Mese: Gennaio 2025 Pagina 21 di 24

I re Magi sono il modello dei cercatori di Dio (2)
I re Magi sono i prototipi dei cercatori di Dio di tutti i tempi. Il termine “cercatori di Dio” in croato è stato usato dalla Regina della pace nel Messaggio del 25 settembre 2022: «siate gioiosi cercatori di Dio». Si tratta di una parole che ha sorpreso i croati stessi e che potrebbe aprirci a una prospettiva di speranza proprio perché è un’esortazione rispetto ad altre costatazioni piuttosto severe che la Madonna ha fatto sul rapporto dell’umanità con Dio.
I Messaggi della Regina della pace in tutti questi anni hanno infatti tracciato un panorama di progressivo allontanamento dal Dio vivo e vero che è Gesù Cristo, l’affermazione di falsi teismi, la divulgazione di un falso umanesimo dove Dio non esiste.
Tuttavia, in diversi Messaggi la Madonna ha riservato un’attenzione a quelli che Lei stessa ha chiamato “cercatori di Dio” che sono come i Magi perché non fanno parte della schiera dei credenti nel senso forte del termine, sono persone (o popoli) che non hanno avuto contatti con la Rivelazione divina ma hanno in sé l’apertura a Dio, per grazia dello Spirito Santo e perché si tratta di un desiderio insito nel cuore umano.
È accaduto spesso nella Storia che popoli interi si convertissero, basti pensare ai popoli germanici, a quelli africani o a quelli dell’America Latina. Erano popoli nelle tenebre ma aperti alla luce, erano veri cercatori di Dio che quando hanno toccato con mano la Rivelazione hanno creduto. Nel prossimo futuro, che è descritto dalle Sacre Scritture e che sarà il tempo dell’Apocalisse, si realizzeranno le rivelazioni mariane che ci profetizzano il trionfo del Cuore Immacolato di Maria e che allo stesso tempo prospettano una convergenza dell’umanità verso l’unico Dio vivo e vero che è Gesù Cristo. Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria è anche il trionfo di Suo Figlio e non sarà solamente la conversione del popolo russo, altri popoli si convertiranno.
C’è una rivelazione convergente, molteplice e seria come quella di Fatima di cui Medjugorje è la continuazione, che ci indica il passaggio storico di un intervento straordinario di Dio attraverso il quale i popoli si convertiranno, entreranno nella Chiesa cattolica e il mondo avrà un tempo di pace.
Questa prospettiva è possibile perché ci sono tante persone che, pur non credendo, non sono induriti nel cuore ma sono cercatori di Dio. Nel tempo dei Segreti di Medjugorje rimarremo sorpresi da quanti si professeranno credenti ma avranno il cuore indurito e, d’altro canto, ci saranno popoli lontani ma strutturalmente orientati a Dio che si convertiranno e crederanno, si apriranno alla speranza.
Fra coloro che si salveranno non ci sono solamente quelli che hanno consolidato la loro fede, ma ci sono tutti quelli che hanno il cuore aperto e sono cercatori di Dio. La chiamata della Regina della pace sarà accolta da tutti quei cercatori di Dio che ancora non lo hanno trovato; saranno imprevedibili i movimenti delle conversioni e i comportamenti di molti popoli.
La Madonna ha rivelato la conversione del popolo russo, ma certamente anche altri cercatori di Dio lo troveranno. Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria non potrebbe realizzarsi se non abbattendo le barriere del paganesimo di massa, se non superando questa frattura che ha spezzettato l’umanità in tante religioni. L’unica religione vera, il Cattolicesimo, trionferà.
La nostra testimonianza di fede sia fervorosa, radicata, vera, inestirpabile; sia una luce vera che illumina chi cerca Dio, sia un riflesso della luce di Cristo. Stiamo entrando in quelli che la Madonna chiama “i tempi nuovi” (25 Giugno 2019, 38° Anniversario delle apparizioni), prepariamoci e cambiamo vita, deponiamo i fardelli del male e del peccato, prendiamo in mano la fiamma viva della fede, della speranza e della carità, afferriamo il Rosario e preghiamolo con ardore di figli di Maria e dell’unico Dio Creatore e Redentore.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 2,1-12
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.
