"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Papa Francesco, 21 nuovi cardinali e l’appello per il cessate il fuoco immediato su tutti i fronti

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 6 Ottobre 2024

Il Pontefice alla vigilia della «giornata di preghiera e digiuno» nell’anniversario dell’attacco di Hamas in Israele

L’annuncio per l’8 dicembre del suo decimo concistoro con ventun nuovi cardinali, dall’Iran all’Indonesia al Giappone – ma ci sono anche gli italiani: l’arcivescovo di Torino Roberto Repole, il nuovo Vicario di Roma Baldassarre Reina, Fabio Baggio del dicastero per i migranti e rifugiati e un grande nunzio come Angelo Acerbi, 99 anni, che non sarà elettore ma ottiene la porpora come un riconoscimento del suo servizio – e un appello vibrante per «un cessate il fuoco immediato su tutti i fronti, compreso il Libano» , alla vigilia del primo anniversario dell’attacco di Hamas a Israele e della «giornata di preghiera e digiuno» per la pace nel mondo indetta per il 7 ottobre. 

È una giornata intensa, quella di Francesco, che nel pomeriggio andrà nella Basilica di Santa Maria maggiore con i membri del Sinodo sinodali a Santa Maria Maggiore «per invocare l’intercessione della Madre di Dio», ha spiegato il Papa all’Angelus.

Domani, lunedì, «sarà passato un anno dall’attacco terroristico contro la popolazione in Israele, alla quale rinnovo la mia vicinanza», ha spiegato Francesco: «Non dimentichiamo che ancora ci sono molti ostaggi a Gaza, per i quali chiedo l’immediata liberazione. Da quel giorno il Medio Oriente è precipitato in una sofferenza sempre più grave, con azioni militari distruttive che continuano a colpire la popolazione palestinese. Questa popolazione sta soffrendo tantissimo a Gaza e negli altri territori. Si tratta perlopiù di civili innocenti, tutta gente e che deve ricevere tutti gli aiuti umanitari necessari. Chiedo un cessate il fuoco immediato su tutti i fronti, compreso il Libano. Preghiamo per i libanesi, specialmente per gli abitanti del Sud, costretti a lasciare i loro villaggi». 

Di qui l’appello del Papa «alla comunità internazionale» perché «si metta fine alla spirale della vendetta e non si ripetano più gli attacchi, come quello compiuto dall’Iran qualche giorno fa, che possono far precipitare quella Regione in una guerra ancora più grande», ha concluso: «Tutte le Nazioni hanno il diritto di esistere in pace e sicurezza, e i loro territori non devono essere attaccati o invasi, la sovranità dev’essere rispettata e garantita dal dialogo e dalla pace, non dall’odio e dalla guerra».

Il concistoro

 La stessa provenienza dei nuovi cardinali, ha spiegato, «esprime l’universalità della Chiesa che continua ad annunciare l’amore misericordioso di Dio a tutti gli uomini della terra». Francesco a settembre ha compiuto il viaggio più lungo del suo pontificato, ai confini del mondo, prima di andare in Lussemburgo e in Belgio, al cuore del Vecchio Continente che vive una «crisi» della fede e nel quale la Chiesa è passata «da un cristianesimo sistemato in una cornice sociale ospitale a un cristianesimo di minoranza, o meglio di testimonianza». 

Il Collegio cardinalizio, e prossimo conclave, sono sempre più espressione di questa situazione, una Chiesa non più eurocentrica e sempre più rivolta alle periferie del pianeta. Ecco la lista dei 21 nuovo cardinali, tra nuovi elettori e ultraottantenni che non entreranno nel conclave, letta da Francesco alla fine dell’Angelus: Angelo Acerbi, nunzio apostolico; Carlos Gustavo Castillo Mattasoglio, arcivescovo di Lima (Perù); Vicente Bokalic Iglic, arcivescovo di Santiago del Estero (primate d’Argentina): Luis Gerardo Cabrera Herrera, arcivescovo di Guayaquil (Ecuador); Fernando Natalio Chomali Garib, arcivescovo di Santiago del Cile (Cile); Tarcisio Isao Kikuchi, arcivescovo di Tokyo (Giappone); Pablo Virgilio Siongco David, vescovo di Kalookan (Filippine); Ladislav Nemet, arcivescovo di Beograd-Smederevo (Serbia); Jaime Spengler, arcivescovo di Porto Alegre (Brasile); Ignace Bessi Dogbo, arcivescovo di Abidjan (Costa d’Avorio); Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri (Algeria); Paskalis Bruno Syukur, vescovo di Bogor (Indonesia); Dominique Joseph Mathieu, arcivescovo di Teheran Ispahan (Iran); Roberto Repole, arcivescovo di Torino: Baldassare Reina, da oggi vicario generale della diocesi di Roma; Francis Leo, arcivescovo di Toronto (Canada); Rolandas Makrickas, arciprete coadiutore della Basilica papale di Santa Maria Maggiore; Mykola Bychok, vescovo dell’Eparchia Saints Peter and Paul di Melbourne degli Ucraini (Australia); Timothy Peter Joseph Radcliffe, teologo; Fabio Baggio, sottosegretario della Sezione Migranti e rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale; e George Jacob Koovakad, officiale della Segreteria di Stato e responsabile dei viaggi papali.

DALLA CAPPELLA DI RADIO MARIA P. LIVIO COMMENTA IL VANGELO FESTIVO

Rosari, piedi nudi, svenimenti. Tra i pellegrini di Medjugorje: «La Madonna sta parlando proprio in questo momento»

di Fabrizio  Roncone, inviato a Medjugorje – Correre della Sera – 6 Ottobre 2024

Dal medico di Bari in pensione con la croce di legno sulle spalle alla famiglia di Asiago. Tre dei sei veggenti vedono e parlano ogni giorno con Maria

«La Madonna parla, sta parlando», cominciamo a ripeterci tutti, non si capisce se con il dovere di crederci, molti — certo — con la voglia di crederci, ma senza nemmeno sapere chi gliel’ha data questa notizia al cameriere, veloce a soffiarcela mentre siamo nella sala delle colazioni, stretti in mezzo a un gruppo di rumorose pellegrine spagnole che saltano la fila e spingono, e vogliono il burro e il miele e anche la focaccia tostata, gioiosamente voraci come camionisti alla frontiera.

Il cameriere, un tipo ossuto e con la barbetta rossiccia, è serissimo. Annuisce con la testa: proprio così, avete capito bene. «La Beata Vergine sta parlando». Uno si volta e resta impietrito con il vasetto dello yogurt a mezz’aria, alcune indietreggiano, barcollando, dal buffet. L’incredulità e l’emozione scatenano un panico pieno di misticismo. Donne che crollano in ginocchio, a mani giunte. Una famiglia italiana, di Asiago — dopo aver calmato la più anziana della comitiva, forse la nonna, che urla: «Lo sapevo! Me lo sentivo!» — si mette in circolo e attacca a recitare un’Ave Maria. Altri, con sguardi acquosi, balbettando frasi sconnesse, corrono all’ascensore, volano in camera a prendere il rosario e lo zainetto. Un giovane sacerdote portoghese si mantiene però lucido: insieme decidiamo di andare alla reception dell’albergo.

