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Mese: Gennaio 2025 Pagina 22 di 24

Padre Pio, i miracoli e i sospetti (dentro la Chiesa): la confessione di Wojtyla, i microfoni per registrare gli «atti carnali», l’acido fenico

di Gian Guido Vecchi – Corriere dellaSeram- 4 Gennaio 2025

Sono passati venticinque anni da quando Padre Pio salì agli altari, beato dal 1999 e poi, nel 2002, santo.Eppure ci sono scaffali di libri nei quali la sua immagine continua ad alternarsi ai sospetti che lo hanno braccato per tutta la vita, anche e soprattutto dentro la Chiesa: tutta la storia, dall’inizio

CITTÀ DEL VATICANO – Tutto considerato, il miracolo più stupefacente di Padre Pio è la capacità di sfuggire a ogni schema, infrangere allegramente ogni griglia interpretativa. 

Provate a immaginare, da un lato, un frate contadino, un francescano che da bambino non aveva potuto fare studi regolari perché lavorava la terra dei genitori a Pietrelcina, sulle colline del beneventano, alla fine dell’Ottocento, e già allora si sentiva in lotta con il Male, una lotta dolorosa sostenuta per decenni da una fede granitica e arcigna, per alcuni arcaica o antimoderna, stigmate e bilocazioni, guarigioni inspiegabili e precognizioni, profumo di gigli o di rose e febbre a 48 gradi, dialetto e mistero. 

E dall’altra parte un cardinale domenicano poliglotta e cosmopolita, rampollo di un’antica famiglia dell’aristocrazia boema, teologo finissimo con studi nella sua Vienna, alla Sorbona di Parigi e a Ratisbona, forse il migliore allievo di Joseph Ratzinger, uno che cita Tommaso d’Aquino, Kierkegaard o Wittgenstein con la stessa naturalezza. 

Ecco, quando il cardinale Christoph von Schönborn riuscì finalmente a tornare sul Gargano, a San Giovanni Rotondo, ancora ricordava la volta che a sedici anni aveva assistito a una celebrazione di quell’uomo ormai anziano: «Non ho mai visto nessuno, né prete, né vescovo, né Papa, celebrare la Messa come faceva padre Pio: non come rito ma come realtà…Indimenticabile il momento della Consacrazione: Cristo stesso offerto nelle sue mani. Per tutta la Chiesa è stato e rimane un grande dono. In questa Europa un po’ indebolita nella sua vita cristiana, è una sorgente alla quale ancora ci abbeveriamo».

Non che adesso sia tutto ormai pacifico, anzi. Sono passati venticinque anni da quando salì agli altari, beato dal 1999 e poi, nel 2002, santo. Eppure ci sono scaffali di libri nei quali l’immagine del santo più amato del Novecento, venerato da milioni di persone in tutto il mondo, continua ad alternarsi ai sospetti che lo hanno braccato per tutta la vita, anche e soprattutto dentro la Chiesa.

Non ha avuto una vita facile, Francesco Forgione. Nato nel 1887, il 25 maggio, era entrato come novizio dei frati minori cappuccini a sedici anni e ne aveva trentuno quando, il 20 settembre 1918, apparvero le stimmate che avrebbero segnato il suo corpo per mezzo secolo, attirandogli devozione e disprezzo incondizionati. 

Quando Giovanni Paolo II lo proclamò beato, il 2 maggio 1999, ricordò «le prove che dovette sopportare in conseguenza, si direbbe, dei suoi singolari carismi: nella storia della santità talvolta accade che l’eletto, per una speciale permissione di Dio, sia oggetto di incomprensioni». Di più Wojtyla non poteva dire, agli oltre trecentomila fedeli che riempivano piazza San Pietro, via della Conciliazione e pure piazza San Giovanni in Laterano, anche perché molte delle «incomprensioni» erano state dei predecessori.

Per cinque volte Padre Pio venne messo sotto inchiesta dal Sant’Uffizio. Subì perquisizioni, interrogatori, intercettazioni, restrizioni e divieti di celebrare messa in pubblico. Pio XI e Giovanni XXIII lo consideravano con sospetto, diciamo così. «Un falso mistico, una colossale truffa», tuonava ancora nel 1961 il domenicano francese Paul-Pierre Philippe, poi vescovo e cardinale, inviato da Papa Roncalli a interrogare il vecchio frate settantaquattrenne, «un disgraziato sacerdote che approfitta della sua reputazione di santo per ingannare le sue vittime», fino a scrivere nella relazione al Sant’Uffizio che si trattava della «più colossale truffa nella storia della Chiesa». 

Avevano pure forato le pareti delle stanze dove Padre Pio riceveva la gente per piazzare dei microfoni e registrare «il rumore di baci», accusandolo di «atti carnali» con le fedeli, e il vecchio frate si era dovuto difendere: «Non ho mai baciato una donna in vita mia, anzi dico davanti al Signore che neppure davo baci alla mamma». 

Papa Giovanni temeva «un immenso inganno», un «disastro di anime», come annotava nei diari del 1960, ma si dice che poi si fosse lasciato convincere dal suo vecchio amico Andrea Cesarano, arcivescovo di Manfredonia, il quale gli aveva spiegato come i fedeli in effetti baciassero con fervore devoto le mani stigmatizzate del frate («chisto è o’ guanto mio!», lo si sente del resto dire in una registrazione) e insomma erano «tutte calunnie». Pochi anni dopo la morte del frate, Paolo VI si interrogava sulla fama di padre Pio con parole che erano già un riconoscimento: «Ma perché? Perché diceva la Messa umilmente, confessava dal mattino alla sera, ed era rappresentante stampato delle stimmate di Nostro Signore».

Karol Wojtyla non aveva mai avuto dubbi. Era un giovane prete che studiava a Roma, quando nel 1947 era andato a San Giovanni Rotondo e si era confessato da Padre Pio. Ne era nata la leggenda, più volte smentita da Giovanni Paolo II, che il frate gli avesse predetto l’elezione a Papa e l’attentato di Ali Agca, «non è vero niente». Ma non era questo il punto, per Wojtyla. È curioso come la fama dei prodigi, più che dai fedeli, sia stata talvolta enfatizzata dai detrattori, per deriderla, o magari alimentata da chi sfruttava l’immagine del frate per business da rotocalco o battaglie ideologiche. 

Perché l’essenziale stava altrove, come diceva Giovanni Paolo II nel giorno della beatificazione, attingendo alla propria esperienza personale: «Chi si recava a san Giovanni Rotondo per partecipare alla sua Messa, per chiedergli consiglio o confessarsi, scorgeva in lui un’immagine viva del Cristo sofferente e risorto». 

Tre anni più tardi, il 16 giugno 2002, fu lo stesso Wojtyla a proclamarlo santo: in piazza c’era anche Matteo Pio, un bambino di nove anni che due anni prima era arrivato in condizioni disperate alla Casa Sollievo della sofferenza di San Giovanni Rotondo – l’ospedale voluto e inaugurato da Padre Pio nel 1956 -, poche ore di vita come diagnosi dei medici, meningite fulminante, arresto cardiaco, complicanze in nove organi che dopo qualche giorno riprendono a funzionare finché il bimbo si sveglia e dice «voglio il gelato»: la guarigione inspiegabile, riconosciuta dalla Chiesa come miracolo per intercessione del beato, che ha portato alla canonizzazione.

Per il popolo dei fedeli era santo da decenni. Tutto era cominciato in quella fine d’estate del 1918, poche settimane prima che finisse la Grande Guerra, nel convento di San Giovanni Rotondo, dov’era arrivato nel 1916 e sarebbe rimasto tutta la vita. Padre Pio si era segnato quel giorno: 20 settembre. Tre anni più tardi lo aveva dovuto raccontare nei dettagli agli inquisitori del Sant’Uffizio. Otto giorni di indagini e interrogatori al frate e ai confratelli, nel giugno 1921. La Messa, il tremore, la visione del Crocifisso. 

«Udii questa voce: ti associo alla mia Passione…E ho visto questi segni qui, dai quali gocciolava sangue». Gli inquisitori gli chiesero tutto: le febbri a temperature letali, i dolori e le lotte notturne col diavolo, il profumo di fiori, le bilocazioni che lo facevano essere in convento, raccontava, e insieme accanto al letto di un malato, «io non so come sia, né di che natura la cosa, né molto meno ci do peso, ma mi è occorso di avere presente questa o quell’altra persona, questo luogo o quell’altro luogo; non so se la mente si sia trasportata lì o qualche rappresentazione del luogo o della persona si sia presentata a me, non so se col corpo o senza il corpo io sia stato presente…». 

I fedeli avevano cominciato ad affluire nel Gargano, attirati dalla fama di santità. Le gerarchie osservavano con sospetto. Un’autorità come padre Agostino Gemelli, frate minore francescano e medico, che nel 1921 aveva fondato l’università Cattolica e l’anno prima era andato un giorno ad incontrare padre Pio, arrivò a scrivere al Sant’Uffizio che si trattava di «uno psicopatico ignorante che induce in automutilazione e si procura artificialmente le stigmate allo scopo di sfruttare la credulità della gente». 

Pure gli inquisitori avevano chiesto al frate della boccetta di acido fenico che si era procurato in farmacia, gli stessi dubbi che lo storico Sergio Luzzatto avrebbe riproposto nella sua biografia del 2007. Ma già allora il frate aveva spiegato che l’acido in convento era usato per disinfettare le siringhe, erano i mesi in cui l’influenza spagnola faceva strage, e del resto anche ai sospetti degli scettici sono state opposte obiezioni, a cominciare dal fatto che né l’acido fenico né la polvere veratrina avrebbero potuto procurare quel tipo di lesioni, durate cinquant’anni.