Su L’Osservatore Romano il vicario di Terra Santa racconta il suo recente viaggio nel Paese mediorientale, dove ha incontrato il nuovo leader di Damasco, Ahmed al-Sharaa, il quale ha espresso apprezzamento e ammirazione per il Papa
di Ibrahim Faltas *
“Non considero i siriani cristiani una minoranza ma una parte integrante e importante della storia del popolo siriano. Ho vissuto a lungo nel Governatorato di Idlib, dove ho conosciuto l’impegno di due suoi confratelli, padre Hanna e padre Loai, a favore della popolazione di quell’area. Hanno aiutato e sostenuto tutti coloro che si rivolgevano a loro senza nessuna distinzione. Ho provato stima e rispetto per loro”. Sono le parole con le quali il nuovo leader siriano Ahmed al-Sharaa (Ahmed Al-Jolani) ha risposto a una mia domanda sulla presenza della minoranza cristiana in Siria e in particolare sulla missione della Custodia di Terra Santa. La circostanza è stata l’incontro che ci ha concesso l’ultimo giorno del 2024 insieme ai capi di altre confessioni cristiane nel Palazzo presidenziale di Damasco. Al-Jolani ha anche colto l’occasione per esprimere “innanzitutto grande ammirazione, stima e rispetto per Papa Francesco: è un vero uomo di pace – ha sottolineato -; ho apprezzato i suoi appelli e le sue azioni a favore della pace e dei popoli in difficoltà”.

Come vicario della Custodia di Terra Santa ho avuto un colloquio privato con lui. Al-Jolani mi è sembrato disponibile ad un dialogo aperto e diretto. Durante l’incontro, al quale ho chiesto che partecipassero anche i discreti padre Rashid e padre Sandro, ci ha parlato del cambiamento della struttura governativa che porterà alla stabilità politica del Paese, attraverso fasi programmate, per raggiungere equilibri democratici, e ha assicurato maggiore attenzione ai diritti essenziali del popolo siriano.
Riguardo alla situazione sociale e amministrativa che ha trovato al suo arrivo a Damasco, Al-Jolani ha detto che “per anni il popolo siriano ha dovuto subire le conseguenze di una corruzione diffusa a vari livelli. Mancavano i servizi essenziali alla vita della maggioranza delle persone, mancava ogni visione di sviluppo e di crescita per il paese. I dissidenti venivano arrestati e, nel peggiore dei casi, eliminati. Abbiamo visitato prigioni che non avevano niente di umano. Il territorio siriano, ricco di storia e civiltà millenaria, è stato quasi completamente distrutto. La divisione fra i siriani ha portato a conflitti e a divisioni.”
Quanto al futuro del popolo siriano che tanto ha sofferto e alla eventualità di altri conflitti e divisioni, con uno sguardo fiero e deciso, il leader ha risposto senza esitazione: “Stiamo lavorando per l’unità e la pace. È la nostra ferma volontà. Ci vorrà del tempo ma sono sicuro che arriveremo a dare una stabilità politica e sociale alla Siria”.
Per ultimo, nella speranza di una risposta incoraggiante e positiva, ho posto ad Al-Jolani la questione dei tanti siriani fuggiti a causa della guerra. Tra loro tanti cristiani, costretti a lasciare la loro terra. Quale sarà il loro futuro? “Stiamo lavorando per riportare in patria chi ha dovuto lasciare la Siria. È nostra intenzione – ha risposto – riportare i siriani espatriati alle loro case e i cristiani siriani ritorneranno a vivere e a professare la loro fede in Siria”.
Al termine del nostro incontro, ho rimarcato la necessità che si arrivi presto alla realizzazione dei suoi propositi di pace in Siria e ho garantito, a chi ora vuole guidare la Siria verso la democrazia, la piena disponibilità a collaborare ad iniziative di riconciliazione a favore della popolazione siriana, tutelando i diritti di tutte le minoranze religiose. Per ribadire queste volontà, ho consegnato una lettera nella quale la Custodia di Terra Santa presenta la sua storia e la sua missione, chiede di rafforzare il processo di unità di un popolo erede di storia e di civiltà antiche, assicura la presenza pacificatrice dei cristiani siriani, garantisce la vicinanza e l’appoggio al processo di pace dei figli di San Francesco, il Santo della Pace, che ottocento anni fa percorse strade tortuose ma indirizzate alla riconciliazione in Terra Santa. In dono ad Ahmed Al-Jolani abbiamo portato la medaglia della canonizzazione dei Santi Martiri di Damasco, convinti che la loro intercessione ha contribuito ad aprire in Siria la strada verso la pace.