Dove sta parlando? Con chi?
Allora si scopre che la Madonna non sta parlando, ma parlerà (del resto compare e parla ogni giorno, e a un’ora piuttosto precisa: che, però, non è questa). La notizia fasulla è stata generata da un corto circuito nella traduzione. Dal bosniaco all’inglese, e dall’inglese al polacco (il cameriere, che arriva da Danzica, è al suo primo giorno di lavoro). Tocca al sacerdote mettersi al centro della hall e spiegare ai pellegrini scalpitanti, eccitati, che non c’è alcun miracolo in corso, purtroppo. 

La Beata Vergine ci aspetta comunque per la preghiera, come da programma, sul monte Crnica, in località Podbrdo, dove apparve la prima volta, e dove c’è la sua statua.

Il sacerdote si chiama Alfonso Ferreira, viene da Oporto, e ha una tonaca con una sparata di bottoni da prete come non se ne vedono più, da quando il clero marcia ovunque in clergyman e maglione. Torniamo a sederci e a finire di bere il caffè, una ciofeca competitiva con quella che servono alla buvette di Montecitorio. Tenete bene a mente quello che dice don Alfonso. «Vede, in fondo non è complicato spiegare la gigantesca forza di questo luogo. Perché mentre i santuari di Lourdes e Fatima sono monumenti, voglio dire che ci vai con i libri di storia sotto al braccio e poi chiedi una grazia, un’intercessione, ti inginocchi nella devozione più profonda… Qui a Medjugorje vieni invece perché tre dei sei veggenti ancora vedono e ascoltano la Madonna, ci parlano proprio ogni santo giorno, e questo consente a tutti noi di sentirci, in qualche modo, dentro l’evento, anche e forse soprattutto nella segreta speranza, com’è accaduto poco fa, di esserne addirittura partecipi».

Poi don Alfonso mi racconta che sulla montagna dove comparve la Madonna si va a piedi, salgono a piedi anche gli anziani, e persino chi ha le stampelle ci prova, tutti gli oltre 50 milioni di fedeli venuti finora in psichedelico pellegrinaggio si sono arrampicati sudando e invocando l’aiuto di Dio: un quarto d’ora per attraversare questo paesino della Bosnia-Erzegovina, case basse con i tetti rossi e poi alberghi e ristoranti e negozi di souvenir con l’immagine della Madonna, e quindi una ventina di minuti per inerpicarsi, perché non c’è sentiero, ma solo pietre appuntite e massi, tra gli abeti.

Lassù, al centro di una piccola radura, intorno alle ore 18 del 24 giugno 1981, sei giovani della locale parrocchia videro apparire una figura femminile dai riverberi biancastri che teneva un bambino tra le braccia. Pregarono con lei e le parlarono e, nel tempo, hanno continuato. A tre di loro, che sostengono di aver ricevuto i cosiddetti «dieci segreti» (inutile chiedergli di cosa si tratti, perché rispondono: «I segreti sono segreti»), la Beata Vergine compare ormai solo una volta l’anno: a Mirjana Dragicevic, il 18 marzo; a Ivanka Ivankovic, il 25 giugno; a Jakov Colo, la sera di Natale. Ma agli altri — Ivan Dragicevic, Vicka Ivankovic e Marija Pavlovic — la Madonna continua ad apparire ogni giorno, più o meno verso le sei del pomeriggio, e più o meno quando iniziano a recitare la settima «Salve, o Regina».

Si raccolgono in preghiera: e lei arriva.
Puntuale.
Sempre.
La Madonna non salta un appuntamento.
E li raggiunge ovunque.

Marija Pavlovic, sposata con un italiano, spesso è nel nostro Paese, mentre Ivan Dragicevic trascorre metà dell’anno negli Stati Uniti. Quando sono a Medjugorje, può comunque capitare che i tre veggenti accolgano in casa alcuni selezionati pellegrini e gli consentano di prendere parte all’evento. La scena, racconta chi ha avuto il privilegio di partecipare, è semplice: con i fedeli in ginocchio e il veggente in piedi, al centro della stanza, che si fa il segno della croce e inizia a pregare.

Dopo dieci minuti («Minuto più, minuto meno»), gli occhi del veggente si illuminano.
Solo che la Madonna ai pellegrini non compare. E nemmeno ne sentono la voce. La «vede» e ci «parla» solo il veggente. Insomma, bisogna fidarsi. E qui, senza esitare, si fidano tutti. A Roma, in Santa Sede, molto meno.
Adesso, seguite bene: perché in questa storia piena di fede profonda e travolgente devozione mariana, di spiritualità efferata e untuosa, tutti i dubbi più concreti, più crudi, più scabrosi, sono alimentati proprio in Vaticano, dove molte volte — negli anni — è stato evocato il sospetto di «eresia». 

La vicenda è spinosa, viene trattata con malcelato imbarazzo: così, nel 2010, Benedetto XVI affida al cardinale Camillo Ruini la guida di una Commissione internazionale d’inchiesta, con il preciso compito di fornire una valutazione teologica sul fenomeno Medjugorje, da subito osteggiato dai due vescovi succedutisi nella diocesi di Mostar e, al contrario, accolto con entusiasmo dai frati francescani del luogo. Dopo sette anni, a svelare i risultati dell’indagine è papa Francesco (parla in una conferenza stampa improvvisata sul volo che dal Portogallo, dalla visita al santuario di Fatima, lo riporta a Roma).

 Il Pontefice spiega, con tono ruvido, e perentorio, che la Commissione ha sezionato il caso in due «segmenti»: una parte riguarda le prime sette iniziali apparizioni, «o presunte tali», su cui «si deve continuare ad investigare»; sulle successive, invece, Francesco spiega che, sia pure a titolo personale, ritiene «ci siano molti dubbi». E aggiunge, con un sospiro: «… Io credo alla Madonna nostra Madre buona, e non a quella che è a capo di un ufficio telegrafico».

Un concetto esplicito, e clamoroso. Tradotto: il Papa non si fida dei veggenti (forse qualcuno gli ha pure spifferato che quasi tutti hanno aperto hotel e bar, e hanno trasformato le «visioni» in un formidabile business). È una posizione che resta, nella sostanza, immutata anche quando — notizia di due settimane fa — la Santa Sede concede il nulla osta, «Nihil obstat», al culto. Per capirci: il cardinale Victor Manuel Fernandez, prefetto dell’ex Sant’Uffizio, approva la devozione per questa Madonna, ma non certifica il carattere «soprannaturale» delle visioni. Mette anzi una serie di solidi paletti, e si limita ad autorizzare l’esperienza «spirituale». Può apparire curioso l’aver approvato una devozione per apparizioni su cui c’è un enorme scetticismo. In realtà, l’ex Sant’Uffizio si è concentrato soprattutto sui positivi «frutti pastorali» di questo luogo.