In tutto questo tempo, il frate di Pietrelcina ha continuato a dormire pochissimo, svegliarsi nel cuore della notte per pregare e prepararsi alla Messa prima dell’alba, passare fino a sedici ore al giorno a confessare i fedeli. Papa Francesco lo ha definito un «apostolo del confessionale». Nel 2018, a cent’anni dalla comparsa delle stimmate e cinquanta dalla morte del frate, andò nello stesso giorno a Pietrelcina e a San Giovanni Rotondo: «Questo umile frate cappuccino ha stupito il mondo con la sua vita tutta dedita alla preghiera e all’ascolto paziente dei fratelli, sulle cui sofferenze riversava come balsamo la carità di Cristo».

Padre Pio non era un confessore facile, «sciagurato, tu vai all’inferno!, ma la gente restava in coda dalla notte. Il primo Papa ad andare a San Giovanni Rotondo, nel 2009, era stato Benedetto XVI. Bisognava vederlo, Joseph Ratzinger, un gigante della teologia del Novecento, lo studioso che ha scritto «Introduzione al cristianesimo», mentre restava a pregare in silenzio nella cella numero 1 del convento dei Cappuccini, il luogo dove padre Pio morì il 23 settembre 1968: un cubicolo intonacato di bianco largo quanto il lettuccio di metallo contro la parete di fondo, una Madonna con Bambino sopra la testiera, un lavello di smalto, un tavolino di legno, una sedia.

Quel giorno, Benedetto XVI parlò del Getsemani e della Passione: «Alcuni Santi hanno vissuto intensamente e personalmente questa esperienza di Gesù. Padre Pio da Pietrelcina è uno di loro. Un uomo semplice, di origini umili, “afferrato da Cristo” – come scrive di sé l’apostolo Paolo – per farne uno strumento eletto del potere perenne della sua Croce: potere di amore per le anime, di perdono e di riconciliazione, di paternità spirituale, di solidarietà fattiva con i sofferenti. Le stigmate, che lo segnarono nel corpo, lo unirono intimamente al Crocifisso-Risorto. Autentico seguace di san Francesco d’Assisi, fece propria, come il Poverello, l’esperienza dell’apostolo Paolo, così come egli la descrive nelle sue Lettere: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me».

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MARIA SEMPRE VERGINE

Cari amici, come da vostra richiesta vi espongo la Dottrina Cattolica sulla perpetua Verginità della Beata Vergine Maria. Qui vi presento una mia catechesi giovanile, mentre trovate l’insegnamento perenne del Magistero nel Catechismo della Chiesa Cattolica cattolica (N. 496-507)

LA TRIPLICE STELLA DELLE ICONE INDICA LA VERGINITA’ DELLA MADRE DI DIO PRIMA DEL PARTO, DURANTE IL PARTO E PER TUTTA LA VITA.

MARIA, SEMPRE VERGINE

            San Luigi Maria Grignion de Montfort ci insegna che se c’è un motivo per cui non conosciamo Gesù Cristo è perché non conosciamo la Vergine Maria. Detto in altri termini: più conosciamo la Vergine Maria, più ci avviciniamo a Gesù Cristo. Da qui, il motivo di questo ciclo di catechesi che, essendo mariano, ha una finalità ben precisa: portare tutti noi a credere, amare, servire Gesù come ha fatto e continua a fare Maria. D’altronde, la Madonna è qui da così tanto tempo proprio per portarci a suo Figlio. Per quale motivo? Perché oggi, con l’avanzare dell’apostasia, si sta dissolvendo la fede in Gesù Cristo Figlio di Dio, unico Salvatore del mondo. Davvero una grande preoccupazione per Maria vedere il Cristianesimo, quindi suo Figlio, colpito al cuore. 

<< Sono la Beata Vergine Maria >>

            Vorrei ora parlare di un’altra bellissima espressione con cui la Madonna, in alcune apparizioni, ha definito sé stessa: Beata Vergine Maria. Il 25 giugno 1981, infatti, a Medjugorje alcuni veggenti le chiesero chi fosse e la Madonna rispose: << Sono la Beata Vergine Maria >>. Un’espressione attribuitale anche dalla Chiesa, che merita una riflessione per capirne fino in fondo la grandezza. Sappiamo benissimo che, dopo la rivoluzione sessuale degli ultimi tempi, parlare di verginità è spesso causa di biasimo o derisione. E’ il giudizio del mondo! Ma, dal punto di vista della fede, oltre che carisma, la verginità si rivela essere una novità assoluta.       
            Soprattutto in ambito ebraico, infatti, era sconosciuta poiché per gli ebrei la donna era considerata per antonomasia una sposa che si realizzava nella maternità; inoltre, anche se in alcune religioni (specie quelle orientali) si parla di verginità, non è sicuramente da intendersi nel modo cristiano. Perché? Perché nel Cristianesimo la verginità non ha soltanto un significato fisico, ma soprattutto  interiore: l’appartenenza totale a Dio. Lo vediamo in Maria: una pienezza verso Dio, in Dio e per Dio, che coinvolge tutto il suo essere: il suo cuore (un cuore indiviso, solo per Dio), il suo pensiero (una mente soltanto aperta alla Verità), la sua anima (pura e immacolata per tutta la vita, come quando è stata concepita), oltre, naturalmente, il suo corpo. Insomma, in Maria vi è la Verginità in una pienezza assoluta.

Maria è la sempre Vergine

            C’è però una distinzione da fare: Maria, Immacolata; Maria, sempre Vergine. Sono due verità di fede diverse. Immacolata, significa che la Madonna è stata concepita, fin dal primo istante, senza il peccato originale e che per tutta la vita non ha commesso alcun peccato, nemmeno il più piccolo, conservando sempre un’anima illibata.           
            Con il termine sempre Vergine si afferma, invece, che la Madonna è rimasta per tutta la vita intatta nella verginità del corpo e anche del cuore, del pensiero e dell’anima. Maria ha concepito senza concorso di uomo, ma solo per grazia dello Spirito Santo; ha partorito rimanendo vergine (senza, quindi, che fosse offesa la sua verginità fisica); è rimasta vergine per tutta la vita.  Guardando le icone della grande tradizione orientale, si può notare come la Madonna sia rappresentata con tre stelle che stanno a indicare, appunto, la sua triplice verginità: nel concepimento, nel parto e per tutta la sua vita. Dunque, in Lei, maternità e verginità coesistono. Si tratta di una caratteristica solamente sua, proprio perché designata a diventare la Madre di Dio.

            Per illustrare ancora meglio questa importantissima tematica, vorrei leggere e commentare brevemente alcuni passi del Catechismo della Chiesa Cattolica in cui, tra l’altro, si risponde anche ad alcune obiezioni sollevate soprattutto dai protestanti. A questo proposito faccio un inciso. Come saprete, i protestanti ritengono vero che la Madonna abbia concepito per opera dello Spirito Santo, perché credono nella Divinità di Gesù; mentre, non credono che Maria sia rimasta vergine durante il parto e per tutta la vita. Questo perché essi partono da quell’espressione usata nei Vangeli: fratelli di Gesù (ad esempio in Gv 7, 5: “Infatti nemmeno i suoi fratelli credevano in lui”), deducendone che Maria abbia avuto altri figli. Ovviamente, si tratta di un’interpretazione sbagliata, perché, all’epoca di Gesù, con il termine fratelli erano indicati anche i cugini. Quindi, quando si parla di “fratelli di Gesù”, ci si riferisce ai suoi cugini, che sono probabilmente i figli dei fratelli di Giuseppe.            
            Vediamo allora che cosa si afferma al numero 496 del Catechismo della Chiesa Cattolica: “Fin dalle prime formulazioni della fede, (cioè fin dalla prima comunità cristiana) la Chiesa ha confessato che Gesù è stato concepito nel seno della Vergine Maria per la sola potenza dello Spirito Santo, ed ha affermato anche l’aspetto corporeo di tale avvenimento: Gesù è stato concepito << senza seme […], per opera dello Spirito Santo >>. Nel concepimento verginale i Padri ravvisano il segno che si tratta veramente del Figlio di Dio, il quale è venuto in una umanità come la nostra.”            Riflettete: sarebbe ben difficile, per noi, credere che Gesù sia il Figlio di Dio fatto uomo, se fosse stato concepito con seme umano. Perché da un seme umano può nascere solamente una creatura e basta. E’ proprio il concepimento avvenuto per opera dello Spirito Santo che ci porta al cuore della nostra fede: la generazione Divina di Gesù. 

Gesù è veramente figlio di Dio e veramente è nato da una Vergine

            Dall’essere ben consapevole di aver concepito senza concorso umano, la Madonna ne ha tratto un segno per sé stessa: la certezza che quel bambino fosse davvero il Figlio di Dio. Di più. Il concepimento per opera dello Spirito Santo rappresenta, anche per noi, il segno della Divina filiazione di Maria.           
Il Catechismo della Chiesa Cattolica, sempre al numero 496, continua dicendo:  
“Così, sant’Ignazio di Antiochia (inizio II secolo): << Voi siete pienamente convinti riguardo a nostro Signore che è veramente della stirpe di Davide secondo la carne, Figlio di Dio secondo la volontà e la potenza di Dio, veramente nato da una Vergine; […] veramente è stato inchiodato [alla croce] per noi, nella sua carne, sotto Ponzio Pilato. […] Veramente ha sofferto, così come veramente è risorto >>.        
            Dunque, possiamo e dobbiamo affermare che Gesù sia il Figlio di Dio, secondo la natura Divina e che sia il figlio di Maria, secondo la natura umana. Un concetto ribadito in uno degli ultimi messaggi, in cui la Madonna dice che suo Figlio è generato dal Padre, secondo la sua natura Divina, ed è generato da Lei, secondo la sua natura umana. Nel messaggio del 2 settembre 2017, infatti, la Madonna dice: << è mio Figlio, Dio generato da Dio >>. Per quale motivo lo ribadisce proprio adesso? Perché oggi più che mai si tende a negare la Divinità di Gesù Cristo, quindi a colpire a morte il cuore stesso del Cristianesimo. 