Un incontro importante, dunque, avvenuto al termine di un viaggio particolare. Domenica 29 dicembre, giorno di apertura del Giubileo della speranza nelle diocesi di tutto il mondo, come pellegrini di speranza, con alcuni confratelli mi sono messo in cammino per raggiungere altri confratelli che hanno vissuto il dramma della guerra in Siria. Dalla Giordania, insieme a padre Rashid Mistrih, siamo partiti per il Libano dove ci hanno raggiunto padre Sandro Tomašević, direttore della Casa del fanciullo di Betlemme e due giovani siriani, padre Johnny Jallouf, ordinato sacerdote a luglio scorso ad Aleppo e fra Michelangelo, professo solenne. Nel nostro convento di Harissa ho potuto riabbracciare padre George Abu Kahzen, vicario apostolico emerito di Aleppo. Sono legato da un affetto profondo a padre George, ho imparato tanto da lui. Sono stato suo vice parroco a Betlemme nei miei primi anni in Terra Santa: i suoi consigli paterni e i suoi insegnamenti di maestro saggio sono stati determinanti per la mia formazione umana e spirituale.
La mattina di lunedì 30 dicembre insieme a padre George Jamal, a padre Lorenzo e due giovani siriani postulanti siamo partiti verso il confine con la Siria: siamo fratelli in cammino per portare solidarietà e sostegno ai nostri confratelli e al popolo siriano sofferente dopo quasi quattordici anni di guerra, di morte, di divisione, di devastazione. Il nostro viaggio è stato desiderato e voluto, con lo spirito del carisma francescano camminiamo attraversando paesi e villaggi distrutti, circondati dalla natura contaminata e oltraggiata dalla violenza della guerra. Al confine fra Libano e Siria siamo stati accolti dai nostri confratelli padre Loai Bsharat, padre Antonio Luxa, padre Firas Lufti, padre Fadi Azar che prestano il loro servizio nei conventi siriani. È stato un incontro pieno di emozione: abbiamo reso grazie a Dio per essere riusciti ad abbracciarci nuovamente e per poter condividere un nuovo percorso della presenza francescana in Siria. Non vedevo padre Loai da molto tempo, non ha lasciato il suo convento per sei anni, fedele alla promessa di custodire il Luogo Santo e le anime delle persone a lui affidate. Abbiamo percorso strade che ben rappresentano lo scempio della guerra, senza subire blocchi e controlli sulla via di Damasco. Voglio interpretare questa possibilità di libertà di movimento come un primo segno di speranza: la rinascita del popolo siriano inizia con la possibilità dell’incontro fra figli della stessa terra per abbattere le barriere e i conflitti che li hanno divisi.
Nella prima tappa del nostro viaggio in Siria, abbiamo celebrato la santa messa a Damasco sull’altare dei Santi Martiri canonizzati dal Santo Padre lo scorso 20 ottobre a Roma. È stata una celebrazione di ringraziamento perché, come ho sottolineato nell’omelia, grazie all’intercessione di questi nuovi Santi Francescani, il popolo siriano sta cercando di ritornare a vivere la dignità della pace, si rivedono sorrisi e occhi luminosi sui volti segnati dalla sofferenza della guerra.
Il mio confratello padre Firas Lufti si è tanto prodigato perché i Santi Martiri di Damasco venissero portati agli onori degli altari, l’ho ringraziato a nome del Padre Custode e di tutta la Custodia di Terra Santa. Siamo 300 Francescani al servizio della Terra Santa e 35 di noi sono di origine siriana: sono frati che dedicano la loro vita e il loro ministero alle loro comunità, curando con animo generoso e profonda spiritualità i fedeli, custodendo e proteggendo i Luoghi sacri loro affidati.