Qui, sul sentiero che sale ripido, impervio, la gente s’arrampica pregando e trovando una dimensione di autentica letizia, sente di avvicinarsi al Cielo, si sono verificate conversioni e guarigioni. I fedeli, all’inizio, arrivavano soprattutto dalla Polonia e dall’Italia: adesso procediamo in fila con austriaci e tedeschi, una coppia di irlandesi, un medico in pensione di Bari che tiene una croce di legno sulle spalle e poi c’è José, un ragazzone spagnolo di oltre cento chili, la camicia rossa sformata dal sudore, che si appoggia «al fratello di Roma», e ansima, e vacilla, sta per scivolare, e allora invoca l’aiuto di «Nostro Signore!», e però amico mio adesso fermiamoci, gli dico, bevi un sorso d’acqua, se no, con questo caldo, lassù non ci arriviamo.

È una giornata magnifica, con il cielo limpido e il sole a picco. Ed è ovviamente una sciocchezza, come qualcuno racconta, che il sole, su questa collina, abbia movimenti anomali: chi li coglie, o pensa di coglierli, è solo perché, in un miscuglio di curiosità e fede furiosa, lo fissa intensamente, scatenando reazioni oculari fisiologiche e, in qualche caso, procurandosi anche danni alla retina. Piuttosto: ciò che sul serio colpisce è l’autentica tenacia, l’insospettabile prodigiosa energia con cui anche i più anziani, i più fragili, non mollano e arrancano su, verso il luogo della prima apparizione. Alcuni si sono tolti le scarpe e camminano a piedi nudi, subito lacerati dai sassi aguzzi. Molti stringono un rosario tra le mani. Interi gruppi lo recitano ad alta voce. C’è una sensazione diffusa di serenità. Qualcuno scoppia, improvvisamente, in pianti struggenti. Ma paiono lacrime di pura felicità raggiunta.

Davanti alla statua, di colpo, un grande silenzio. Profondo. Un silenzio molto bello, ecco. E, subito, anche pieno di pensieri. Il più forte, per un cronista, è: ma com’è la Madonna che quei sei giurano di vedere?
È lo stesso interrogativo che, per anni, ha tormentato pure Fra’ Janko Bubalo, francescano dell’Erzegovina e letterato. Ha studiato le apparizioni, ha interrogato i veggenti. E, alla fine, a cinque di loro, distribuì un questionario (Jakov Colo si rifiutò di rispondere, ma poi ammise che i suoi amici avevano raccontato la verità).

Domande e risposte.
Quanto è alta, la Madonna? «Circa un metro e 65 centimetri». Quanto potrebbe pesare? «Circa 60 chili». Quanti anni le dareste? «Dai 18 ai 20». Dove si trova? «Su una piccola nuvola». Com’è il suo viso? «Allungato, ovale, normale». E le sue labbra? «Belle, sottili». Si nota un sorriso, nel suo volto? «Forse. Si tratta, piuttosto, di una beatitudine indescrivibile». Gli occhi di che colore sono? «Spiccatamente azzurri». E com’è il naso? «Bello, piccolo, proporzionato». Com’è vestita? «Indossa un semplice abito da donna». Di che colore? «Grigio, forse grigio azzurro». Fin dove arriva l’abito? «Si perde nella nuvola». Cos’altro indossa la Vergine? «Ha un velo bianco sul capo». Ha gioielli? «No». Ha sempre le stelle attorno al capo? «Normalmente, le ha». Si vedono i suoi capelli? «Un po’». Che colore hanno? «Sono neri». Come tiene le mani? «Sono libere». La Vergine è davvero bella come dite? «In realtà non abbiamo mai detto niente, a riguardo. La sua bellezza è indescrivibile».

Per quel che conta questo questionario, aiuta a capire come, almeno all’inizio, i veggenti avessero almeno voglia di collaborare. Poi, lentamente, hanno iniziato a contraddirsi — raccontarono anche di aver visitato Paradiso, Inferno e Purgatorio, per poi dimenticarsi di averlo raccontato — e sono diventati assai più prudenti. Con questi pensieri addosso, la forza mistica del silenzio di poco fa, mentre si scende, diventa inesorabilmente sempre più flebile. Ci sono pure i singhiozzi di una signora, con i piedi sanguinanti, che stanno portando in ospedale. C’è il rombo dei pullman che scaricano altri pellegrini. C’è lo sguardo che scorre sui negozi che vendono statue della Madonna (una fu acquistata anche da Gisella, la santona di Trevignano Romano: il cui progetto, visto da qui, appare più chiaro) e poi mantelli con l’immagine della Madonna, e cappelli, zaini, cuscini, candele, portafogli. Ogni trattoria ha la sua statuetta, e ne trovi pure lungo le strade, sui balconi, e al supermercato la Beata Vergine è persino sugli scaffali e dagli altoparlanti diffondo musica sacra.

Un ricercatore croato, Vencel Culjak, voce neutrale, non critica sul fenomeno, ha calcolato che nel periodo da lui indagato, che va dal 1981 al 2013, le entrate dei francescani della chiesa parrocchiale possono essere stimate intorno ai 290 milioni di euro. Pregare per pregare: e poi però per fare soldi, tanti soldi e ancora soldi. Con le offerte durante le messe celebrate, dall’alba al tramonto, in tutte le lingue. Con eventi e concerti benefici (José Carreras). Con le donazioni segrete scatenate da un carisma alimentato anche dalla poderosa coda dei vip in visita: da Mel Gibson a Messi, da Valeria Marini a Lorella Cuccarini, ad Al Bano, a Umberto Tozzi, a Nek, a Paolo Brosio (un habitué), a Kim Rossi Stuart, all’ex ct azzurro Mancini, a Buffon, a politici come Giulio Andreotti (fu tra i primi a venire) a Umberto Bossi. Matteo Salvini ha la medaglietta della Regina di Pace nella cover del cellulare.

Non c’è altro sugli appunti.
Chiudo la sacca, sto per lasciare l’albergo. Squilla il cellulare. «Oh, ricordati di portarmi un rosario. Quella Madonna è troppo potente…».

L’annessione della Russia a se stessa

di Stefano Caprio – Asia News – 6 Ottobre 2024

Putin è soltanto l’ultimo erede dei tanti varjagi della storia russa, che hanno cercato di “portare la civiltà” nelle terre oltre confine e nel mondo intero. Oggi l’annessione si calcola non tanto in chilometri quadrati, ma in somme di “valori tradizionali” come potevano essere in passato la rivoluzione socialista o la difesa zarista delle autocrazie.

Sono passati ormai due anni dal 30 settembre 2022, quando al Cremlino venne solennemente annunciata la farsesca annessione delle quattro regioni occupate in Ucraina, quelle di Lugansk, Donetsk, Zaporižja e Kherson. Vladimir Putin intervenne con un ampio e confuso discorso programmatico, che altro non era che la ripetizione dei vari ritornelli propagandistici che accompagnano la “operazione militare speciale”. I “nuovi territori” della Russia non potevano del resto suscitare lo stesso entusiasmo dell’annessione della Crimea nel 2014, sia perché la penisola del mar Nero ha ben altro significato storico e simbolico, sia perché le terre del Donbass non sono mai state veramente conquistate fino in fondo, e rimangono fino ad oggi le diverse “ucraine”, vale a dire i “confini” dei due volti del mondo russo, quello orientale e quello occidentale.