            Quando si dice che la Madonna è la Madre di Dio, bisogna intenderlo nel senso giusto: ovvero non che Lei ha generato Dio, ma che quel bambino, da Lei nato, è il Figlio di Dio, ossia è eternamente generato dal Padre. Come abbiamo visto in precedenza, Gesù ha un solo “io” Divino che agisce secondo le due nature: quella Divina (perché Lui è della stessa sostanza del Padre, infatti, Gesù dice: << Io e il Padre siamo una cosa sola >>) e quella umana che Gesù ha assunto da Maria.  Quando si parla di natura umana, s’intende dire che Gesù aveva un corpo e un’anima (con un’intelligenza e una volontà umane) creati ma uniti alla sua Divina Persona.

Al numero 497 del Catechismo della Chiesa Cattolica si afferma: 
“I racconti evangelici considerano la concezione verginale un’opera divina che supera ogni comprensione e ogni possibilità umana: << Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo >>, dice l’angelo a Giuseppe riguardo a Maria, sua sposa (Mt 1,20). La Chiesa vede in ciò il compimento della promessa divina fatta per bocca del profeta Isaia: << Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio >> (Is 7, 14), secondo la versione greca di Mt 1, 23”.

La Madonna ha concepito verginalmente

            Dal Catechismo della Chiesa Cattolica, ci viene data la risposta ad alcune obiezioni secondo cui i racconti dell’infanzia di Gesù (dei Vangeli di Luca e Matteo) sarebbero stati aggiunti in un secondo momento e in modo posticcio, visto che il Vangelo di Marco inizia subito con la predicazione di Gesù (ovviamente si tratta di obiezioni radicate nell’odierna mentalità modernista, che hanno come preciso scopo quello di negare i misteri della fede).    
Al numero 498 del Catechismo della Chiesa Cattolica si afferma: 
“Il silenzio del Vangelo secondo Marco e delle Lettere del Nuovo Testamento sul concepimento verginale di Maria è stato talvolta causa di perplessità. Ci si è potuto anche chiedere (riguardo ai racconti di Luca e Matteo) se non si trattasse di leggende o di elaborazioni teologiche senza pretese di storicità. A ciò si deve rispondere: la fede nel concepimento verginale di Gesù ha incontrato vivace opposizione, sarcasmi o incomprensione da parte dei non-credenti, giudei e pagani: essa non proveniva dalla mitologia pagana, né da qualche adattamento alle idee del tempo (cioè, il fatto che Maria abbia concepito verginalmente costituisce un qualcosa di assolutamente inedito: è un vero intervento di Dio, un miracolo! Nulla di simile esiste nelle altre religioni dell’epoca dell’impero romano, né tantomeno nella religione ebraica). Il senso di questo avvenimento è accessibile soltanto alla fede, la quale lo vede in quel “nesso che lega fra loro i vari misteri”, nell’insieme dei misteri di Cristo, dalla sua incarnazione alla sua Pasqua.”        
            Qual è la conseguenza di negare la Divinità di Gesù? Che tutti i misteri di Dio non siano più illuminati dalla fede, diventando così un enigma inaccessibile alla nostra ragione. Invece, per chi ha fede in Gesù Figlio di Dio, non c’è alcuna difficoltà a ritenere vera l’incarnazione del Verbo nel grembo della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. Ovviamente, soltanto la Madonna poteva sapere di aver concepito verginalmente e che, quindi, l’incarnazione era avvenuta per la potenza di Dio. Ancora: solo Lei (e Giuseppe, che le era accanto) poteva conoscere come avvenne il suo parto verginale. E’ bellissimo vedere come i grandi misteri della fede siano avvenuti tutti nel silenzio e nel nascondimento. Perché succede questo? Perché il sigillo Divino è umiltà e piccolezza e anche perché, molte volte, Dio non vuole che il diavolo li conosca.  
            Qui il Catechismo della Chiesa Cattolica cita Sant’Ignazio di Antiochia, quando nella Lettera agli Efesini dice: “Al principe di questo mondo rimase nascosta la verginità di Maria e anche il suo parto, e così pure la morte del Signore. Sono questi i tre misteri dall’alta voce che si sono compiuti nella quiete silente di Dio”.

Maria ha conservato la sua verginità durante il parto e per tutta la sua vita

            Come abbiamo visto, per credere che Gesù sia il Figlio di Dio, è fondamentale la fede nel concepimento verginale di Maria per opera dello Spirito Santo. Ora però vorrei esaminare meglio la continuazione di quella verginità, dato che la Madonna è rimasta vergine anche durante il parto e per tutta la sua vita. Per quanto riguarda il parto, senz’altro lo si può definire miracoloso, in quanto Maria, nel compierlo, è rimasta intatta nella sua verginità fisica. Anche dai cattolici, molte volte si sente dire che la Madonna ha partorito come tutte le altre donne. E’ un’affermazione del tutto sbagliata! Bisogna, infatti, tenere presente che durante il parto la verginità di Maria ha avuto anche un valore spirituale e cioè: essendo esente dal peccato originale, la Madonna non ha partorito nel dolore, come invece capita ad ogni altra donna figlia di Eva (nella Genesi si legge: “Dio disse alla donna: …con dolore partorirai i figli”). Per cui, sbaglia chi dice che Maria, partorendo, abbia versato sangue o cose simili, perché offende questo straordinario mistero: Maria, la sempre Vergine.         
Ai numeri 499-500, il Catechismo della Chiesa Cattolica dice:

“L’approfondimento della fede nella maternità verginale ha condotto la Chiesa a confessare la verginità reale e perpetua di Maria (un approfondimento di fede senz’altro guidato dallo Spirito Santo)anche nel parto del Figlio di Dio fatto uomo. Infatti la nascita di Cristo << non ha diminuito la sua verginale integrità, ma l’ha consacrata >>. La liturgia della Chiesa celebra Maria come la << sempre Vergine >>.

A ciò si obietta talvolta che la Scrittura parla di fratelli e di sorelle di Gesù. La Chiesa ha sempre ritenuto che tali passi non indichino altri figli della Vergine Maria: infatti Giacomo e Giuseppe, << fratelli di Gesù >> (Mt 13,55), sono i figli di una Maria discepola di Cristo, la quale è designata in modo significativo come << l’altra Maria >> (Mt 28,1). Si tratta di parenti prossimi di Gesù, secondo un’espressione non inusitata nell’Antico Testamento (come vi ho detto, si pensa fossero i figli dei fratelli di Giuseppe). 

La Madonna è la Madre di tutti gli uomini, anche dei non credenti

            Vi riporto il numero 501 del Catechismo della Chiesa Cattolica dove viene affrontato quel carisma particolare di Maria che è la verginità unita alla maternità.
“Gesù è l’unico Figlio di Maria. Ma la maternità spirituale di Maria si estende a tutti gli uomini che egli è venuto a salvare: << Ella ha dato alla luce un Figlio, che Dio ha fatto “il primogenito di una moltitudine di fratelli” (Rm 8,29), cioè dei fedeli, alla cui nascita e formazione ella coopera con amore di madre >>.

            Di qui vediamo quanto sia stata feconda la verginità di Maria. Oltre ad aver reso possibile la nascita del Figlio di Dio, ha esteso, in modo spirituale, la maternità della Madonna a tutta l’umanità. Maria è la nuova Eva, cioè la madre di tutti quelli che rinascono nell’acqua e nello Spirito Santo mediante il Battesimo. Ma attenzione: essendo la madre di tutti gli uomini, Lei è anche madre dei non credenti (infatti, quando inizia i suoi messaggi con Cari figli, Lei si rivolge proprio a tutti). Perché? Perché anche i non credenti sono chiamati alla grazia della fede: a diventare, anch’essi figli di Dio, quindi fratelli di Gesù, di cui la Madonna è Madre. Capite, allora, a quale sublime altezza sia giusto collocare la compresenza, in Maria, di verginità e maternità.

La verginità di Maria ha ispirato molte persone che l’hanno imitata

            Parecchi anni fa, scrissi un libro intitolato La Verginità di Maria e la nostra verginità, in cui ho cercato di spiegare il mistero della verginità della Madonna, il mistero della verginità cristiana e, infine, la bellezza e la grandezza della vita consacrata (infatti ne consiglio la lettura proprio alle persone consacrate).   
            La verginità di Maria è un carisma fecondo anche in questo senso: nell’aver portato, fin dall’origine del cristianesimo, tantissime persone a consacrarsi a Dio offrendo la propria verginità. Senza naturalmente dimenticare che la Fonte originaria di tale verginità, illuminante per il mondo, è Gesù Cristo stesso. Facciamoci dunque un esame di coscienza e pensiamo a quale delitto si compia sporcare il significato e il valore di questo meraviglioso dono che la Madonna ci ha dato e di cui Cristo ne è la Sorgente: la verginità. 