Dopo l’incontro con Al-Jolani, nel tardo pomeriggio siamo partiti da Damasco e, percorrendo strade, incontrando persone e luoghi che hanno sofferto quattordici anni di guerra, siamo arrivati a Knaye. Il primo giorno dell’anno, Giornata Mondiale della Pace, abbiamo celebrato la Solennità di Maria Santissima Madre di Dio con una comunità parrocchiale che ha molto sofferto a causa della guerra. La Santa Messa è stata presieduta dal Vicario Apostolico, Mons. Hanna Jallouf che è stato parroco per venti anni a Knaye, villaggio dove è nato e che insieme ad altri due villaggi cristiani, Gidaideh e Yacoubieh, fa parte del Governatorato di Idlib, roccaforte delle milizie Hts guidate dall’attuale leader del governo di transizione. Padre Hanna è stato accolto al suo arrivo da canti di gioia e dall’affetto filiale dei suoi parrocchiani. È stato commovente sentire e vedere la gratitudine per un pastore che tornava, primo siriano ad essere nominato Vescovo, ad incontrare i parrocchiani, la sua gente con cui aveva condiviso difficoltà e privazioni. Insieme a padre Loai hanno aiutato e sostenuto una popolazione stremata da anni di povertà e di isolamento. I miei confratelli, padre Hanna, padre Loai e padre Khokaz, hanno fedelmente svolto il loro ministero in anni complessi e hanno sempre cercato la strada della convivenza pacifica attraverso la mitezza e il dialogo. Sono stati anni di sofferenza durante i quali hanno invocato Maria Santissima, la Donna, la Madre che “custodiva tutte queste cose, meditandole nel Suo cuore”. Nel governatorato di Idlib, in un’area molto colpita dalla povertà, padre Loai e padre Khokaz sono impegnati e operano a Knaye, Yacoubieh e Gidaideh.
Ci siamo recati poi ad Aleppo per visitare il Terra Santa College, colpito da un missile durante i recenti scontri fra i miliziani e l’esercito siriano. Padre Samhar Ishak ci ha mostrato i danni subiti dalla struttura scolastica, che cura con competenza e dedizione. Nella Chiesa latina di Aleppo abbiamo pregato Gesù Bambino posto al centro del presepe, allestito dal vice parroco padre George Jallouf con i ragazzi della parrocchia e di altre confessioni cristiane. Il bellissimo presepe “ecumenico” ci ha fatto gioire e ci ha dato un forte segno di rinnovata speranza per il messaggio che ha voluto trasmettere: nessun riferimento ad immagini di guerra, colpisce lo sfondo della Basilica di San Pietro a significare l’impossibilità di andare a Roma per i cristiani siriani, testimoni di Fede con il cuore proteso e con lo sguardo rivolto alla Speranza del cammino giubilare.
All’inizio del Giubileo siamo stati pellegrini in cammino, come la Madre Chiesa che da duemila anni accompagna il cammino dell’umanità verso la salvezza.
È iniziato un nuovo corso della storia siriana, lo affidiamo al Principe della Pace, lo seguiamo con il cuore aperto alla speranza.
* Vicario della Custodia di Terra Santa



POCO FA DA #MEDJUGORJE 🙏🙏🙏
Regina della Pace, prega per noi!
Che la pace e la benedizione siano con tutti voi anche questa sera!

SECONDA DOMENICA DOPO NATALE
Cari amici, oggi è la vigilia della Solennità dell’Epifania e vi offriamo come meditazione la prima parte della Catechesi sul tema: “I Re Magi sono il modello dei cercatori di Dio”. Nella festività di domani vi diamo la seconda parte.
I re Magi sono il modello dei cercatori di Dio (1)
I re Magi sono i prototipi dei cercatori di Dio di tutti i tempi. Il termine “cercatori di Dio” in croato è stato usato dalla Regina della pace nel Messaggio del 25 settembre 2022: «siate gioiosi cercatori di Dio». Si tratta di una parole che ha sorpreso i croati stessi e che potrebbe aprirci a una prospettiva di speranza proprio perché è un’esortazione rispetto ad altre costatazioni piuttosto severe che la Madonna ha fatto sul rapporto dell’umanità con Dio. In tutti questi anni la Regina della pace instancabilmente ha richiamato l’umanità secolarizzata, atea e materialista; nei primi Messaggi di Medjugorje, infatti, la Madonna disse che il peccato più grave dell’uomo contemporaneo è proprio quello di non cercare Dio, di vivere come se Dio non ci fosse.
Invece del Dio vivo e vero, gli uomini hanno iniziato ad adorare gli idoli. Difatti, la Regina della pace disse che abbiamo rifiutato la fede e la Croce e siamo diventati pagani: «la croce e la fede sono rifiutate» (25 settembre 2020). Nei Messaggi di Medjugorje, la prima denuncia fatta dalla Regina della pace è proprio il fenomeno di un mondo che fa a meno di Dio, non lo cerca e vive come se non ci fosse. Questo, da fenomeno di nicchia è diventato di massa; il comunismo ha certamente imposto l’ateismo, ma in Occidente la gente ha lasciato che questa corrente di pensiero permeasse nella società in maniera quasi naturale e spontanea. L’uomo moderno occidentale veramente non cerca Dio, si affida alla pseudoscienza, non riceve più i Sacramenti, non osserva più i Comandamenti e vive come se Dio non ci fosse. Non c’è più la legge morale, basta guardarsi intorno.