Poco più di un mese dopo la proclamazione, infatti, le armate russe hanno dovuto abbandonare in fretta e furia la capitale Kherson della regione più meridionale, senza neppure fare in tempo a togliere gli striscioni con la scritta “La Russia è qui per sempre”, e nell’altra capitale Zaporižja non sono neanche riusciti ad entrare. Eppure la retorica dell’annessione rimane totale e inappellabile, nonostante i continui cambiamenti sul fronte degli scontri bellici in queste regioni. Gli abitanti dei territori occupati si dividono nel frattempo in diverse categorie: oltre ai fuggitivi relokanty, ci sono gli žduny, “quelli che aspettano” la liberazione dagli occupanti, chiamati kolonizatory in senso dispregiativo, oppure varjagi, come gli antichi scandinavi scesi a formare la Rus’ di Kiev alle origini della storia millenaria.

Questo richiamo ai variaghi (detti anche normanni o vichinghi, a seconda del contesto) è uno dei più esplicativi dell’origine delle teorie del “mondo russo”, perché mette l’ideale dell’annessione o della conquista al principio della stessa identità collettiva: il popolo russo non ha veramente un “proprio territorio”, ma si riconosce nella continua ricerca e unificazione di “territori nuovi”. I variaghi sono stranieri tanto quanto gli asiatici, i caucasici, gli europei o i turanici che in varie epoche hanno ricomposto e ampliato la “russicità”, intesa come somma e non come specificità di un ramo orientale degli slavi. Nelle narrazioni dell’antica annalistica che illustrano la “chiamata dei variaghi”, i gruppi dei russi che si affacciavano ai mari del nord nel IX secolo erano chiamati dagli scandinavi come l’insieme del Gardariki, la terra dei gard o paesi, centri abitati di una società tutta da inventare.

Lo stesso Putin aveva fatto un’affermazione che ricapitola questa storia antica e nuova, quando intervenne alcuni anni fa in un programma televisivo, dove alcuni ragazzi rispondevano con grande preparazione a domande su storia, geografia e altre materie. Alla domanda su “dove finiscono i confini della Russia”, uno di essi aveva elencato i termini estremi della mappa federale in tutte le coordinate, ma Putin lo ha interrotto, dicendo tra il serio e il faceto che “i confini della Russia non finiscono da nessuna parte”. Questo è davvero il motivo fondante della sobornost, la “comunione universale” che alimenta le tante varianti della socialità russa: andare oltre, non lasciarsi rinchiudere in nessuna dimensione, quell’attitudine che in russo si chiama bezpredelnost, la “assenza di limiti” che si può intendere come avventurismo o anche incontinenza, incapacità di rispettare qualunque regola, fossero pure gli accordi internazionali sui confini degli Stati.

Putin è soltanto l’ultimo erede dei tanti varjagi della storia russa, che hanno cercato di “portare la civiltà” nelle terre oltre confine e nel mondo intero. Oggi l’annessione si calcola non tanto in chilometri quadrati, ma in somme di “valori tradizionali” come potevano essere in passato la rivoluzione socialista o la difesa zarista delle autocrazie, la “terza internazionale” o la “terza Roma” di Ivan il terribile, fino al “sovranismo ortodosso” attuale. Non sono gli altri Stati che devono annettersi alla Russia, è la Russia che si “annette” alle terre e ai popoli in cerca della civiltà nuova e definitiva. Per questo gli striscioni della “Russia per sempre” rimangono anche nelle sconfitte e nelle ritirate, come a Kherson e in passato in tante altre situazioni; la Russia in effetti non ha mai vinto una guerra di occupazione e annessione, ma ha piuttosto dimostrato la capacità di espellere da sé stessa il nemico, dai Tartari, i Cavalieri Teutonici e gli Svedesi fino a Napoleone e Hitler, per affermarsi a Parigi e a Berlino come “nuove capitali” della Russia stessa.

L’annessione in fondo è un concetto definitorio, rispetto alla semplice “occupazione”, come quella degli ucraini nella regione di Kursk che non si ha intenzione di annettere, nonostante si potrebbero usare argomenti speculari, in quanto molti kuriane, gli abitanti della zona, parlano più volentieri la lingua ucraina rispetto a quella russa. Quando nei conflitti una nazione occupa un territorio, l’annessione è il risultato di un complesso procedimento di giustificazioni e accordi internazionali, come quando la Cina si annesse il Tibet nel 1951 grazie a un formale accordo con il governo locale, o Israele si prese Gerusalemme est con una legge nazionale. L’Ucraina ritiene oggi la Crimea e il Donbass come regioni “temporaneamente occupate”, e così rimarranno probabilmente per decenni o per secoli, mentre la Russia esalta sé stessa con le grida Krym Naš!, “la Crimea è nostra!” e anche, se pure con minore entusiasmo, Donbass Naš!.

Sia a Sebastopoli che a Donetsk l’annessione è stata consacrata con un “referendum popolare”, senza preoccuparsi di conferire ad esso neppure l’illusione della legittimità; già nel 2014, quando ancora non era in corso un aperto conflitto militare, i seggi erano presidiati dall’esercito russo. Il concetto di “sovranità” risulta molto aleatorio in questi territori, rispondendo soltanto a imposizioni di forza che producono finti consensi, il 95% in Crimea e addirittura il 99% a Lugansk e Donetsk, 93% a Zaporižja e “solo” l’87% a Kherson. Le autocrazie in generale amano i “referendum”, e non tanto per conferire una parvenza di democrazia, piuttosto per esaltare il consenso dell’intera popolazione e demoralizzare i contrari, convincendoli che non ci possono fare niente e allo stesso tempo scoraggiare le “rivolte di palazzo” di chi nelle élite di potere volesse contrapporsi al regime dominante.

Nei Paesi autoritari i referendum sono occasioni per effettuare ulteriori “giri di vite”, vantandosi della vittoria schiacciante. Come ha calcolato lo svizzero Centre for Research on Direct Democracy, su 876 plebisciti condotti tra il 1945 e il 2005, i dittatori hanno ricevuto in media il sostegno del 70%, con un’affluenza del 77,3%. Per raggiungere questi risultati serve un’efficace propaganda e una censura feroce, oltre a forme varie di manipolazioni e frodi elettorali. Ora i “nuovi territori” della Russia sono oggetto di particolari attenzioni, tanto più che a Putin e al patriarca Kirill non piace l’espressione “nuovi”, preferendo chiamarli “territori storici” della Russia, ben sapendo che si tratta di zone contese da secoli dove si radunavano i gruppi di cosacchi alla ricerca di “liberi territori”, non sottomessi ad alcuna autorità.