            Vorrei ora soffermarmi sui riflessi sulla nostra vita di quel dono così speciale, appartenente solamente alla Madonna: essere, al contempo, sempre vergine e madre. Innanzitutto, partirei col dire che l’epicentro della verginità di Maria è stato il suo concepimento verginale, avvenuto, cioè, senza concorso d’uomo. Un fatto senza dubbio miracoloso, reso possibile dalla Potenza di Dio.                 

La Madonna ha donato tutta sé stessa a Dio

            Questo è un punto focale della sua verginità fisica, conservata anche durante il parto e per tutta la vita (cioè Maria non ha avuto altri figli; non ha mai avuto rapporti sessuali). Un segno, questo, che le è servito da sostegno alla sua fede.  Il suo “sì” radicale alla volontà di Dio ha permesso al Verbo di incarnarsi nel suo grembo. Così Gesù, ancora embrione, fece sussultare di gioia il piccolo  Giovanni Battista nel grembo di Elisabetta. “In quei giorni Maria si mise in viaggio… Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo. A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?” (Lc 39, 43). “

            La Verginità di Maria non è solo un miracolo avvenuto nel suo grembo, ma anche un suo coinvolgimento interiore. La Madonna, infatti, ha proteso tutta sé stessa (cuore, mente e anima) verso la volontà di Dio, verso la Grazia e la Verità di Dio, verso l’accoglienza del Figlio, verso la docilità all’opera dello Spirito Santo, senza alcuna mediazione di creatura. Si tratta di un fatto assolutamente nuovo. Infatti, la totale appartenenza a Dio, sia dal punto di vista del corpo che dell’anima, è un carisma sconosciuto nell’Antico Testamento, anche se, subito prima del Nuovo Testamento, possiamo coglierne già un preannuncio nella figura del precursore, San Giovanni Battista.
            Quando Elisabetta incontrò Maria (incinta di Gesù) “il bambino le sussultò nel grembo”. Un fatto molto profondo, perché in quel momento Giovanni Battista venne presantificato, cioè come dicono i Padri della Chiesa, gli fu tolto il peccato originale. Perché? Perché Gesù, essendo la Fonte della Grazia, lo rese Santo e lui, sentendolo, sussultò di gioia. Così, San Giovanni Battista ebbe in dono il carisma fecondo della verginità. Fin da bambino, si ritirò nel deserto, conducendo una vita totalmente solitaria per poi essere inviato, come profeta, ad annunciare la conversione e a preparare la strada alla venuta del Verbo incarnato nel mondo.
            Anche San Giuseppe ebbe il carisma verginale. Il Vangelo dice che lui accolse Maria dopo averne conosciuto dall’angelo la sua grande missione: diventare la Madre del Signore. Aperto in modo pieno ai disegni di Dio, anche Giuseppe non fu vergine solo nel corpo, ma pure nel cuore, nella mente e, per questo, venne elevato a Patrono dei consacrati. Da sposi, Maria e Giuseppe vissero tutta la vita verginalmente. Figure di verginità sono presenti anche in religioni o filosofie non cristiane, specialmente quelle orientali. Ad esempio, nell’antica Grecia, il Tempio del Partenone – da parthenos che significa appunto “vergine” – si riferisce alla verginità della dea Atena. Però, qui, siamo davanti a un qualcosa di completamente diverso dal concetto cristiano di verginità, che, appunto, indica un rapporto particolare con Dio: un orientamento radicale della creatura verso il Creatore, senza, passare per mediazioni umane. 

Gesù è la fonte della verginità        

            Detto questo, importantissimo è fissare lo sguardo sulla Fonte della verginità che è Gesù Cristo. Gesù ha vissuto, sempre e pienamente, vergine. Però, essendo la sua natura umana unita alla Persona del Verbo, non è che Egli avesse (come Maria, come il Battista, come Giuseppe) il carisma della verginità, ma Lui (da sempre e per sempre) è la Fonte stessa della Verginità. Spiego meglio. La sua natura umana era totalmente orientata alla Persona Divina del Verbo che, a sua volta, era totalmente orientata alla Fonte originale (cioè al Padre) dalla quale è generato. Dunque, Cristo è la Sorgente del carisma della verginità riguardante, innanzitutto, la Vergine Maria, poi San Giuseppe, San Giovanni Battista, San Giovanni, San Paolo, le tante Sante vergini della prima comunità cristiana (come Agnese, Cecilia, Anastasia, Lucia) e così via. Insomma una Fonte di inesauribile fecondità, da cui è derivato (e continua a derivare) un fiume straordinario: i consacrati. A partire dall’anno 1000, la Chiesa latina ha reso obbligatorio ai sacerdoti (consacrati per eccellenza) di rimanere vergini attraverso il voto di castità. 

            Partendo dal mio libro La Verginità di Maria e la nostra verginità, vediamo come Gesù non solo sia la Fonte di miriadi di consacrati vergini che hanno irradiato e irradiano tuttora la vita della Chiesa; non solo abbia vissuto in pienezza la verginità, ma l’ha pure illustrata esplicitamente. Siamo nel Vangelo di Matteo ( cap. 19) Gesù, dopo aver spiegato il progetto di Dio Creatore (<< …da principio li creò maschio e femmina e disse: per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi >>), disse: << chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio >>. Cosa ha voluto insegnare Gesù? Che gli sposi sono chiamati alla castità matrimoniale, cioè il loro rapporto deve essere vissuto nella fedeltà e nell’amore cristiano del dono di sé, ossia come riflesso dell’amore di Cristo per la Chiesa. Davanti ad un tale insegnamento, i discepoli si spaventarono, obiettandogli: << Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi >>. Allora Gesù rispose: << Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono altri che sono stati resi eunuchi dagli uomini e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il Regno dei Cieli >>. Poi aggiunse: << Chi può capire, capisca >>, che significa: poiché per capire ci vuole la grazia dello Spirito Santo, allora nessuno può ancora capire.        
            Ebbene, Gesù parla di eunuchi, dividendoli in tre categorie. La prima comprende quelli che nascono già privi di organi di generazione o con imperfezioni fisiche tali da renderli impotenti. La seconda, quelli che, secondo l’uso orientale, erano resi eunuchi per poter affiancare regine o donne altolocate; la terza, quelli che si sono fatti eunuchi per il Regno dei Cieli, cioè si sono staccati dai loro affetti naturali, hanno rinunciato a formare una famiglia, vivono nel dono quotidiano della parola di Dio alla gente, vivono per fare la volontà di Dio. Chi è stato il primo a farsi eunuco per il Regno dei cieli? Cristo stesso! Tutto il senso e la portata della verginità vivono in Lui: sia nella totale dedizione alla volontà del Padre, sia nell’intrinseca fecondità che supera ogni misura e comprensione umana. Un esempio di quanto sia feconda la verginità vissuta ed elargita da Gesù, è il dono della paternità (o della maternità) spirituale dato a tutti coloro che rinunciano al matrimonio per dedicarsi completamente a Dio, rimanendo vergini. 

La verginità è un dono di Grazia

            Nel mio libro La Verginità di Maria e la nostra verginità scrivo:    
Quando Gesù pronuncia queste parole (cioè quando parla degli eunuchi), gli apostoli hanno davanti agli occhi Colui che, per primo, si è fatto eunuco per il Regno dei Cieli. E per quanto fossero di difficile comprensione, la sua personale testimonianza aiutava gli apostoli ad accogliere il mistero del celibato cristiano. La vita stessa di Cristo era, per loro, l’esegesi di quella frase. Leggendo questo testo del Vangelo, balza agli occhi il fatto che la verginità è un valore scelto personalmente, cioè non è imposto da circostanze esterne, è una libera elezione che, passando attraverso il martirio del cuore, coinvolge tutta la persona.         
            E’ una decisione esistenziale profondissima, alla cui origine c’è un dono speciale di Grazia. Perché alcuni si sono resi eunuchi per libera scelta? Non per timore di compromettersi nella grande avventura dell’amore umano, ma per il Regno dei Cieli, cioè per un amore più grande che è Cristo (quindi “gli eunuchi per il Regno di Dio” non rinunciano all’amore, ma amano Dio, amano Cristo sopra ogni cosa, senza mediazione umana) e per una famiglia più grande, cioè gli uomini, al cui servizio essi pongono la loro vita. Poi c’è un altro aspetto che va sottolineato nelle parole di Gesù “Chi vuol capire, capisca”: è il mistero soprannaturale di questa scelta. Com’è difficile per la mente umana capire cosa significa avere un carisma come questo!
            Credetemi, io che sono nel sacerdozio, vi garantisco che la maggioranza dei sacerdoti vive pienamente questo carisma. Non è vero quello che passa attraverso i mass media, perché – grazie a Dio! – non mancano certamente la chiamata di Cristo e il dono della Grazia dello Spirito Santo.  Quindi, la decisione di rinunciare ad una propria famiglia, ai propri affetti e averi per mettersi totalmente al servizio di Dio e del prossimo, alla mente umana è incomprensibile, anzi, per usare una parola paolina: è una follia. La verginità è un dono di Grazia. Solamente chi ha questo dono lo capisce. Perché, se Dio non concedesse ad alcuni di comprendere questo valore, essi non potrebbero sceglierlo e anche tutti gli altri che non sono chiamati su questa strada, solo nella luce soprannaturale (cioè nella fede) possono riconoscerne l’importanza.          
            Pertanto, cari ragazzi, teniamo a mente questi punti: a tutti viene chiesto il martirio del cuore anche a chi si sposa! A tutti viene chiesto di amare Dio e Cristo sopra ogni cosa e subordinare a questo amore soprannaturale anche gli affetti naturali (Gesù dice: << Chi ama il padre, la madre, la moglie, il marito, i figli, più di me, non è degno di me >>, perché ogni volta che ci affezioniamo ad una creatura più che al Creatore, cadiamo nell’idolatria). Per noi cristiani, amare Dio sopra ogni cosa, è quel martirio del cuore che dobbiamo affrontare, rinunciando a tanti idoli della carne. All’interno di questo martirio del cuore, alcuni sono chiamati e hanno il dono di capire e di scegliere un amore e un servizio ancora più grandi. 