Dopo aver descritto la secolarizzazione atea che si è imposta nel mondo, soprattutto in Occidente, la Regina della pace ha fatto analisi più profonde e più negative dicendo che l’uomo non solo non si interessa a Dio, ma non lo vuole. Nel Messaggio del 25 gennaio 2023 la Regina della pace ha detto: «Il futuro è al bivio perché l’uomo moderno non vuole Dio. Perciò l’umanità va verso la perdizione»; siamo passati da un atteggiamento di rimozione di Dio all’ostilità.
Nel Messaggio del 17 Settembre 2019 a Ivan la Regina della pace ha costatato che satana sta realizzando il suo piano proprio perché l’uomo sta mettendo se stesso al posto di Dio: «Cari figli, vi invito in modo particolare a pregare per le mie intenzioni, in modo che fermiate, mediante le vostre preghiere, il piano di satana sull’umanità, che è ogni giorno più lontana da Dio, invece di Dio mette al primo posto se stessa e distrugge tutto ciò che è bello e buono nelle anime di ciascuno di voi. Perciò, figlioli, pregate, digiunate e fate la volontà di Dio, in modo da essere coscienti di quanto Dio vi ama. Grazie per aver risposto alla mia chiamata». Di fatto è così ed è molto pericoloso che l’uomo si metta al posto di Dio perché in questo modo fa il gioco di satana.
In tutti questi anni la Madonna non ha mai smesso di metterci in guardia dal pericolo dell’ allontanamento da Dio; i credenti oggi non mancano ma sono solamente delle minoranze sulle quali la Regina della pace sicuramente ripone molta speranza, però sono ininfluenti nella società di oggi. In un certo senso, la visione atea della vita ha vinto. Laddove si adora la proiezione di noi stessi, la natura, gli idoli, laddove la religione viene usata per giustificare la violenza e la guerra, non si può certamente parlare di fede, ma di idolatria.
Tuttavia la Madonna sa che il “Cuore umano anela a Dio” e per questo ci ha esortato ad essere nella vita dei “Cercatori di Dio”, come lo sono stati i Magi venuti dall’Oriente sino a Betlemme (prima parte)
Dal vangelo secondo Giovanni
Gv 1,1-18
[In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.]
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
[Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.]
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.
Parola del Signore
Fin dal mio primo arrivo a Medjugorje (16 Marzo 1985) ho potuto documentarmi su quanto accadeva dalla viva voce dei protagonisti.

Qui Marija con Padre Jozo

Il Vecchio ponte di Mostar

Le cose più interessanti sono quelle ascoltate in privato

di Stefano Caprio – Asia News, 04/01/2025
In una lunga intervista natalizia l’arcivescovo maggiore dei greco-cattolici Svjatoslav Ševčuk ha parlato del futuro dell’Ucraina guardandolo con gli occhi della fede. “La rappresentazione di Dio come il ‘Grande Protettore’ – ha spiegato – è uno stereotipo ormai andato distrutto. Dobbiamo imparare di nuovo a chiederci: Dio, dove possiamo trovarti nel tempo della guerra? In che modo oggi devo comunicare con Te?”.
In occasione del Santo Natale, che in Ucraina dallo scorso anno è festa nazionale e che festeggiano insieme i cattolici e gli ortodossi, tranne quelli ancora legati a Mosca e alle tradizioni del vecchio calendario, è uscita un’ampia intervista su Rbk-Ukraina all’arcivescovo maggiore dei greco-cattolici, Sua Beatitudine Svjatoslav Ševčuk. I suoi fedeli lo ricordano nelle liturgie come “il nostro patriarca”, un titolo mai riconosciuto ufficialmente dalla Santa Sede per evitare ulteriori confusioni, ma ben chiaro nella mente degli eredi dell’Unione di Brest di fine Cinquecento. Oltre alle previsioni sul futuro della guerra con la Russia, argomento consueto di tutti i siti internazionali, il capo dei cattolici “di tradizione ortodossa” si è concentrato sull’argomento che in realtà gli sta veramente a cuore: non il rapporto con i russi, ma quello con il proprio popolo, e con il futuro della terra ucraina.