La Russia del resto non vuole legarsi troppo ai territori, preferendo l’estensione delle “sfere d’influenza” che travalicano ogni confine, come era proprio del regime sovietico, in cui le quindici repubbliche ufficiali si affiancavano ai tanti Stati “fratelli”, oggi declassati alla distinzione tra “amichevoli” e “non amichevoli”. Un fattore discriminante è certamente la quota di cittadini “russofoni” nei vari Paesi, ciò che risulta più evidente nei vicini come l’Ucraina, la Moldavia, la Georgia e l’Armenia nel Caucaso e nei Paesi dell’Asia centrale, dove si può parlare liberamente il russo con chi ha più di cinquant’anni, e con qualche difficoltà con i giovani. In Ucraina chiunque parla liberamente il russo, indipendentemente dalla regione, anche se dall’inizio del conflitto si preferisce evitare di usarlo, e comunque per Mosca la “russofonia” giustifica ogni tipo di ingerenza e invasione, perché chi parla russo è per definizione un esponente del “mondo russo”, fosse anche in Kenya, in India o in Venezuela, e la sua “riannessione” alla Russia non è altro che un ristabilimento della giustizia storica.

I nuovi o “storici” territori annessi oggi sono la vetrina del progetto putiniano, e vengono finanziati per almeno tre volte di più di tutte le altre cento regioni della Federazione russa, con grande apprezzamento di vari profittatori e corruttori. La stessa cosa avveniva con i Paesi Baltici ai tempi sovietici, con la Cecenia della prima fase putiniana, per non parlare della Crimea dell’ultimo decennio. Per ora gli abitanti del Donbass sono particolarmente necessari al sostegno dell’ideologia ufficiale, come “eroi e vittime dell’ucro-nazismo kievliano”, ma dovranno stare attenti alle future evoluzioni. Non si sa quanto la Russia rimarrà “annessa” su queste terre, ma già nella città desertificata di Mariupol, oltre ai militari, si sono trasferite 50 mila persone dalla Russia e dall’Asia centrale, per creare un “mondo nuovo” sulle rive del mar Nero. La Russia è un concetto in perenne evoluzione, si crea e si distrugge a seconda delle epoche e dei regimi, guardando alla prospettiva di un regno eterno sempre più imprevedibile.

Il 7 ottobre, la notte lunga un anno. In attesa del sole

di Eshkol Nevo –Corriere della sera – 6 Ottobre 2024

L’insonnia, un bar, le vite di chi ha perso ogni cosa. E uno scrittore che si chiede: come posso aiutare?

Dopo il 7 ottobre le nostre figlie ci hanno scongiurato di aggiungere una seconda serratura alla porta d’ingresso, una di quelle apribili solo dall’interno. Le avrebbe fatte sentire più sicure e forse avrebbe allontanato gli incubi durante i quali, la notte, i terroristi di Hamas irrompevano in casa nostra. 
Nel giro di pochi giorni abbiamo montato la serratura, naturalmente. Si fa qualunque cosa pur di rasserenare i figli. 
Un anno dopo, all’una di notte, mi ritrovo davanti alla porta chiusa a bussare, abbastanza forte perché la figlia soldatessa, che deve aver dimenticato di aprire la seconda serratura prima di addormentarsi, si svegli e mi apra, ma non tanto forte da destare i vicini. 
La figlia soldatessa non si sveglia. Le altre donne di casa sono rimaste a dormire a Gerusalemme dopo un festeggiamento in famiglia e non potrebbero comunque aiutarmi. 

Ci siamo solo io e la porta chiusa. Telefono e ritelefono alla figlia soldatessa, ma non risponde. Busso più forte ma niente, non si sveglia. Ormai sono le due del mattino, i vicini iniziano a lagnarsi per il rumore e io mi rendo conto che non ho speranze: il sonno della figlia soldatessa è troppo profondo, non mi aprirà fino al mattino. Mando messaggi WhatsApp agli amici che abitano nei paraggi, in cerca di un rifugio. Nessuno risponde. Tutti dormono. Logico, vista l’ora. Scendo in strada e verifico se riuscirei ad arrampicarmi sulla parete esterna del palazzo per introdurmi nell’appartamento, al secondo piano, ma giungo alla conclusione che è troppo pericoloso. Non ci sono abbastanza appigli a cui aggrapparmi. Non mi resta altra scelta che controllare se in zona c’è un bar aperto per tutta la notte e ne trovo uno solo, vicino a una stazione di servizio. 

Monto in macchina e parto. Aumento il volume della radio per non addormentarmi. I notiziari informano che le probabilità di un cessate il fuoco a Sud sono sempre più ridotte. Le probabilità di una guerra a livello regionale crescono. E le agenzie hanno abbassato il rating di Israele. Sono le due e mezza e il bar è sorprendentemente affollato. C’è addirittura una minicoda alla cassa. Ordino un espresso doppio, mi siedo e chiedo alla cassiera carta e penna, se possibile. Poi osservo. Ci sono cose che di notte risultano più visibili. Nessuno è lì per divertirsi: ecco la prima cosa che mi salta all’occhio. Non c’è nessuno ubriaco bonario e ridanciano. C’è un gruppetto di soldati in uniforme, silenziosi in modo allarmante. Devono essere di passaggio, in movimento tra il confine sud e il confine con il Libano. C’è una coppietta che confabula. Forse questo è l’unico momento e l’unico posto in cui si possono incontrare senza dare nell’occhio. Tutti gli altri, e sono tanti, sono soli con il loro caffè. Palpebre a mezz’asta. Tristarelli. Saranno scappati qui per sfuggire agli allarmi dei missili sul Nord? Soffriranno di insonnia? Di incubi? Si saranno ritrovati anche loro davanti a una porta chiusa stanotte? Avranno anche loro una figlia soldatessa esausta di una guerra senza fine? 

Mi siedo, ordino un espresso dopo l’altro, osservo, ascolto conversazioni, sono sovrappensiero. Eventi che per tutto l’ultimo anno ho rimosso perché intollerabilmente tristi si ripresentano di colpo. Durante le lunghe ore bianche in quel bar non rimane niente e nessuno a proteggermi dai ricordi. Non posso fare altro, li devo scrivere. Ad esempio il seminario di scrittura per le donne di Kfar Aza, il kibbutz di cui cento abitanti sono stati uccisi il 7 ottobre e gli altri sono sfollati in un albergo vicino a Tel Aviv. Ho esitato prima di accettare di tenerlo. Non ero sicuro di essere in grado di affrontare le emozioni che sarebbero emerse. Di essere abbastanza preparato. D’altro canto, come fai a rifiutare? Durante i primi due incontri ho evitato di proposito di chiedere di scrivere di quel sabato. Non ero sicuro che avrebbero retto loro. Non ero sicuro che avrei retto io. Ho proposto altri argomenti: vacanze trascorse all’estero. Ricordi d’infanzia. Amore. Abbiamo parlato di come si costruisce un personaggio in una storia. Dell’uso del linguaggio. Dell’importanza dei piccoli dettagli nella costruzione di una scena. Poi, all’ultimo incontro, ho preso il coraggio a due mani e ho chiesto esplicitamente di scrivere della ferita. Ma — ho precisato — focalizzatevi su qualcosa di piccolo. Marginale. Apparentemente irrilevante. Sul dramma piccolo collaterale al dramma grande. 