            Noi sappiamo che San Paolo ebbe il dono della verginità. Nella Prima Lettera ai Corinti dice: << Vorrei che tutti fossero come me, ma ognuno ha il proprio dono da Dio: chi in un modo, chi in un altro >>. Poi dice: << Chi non è sposato, si preoccupa delle cose del Signore”. Infatti,  Chi ha una famiglia deve attendere ad essa come primo e più esigente dovere . E’ dunque necessario andarci molto piano, prima di pensare di abolire il celibato dei sacerdoti: sarebbe un vero e proprio impoverimento per la Chiesa!

La vita consacrata è una vita donata totalmente a Dio

            Con l’espressione “consacrazione” si intende un dono specifico della verginità. Consacrati sono tutti quelli che sono chiamati a fare della loro vita un dono totale e radicale a Dio, per potersi dedicare al Regno di Dio e al prossimo. Sono i sacerdoti e le suore. Consacrarsi a Dio è un carisma speciale che nasce dal Cuore di Cristo per diventare origine di Grazia nella storia della Chiesa. Gesù stesso l’ha vissuto e ne è la Fonte. E’ importantissimo, dunque, riscoprirlo, riviverlo, rafforzarlo, affinché porti molti frutti. Cari ragazzi, se qualcuno di voi sente questa chiamata speciale, allora faccia discernimento e poi risponda con generosità.
            Riguardo alla mia esperienza, io vi posso dire questo: se dovessi rinascere, sarei felice di ripercorrere tutta la strada che ho fatto Perché? Perché, al totale servizio di Dio, sento la mia vita pienamente realizzata; mi sento più padre rispetto a tanti altri padri, addirittura, mi sento madre! Quanti “figli della verginità” vedremo in Cielo! Non posso che ringraziare Dio!        
            E questo vale per tutti i sacerdoti, le suore, per tutti i consacrati insomma. Sapete che le monache e i monaci rinchiusi nei monasteri e considerati dal mondo addirittura inutili, salvano moltissime anime con le loro preghiere?

Anche gli sposi sono chiamati alla verginità

            Senza dubbio, la maggioranza delle persone sono chiamate al Sacramento del matrimonio. E’ una vocazione meravigliosa che voi, cari ragazzi, dovete assolutamente riscoprire. Ma attenzione. Sia pure in altro modo, il tema della verginità vale anche per coloro che si sposano. In che senso? Nel senso che gli sposi vivono il carisma della verginità, sperimentando la virtù della castità. Che cos’è la virtù della castità? In sostanza è il dominio di sé: una necessità fondamentale. Senza una tale virtù, si diventa schiavi della lussuria. Questo è spaventoso! La natura umana è stata ferita principalmente su due versanti: quello della violenza e quello della lussuria. Può essere aggiunta anche la cupidigia, ma, dalla Sacra Scrittura, appare chiaro che il peccato originale si esprime soprattutto nella violenza (infatti, appena dopo il peccato originale, Caino uccise Abele) e nei disordini sessuali.          
            Cari amici, la lussuria è la fonte di innumerevoli mali. Che cosa significa “lussuria”? Sesso selvaggio, cioè non sapere dominare i propri istinti sessuali. Si tratta di una cosa veramente molto grave! Se una persona non impara fin da giovane (o perlomeno da adulta) ad essere padrona di sé, allora diventa come un fuscello che il vento delle passioni porta da ogni parte. A dirlo sono perfino alcune religioni o filosofie non cristiane (come il buddhismo, lo stoicismo). Sappiate che la maggioranza dei matrimoni si sfascia proprio  a causa della lussuria perché porta infedeltà, adulteri, aggressività, violenze, omicidi  e questo purtroppo lo riscontriamo spesso nella cronaca quotidiana. Guai a noi! Essere schiavi della lussuria è come essere schiavi della droga, se non peggio! Queste sono dipendenze che rovinano. Voi pensate, tra l’altro, a quanti soldi spendono milioni di uomini per andare con le prostitute: magari questi soldi li sottraggono alle loro famiglie, a sé stessi! Senza poi contare il pericolo di contrarre malattie molto pericolose per sé e per gli altri.

I fidanzati sono chiamati a vivere la castità nella continenza


            Ragazzi, questa è una vita orribile! Allora, vi prepongo questo impegno: iniziate fin dalla vostra giovane età a combattere spiritualmente per non cadere nella dipendenza del sesso, per aver rispetto della vostra persona e di quella degli altri. Mi raccomando, cercate di concepire il sesso come un dono di Dio. Anche il cammino che prepara al matrimonio deve essere vissuto secondo l’ordine di Dio.           
            A riguardo, il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2350 dice:  
“I fidanzati sono chiamati a vivere la castità nella continenza (la castità, infatti, è il dominio di sé). Messi così alla prova, scopriranno il reciproco rispetto, si alleneranno alla fedeltà e alla speranza di riceversi l’un l’altro da Dio. Riserveranno al tempo del matrimonio le manifestazioni di tenerezza proprie dell’amore coniugale. Si aiuteranno vicendevolmente a crescere nella castità.          
            Ecco, questo è il cammino che viene proposto ai fidanzati dalla Parola di Dio e dalla Chiesa. Mentre agli sposi è proposto di conservarsi nella castità matrimoniale, che non significa non vivere la sessualità, ma vuol dire viverla in un contesto di amore, di dono di sé e nel rispetto della legge morale. A mio parere, sarebbe molto bello che gli sposi, insieme, offrissero il loro amore sponsale a Dio: un cuore solo nel Cuore di Gesù, cioè una consacrazione proprio della coppia, di quel patto di amore reciproco. Con l’aiuto della preghiera, questo renderebbe la famiglia un luogo di pace, di amore, di fecondità e di creatività, cioè di cooperazione con Dio Creatore nel chiamare degli esseri dal nulla alla vita. Per cui, anche per le coppie sposate c’è la proposta di vivere insieme la verginità del cuore, ossia vivere la vita matrimoniale come dono a Dio, come servizio a Dio, alla Chiesa e al prossimo.

So benissimo che sono argomenti controcorrente, però fatevi una domanda: c’è qualcuno di felice in questo porcile in cui il mondo è precipitato? Non mi sembra proprio, anzi! Cari ragazzi, tenetelo bene a mente: la felicità si trova quando si sperimenta l’amore vero che è sempre dono di sé.

( Padre Livio – Maria di Nazareth – Edizioni Sugarco)

🔴LIVE🔴 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – Puntata 206 – I MISTERI DELLA VITA PUBBLICA DI GESU’

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NORME SULLA CONCESSIONE DELL’INDULGENZA DURANTE IL GIUBILEO ORDINARIO DELL’ANNO 2025

“Ora è giunto il tempo di un nuovo Giubileo, nel quale spalancare ancora la Porta Santa per offrire l’esperienza viva dell’amore di Dio” (Spes non confundit, 6). Nella bolla di indizione del Giubileo Ordinario del 2025, il Santo Padre, nel momento storico attuale in cui “immemore dei drammi del passato, l’umanità è sottoposta a una nuova e difficile prova che vede tante popolazioni oppresse dalla brutalità della violenza” (Spes non confundit, 8), chiama tutti i cristiani a farsi pellegrini di speranza. Questa è una virtù da riscoprire nei segni dei tempi, i quali, racchiudendo “l’anelito del cuore umano, bisognoso della presenza salvifica di Dio, chiedono di essere trasformati in segni di speranza” (Spes non confundit, 7), che dovrà essere attinta soprattutto nella grazia di Dio e nella pienezza della Sua misericordia.

Già nella bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia del 2015, Papa Francesco sottolineava quanto l’Indulgenza acquistasse in quel contesto “un rilievo particolare” (Misericordiae vultus, 22), poiché la misericordia di Dio “diventa indulgenza del Padre che, attraverso la Sposa di Cristo, raggiunge il peccatore perdonato e lo libera da ogni residuo della conseguenza del peccato” (ibid.). Analogamente oggi il Santo Padre dichiara che il dono dell’Indulgenza “permette di scoprire quanto sia illimitata la misericordia di Dio. Non è un caso che nell’antichità il termine «misericordia» fosse interscambiabile con quello di «indulgenza», proprio perché esso intende esprimere la pienezza del perdono di Dio che non conosce confini” (Spes non confundit, 23). L’Indulgenza, dunque, è una grazia giubilare.

Anche in occasione del Giubileo Ordinario del 2025, pertanto, per volontà del Sommo Pontefice, questo “Tribunale di Misericordia”, cui spetta disporre tutto ciò che concerne la concessione e l’uso dell’Indulgenza, intende spronare gli animi dei fedeli a desiderare ed alimentare il pio desiderio di ottenere l’Indulgenza come dono di grazia, proprio e peculiare di ogni Anno Santo e stabilisce le seguenti prescrizioni, affinché i fedeli possano usufruire delle “disposizioni per poter ottenere e rendere effettiva la pratica dell’Indulgenza Giubilare” (Spes non confundit, 23).