L’Ucraina è la Rus’(sia) che si rifiuta di far parte del “Mondo Russo”, cercando una propria identità e sentendosi parte dell’Europa e della fraternità universale dei cristiani e di tutti gli uomini di buona volontà, quelli che non cercano di imporsi sugli altri per affermare sé stessi, come da sempre cercano di fare i russi moscoviti. Secondo le indagini sociologiche, il numero dei fedeli ortodossi legati a Mosca si è drasticamente ridotto nei tre anni successivi all’invasione del Paese, mentre il numero dei greco-cattolici è aumentato sensibilmente, avvicinandosi alla Chiesa ortodossa autocefala (Pzu) e diventando la seconda comunità religiosa dell’Ucraina. Ševčuk però non rivendica primati o successi di proselitismo, anzi esprime la propria solidarietà a quanti si sono sentiti “traditi dalla propria Madre, la santa Russia”. Semmai rivendica il ruolo di protagonisti attivi, che i greco-cattolici cercano di svolgere in dialogo costruttivo con gli autocefali, il cui capo, il metropolita di Kiev Epifanyj (Dumenko), è stato recentemente ricevuto in Vaticano da papa Francesco, per unirsi nella ricostruzione di un Paese distrutto, umiliato e svuotato dagli assalti dei “fratelli maggiori” moscoviti.
Secondo l’arcivescovo, “il trauma di sentirsi traditi dalla propria Chiesa è un fenomeno particolarmente drammatico, che si sta svolgendo sotto gli occhi di tutti, e la sociologia non basta a spiegare quello che accade nelle anime dei nostri fratelli e sorelle ucraine”. Quello che interessa al pastore supremo dei greco-cattolici non è tanto il modo di fermare la guerra, un compito che compete alle autorità statali e militari, ma “come la guerra ha influito sulla nostra società e sul nostro popolo, e le nuove sfide a cui la Chiesa è chiamata a rispondere, la nostra insieme alle altre Chiese ortodosse del nostro Paese”. È il terzo Natale e Capodanno di guerra, e il conflitto ha sconvolto tutte le relazioni umane, che non saranno facili da ricostruire, più ancora degli edifici e delle città devastate: “anzitutto la relazione con sé stessi, con ciò che oggi ciascuno di noi deve fare, quali priorità e quali rapporti con i propri cari e i propri vicini, per chi noi ci assumiamo la responsabilità e i doveri”, afferma il patriarca dei greco-cattolici.
Riguardo al tema delle nuove relazioni da ricostruire, Ševčuk fa un’osservazione veramente profonda, osservando che “sono cambiate radicalmente anche le relazioni con Dio, le regole e le abitudini della nostra vita spirituale e religiosa, siamo cambiati noi stessi”. A tutti quelli che guardano all’Ucraina dall’esterno, pensando di conoscere la gente che ci abita, “dobbiamo dire che quell’Ucraina che pensavate di conoscere, oggi non esiste più… noi siamo diversi, e vogliamo essere migliori”. Avendo vissuto un’esperienza così tragica, “noi stiamo vivendo il momento di un nuova nascita, meglio ancora una ri-nascita”, in cui ci sono gli eroi che difendono la patria non solo sui campi di battaglia, ma anche i “giganti dello spirito che ci riportano alle fondamenta più profonde dell’esistenza del nostro popolo, alla matrice della nostra vita nazionale e spirituale”.
La guerra è anche causa di una crisi di fede, cercando riparo dal nemico invocando l’ausilio divino che sembra non arrivare, ma “non è così che funziona il rapporto con Dio”, spiega l’arcivescovo: “il vero Dio vivente è una persona, è un Qualcuno, non soltanto un qualcosa, e dobbiamo saperlo riconoscere nel rapporto personale con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, nel contesto delle nostre capacità di relazione”. La rappresentazione di Dio come il “Grande Protettore” che garantisce il nostro benessere è uno “stereotipo che ormai è andato distrutto, per cui dobbiamo imparare di nuovo a chiederci: Dio, dove sei? Dove possiamo trovarti nel tempo della guerra? In che modo oggi devo comunicare con Te? Dobbiamo riscoprire l’autentica presenza di Dio tra di noi”, invita Ševčuk. Per molte persone Dio è scomparso dall’orizzonte spirituale, poi è tornato a manifestarsi, e “in questi tre anni abbiamo vissuto tanti momenti del genere, momenti di terrore e impotenza, e poi di rigenerazione delle nostre forze, di difesa comune della nostra vita e della nostra terra, quindi ancora di stanchezza e depressione, cercando sempre la fonte che possa ridarci l’energia e l’amore per la vita”.