Il silenzio calato quando hanno iniziato a scrivere era diverso. Carico. Di tanto in tanto qualcuna tirava su col naso. Dopo venti minuti ho chiesto che leggessero. Sono rimasto sorpreso, volevano leggere tutte. Una aveva descritto il cinguettio degli uccelli all’alba, appena prima dell’attacco dei terroristi. Una seconda, l’insalata preparata in fretta e furia prima di tornare nella stanza-rifugio. Una terza, la telefonata veloce, pratica, con il marito uscito a difendere la casa e subito dopo freddato in giardino. 

Quando il giro di lettura è finito, ho osservato le persone nel cerchio. Tutti, me compreso, avevano le lacrime agli occhi. Mi torna in mente anche la studentessa particolarmente dotata che ha abbandonato di punto in bianco un altro corso di scrittura, di livello avanzato. Ci ha scritto una breve mail per informare che era costretta a ritirarsi per motivi personali. Le ho telefonato per dire: peccato che molli. Hai un vero talento, raro. È rimasta in silenzio e poi ha spiegato, grazie, ma il mio ragazzo è tornato da Gaza con l’anima in pezzi. Mi prendo cura di lui. Dobbiamo andarcene da qui per qualche mese, altrimenti non ne esce. Tornerò a scrivere, maestro, non ti preoccupare, ma in questo momento la vita è più forte. 

Ho pensato: è precisamente quello che mi ripeto da quando è iniziata la guerra: adesso la vita è più forte. E le ho detto, ti capisco benissimo e… buona fortuna. Quest’anno è capitato solo una volta che abbia detto di no a una richiesta che mi era stata rivolta. Mi hanno contattato dalla struttura per il recupero dei superstiti del festival Nova perché tenessi un laboratorio di trenta minuti. Era novembre, appena un mese dopo che la festa si era trasformata in un bagno di sangue. Ho chiesto se sarebbe stato presente un terapeuta. Hanno risposto di no. Ho chiesto se era possibile avere più di trenta minuti. Hanno risposto di no. Ho chiesto che gli incontri fossero non uno ma una serie, per poter attivare un qualche processo. Hanno detto che non era possibile. Ho pensato: la scrittura porta a galla immagini dolorose. Risveglia demoni sopiti. In mezz’ora non c’è modo che io riesca a radunare i frammenti di emozioni che si sparpaglieranno per la stanza e a dare loro un senso. Rischierei di nuocere ai sopravvissuti al festival, invece di aiutarli. Mi sono scusato con chi mi aveva contattato e ho detto che a quelle condizioni purtroppo ero costretto a rifiutare.

Verso Nord

Ormai sono le quattro del mattino. Mia figlia continua a non rispondere al telefono. La coppietta che confabulava se n’è andata e al suo posto è arrivata un’altra coppietta che confabula, ad occupare esattamente lo stesso tavolo. Come se fosse noto che quello è il tavolo delle coppiette che confabulano. I soldati intanto si sono alzati e, muovendosi come un sol uomo, sono ripartiti per la loro strada. Ho sentito che ripetevano la parola «Libano» diverse volte. Devono essere davvero diretti a nord, alla prossima guerra. Riusciranno a tornare tutti?, penso con preoccupazione. E se anche torneranno, dopo tutto quello che avranno passato saranno ancora capaci di credere nella bontà dell’uomo? Ancora oggi mi tormento chiedendomi se mi sono comportato nel modo giusto quando ho detto che senza un terapeuta al mio fianco non me la sentivo di assumermi la responsabilità dei sopravvissuti al Nova. Dopotutto, ogni spazio in cui sono entrato quest’anno è diventato uno spazio di cura. In ogni spazio in cui sono entrato quest’anno ho trovato persone tristi e preoccupate. Bisognose di conforto. Di speranza. Ogni banale incontro con lettori si è concluso con una fila di persone che volevano raccontarmi qualcosa. Condividere. Alleggerirsi. Ripenso a una ragazza timida, a Be’er Sheva. L’incontro con i lettori era terminato e lei ha aspettato con pazienza che tutti, fino all’ultimo, si allontanassero. Ti voglio raccontare una cosa, mi ha detto. Magari un giorno finirà in uno dei tuoi libri. Ti ascolto, l’ho invitata. E lei ha raccontato che suo padre era tra gli ostaggi detenuti da Hamas. Il fatto era, però, che lei aveva scoperto solo un anno prima che quello era il suo padre biologico. Ti rendi conto? Siamo riusciti a incontrarci solo un paio di volte e poi l’hanno rapito. E come sono stati i vostri incontri? Ho chiesto. Strani, ha risposto. Non è proprio mio padre, e nello stesso tempo lo è. Mi sento così anche adesso: sono da considerare tra i «familiari dei rapiti» oppure no? Dovrei disperarmi fino al rilascio del mio padre biologico? Anche se lui per trent’anni non mi ha nemmeno riconosciuta? Cerco di ricordare il nome del suo padre biologico ma non ci riesco. Nel frattempo l’avranno rilasciato? L’avranno ucciso? O è ancora in un tunnel di Hamas a marcire e impazzire di fame? Durante le allucinazioni causate dalla fame avrà visto qualche volte questa figlia che è sua e non sua? Ha nostalgia anche di lei? 

La telefonata

Mia figlia mi telefona alle 6 del mattino. È imbarazzata. Si scusa, desolata. Come ha potuto dimenticarsi di aprire la serratura dall’interno? Come? È sicura che sia furioso con lei, ma io non ci riesco. Per la verità, più passano gli anni e meno riesco ad arrabbiarmi con le mie figlie. In quest’ultimo anno, poi, ho solo il desiderio di rallegrarle, proteggerle e raddolcire la durezza della realtà in cui vivono. Mia figlia dice che ha aperto. Posso entrare in casa. Le compro un croissant al cioccolato ancora caldo ed esco. Alla radio sempre le solite cattive notizie. Fuori è ancora scuro. In un certo senso, penso, tutto quest’anno è stato un’unica lunga notte nera popolata da incubi, calata sugli abitanti di Israele, sugli abitanti di Gaza e sugli abitanti del Libano a precipitare le loro vite nel buio. È ora che si levi il sole. (Traduzione dall’ebraico di Raffaella Scardi)

L’inviato del Corriere della sera è salito sul Podbrdo ma non ha visto la Madonna…

La Madonna però ha visto lui.

Carissimo Padre Livio,

ho letto l’articolo del Corriere della sera dedicato a Medjugorje.

Sono rimasto delusa per il tono generale irriverente di fronte a fenomeno religioso che dura da oltre quattro decadi, coinvolge milioni di persone da ogni parte del mondo e che insegna a vivere la pace, incominciando dal proprio cuore.

Mi colpisce negativamente il fatto che, anche da una prospettiva laica, non si comprenda il valore sociale altamente positivo di questa esperienza religiosa.

Stella di Pavia


Cara Stella,

purtroppo nei mass media, non solo laici, c’è una resistenza incomprensibile nei confronti di Medjugorje, che un “grande” come Giovanni Paolo II ha denominato “La speranza del mondo”.

Sarebbe ora che la cultura laica prenda la religione, in particolare quella cattolica, un po’ più sul serio. Il pregiudizio antireligioso oscura la comprensione di ciò che si muove nel cuore dell’umanità e ancora più impedisce lo sguardo sul futuro.