Durante il Giubileo Ordinario del 2025 resta in vigore ogni altra concessione di Indulgenza. Tutti i fedeli veramente pentiti, escludendo qualsiasi affetto al peccato (cfr. Enchiridion Indulgentiarum, IV ed., norm. 20, § 1) e mossi da spirito di carità e che, nel corso dell’Anno Santo, purificati attraverso il sacramento della penitenza e ristorati dalla Santa Comunione, pregheranno secondo le intenzioni del Sommo Pontefice, dal tesoro della Chiesa potranno conseguire pienissima Indulgenza, remissione e perdono dei loro peccati, da potersi applicare alle anime del Purgatorio in forma di suffragio:

I.- Nei sacri pellegrinaggi

I fedeli, pellegrini di speranza, potranno conseguire l’Indulgenza Giubilare concessa dal Santo Padre se intraprenderanno un pio pellegrinaggio:

verso qualsiasi luogo sacro giubilare: ivi partecipando devotamente alla Santa Messa (ogniqualvolta lo permettano le norme liturgiche si potrà ricorrere anzitutto alla Messa propria per il Giubileo oppure alla Messa votiva: per la riconciliazione, per la remissione dei peccati, per chiedere la virtù della carità e per la concordia dei popoli); ad una Messa rituale per il conferimento dei sacramenti di iniziazione cristiana o l’Unzione degli infermi; alla celebrazione della Parola di Dio; alla Liturgia delle ore (ufficio delle letture, lodi, vespri); alla Via Crucis; al Rosario mariano; all’inno Akathistos; ad una celebrazione penitenziale, che termini con le confessioni individuali dei penitenti, come è stabilito nel rito della Penitenza (forma II);

in Roma: ad almeno una delle quattro Basiliche Papali Maggiori di San Pietro in Vaticano, del Santissimo Salvatore in Laterano, di Santa Maria Maggiore, di San Paolo fuori le Mura;

in Terra Santa: ad almeno una delle tre basiliche: del Santo Sepolcro in Gerusalemme, della Natività in Betlemme, dell’Annunciazione in Nazareth;

in altre circoscrizioni ecclesiastiche: alla chiesa cattedrale o altre chiese e luoghi sacri designati dall’Ordinario del luogo. I Vescovi terranno conto delle necessità dei fedeli nonché della stessa opportunità di mantenere intatto il significato del pellegrinaggio con tutta la sua forza simbolica, capace di manifestare il bisogno ardente di conversione e di riconciliazione;

II.- Nelle pie visite ai luoghi sacri

Altresì, i fedeli potranno conseguire l’Indulgenza giubilare se, individualmente, o in gruppo, visiteranno devotamente qualsiasi luogo giubilare e lì, per un congruo periodo di tempo, si intratterranno nell’adorazione eucaristica e nella meditazione, concludendo con il Padre Nostro, la Professione di Fede in qualsiasi forma legittima e invocazioni a Maria, Madre di Dio, affinché in questo Anno Santo tutti “potranno sperimentare la vicinanza della più affettuosa delle mamme, che mai abbandona i suoi figli” (Spes non confundit, 24).

Nella particolare occasione dell’Anno giubilare, si potranno visitare, oltre ai predetti insigni luoghi di pellegrinaggio, anche questi altri luoghi sacri alle stesse condizioni:

in Roma: la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, la Basilica di San Lorenzo al Verano, la Basilica di San Sebastiano (si raccomanda vivamente la devota visita detta “delle sette Chiese”, tanto cara a San Filippo Neri), il Santuario del Divino Amore, la Chiesa di Santo Spirito in Sassia, la Chiesa di San Paolo alle Tre Fontane, luogo del Martirio dell’Apostolo, le Catacombe cristiane; le chiese dei cammini giubilari dedicati rispettivamente all’Iter Europaeum e le chiese dedicate alle Donne Patrone d’Europa e Dottori della Chiesa (Basilica di Santa Maria sopra Minerva, Santa Brigida a Campo de’ Fiori, Chiesa Santa Maria della Vittoria, Chiesa di Trinità dei Monti, Basilica di Santa Cecilia a Trastevere, Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio);

in altri luoghi nel mondo: le due Basiliche Papali minori di Assisi, di San Francesco e di Santa Maria degli Angeli; le Basiliche Pontificie della Madonna di Loreto, della Madonna di Pompei, di Sant’Antonio di Padova; qualsiasi Basilica minore, chiesa cattedrale, chiesa concattedrale, santuario mariano nonché, per l’utilità dei fedeli, qualsiasi insigne chiesa collegiata o santuario designato da ciascun Vescovo diocesano od eparchiale, come pure santuari nazionali o internazionali, “luoghi santi di accoglienza e spazi privilegiati per generare speranza” (Spes non confundit, 24), indicati dalle Conferenze Episcopali.

I fedeli veramente pentiti che non potranno partecipare alle solenni celebrazioni, ai pellegrinaggi e alle pie visite per gravi motivi (come anzitutto tutte le monache e i monaci di clausura, gli anziani, gli infermi, i reclusi, come pure coloro che, in ospedale o in altri luoghi di cura, prestano servizio continuativo ai malati), conseguiranno l’Indulgenza giubilare, alle medesime condizioni se, uniti in spirito ai fedeli in presenza, particolarmente nei momenti in cui le parole del Sommo Pontefice o dei Vescovi diocesani verranno trasmesse attraverso i mezzi di comunicazione, reciteranno nella propria casa o là dove l’impedimento li trattiene (ad es. nella cappella del monastero, dell’ospedale, della casa di cura, del carcere…) il Padre Nostro, la Professione di Fede in qualsiasi forma legittima e altre preghiere conformi alle finalità dell’Anno Santo, offrendo le loro sofferenze o i disagi della propria vita;

III.-Nelle opere di misericordia e di penitenza

Inoltre, i fedeli potranno conseguire l’Indulgenza giubilare se, con animo devoto, parteciperanno alle Missioni popolari, a esercizi spirituali o ad incontri di formazione sui testi del Concilio Vaticano II e del Catechismo della Chiesa Cattolica, da tenersi in una chiesa o altro luogo adatto, secondo la mente del Santo Padre.

Nonostante la norma secondo cui si può conseguire una sola Indulgenza plenaria al giorno (cfr. Enchiridion Indulgentiarum, IV ed., norm. 18, § 1), i fedeli che avranno emesso l’atto di carità a favore delle anime del Purgatorio, se si accosteranno legittimamente al sacramento della Comunione una seconda volta nello stesso giorno, potranno conseguire due volte nel medesimo giorno l’Indulgenza plenaria, applicabile soltanto ai defunti (si intende all’interno di una celebrazione Eucaristica; cfr. can. 917 e Pontificia Commissione per l’interpretazione autentica del CIC, Responsa ad dubia, 1, 11 iul. 1984). Tramite questa duplice oblazione, si compie un lodevole esercizio di carità soprannaturale, per quel vincolo al quale sono congiunti nel Corpo mistico di Cristo i fedeli che ancora peregrinano sulla terra, insieme a quelli che già hanno compiuto il loro cammino, in virtù del fatto che “l’indulgenza giubilare, in forza della preghiera, è destinata in modo particolare a quanti ci hanno preceduto, perché ottengano piena misericordia” (Spes non confundit, 22).

Ma, in modo più peculiare, proprio “nell’Anno Giubilare saremo chiamati ad essere segni tangibili di speranza per tanti fratelli e sorelle che vivono in condizioni di disagio” (Spes non confundit, 10): l’Indulgenza viene pertanto annessa anche alle opere di misericordia e di penitenza, con le quali si testimonia la conversione intrapresa. I fedeli, seguendo l’esempio e il mandato di Cristo, siano stimolati a compiere più frequentemente opere di carità o misericordia, principalmente al servizio di quei fratelli che sono gravati da diverse necessità. Più precisamente riscoprano “le opere di misericordia corporale: dare da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, accogliere i forestieri, assistere gli ammalati, visitare i carcerati, seppellire i morti” (Misericordiae vultus, 15) e riscoprano altresì “le opere di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti” (ibid.).

Allo stesso modo i fedeli potranno conseguire l’Indulgenza giubilare se si recheranno a rendere visita per un congruo tempo ai fratelli che si trovino in necessità o difficoltà (infermi, carcerati, anziani in solitudine, diversamente abili… ), quasi compiendo un pellegrinaggio verso Cristo presente in loro (cfr. Mt 25, 34-36) e ottemperando alle consuete condizioni spirituali, sacramentali e di preghiera. I fedeli, senza dubbio, potranno ripetere tali visite nel corso dell’Anno Santo, acquisendo in ciascuna di esse l’Indulgenza plenaria, anche quotidianamente.

L’Indulgenza plenaria giubilare potrà essere conseguita anche mediante iniziative che attuino in modo concreto e generoso lo spirito penitenziale che è come l’anima del Giubileo, riscoprendo in particolare il valore penitenziale del venerdì: astenendosi, in spirito di penitenza, almeno durante un giorno da futili distrazioni (reali ma anche virtuali, indotte ad esempio dai media e dai social network) e da consumi superflui (per esempio digiunando o praticando l’astinenza secondo le norme generali della Chiesa e le specificazioni dei Vescovi), nonché devolvendo una proporzionata somma in denaro ai poveri; sostenendo opere di carattere religioso o sociale, in specie a favore della difesa e protezione della vita in ogni sua fase e della qualità stessa della vita, dell’infanzia abbandonata, della gioventù in difficoltà, degli anziani bisognosi o soli, dei migranti dai vari Paesi “che abbandonano la loro terra alla ricerca di una vita migliore per se stessi e per le loro famiglie” (Spes non confundit, 13); dedicando una congrua parte del proprio tempo libero ad attività di volontariato, che rivestano interesse per la comunità o ad altre simili forme di personale impegno.