Si curano le ferite e si rianimano gli spiriti, solo questo è il segreto della straordinaria capacità di resistenza del popolo ucraino. L’esperienza della guerra aiuta i credenti a riscoprire in modo nuovo l’immagine del Dio vivificante, non solo per difendersi dal male, ma per ricostruire sé stessi, la società e la vita del popolo. Nell’intervista si ricorda l’incontro del Sinodo dei vescovi greco-cattolici con le autorità civili, nel contesto del “piano di resistenza dell’Ucraina”, e l’arcivescovo sottolinea l’importanza della “valorizzazione sempre più significativa del ruolo e del posto della Chiesa in questi tempi difficili”. Gli uomini al potere coltivano spesso l’illusione di poter fare tutto da soli, mentre ora appare più evidente che “la vita religiosa del popolo e il sostegno della Chiesa sono il segreto dell’autentica vittoria che vogliamo ottenere”. Si precisa che non si parla soltanto del servizio di assistenza sociale della Chiesa, o della difesa degli interessi nazionali ucraini a livello internazionale, ma “del ruolo di accompagnamento del nostro popolo, sottoposto alla follia della guerra”.
Le persone hanno bisogno di non sentirsi sole e abbandonate, e la presenza dei sacerdoti ricorda che c’è sempre qualcuno che si prende cura di chi soffre, di chi ha bisogno di un consiglio, riscoprendo la natura pastorale della Chiesa, prima di quella caritativa e sociale. “Noi siamo una Chiesa fondata su radici che risalgono al primo cristianesimo di Kiev”, ricorda Ševčuk, “con legami fraterni con gli ortodossi, e in unione con tutta la Chiesa cattolica universale, metà delle nostre strutture si trova al di fuori dei confini dell’Ucraina”. È per questo che “l’aggressore russo ci odia così tanto, e ha sempre cercato di distruggere proprio la Chiesa greco-cattolica, sia ai tempi degli zar che in quelli sovietici, tanto più oggi, quando il padrone del Cremlino cerca di ricostruire l’impero”. Riprendendo un termine molto usato dal patriarcato di Mosca, l’arcivescovo spiega che anche la Chiesa greco-cattolica è “istitutrice dello Stato”, gosudarstvo-ustanavitelnaja, per il contributo nella storia e nella rinascita attuale, ma non è mai stata e non intende essere una “Chiesa di Stato”, gosudarstvennaja Tserkov.
Alle domande sul ruolo della Santa Sede nel conflitto russo-ucraino, che ha spesso suscitato delle perplessità tra gli ucraini e tra gli stessi greco-cattolici, Ševčuk spiega che “alla guerra si può guardare dal punto di vista delle vittime, oppure da quello di chi cerca di essere arbitro a livello internazionale, per servire tutti i popoli che soffrono e realizzare una missione di pacificatore universale”. Quando papa Francesco parla dei “due popoli fratelli” non intende questo alla maniera dei russi, come giustificazione di un’invasione e di un genocidio, e comunque “ultimamente ha detto che siamo cugini, non proprio fratelli, anche se a noi basta dire che siamo vicini, senza precisare i gradi di parentela”. Ševčuk ricorda gli anni del suo ministero in Argentina, quando Bergoglio era il suo superiore come arcivescovo metropolita di Buenos Aires, “lo sento sempre spesso e parliamo tra noi in spagnolo”, scambiandosi i punti di vista anche quando non sono del tutto coincidenti.
Il Vaticano non ha un ruolo attivo di mediatore politico nelle possibili trattative di pace, assicura il capo dei greco-cattolici, anche perché “nessuno glielo ha chiesto”, ma da dieci anni s’impegna nel dialogo umanitario, oltre che religioso, fin dall’annessione della Crimea e dall’inizio del conflitto nel Donbass. Egli osserva che “ci hanno proposto e attribuito mediatori di ogni genere, ma finora non è iniziata alcuna trattativa, vediamo che cosa succederà quest’anno”. I greco-cattolici, del resto, sono già all’opera, per la rinascita dell’Ucraina.
