiato di risoluzione delle controversie tra gli Stati e tra i popoli.

Allo stesso tempo, non ho potuto fare a meno di ricordare che un anno fa, la sera del 15 giugno, la Madonna chiamò i suoi figli ad una novena di preghiera sul Podbrdo, a cui si unirono tantissimi fedeli in ogni parte del mondo, tra i quali me e la mia famiglia.

L’ intenzione richiesta della Madonna era proprio quella di pregare per la pace. Nel frattempo, in un anno abbiamo avuto il nulla osta della Chiesa su Medjugorje, l’apertura del Giubileo e un nuovo Papa (quasi fossero i frutti di grazia ottenuti dal Cielo mediante quella Novena).

Sembra proprio di trovarsi in una congiuntura critica del piano di Maria, in una cerniera che divide una fase dalla successiva, come se ci fosse un prima e un dopo.

La domanda dunque è: alla luce degli ultimi eventi, chissà se domani sera la Madonna chiamerà nuovamente i suoi figli ad una novena di preghiera?

Vero è che la Regina della Pace non è mai andata dietro (giustamente) alle notizie dei telegiornali, ma lei cosa si aspetta in questo senso? Quali sono stati i suoi pensieri in questi giorni riguardo agli ultimi eventi?

Dio la benedica per tutto quello che continua a fare con coraggio e determinazione, prego per lei!

Che la Madonna la custodisca e la illumini sempre.

Ave Maria

Gianmarco


Caro Gianmarco,

Non vi è dubbio che la Madonna, in momento come questi, chieda un impegno di preghiera particolare per la pace. Facciamolo personalmente, in famiglia e nei gruppi di preghiera.

La preghiera e il digiuno sono l’arma che satana teme di più e che è può ottenere miracoli, come la Madonna ci ha assicurato più volte.

A mio avviso la novena dello scorso anno è stata chiesta dalla Gospa anche  per ottenere dalla Chiesa il Nulla Osta, passaggio fondamentale per l’approvazione delle apparizioni che non tarderà ad arrivare.

Sinceramente non mi aspetto una replica della novena dello scorso anno, con la salita ogni sera al Podbrdo, ma piuttosto un messaggio di grande importanza per il prossimo 25 Giugno.

In una situazione particolarmente drammatica per la pace del mondo, nel momento in cui stava crollando il regime comunista a Mosca, la Madonna chiese, il 25 Agosto 1991, una novena di digiuno e di preghiera.

Satana sta risucchiando il mondo nel vortice di una guerra globale e ci riuscirà se non verrà fermato da una barriera di cuori ardenti che vivono e testimoniano la pace.

Ave Maria

Padre Livio

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