Tutti i Vescovi diocesani o eparchiali e coloro che nel diritto sono ad essi equiparati, nel giorno più opportuno di questo tempo giubilare, in occasione della principale celebrazione in cattedrale e nelle singole chiese giubilari, potranno impartire la Benedizione Papale con annessa Indulgenza plenaria, conseguibile da tutti i fedeli che riceveranno tale Benedizione alle consuete condizioni.

Affinché l’accesso al sacramento della Penitenza e al conseguimento del perdono divino attraverso il potere delle Chiavi sia pastoralmente facilitato, gli Ordinari locali sono invitati a concedere ai canonici e ai sacerdoti, che nelle Cattedrali e nelle Chiese designate per l’Anno Santo potranno ascoltare le confessioni dei fedeli, le facoltà limitatamente al foro interno, di cui, per i fedeli delle Chiese orientali, al can. 728, § 2 del CCEO, e nel caso di un’eventuale riserva, quelle per il can. 727, esclusi, come è evidente, i casi considerati nel can. 728, § 1; mentre per i fedeli della Chiesa latina, le facoltà di cui al can. 508, § 1 del CIC.

Al riguardo, questa Penitenzieria esorta tutti i sacerdoti ad offrire con generosa disponibilità e dedizione di sé la più ampia possibilità ai fedeli di usufruire dei mezzi della salvezza, adottando e pubblicando fasce d’orario per le confessioni, in accordo con i parroci o i rettori delle chiese limitrofe, facendosi trovare in confessionale, programmando celebrazioni penitenziali a cadenza fissa e frequente, offrendo anche la più ampia disponibilità di sacerdoti che, per raggiunti limiti di età, siano privi di incarichi pastorali definiti. A seconda delle possibilità ci si ricordi altresì, in conformità al Motu proprio Misericordia Dei, dell’opportunità pastorale di ascoltare le Confessioni anche durante la celebrazione della Santa Messa.

Per agevolare il compito dei confessori, la Penitenzieria Apostolica, per mandato del Santo Padre, dispone che i sacerdoti che accompagneranno o si uniranno a pellegrinaggi giubilari fuori della propria Diocesi, possano avvalersi delle stesse facoltà di cui sono stati provvisti nella propria Diocesi dalla legittima autorità. Speciali facoltà saranno poi conferite da questa Penitenzieria Apostolica ai penitenzieri delle basiliche papali romane, ai canonici penitenzieri o ai penitenzieri diocesani istituiti nelle singole circoscrizioni ecclesiastiche.

I confessori, dopo aver amorevolmente istruito i fedeli sulla gravità dei peccati ai quali è annessa una riserva o una censura, determineranno, con carità pastorale, appropriate penitenze sacramentali, tali da condurli il più possibile ad uno stabile ravvedimento e, a seconda della natura dei casi, da invitarli alla riparazione di eventuali scandali e danni.

La Penitenzieria infine invita caldamente i Vescovi, in quanto detentori del triplice munus di insegnare, di guidare e di santificare, ad aver cura di spiegare chiaramente le disposizioni e i principi qui proposti per la santificazione dei fedeli, tenendo conto in modo particolare delle circostanze di luogo, di cultura e di tradizioni. Una catechesi adatta alle caratteristiche socio-culturali di ciascun popolo potrà proporre in maniera efficace il Vangelo e l’interezza del messaggio cristiano, radicando più profondamente nei cuori il desiderio di questo dono unico, ottenuto in virtù della mediazione della Chiesa.

Il presente Decreto ha validità per l’intero Giubileo Ordinario del 2025, nonostante qualunque disposizione contraria.

Dato in Roma, dalla sede della Penitenzieria Apostolica, il 13 maggio 2024, Memoria della Beata Vergine Maria di Fatima.

Angelo Card. De Donatis

Penitenziere Maggiore

S.E. Mons. Krzysztof Nykiel

L’INVOCAZIONE DEL NOME DI GESU’

Cari amici, la Madonna ci invita a pregare anche con invocazioni brevissime, che sono come giavellotti di amore (giaculatorie) indirizzati ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria. Una di queste preghiere è l’invocazione del nome di Gesù, che significa “Salvatore”

1 – L’invocazione di Gesù può essere fatta in molti modi. Ognuno può trovare la forma che più gli è facile nella preghiera personale, ma, qualsiasi formula venga usata, il cuore e il fulcro dell’invocazione dovrà essere il Sacro Nome stesso, la parola «Gesù», nella quale risiede tutta la forza dell’invocazione.

2 – Il Nome Gesù può essere invocato da solo, oppure in una frase più sviluppata. Nell’Oriente la frase più comune è: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore». Ma si potrebbe semplicemente dire: «Gesù Cristo», o «Signore Gesù». L’invocazione può essere ridotta anche alla sola parola «Gesù».

3 – Quest’ultima forma, cioè il solo nome Gesù, è il modello più antico dell’invocazione del Nome.
E’ la più breve e la più semplice e, crediamo, la più facile. Quindi, senza deprezzare le altre forme, possiamo suggerire l’uso della sola parola «Gesù ».

4 – Così, quando parleremo della invocazione del Nome, intendiamo la frequente e devota ripetizione del Nome stesso, «Gesù», senza altre aggiunte. Il Sacro Nome è la preghiera.

5 – Il nome di Gesù può essere pronunziato o pensato silenziosamente. In ambedue i casi vi è una vera invocazione del Nome: orale nel primo, puramente mentale nel secondo. Questa preghiera favorisce un facile passaggio dall’orazione orale a quella mentale; la ripetizione orale del nome, se è lenta e pensosa, fa sì che si giunga alla preghiera mentale e predispone l’animo alla contemplazione.

6 – L’invocazione del nome può essere praticata ovunque e in qualsiasi momento; possiamo pronunciare il Nome di Gesù nelle strade, dove lavoriamo, nella nostra stanza, in chiesa, ecc…. Possiamo ripetere il nome mentre camminiamo. Oltre a questo libero uso del nome, non determinato o limitato da nessuna regola, buona cosa è stabilire un tempo e un luogo per una regolare invocazione del Nome. Chi è avanzato in questa forma di preghiera può fare a meno di tali adattamenti, che sono però una necessaria condizione per i principianti.

7 – Se vogliamo consacrare ogni giorno qualche tempo all’invocazione del Nome, (oltre alla libera invocazione che dovrebbe essere fatta il più frequentemente possibile), dobbiamo seguire la norma di praticarla, circostanze permettendo, in un posto solitario e quieto. – Quando tu preghi, entra nel segreto della tua stanza, e, chiusa la porta, allora prega il tuo Padre che è nel segreto -.La posizione del corpo non ha molta importanza: si può camminare, sedere, stare distesi o in ginocchio. La migliore posizione è quella che conduce a una maggiore quiete fisica e concentrazione interiore. La posizione esprimente umiltà e adorazione dà maggior aiuto.

8 – Prima di iniziare l’invocazione del nome di Gesù mettiti in pace con te stesso, concentrati e domanda l’ispirazione e la guida dello Spirito Santo. «Nessun uomo può dire: Gesù è il Signore, se non mediante lo Spirito Santo». Il Nome di Gesù non può mai penetrate nel cuore che non è ricolmo del purificante soffio della fiamma dello Spirito. Lo Spirito stesso abiterà e accenderà in noi il Nome del Figlio.

9 – A questo. punto, semplicemente comincia; per camminare si deve fare il primo passo; per nuotare ci si deve gettare nell’acqua. Lo stesso accade per l’invocazione del Nome. Principia a rispettarlo con adorazione e amore, afferrati a lui, pronuncialo con frequenza. Non pensare di stare invocando il Nome, pensa soltanto a Gesù. Dì il suo nome piano, dolcemente, quietamente.

10 – Un errore comune a tutti i principianti è il desiderio di associare l’invocazione del Sacro Nome a una profonda e intensa emozione, tentando di pronunciarlo con gran forza. Ma il nome di Gesù non è fatto per essere urlato, o formulato con violenza, ancorché interiore. Quando a Elia fu comandato di stare davanti al Signore, si scatenò un grande e forte vento, ma il Signore non era nel vento; e dopo il vento venne il terremoto, ma il Signore non era nel terremoto; e dopo il terremoto un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco venne una sommessa piccola voce. E fu così che quando Elia la udì nascose la sua faccia nel mantello, e uscì fuori e rimase in adorazione.
Lo strenuo sforzo e la ricerca di uno stato di tensione non giovano. Nel ripetere il Sacro Nome, raccogli quietamente, a poco a poco, i tuoi pensieri, le tue sensazioni, la tua volontà attorno a esso: ricomponi su di lui il tuo intero essere. Lascia che il Nome penetri la tua anima, come una macchia d’olio si diffonde e impregna un pezzo di stoffa. Non permettere che alcuna parte di te sia distratta, rendi il tuo essere recettivo e circondalo col Nome.

11 – Anche durante l’invocazione del Nome, la sua ripetizione orale non deve essere continua; il Nome pronunciato deve essere in­terrotto e differito da secondi o minuti di pau­sa silenziosa e di concentrazione. La ripetizio­ne del Nome può essere paragonata al battito delle ali col quale l’uccello si alza nell’aria. Così, l’anima, giunta al pensiero di Gesù e ricolma del ricordo di lui, può interrompere la ripetizione del Nome e riposare in Nostro Signore. La ripetizione sarà ripresa, quando altri pensieri minacciano di espellere il pensie­ro di Gesù; allora l’invocazione comincerà di nuovo al fine di ottenere più fresco vigore.