Uno dei temi più ricorrente nei messaggi della Regina della pace è proprio il crollo “del mondo senza Dio”. Questa è una sentenza che sarà per molti troppo dura da digerire.

Comunque l’inviato del Corriere ha fatto la fatica di salire sul Podbrdo con i pellegrini. Lui ovviamente non ha visto la Madonna, ma la Madonna ha visto lui e ne ha preso nota.

E’ un grazia di non poco conto.

Ave Maria

Padre Livio

A Gaza si muore in silenzio: le testimonianze di chi vive nella Striscia bombardata e nella Cisgiordania occupata

di Greta Privitera – Corriere della sera – 6 Ottobre 2243

A un anno dall’inizio del conflitto, ecco le parole di madri, padri e giovani che la guerra la vivono sulla propria pelle

Gli intellettuali palestinesi ci chiedono di non usare metafore poetiche per raccontare Gaza. Perché, dicono, se Gaza rimane l’allegoria del male sulla Terra è più semplice non occuparsene poi nel mondo reale. Ed è per questo che a un anno dall’inizio del conflitto, lasciamo parlare chi la guerra la vive sulla pelle. Con le testimonianze dirette di madri, padri e dei giovani che da mesi vivono nella Striscia bombardata e nella Cisgiordania occupata.

«Ero una madre, lo sono ancora: di due figlie, erano cinque

Rana Albaed, 45 anni, Gaza City. «Ero una madre. Lo sono ancora, ma non sono più niente. Nella mia vita ho partorito cinque bellissime figlie. Me ne sono rimaste due. Il 25 ottobre scorso una bomba è caduta sulla nostra casa. Le pareti ci sono esplose addosso. Era notte fonda e io e mio marito ci siamo messi a urlare i nomi delle bambine: una piangeva, un’altra ci ha detto dove si trovava, le altre tre non davano risposta. Abbiamo aspettato un’ora perché i mezzi della protezione civile ci tirassero fuori da sotto le macerie. Ho visto i corpi senza vita delle mie figlie spuntare da una montagna di cemento. Sono diventata una vera madre di Gaza, tormentata dalla morte e della disperazione. Non ero così, prima. Ero sorridente, vivevo per vedere le mie figlie crescere. Ora passo le mie giornate a piangere e a guardare le foto e mi dispiace per Hala e Sozan, le mie figlie in vita. Hala ha bisogno di cure mediche, qualcuno ci può aiutare? Mi arrabbio sempre, sono triste e senza speranza. Dopo i bombardamenti siamo andati a Deir al-Balah a casa di parenti, ma un mese fa la zona è stata minacciata. Ci siamo rifugiati in una tenda e ora nell’appartamento di alcuni amici. Ci mancano le bambine. Remas sognava di studiare legge, Jana voleva diventare insegnante e Shahad medico. Voglio andarmene da qui: siamo innocenti, lasciateci vivere. Non posso stare tra queste macerie, è troppo doloroso».

«Se perdi tutto, casa e ambizioni, diventi invisibile»

Yara Abo Maddain, Gaza Nord, 26 anni, interior designer: «Passo la mia giornata a pensare come ricaricare il cellulare, dove comprare una cipolla per la zuppa e a chi tocca andare a prendere l’acqua. Un anno fa ero una bella ragazza, ora ho il viso di una vecchia signora distrutta. La mia vita prima era felice, nonostante l’occupazione. Grazie al mio lavoro riuscivo anche a viaggiare. Ora vivo nel terrore che qualcuno dei miei fratelli venga ucciso. Prego che se deve succedere, una bomba ci faccia fuori tutti. Siamo a Nuseirat ospiti di amici di famiglia: venti in due stanze e un bagno. Perdere tutto è diventata una cosa normale per noi invisibili. Ho perso lavoro, casa, amici e ambizioni. Il mondo non ci vede e mi ha insegnato a non sapere più chi sono e che cosa voglio. Possiamo sfuggire con i nostri corpi dalle mani della guerra, ma le nostre menti rimarranno per sempre intrappolate in questo orrore. Sto morendo, forse. Qual è la mia colpa, vorrei saperlo. Pace? Non la vedo. Dopo che ci hanno ucciso e derubato del futuro ditemi voi dove è la pace. Ci hanno bombardato dentro prima che fuori. Non credo che li perdonerò. Non siamo Hamas, non siamo mostri. Vogliamo vivere come tutti, avere una nazione e i diritti rispettati. Oggi tocca a me andare a prendere l’acqua ma non ho voglia di alzarmi dal materasso sdraiato a terra. Sono una zombie. Se muoio qualcuno si ricorderà di me?

«Io piena di rabbia, non parlate di noi come terroristi»

Sarah Abu Alrob, 29 anni, giornalista, nata a Jenin ora residente a Sebastia. «Sono cresciuta sotto un sistema di colonizzazione. Vuol dire che tutta la mia giornata gira intorno agli ostacoli di un paese occupato: come devo muovermi? I checkpoint sono aperti? Arriverà l’acqua da Israele? L’elettricità? I coloni attaccheranno? Sotto occupazione non controlli i tuoi movimenti, il tuo tempo e la tua sicurezza. Il tuo futuro. L’ultimo anno è stato devastate. Il mio popolo sta subendo le peggiori atrocità. Ho tanti amici a Gaza e penso a loro con un senso di impotenza. E mentre Israele compie nella Striscia un genocidio sostenuto dal mondo occidentale, un altro massacro avviene in West Bank dove molto comunità sono state spopolate con la forza, dai coloni aiutati dall’esercito israeliano che arresta e tortura. Mentre gli occhi sono puntati su Gaza, Israele cerca di raggiungere il più possibile i suoi obiettivi di espansione in West Bank. Vuole creare città ghetto come Nablus, Ramallah, Turkalem, e isolarci completamente. Mi fa arrabbiare che siamo raccontati come un gruppo di terroristi. Si parla di ostaggi israeliani, giusto. E dei nostri bambini? Delle nostre vite senza dignità? Questa non una guerra normale tra due Stati. Non c’è comparazione possibile tra occupanti e occupati. Sono pronta a vivere in pace, ma bisogna decolonizzare il sistema e creare uno Stato democratico per tutti. Chi è pronto?»

«Ci siamo spostati dieci volte, è finita ogni speranza»

Samy Abu Omar, 60 anni, Khan Younis, imprenditore. Parla italiano perché ha studiato in Italia. «Io e la mia famiglia ci siamo spostati dieci volte. Prima Rafah, poi Deir al-Balah, ora siamo ad Al-Mawasi. Il 4 dicembre hanno bombardato una casa vicino alla nostra. Quando abbiamo visto i militari cadere dal cielo con i paracadute, ci siamo spaventati e siamo scappati, lasciando la nostra casa per sempre. L’amavamo molto: aveva due piani e un bel giardino. Non è facile scappare quando si è in tanti. Io e mia moglie abbiamo sette figli, quattro maschi e tre femmine. Il più grande ha 27 anni, il più piccolo 13. Mentre scappavamo, proprio lui è stato colpito da una scheggia e ora ha una mano fuori uso. Da quel momento sono iniziati i mesi più difficili. Non trovavamo cibo, non avevamo soldi per affittare un appartamento: costa 5 mila dollari al mese. Ci siamo comprati una tenda al mercato nero. Seicento dollari. Poi, in un altro bombardamento ce l’hanno bruciata. Ora ho due tende. Viviamo nella zona umanitaria, ma bombardano anche qui. Dieci giorni fa ci sono stati 50 morti. Abbiamo provato a uscire ma l’ambasciata italiana ha rifiutato la richiesta. Mi sento senza speranza, specie per i miei figli. Tre vanno all’università ma sono fermi da un anno. Negli ultimi tempi stanno bombardando meno perché non c’è più niente. Prima morivano circa cento persone al giorno, ora venti o trenta».