12 – Potrai ripetere l’invocazione quanto a lungo desideri o puoi. La preghiera viene naturalmente interrotta dalla stanchezza; non cercare di insistere. Ma ricominciala di nuovo quando e dove ti senti disposto. A suo tempo sentirai il nome di Gesù salire alle labbra spontaneamente e rimanere quasi costantemente presente alla mente in modo silente e pacato. Perfino il tuo sonno sarà avvolto dal Nome e dal ricor­do di Gesù. «Io dormo ma il mio cuore veglia» (Cantico dei Cantici).

13 – Quando siamo impegnati nella invocazione del Nome, è naturale che si speri e si insista per ricevere qualche positivo o tangibile risultato e cioè sentire che abbiamo stabilito un reale contatto con la persona di Nostro Signore: «Se io potessi sfiorare appena il tuo manto, sarei guarito» (Matteo, 9-21). Questa felicissima esperienza è l’acme desiderato dell’invocazione del nome. «Io non ti lascerò andare, se non mi benedici». Ma dobbiamo evitare una troppa inquieta attesa per tale esperienza: l’emozione religiosa può facilmente diventare un mascheramento e cau­sa di una pericolosa bramosia e passione. Non pensiamo affatto che l’aver trascorso un certo tempo nell’invocazione del Nome, senza «provare» qualcosa, sia tempo speso male e lo sforzo sia infruttifero; al contrario, questa apparentemente sterile preghiera, può essere più gradita a Dio dei momenti di rapimento, essendo scevra da ogni egoistica ricerca di gaudio spirituale; essa è la preghiera della pura, nuda volontà. Dobbiamo continuare a consacrare ogni giorno un tempo prestabilito e regolare all’invocazione del Nome, anche se ci sembra che questa preghiera lasci freddi e aridi. Questo accurato esercizio della volontà, questa calma veglia nel Nome non può mancare di apportarci benedizione e forza.

14 – Inoltre, l’invocazione del Nome ra­ramente ci lascia in uno stato d’aridità. Coloro che hanno una qualche esperienza di ciò convengono che viene spesso accompagnata da uno stato d’animo di gioia, tepore e luce. Uno ha l’impressione di muoversi e camminare nel­la luce. In questa preghiera non vi è né pesan­tezza, né stanchezza, né sforzo. «Il tuo Nome è come unguento sparso… Trascinami, correre­mo dietro a te» (Il Cantico dei Cantici).

Un Monaco della Chiesa Orientale

IL MISTERO DEL NATALE

I re Magi sono il modello dei cercatori di Dio

I re Magi sono i prototipi dei cercatori di Dio di tutti i tempi. Il termine “cercatori di Dio” in croato è stato usato dalla Regina della pace nel Messaggio del 25 settembre 2022: «siate gioiosi cercatori di Dio». Si tratta di una parole che ha sorpreso i croati stessi e che potrebbe aprirci a una prospettiva di speranza proprio perché è un’esortazione rispetto ad altre costatazioni piuttosto severe che la Madonna ha fatto sul rapporto dell’umanità con Dio. In tutti questi anni la Regina della pace instancabilmente ha richiamato l’umanità secolarizzata, atea e materialista; nei primi Messaggi di Medjugorje, infatti, la Madonna disse che il peccato più grave dell’uomo contemporaneo è proprio quello di non cercare Dio, di vivere come se Dio non ci fosse.

Invece del Dio vivo e vero, gli uomini hanno iniziato ad adorare gli idoli. Difatti, la Regina della pace disse che abbiamo rifiutato la fede e la Croce e siamo diventati pagani: «la croce e la fede sono rifiutate» (25 settembre 2020). Nei Messaggi di Medjugorje, la prima denuncia fatta dalla Regina della pace è proprio il fenomeno di un mondo che fa a meno di Dio, non lo cerca e vive come se non ci fosse. Questo, da fenomeno di nicchia è diventato di massa; il comunismo ha certamente imposto l’ateismo, ma in Occidente la gente ha lasciato che questa corrente di pensiero permeasse nella società in maniera quasi naturale e spontanea. L’uomo moderno occidentale veramente non cerca Dio, si affida alla pseudoscienza, non riceve più i Sacramenti, non osserva più i Comandamenti e vive come se Dio non ci fosse. Non c’è più la legge morale, basta guardarsi intorno.

Dopo aver descritto la secolarizzazione atea che si è imposta nel mondo, soprattutto in Occidente, la Regina della pace ha fatto analisi più profonde e più negative dicendo che l’uomo non solo non si interessa a Dio, ma non lo vuole. Nel Messaggio del 25 gennaio 2023 la Regina della pace ha detto: «Il futuro è al bivio perché l’uomo moderno non vuole Dio. Perciò l’umanità va verso la perdizione»; siamo passati da un atteggiamento di rimozione di Dio all’ostilità.

Nel Messaggio del 17 Settembre 2019 a Ivan la Regina della pace ha costatato che satana sta realizzando il suo piano proprio perché l’uomo sta mettendo se stesso al posto di Dio: «Cari figli, vi invito in modo particolare a pregare per le mie intenzioni, in modo che fermiate, mediante le vostre preghiere, il piano di satana sull’umanità, che è ogni giorno più lontana da Dio, invece di Dio mette al primo posto se stessa e distrugge tutto ciò che è bello e buono nelle anime di ciascuno di voi. Perciò, figlioli, pregate, digiunate e fate la volontà di Dio, in modo da essere coscienti di quanto Dio vi ama. Grazie per aver risposto alla mia chiamata». Di fatto è così ed è molto pericoloso che l’uomo si metta al posto di Dio perché in questo modo fa il gioco di satana.

In tutti questi anni la Madonna non ha mai smesso di metterci in guardia dal pericolo dell’allontanamento da Dio; i credenti oggi non mancano ma sono solamente delle minoranze sulle quali la Regina della pace sicuramente ripone molta speranza, però sono ininfluenti nella società di oggi. In un certo senso, la visione atea della vita ha vinto. Laddove si adora la proiezione di noi stessi, la natura, gli idoli, laddove la religione viene usata per giustificare la violenza e la guerra, non si può certamente parlare di fede, ma di idolatria.

I Messaggi della Regina della pace in tutti questi anni hanno proprio tracciato questo panorama di progressivo allontanamento dal Dio vivo e vero che è Gesù Cristo, l’affermazione di falsi teismi, la divulgazione di un falso umanesimo dove Dio non esiste. Tuttavia, in diversi Messaggi la Madonna ha riservato un’attenzione a quelli che Lei stessa ha chiamato “cercatori di Dio” che sono come i Magi perché non fanno parte della schiera dei credenti nel senso forte del termine, sono persone (o popoli) che non hanno avuto contatti con la Rivelazione divina ma hanno in sé l’apertura a Dio, per grazia dello Spirito Santo e perché si tratta di un desiderio insito nel cuore umano.

È accaduto spesso nella Storia che popoli interi si convertissero, basti pensare ai popoli germanici, a quelli africani o a quelli dell’America Latina. Erano popoli nelle tenebre ma aperti alla luce, erano veri cercatori di Dio che quando hanno toccato con mano la Rivelazione hanno creduto. Nel prossimo futuro, che è descritto dalle Sacre Scritture e che sarà il tempo dell’Apocalisse, si realizzeranno le rivelazioni mariane che ci profetizzano il trionfo del Cuore Immacolato di Maria e che allo stesso tempo prospettano una convergenza dell’umanità verso l’unico Dio vivo e vero che è Gesù Cristo. Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria è anche il trionfo di Suo Figlio e non sarà solamente la conversione del popolo russo, altri popoli si convertiranno.

C’è una rivelazione convergente, molteplice e seria come quella di Fatima di cui Medjugorje è la continuazione, che ci indica il passaggio storico di un intervento straordinario di Dio attraverso il quale i popoli si convertiranno, entreranno nella Chiesa cattolica e il mondo avrà un tempo di pace. Questa prospettiva è possibile perché ci sono tante persone che, pur non credendo, non sono induriti nel cuore ma sono cercatori di Dio. Nel tempo dei Segreti di Medjugorje rimarremo sorpresi da quanti si professeranno credenti ma avranno il cuore indurito e, d’altro canto, ci saranno popoli lontani ma strutturalmente orientati a Dio che si convertiranno e crederanno, si apriranno alla speranza.

Fra coloro che si salveranno non ci sono solamente quelli che hanno consolidato la loro fede, ma ci sono tutti quelli che hanno il cuore aperto e sono cercatori di Dio. La chiamata della Regina della pace sarà accolta da tutti quei cercatori di Dio che ancora non lo hanno trovato; saranno imprevedibili i movimenti delle conversioni e i comportamenti di molti popoli. La Madonna ha rivelato la conversione del popolo russo, ma certamente anche altri cercatori di Dio lo troveranno. Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria non potrebbe realizzarsi se non abbattendo le barriere del paganesimo di massa, se non superando questa frattura che ha spezzettato l’umanità in tante religioni. L’unica religione vera, il Cattolicesimo, trionferà. La nostra testimonianza di fede sia fervorosa, radicata, vera, inestirpabile; sia una luce vera che illumina chi cerca Dio, sia un riflesso della luce di Cristo. Stiamo entrando in quelli che la Madonna chiama “i tempi nuovi” (25 Giugno 2019, 38° Anniversario delle apparizioni), prepariamoci e cambiamo vita, deponiamo i fardelli del male e del peccato, prendiamo in mano la fiamma viva della fede, della speranza e della carità, afferriamo il Rosario e preghiamolo con ardore di figli di Maria e dell’unico Dio Creatore e Redentore.

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