🔴LIVE🔴 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – Puntata 124 – LA CADUTA – LADDOVE E’ ABBANDONATO IL PECCATO

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BUONA DOMENICA

DOMENICA 27.MA DEL TEMPO ORDINARIO

Cari amici di Radio Maria Buona Domenica!

Ogni Domenica è un raggio di luce che scenda dal Cielo sulla terra perché possiamo  godere di un frammento di eternità nello scorrere inesauribile del tempo.

Per questo dobbiamo aprire il cuore perché rivolga il suo desiderio alla meta del Cielo e si stacchi dalle cose effimere che lo appesantiscono e lo rendono arido.

Oggi la parola di Gesù ci richiama a uno dei doni fra i più elevati e più desiderabili della creazione che è il rapporto di amore fra l’uomo e la donna nel matrimonio.

Gesù, sulla scia della Sacra Scrittura, riporta il matrimonio alla sua origine divina, in quanto è istituito da Dio creatore per il nostro bene e come tale non può essere manipolato dall’uomo secondo le sue passioni.

 “Dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”.

Questa è la volontà di Dio creatore e di Cristo redentore, che ha elevato il matrimonio a Sacramento, cioè a segno visibile ed efficace dell’amore di Cristo per la Chiesa.

Il progetto di Dio, se accolto e realizzato con l’aiuto della sua grazia, è un benedizione per chi lo vive, come dimostra la realtà di tante famiglie che lo hanno vissuto nel tempo e anche oggi lo vivono  nella gioia  dell’amore fedele e fecondo.

Satana fin dalle origini ha cercato di rovinare il piano di Dio mettendo l’uomo e la donna l’uno contro l’altra. L’ha potuto far perché invece di ascoltare la voce del  Creatore abbiamo prestato l’orecchio al sibilo del serpente ingannatore.

Qual’ è il risultato? Lo abbiamo sotto gli occhi ascoltando le cronache quotidiane. L’obbiettivo del serpente antico è di portare alla catastrofe esistenziale, distruggendo quel sacrario dell’amore che ogni famiglia può diventare se segue i Comandamenti di Dio.

Perciò invito le giovani generazioni ad ascoltare col cuore la Parole di Gesù sulla famiglia e di costruire con la buona volontà e l’aiuto della grazia questo meraviglioso progetto di vita, fonte di fatica certo, ma anche di felicità, che solo l’amore familiare può dare.

Cari giovani, nella vita bisogna decidere, diversamente rimarrete con le tasche vuote o, peggio ancora, piene di detriti.

Decidetevi di seguire Gesù sulla via dove Lui vi chiama, può essere la famiglia, il Sacerdozio o altre forme di amore e di servizio al prossimo.

La vita è bella e gioiosa se si costruisse con Gesù. E’ ingannatrice e vuota se si seguono  le strade facili, tutte che finiscono nel nulla

Padre Livio


Dal Vangelo secondo Marco
Mc 10,2-12
 
In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».
 
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
 
A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».

Parola del Signore

Santa Maria Faustina Kowalska

Visioni, stimmate nascoste, contatti continui con l’angelo custode, la Madonna, i santi e le anime del Purgatorio, fino al dono rarissimo dello sposalizio mistico con Dio. Tutto questo vi è stato nella vita terrena di santa Faustina, chiamata da Gesù «segretaria della mia Misericordia

«La tua grande fiducia verso di Me, mi costringe a concederti continuamente grazie», si sentì dire da Gesù, che la chiamò «segretaria della mia Misericordia». Visioni, stimmate nascoste, contatti continui con l’angelo custode, la Madonna, i santi e le anime del Purgatorio, fino al dono rarissimo dello sposalizio mistico con Dio. Le innumerevoli grazie che hanno accompagnato la sua vita terrena, santa Maria Faustina Kowalska (1905-1938) le ha vissute nel nascondimento: solo i suoi confessori e, in parte, le superiore sapevano quanto avremmo poi scoperto leggendo il suo diario. Lo scrisse nel mezzo delle due guerre mondiali in obbedienza a Cristo per far conoscere la sua Misericordia e la necessità di tornare a Lui per sottrarsi all’azione del maligno.

Terza di dieci figli, la santa crebbe in una famiglia devota, dove erano una consuetudine la preghiera e la lettura in comune di libri religiosi, che i genitori acquistavano con grandi sacrifici. Educata all’obbedienza e al rispetto per il sacro, a sette anni avvertì per la prima volta «l’amore di Dio che riempì il mio piccolo cuore» dopo l’ostensione dell’Eucaristia. Da adolescente lavorò per aiutare la famiglia e a 19 anni, dopo il rifiuto da parte di diversi conventi di Varsavia, fu ammessa nelle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia. Era proprio lì che Dio la voleva, come le rivelò in seguito.

Destinata a lavori umili, faceva tutto con allegria. L’amore per il prossimo – già manifestato da bambina, quando si vestì da mendicante e donò tutte le offerte ai poveri – ardeva dentro di lei: «Tutti i dolori del prossimo si ripercuotono sul mio cuore». I digiuni indebolirono la sua già fragile salute, ma li offriva per la salvezza delle anime. Vide l’Inferno e Gesù le rivelò che Satana «arde di un odio particolare contro di te, perché hai sottratto molte anime al suo dominio». Dal Purgatorio riceveva richieste di preghiere: «Non sapevo che ci fosse una tale unione tra le anime», scriveva a riprova della dottrina sulla comunione dei santi. In tutto era allietata da una realtà: «Né le grazie, né le rivelazioni, né le estasi, né alcun altro dono a essa elargito la rendono perfetta, ma l’unione intima della mia anima con Dio».

Il sacramento della Confessione è al centro delle rivelazioni di Gesù: «Quando vai alla confessione, sappi che io stesso ti aspetto in confessionale. Mi copro soltanto dietro il sacerdote, ma sono io che opero nell’anima. Lì la miseria dell’anima s’incontra col Dio della Misericordia». Oltre alle magnifiche pagine che aiutano a conoscere Dio, il suo diario ci lascia in eredità la festa (istituita nel 2000 da san Giovanni Paolo II) e la coroncina alla Divina Misericordia, che Nostro Signore le raccomandò di recitare alle tre del pomeriggio per ricevere più grazie: «In quell’ora non rifiuterò nulla all’anima che mi prega per la mia Passione».

(Ermes Dovico -La Nuova Bussola – 2 Ottobre 2024)

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